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    Predefinito Democrazia export. Le elezioni del 30 gennaio 2005 nell’Iraq occupato

    di Enrico Galoppini

    da “Oltremare – Osservatorio sul Mediterraneo”, n. 10, marzo 2005, pp. 16-26 (inserto della rivista “Meridione. Sud e Nord del Mondo”).

    “Il Medioriente e il suo petrolio sono troppo importanti per essere lasciati nelle mani degli arabi”.
    Henry Kissinger


    20 marzo 2003: dopo 13 anni di embargo, tentativi di golpe, quotidiani attacchi dal cielo (anche sulla capitale, nel dic. 1998) e una campagna propagandistica di demonizzazione del suo governo (possesso di ADM, coinvolgimento dell’Iraq nell’11/9 ecc.), Stati Uniti e Gran Bretagna invadono la Repubblica dell’Iraq, sotto gli sguardi delle forze d’interposizione dell’Onu stanziate nella zona smilitarizzata al confine col Kuwait. Il 9 aprile, ufficialmente, sancita dal rituale della caduta della statua del "tiranno",avviene la conquista di Baghdad.Ma quella che inizialmente assume le sembianze di una passeggiata, non si rivelerà come tale: il governo ba‘thista ha pianificato una resistenza che si esplica in una guerra di guerriglia che, dopo quasi due anni, va attirando progressivamente sempre più ampi settori della popolazione irachena, senza distinzione di credo o di etnia.
    [Sul significato del termine «resistenza», fuori da ogni polemica strumentale, si legga di Antonio Venier, Considerazioni sulla distinzione tra guerriglia e terrorismo, «ISTRID – Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa», anno VI, n. 87/88/89, set.-dic. 2003, pp. 21-23 ( http://www.aljazira.it/index.php?opt...sk=view&id=436)]

    Perché, per chi e dove si è votato

    Prima di passare all’esame delle elezioni del 30 gennaio, è necessaria una premessa, per inquadrare nella giusta dimensione il tipo di potere che agli iracheni sarà dato di esercitare.

    Il quadro giuridico del "Paese dei due fiumi" è stato modificato in modo essenziale dagli irrevocabili editti stabiliti a suo tempo dal plenipotenziario statunitense Paul Bremer, particolarmente negli aspetti economici e finanziari. Si tratta di radicali riforme economiche liberoscambiste, attualmente incorporate in un accordo con il Fondo Monetario Internazionale. L’economia dell’Iraq è stata dunque totalmente sottratta al controllo del popolo iracheno, a causa della privatizzazione di tutto e, tra le altre cose, del divieto ai contadini di conservare le loro sementi e l’obbligo di comprarle anno dopo anno dai produttori di sementi transgeniche.
    [World Food Day: Iraqi farmers aren't celebrating, 15 ottobre 2004, http://www.grain.org/nfg/?id=253]

    Passiamo ora all’ambito istituzionale. All'inizio dello scorso anno, gli occupanti hanno approvato una Costituzione ad interim (la cosiddetta Legge Amministrativa Transitoria), ed hanno incoraggiato il "passaggio di sovranità" del giugno 2003 dall'Autorità Provvisoria della Coalizione (APC) al nuovo governo ad interim di Iyad ‘Allawi. Quella del 30 gennaio 2005 era dunque una delle date simboliche attraverso cui si dipana il progetto di "esportazione della democrazia" nel Vicino Oriente, prima, nel mondo intero, poi.

    Innanzitutto, vediamo per che cosa si è votato il 30 gennaio.

    a) Per l’Assemblea Nazionale di transizione, composta da 275 membri, che funzionerà da parlamento fino allo svolgimento di elezioni per un organo permanente;
    b) Per i consigli regionali delle 18 province irachene, composti da 41 membri ciascuno (a Baghdad ve ne sono 51);
    c) Per l’Assemblea Nazionale del Kurdistan, composta da 111 membri in rappresentanza delle tre province di Dahuk, Arbil e as-Sulaymaniyya.

    Secondo la Risoluzione dell’Onu 1546 (del giugno 2004), una volta eletta, l’Assemblea Nazionale dovrà scegliere - con una maggioranza di 2/3 - un presidente e due vicepresidenti che daranno vita al Consiglio di Presidenza, che a sua volta nominerà il primo Ministro e i componenti del governo, i quali dovranno ricevere il sì dell’Assemblea a maggioranza semplice. Inoltre, l’Assemblea Nazionale dovrà stendere entro il 15 agosto 2005 una Costituzione che dovrebbe essere approvata con un referendum da tenersi entro il 15 ottobre di quest’anno. Se la Costituzione verrà approvata, nel dicembre 2005 si terranno nuove elezioni per il Governo vero e proprio.

    Questo, per quanto attiene l’aspetto tecnico. Ma ciò non è sufficiente, a meno che non si voglia credere che 300.000 milioni di dollari siano stati spesi per restituire l'Iraq agli iracheni. A che cosa sono servite, dunque, le elezioni? Avanziamo alcune interpretazioni:

    a) Giustificare la continuazione della presenza militare statunitense nel paese, poiché d’ora in poi, a chiederlo, sarà un legittimo governo iracheno;
    [Muhammad J. ‘Irfa, Lo scopo delle elezioni americane in Iraq: “legittimare l’occupazione”, Islamonline.net, 29 gennaio 2005]

    b) Coinvolgere la Comunità Internazionale nello scenario iracheno - probabilmente attraverso istanze multilaterali (Onu, Nato) – nel momento in cui gli Usa si trovano al limite della loro capacità militare e finanziaria (quasi 5.000 milioni di dollari alla settimana) nello sforzo bellico in Iraq;

    c) Incoraggiare l’ipotesi federal-autonomista, proseguendo nella tripartizione dell’Iraq già anticipata con le No fly zones - Unilateralmente imposte da Stati Uniti, Regno Unito e Francia (quest’ultima poi si sarebbe dissociata nel 1996) -.Nella sostanza, si è trattato di elezioni in chiave confessionale e settaria, essendo state imposte dagli Usa e dal Regno Unito seguendo una logica di frammentazione sociale e territoriale del Paese. In tale contesto si è cercato di presentare la resistenza all’occupazione ed il rifiuto delle elezioni come espressione della volontà di egemonia di una determinata comunità, confessionale (
    sunniti) o etnica(arabi) sulle altre(sciiti e/o curdi).Di qui la caricaturizzazione come sunnita del rifiuto delle elezioni e della conseguente astensione, eppure, oltre il52% dei candidati musulmani era sunnita.

    Ma il 30 gennaio c’era anche chi aveva un grande interesse a partecipare, sia come eletto che come elettore. Vediamo dunque, in rapida sintesi, i principali protagonisti della tornata elettorale ed i rispettivi risultati ottenuti:

    1 – Il ‘cartello’ sciita dell’Alleanza Irachena Unita (UIA), aggiudicatosi il 50,86% dei voti e 140 seggi. Questo, tra gli altri partiti, comprendeva: lo Sciri (Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq), guidato ‘Abd el-‘Aziz al-Hakim, un religioso sciita che ha vissuto esule per oltre vent’anni in Iran;il partito Da‘wa, il più antico partito sciita d’Iraq, guidato dal vice Primo Ministro Ibrahim Ja‘fari; il Congresso Nazionale Iracheno, di Ahmed Chalabi,noto per le cronache giudiziarie legate alla sua condanna per bancarotta, dichiarata dalle autorità giordane; meno noto, invece, per un tentato attacco dal nord dell’Iraq, nel 1995, alla guida di un gruppo armato. Grande protettore dell’UIA, l’ayatollah ‘Ali as-Sistani.
    2 – La Lista per l'Alleanza curda, egemonizzata da Jalal Talabani (UPK) e Massud Barzani (PDK): 27,5% dei suffragi e 75 seggi.
    3 – L’Accordo Nazionale Iracheno (ANI), ovvero la lista guidata dal Primo Ministro ‘Allawi(Che come Chalabi vanta un tentativo di golpe, nel 1996):14,59% dei voti e 40 seggi.
    4 – Il Partito Iracheno del Presidente ad interim Ghazi al-Yawer (5 seggi), al quale appartiene anche il Ministro della Difesa Hazem ash-Sha‘lan.
    5 – I turcomanni (3 seggi).
    6 – L’Unione Popolare, comprendente anche il Partito Comunista iracheno (2 seggi).
    7 – Il Gruppo Islamico Curdo (2 seggi)
    Seguono altre liste minori.

    Completamente assenti, invece, i partiti sunniti e quanti fanno riferimento al nazionalismo arabo. Per non parlare dei partiti che avversano apertamente l'occupazione e che si sono integrati nella resistenza, i quali sono stati dichiarati illegali (in cima alla lista nera c’è il Ba‘th).
    [Il 28 gennaio 2005 («Al-Quds al-‘arabi»), ‘Izzet Ibrahim ad-Duri, leader della resistenza patriottica, ha ribadito, in nome dell’unità dell’Iraq e del diritto alla resistenza, il rifiuto del suo partito delle elezioni sponsorizzate dagli occupanti.].

    In pratica, l’esercizio del diritto di voto è stato limitato alle sole opzioni sottomesse alla logica ed agli interessi degli Stati Uniti[“E’ scontato che i 275 seggi a disposizione sono già da tempo assegnati ai partiti presenti nel governo, mentre ne resteranno privi quelli contrari all'occupazione americana”. S. Chiarini, Mentre in Iraq si spara, «il manifesto», 10 febbraio 2005.].Come ha affermato un ex osservatore elettorale in El Salvador nel 2003 e nel 2004 per conto del Centro di Interscambio e Solidarietà, “dove ci sono le elezioni c’è democrazia, a condizione che le elezioni supportino i piani degli Stati Uniti”
    [Joe DeRaymond, Terror Elections and Democracy, http://www.counterpunch.org/deraymond01132005.html (12 gennaio 2005).].

    Ma la selezione preventiva delle candidature è stata solo una delle distorsioni di questo processo elettorale, poiché si era chiamati a votare per una lista i cui componenti, partiti o individui, rimanevano sconosciuti: “In queste elezioni, i votanti non sono andati al voto per un candidato, e nemmeno per un partito politico. Invece si sono recati alle urne per una lista, che includeva diversi partiti o candidati che individualmente non vi era modo di conoscere. Queste liste erano state approvate dall’Alto Commissariato per le Elezioni designato da Bremer. I nomi dei 7.700 candidati non erano disponibili pubblicamente, cosicché non vi era modo di conoscere in favore di chi effettivamente si era votato”[IAC, Un documento dall’ International Action Center sulle Elezioni in Iraq ( http://www.iacenter.org – 19 febbario 2005).]

    Per di più, come già si intuisce dalle liste ammesse, intere regioni dell’Iraq non hanno votato. Si tratta di tutte quelle regioni a maggioranza sunnita dove è più forte la resistenza armata all’occupazione: nella provincia sunnita di al-Anbar la percentuale dei votanti è stata del 2%(A Ramadi – per la quale è previsto lo stesso trattamento riservato a Falluja – è stato addirittura il sindaco stesso a dichiarare che non si sarebbe votato);in quella di Ninive (Mosul) l’afflusso è stato del 17%, mentre in quella di Salah ed-Din del 25% (a Tikrit hanno vitato in 7!). Ma egualmente molto bassa è stata l’affluenza anche in varie zone di Baghdad ed in aree dello stesso sud sciita(Ad esempio a Bassora, hanno votato tra il 30 e il 35% degli iscritti.).

    Elezioni regolari?

    Senza tediare il lettore con la storia della percentuale discendente degli iracheni affluiti ai seggi(Cfr. Michel Chossudovsky, Iraqi Elections: Media Disinformation on Voter Turnout?, http://globalresearch.ca/articles/CHO501F.html), è un fatto che a votare è andato circa il 35% degli aventi diritto. Inoltre, a suscitare qualche dubbio sulla rappresentatività dell’operazione, come riferito da osservatori in loco(Dahr Jamail, What They’re Not Telling You About the “Election”, http://dahrjamailiraq.com/weblog/arc...00193.php#more)l’affluenza al voto è stata condizionata, più che dai proclami del fantomatico az-Zarqawi -l'L’equazione «Resistenza irachena = al-Qa’ida» è un postulato dei mass media, i quali inducono ad identificare esclusivamente ed arbitrariamente la resistenza armata con le supposte azioni della rete di al-Qa‘ida in Iraq e la figura di az-Zarqawi. Conseguenza diretta di tale postulato è che i notiziari non considerano degni d’attenzione le oltre 100 azioni di guerriglia giornaliere, ma concentrano tutta l’attenzione sulle autobombe.Particolarmente significativa la definizione di az-Zarqawi resa alcuni mesi fa ad Aljazeera dal Ministro della Giustizia, appena scampato ad un attentato attribuito alluogotenente di Bin Laden in Iraq:shakhsiyya wahmiyya, “personaggio immaginario” -,dalle voci messe artatamente in giro secondo cui la possibilità di usufruire ancora delle tessere annonarie (istituite col programma Oil for food)sarebbe stata condizionata dall’essere andati a votare o meno. Questo perché, in mancanza di una registrazione preventiva organizzata altrimenti, si è fatto coincidere il corpo elettorale con la popolazione accreditata per le tessere annonarie. Dunque, dei 20 milioni di potenziali elettori si erano iscritti 14 milioni (secondo fonti ufficiali), vale a dire il 70%. Ecco che se la stima di 7 milioni di votanti è corretta (i dati ufficiali parlano di oltre 8 milioni), ciò significa che alla fine ha votato circa la metà di coloro che si sono iscritti, ovvero il 35% di tutti i potenziali elettori.
    [Per smentire l’idea che la bassa affluenza sia stata causata da problemi di sicurezza, basti pensare che degli iracheni che vivono all’estero (in 14 Paesi), l’80% degli aventi diritto al voto non ha votato (negli Stati Uniti, ad esempio, non si conta che il 10% di votanti). Non si è capito poi se i 130.000 ebrei iracheni naturalizzati israeliani abbiano votato o meno. Cfr. www.alarabiya.net, 30 gennaio 2005 (trad. it. http://www.aljazira.it/index.php?opt...id=444&Itemid=)].
    Anche “secondo il Consiglio degli Ulema [che controlla circa 3.000 moschee, n.d.r.], avrebbe votato solo il 30% degli Iracheni. Disinformazione? No, perché non si deve confondere - come ci si è impegnati a fare - la percentuale dei votanti calcolata in rapporto agli iscritti e la percentuale dei votanti in rapporto al numero degli elettori !”[Gilles Munier, 30 gennaio 2005, la giornata degli stolti, www.eurasia-rivista.org (19 febbraio 2005).].

    Come ha osservato Salim Lone (il quale era stato direttore di comunicazione di Sergio Vieira de Mello, morto nell’attentato a Baghdad nell’agosto 2003), “i principi elementari per lo svolgimento di elezioni sono stati rispettati talmente poco che se avessero avuto luogo in Siria o in Zimbabwe, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sarebbero stati i primi a denunciarli”(Salim Lone, An election to anoint an "occupation", «The Guardian», 1 febbraio 2005).Dunque, anche per un osservatore certo non militante come Lone c’è qualcosa che non van primis l’occupazione militare dell’Iraq (mentre è in corso una guerra).
    [Cfr. anche Aldo Bernardini (Ordinario di Diritto internazionale all'Univ. di Teramo), Nessuna legittimità viene da votazioni in condizione di occupazione, «Il Centro», 6 febbraio 2005 ( http://www.aljazira.it/index.php?opt...id=468&Itemid= ). Dello stesso prof. Bernardini sono importanti Autodeterminazione e resistenza irachena ( http://www.uruknet.info/?p=16&l=x&size=1&hd=0 ) e Ego te baptizo carpam: realtà e mistificazione giuridica nella perdurante guerra di aggressione all’Iraq ( http://www.uruknet.info/documenti/iraq-carpam.html ).].
    Confrontando le elezioni irachene con altre recenti tornate elettorali, il minimo che si possa fare è appunto rilevare qualche contraddizione. Nel 2001, a Timor Est, le elezioni si celebrarono sotto la supervisione ed il controllo dell’Onu due anni dopo che l'esercito indonesiano aveva abbandonato il paese. Nessuno pensò mai d’indirle fintanto che l’isola rimaneva sotto l'occupazione di truppe straniere.

    Poi ci sono la questione dei brogli e quella, strettamente connessale, dell’assenza di osservatori internazionali. Questi ultimi – di alcun tipo - non sono stati ammessi, tutta l’operazione essendo stata gestita in prima persona da apparati direttamente emanazione degli occupanti (l’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali (NDI) e l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI), entrambi operanti in stretto coordinamento con la Cia, il National Endowment for Democracy - Lo stesso IRI, prima delle elezioni, aveva diffuso la voce che sarebbe andato a votare l’80% degli iracheni, il che fa il paio con il celebre exit poll del 72%. Il NED è un’organizzazione finanziata dal Congresso e dal Dipartimento di Stato che fornisce assistenza tecnica agli aspiranti alla democrazia nel mondo: la si è vista all’opera con gli studenti» serbi (Otpor) e ucraini (Pora) - e lo USAid). C’era soltanto una ventina di funzionari delle Nazioni Unite coordinati dal rappresentante Carlos Valenzuela, integrati in una squadra di 50 esperti internazionali appartenenti anche ad altre organizzazioni (tra cui l’International Crisis Group creato da George Soros).
    Tanto per fare un esempio, la mancanza di osservatori indipendenti ha facilitato le intimidazioni di yazidi, assiri, arabi e turcomanni nel nord egemonizzato dai curdi. Le milizie curde dell'UPK e del PDK integrano buona parte dei nuovi corpi di sicurezza iracheni: la loro presenza insieme a truppe statunitensi a Mosul e Kirkuk durante la giornata elettorale è stata considerata apertamente coercitiva dalle altre comunità. Nel sud, dove in varie zone gli almeno 10.000 effettivi della milizia dello Sciri (Organizzazione Badr) partecipano - probabilmente con l'appoggio di elementi iraniani - con le forze di occupazione statunitensi e britanniche al controllo della "sicurezza",lo scenario è analogo: si pensi a Bassora, dove lo Hezbollah iracheno ha lamentato che le sue schede non sono mai giunte a destinazione.

    Alla luce di tutto ciò non desta meraviglia che il Consiglio degli Ulema sunniti, essendo contrario alla lottizzazione etnica e confessionale dell’Iraq, abbia dichiarato queste elezioni "illegittime",riconoscendo per di più il diritto alla resistenza, respingendo – come del resto lo stesso Partito Ba‘th afferma nei suoi comunicati – gli attacchi alle moschee(Nonché gli sgozzamenti che tanto interessano all’informazione granguignolesca)e richiedendo il rilascio dei detenuti politici (stimati tra i 10.000 e i 20.000).A denunciare irregolarità si è aggiunta anche l’organizzazione Tammuz (vicina al PCI), mentre del tutto opposto è stato il rapporto di ‘Ayn al-‘Iraq(L'occhio dell'Iraq),finanziato da ambasciate arabe, Ue ed Ente di Sviluppo Britannico, per il quale vi sono stati solo problemi tecnici.

    Ancora un paragone è utile per capire quanto in tutto ciò che stiamo analizzando abbiano ben poco spazio le questioni di principio. Nel Dicembre del 2004, in Ucraina, dopo la vittoria di Yanukovich, a seguito dell’accusa di brogli è montata la "Rivoluzione arancione"(sostenuta all’unisono dal circo mediatico) - a proposito di media, com’è noto, la tv Aljazeera non è autorizzata a muoversi liberamente in Iraq, ma è stato perfino vietato ai giornalisti critici di circolare liberamente per i seggi. Persino le ‘tv embedded’ hanno mostrato le strade deserte, facendo urlare ai loro giornalisti che erano piene di gente che andava a votare, e solo 5 seggi elettorali (4 nel sud sciita e 1 a Baghdad) dove opportunamente si rallentavano le operazioni di voto per far formare file di elettori sono stati filmati - e le elezioni sono state addirittura ripetute, sotto lo sguardo di 2.400 osseravatori. Val la pena di ricordare che sia per le elezioni in Russia sia per quelle in Bielorussia, gli Stati Uniti sollevarono la medesima obiezione, ma essendo in entrambi i casi impossibile procedere a manifestazioni di piazza in virtù del saldo controllo della situazione da parte degli apparati dello Stato, l’esito non venne messo in discussione, così com’è normale che avvenga in ogni Stato sovrano[è superfluo ricordare i dubbi che hanno circondato entrambe – ma soprattutto la prima – le elezioni del Presidente degli Usa Gorge W. Bush. Sempre per restare al continente americano, è istruttivo menzionare anche il caso del Venezuela, dove l’estate scorsa, in base ad un principio estremamente "democratico"previsto dalla Costituzione del Paese, il mandato del Presidente Chavez è stato sottoposto a referendum popolare, durante il quale le mene condotte dagli ambienti che tentarono un golpe nell’aprile del 2002 erano spalleggiate dagli stessi "democratizzatori del Medio Oriente"].
    Coi paragoni si potrebbe andare avanti parecchio, ricordando che il legittimo Presidente della Federazione Jugoslava, Slobodan Milosevic, è prigioniero in un carcere dell’Aja, mentre in Afghanistan (dove le accuse di brogli si sono sprecate) ed in Palestina (dove non si è pensato di far votare i palestinesi all’estero) si tengono regolari elezioni[Per quanto riguarda il mondo arabo-islamico, è particolarmente inquietante il caso della guerra civile in Algeria, intenzionalmente scatenata a seguito del colpo di Stato dei militari di Algeri che annullava così il successo del FIS al primo turno delle elezioni del dicembre 1991. Val la pena di ricordare che anche in quello scenario, a destabilizzare il Paese concorsero gli stessi ‘professionisti del jihad’ poi utilizzati anche in Bosnia, in Kossovo ed ora anche in Iraq].
    E che dire dei popoli del Kuwait, dell’Arabia Saudita, e degli Emirati Arabi Uniti, che vivono tutti sotto monarchie non "democratiche",senza libere elezioni, diritti civili e tutto quel che, di norma, fa gridare allo scandalo?


    Propaganda, solo propaganda

    Alla luce di tutto quanto premesso, la democratizzazione reale dell'Iraq e il trasferimento della sovranità alla sua popolazione si rivelano delle mere parole d’ordine. Malgrado, ufficialmente, tutti i partiti chiedessero l’uscita dall’Iraq delle truppe occupanti,le elezioni non ne favoriranno affatto il ritiro. Appena il giorno dopo, sono apparse le dichiarazioni dei vari esponenti politici sull’inopportunità di un simile provvedimento. E, quel che è più importante, nel discorso sullo stato dell’Unione della notte tra il 2 e il 3 febbraio, lo stesso G. W. Bush ha stabilito il medesimo concetto. Giustificandosi con la sicurezza da garantire alle elezioni, gli Usa hanno incrementato fino a 150.000 effettivi la loro presenza in Iraq, e la previsione è che dovranno aumentarne ancor più il numero in un immediato futuro. Inoltre, ci sono 40.000 consiglieri civili e militari statunitensi che, sotto la direzione di John Negroponte, ambasciatore degli USA in Iraq, supervisionano ciascuno degli ambiti amministrativi ed istituzionali del paese[a Camp Bondsteel, in Kossovo, è sorta la più grande base militare statunitense in Europa, a Baghdad è in costruzione la più grande ambasciata degli Usa nel Vicino Oriente, la quale dovrebbe avere la funzione di coordinare l’intero progetto di Grande Medio Oriente.Negroponte, ambasciatore in Honduras dal 1981 al 1985, è il regista della Controguerriglia in Nicaragua e in altri Paesi del Centramerica: per questo non è azzardato parlare di opzione El Salvador anche in Iraq, che prevede la sparizione di oppositori politici, di giornalisti indipendenti ecc.].
    L’argomentazione degli Usa (e dei loro alleati) secondo cui l’Iraq piomberebbe nella guerra civile senza la presenza delle loro truppe, maschera malamente da ‘spirito di servizio’ la riproposizione di argomenti usati dall’Impero Britannico e da altri imperialismi per giustificare la predazione delle risorse di intere nazioni col pretesto che non sono in grado di governarsi da sè.

    Non si è dunque trattato delle prime elezioni libere da 50 anni a questa parte.Si fa spesso riferimento alle ultime elezioni tenute nel 1953 - di lì a poco, nel 1955, l’Iraq avrebbe formato con Turchia, Iraq, Iran e Afghanistan il Patto di Baghdad,una cintura geopolitica in funzione antisovietica - sotto il regime monarchico insediato dagli Usa e dalla Gran Bretagna per eleggere una Camera di consiglio che comunque non aveva poteri esecutivi o legislativi. La sola sua funzione era quella di provvedere una facciata di legittimità ad un regime fantoccio: il popolo iracheno si trovava sotto lo sfruttamento delle compagnie petrolifere statunitensi e britanniche.
    L’ultimo appuntamento elettorale in Iraq era stato piuttosto il referendum presidenziale dell’ottobre 2002, il quale dopo quello del 1995 - 96,99% dei consensi con una percentuale di votanti del 48% - riconfermò per altri sette anni Saddam Hussein quale Presidente della Repubblica d’Iraq. E’ istruttivo riportare il parere di un supervisore internazionale “Il Referendum, però, si e svolto in maniera seria e regolare. Non è stato affatto una ‘pagliacciata’ […] Sono stato colpito dalla peculiarità laica dell'Iraq. […] In Iraq la libertà è un fatto reale […] Prevale la propaganda americana. Il Governo iracheno ha detto sì a tutte le richieste dell'Onu, anche quelle che risultano essere, alla prova dei fatti, delle ingiuste limitazioni della sovranità dello Stato. Che cos'altro deve fare? Se poi, però, i mass-media non ti permettono di far conoscere la tua posizione…[…] Ho potuto constatare che il Popolo è con Saddam Hussein […] Quello che mi sento di poter dire in assoluta tranquillità è che non ci sarà una resa incondizionata da parte degli Iracheni. Il rischio vero dell'America è di andare a impelagarsi in un altro Vietnam. Gli americani sottovalutano il fatto che l'Iracheno ama la sua terra e la difenderà fino all'ultimo”(Intervista al Sen. Elidio de Paoli (all’epoca leader della Lega per l'autonomia-Alleanza lombarda, ed attualmente nel gruppo misto autonomista), che si recò in Iraq assieme ad un collega dei Ds su invito dell’Ambasciata irachena a Roma, la quale aveva richiesto una delegazione di 15 parlamentari. Cfr. http://www.italiairaq.info/intervistasen.htm).

    Oggi, però, in molti scrivono che gli iracheni resistono andando a votare:ma ciò è vero solo per molti sciiti, poiché sperano di trasformare almeno il sud dell’Iraq in una succursale dell’Iran, imponendo così il loro modello di società(L’assistente di as-Sistani, al-Yasari, ha già anticipato che la Costituzione dovrà avere un carattere islamico.Cfr. anche Jill Carroll, Iraqi women eye Islamic law. The majority United Iraqi Alliance supports sharia, Christian Science Monitor, 25 febbraio 2005, http://www.csmonitor.com/2005/0225/p07s02-woiq.html).


    La partita del dopo-elezioni è cominciata

    Partiamo dagli attori esterni. Le voci più critiche si sono sollevate da Damasco. Il Presidente Bashar al-Asad ha affermato: “Elezioni democratiche implicano che tutto il popolo iracheno partecipi al voto in tutto l’Iraq. […] Quello che vediamo, col rifiuto del voto da parte di un’ampia parte degli iracheni, indica che le condizioni ancora non ci sono”(Al-Hayat, 28 gennaio 2005).Dopo la piega che s’intende far prendere agli eventi dopo l’attentato all’ex primo Ministro al-Hariri, la Siria si sente sempre più col fiato sul collo. Provvidenzialmente, però, è giunto l’ombrello protettivo russo[Cfr. Viktor Litovkine, Ces missiles Strelets que la Russie a vendus à la Syrie, (http://www.reseauvoltaire.net/article16292.html); Salwa al-Ustuwani, Al-Asad a Mosca per allentare le pressioni dell'Occidente, Islamonline.net, 24 gennaio 2005 ( trad. it. http://www.aljazira.it/index.php?opt...id=432&Itemid= ).], che si è aperto fino a coprire anche l’Iran.
    L’altro protagonista regionale fortemente critico verso queste elezioni è la Turchia [Iraq: per premier turco voto è inutile. «Swissinfo», 27 gennaio 2005, http://www.swissinfo.org/sit/swissin...43&sid=5498501].
    E’ risaputo che Ankara teme che i curdi accampino pretese indipendentiste a ridosso del suo confine meridionale, o che comunque grazie alla presenza dei campi petroliferi situati nella zona di Kirkuk - dove, grazie alle intimidazioni summenzionate, hanno ottenuto il 58,4% dei voti della provincia di at-Ta’mim, di cui Kirkuk è capoluogo - ,questi possano comunque ricevere dei proventi spendibili nel sostegno della causa indipendentista. Per i partiti curdi, tre sono le richieste da soddisfare: un Iraq federale, pluralista e nessuna influenza della religione nelle future scelte politiche[Secondo Arabmonitor.info (25 febbraio), per garantire queste richieste, l’Alleanza curda è impegnata nell’appoggio al rinnovo della presidenza del governo di ‘Allawi, poiché spera che egli limiti quella che sarà la maggioranza confessionale sciita della nuova Assemblea].
    Le richieste curde riguardano anche la nomina di Jalal Talabani (in buoni rapporti con Teheran) a presidente della Repubblica e l'inclusione della città di Kirkuk nell'area autonoma curda[Cfr. Gilles Munier, La polveriera di Kirkuk, AFI-Flash, 25 gennaio 2005 (trad. it., http://www.eurasia-rivista.org/cogit...diKirkuk.shtml].

    Abbiamo già detto degli ulema sunniti. Resta solo da aggiungere che ci si può anche attendere che gli Usa assoldino dei religiosi sunniti affinché costituiscano un'organizzazione concorrente di ulema: due tentativi, pilotati dal Bahrein e dal Qatar, sono già falliti. Intanto, il principale partito sunnita, il Partito Islamico di al-Samarra’i, ha già annunciato che potrebbe partecipare alla stesura della Costituzione[Medesimo proponimento è stato esternato alla riunione degli astensionisti tenutasi il 20 febbraio a Baghdad da ‘Adnan Ad- Duleymi, capo dell’amministrazione nazionale dei beni religiosi sunniti. Cfr. Patrice Claude, I Sunniti ricordano il loro diritto inalienabile a partecipare al potere nel nuovo Iraq, «Le Monde», 22 febbraio 2005 (trad. it.) http://www.osservatorioiraq.it/modul...?articleid=736].

    Ad ogni modo il ‘listone’ sciita, con 140 seggi su 275[Grazie alla norma 17 della legge elettorale, la quale prevede che dall'Assemblea dovrebbe venir escluso chi ha ottenuto meno di 30.750 voti, le liste che hanno superato lo sbarramento si sono spartite i voti di quelle che non hanno ottenuto il quorum. Ecco che dai 132 seggi inizialmente ottenuti, il ‘listone’ sciita è passato a 140. Della spartizione dei voti hanno beneficiato anche l’Alleanza curda e la lista di ‘Allawi. Tra parentesi, va rilevato che non si registrano schede nulle, il che è davvero incredibile se si considera che le due (tre nelle regioni curde) schede contemplavano ben 111 liste],controlla in teoria il Parlamento. Ecco perché potrebbe davvero diventare Primo Ministro Ibrahim Ja‘fari(la sua candidatura da parte dello Sciri è del 22 febbraio),attuale vice-Primo Ministro,del partito sciita Da‘wa.E’ altresì da verificare se la concezione economica del partito Da‘wa, esemplificato nel libro La nostra economia di Muhammad Baqir as-Sadr, si armonizzerà coi principi americani del libero mercato (Cfr. Juan Cole, Shiites Take Absolute Majority in Parliament, 14 febbraio 2005, http://www.juancole.com/2005/02/shii...jority-in.html).
    Sempre rimanendo nell’ambito dell’UIA, un altro candidato all’incarico di Primo Ministro è l’attuale Ministro delle Finanze, ‘Adel ‘Abd el-Mahdi, fortemente caldeggiato dall’Amministrazione Bush: “A ottobre, di fronte a una platea del American Enterprise Institute ha affermato che era sua intenzione: ‘ristrutturare e privatizzare tutte le imprese statali irachene’, in dicembre ha fatto un altro viaggio a Washington per svelare i suoi piani di una nuova legge sul petrolio ‘molto promettente per gli investimenti americani’. E’ stato lui il supervisore della firma di una serie di contratti con la Shell, BP e Chevron Texaco nelle settimane precedenti le elezioni, ed è sempre lui che ha condotto i negoziati del recente programma di austerità con il FMI”(Naomi Klein, Getting the purple finger, The Nation, 10 febbraio 2005, http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20050228&s=klein).

    Per garantirsi un po’ d’equilibrio, gli Usa potrebbero quindi imporre di nuovo ‘Allawi - la cui candidatura è stata rilanciata il 23 febbraio -sciita, ma - da ex ba‘thista - fautore di un Iraq ‘senza turbante’. ‘Allawi è un uomo della Cia emerso dopo la fine di Chalabi (‘scoperto’ a passare informazioni riservate all’Iran ed accusato di aver fornito false prove per attaccare l’Iraq…) mentre grazie allo ‘scandalo’ di Abu Ghraib giungeva all’apice il tentativo di colare a picco Bush e il suo entourage in piena campagna elettorale. Perciò, dopo la rielezione di Bush, nello scontro tra Neocon e l’Intelligence - che l’11/9 ha subito i maggiori contraccolpi di quello che ha tutte caratteristiche di un colpo di Stato interno(Cfr. Marina Montesano, Mistero americano. Ipotesi sull’11 settembre, Dedalo, Bari 2004) - potrebbe di nuovo brillare la stella di Chalabi (che si è aggiudicato 30 seggi), legato anche ad ambienti curdi.

    Valutando che è stato fatto di tutto affinché s’imponesse il ‘listone’ sciita[caso di mancata accoglienza delle proprie rivendicazioni, as-Sistani – di cui rimarrà storica la fatwa concernente il dovere di andare a votare - potrebbe giocare come in passato la carta pseudo-insurrezionale di as-Sadr, che, dopo aver piazzato suoi uomini nelle liste elettorali ed aver creato un propria lista, adesso definisce le elezioni illegittime]e che la tripartizione dell’Iraq fa comodo a molti, dagli Stati Uniti all’Iran, passando per Israele, sembra sempre più improbabile che venga scelto un candidato contrario all’indivisibilità dell’Iraq qual è lo stesso ‘Allawi, il quale, peraltro, non dispone dei numeri necessari a formare una sua coalizione(Cfr. Alessia Lai, ‘Allawi vuole restare premier, «Rinascita», 1 marzo 2005).Pertanto due sono le tendenze che si scontreranno nel campo di coloro che comunque accettano di collaborare con gli occupanti partecipando alle istituzioni da essi create: quella unitaria "nazionale"[apparentemente sembra contraddittorio, ma anche per il Raggruppamento nazionale delle qaba’il (clan)non ci sono né sciiti né sunniti in Iraq, ma solo iracheni]e quella federal-autonomista a guida curdo-sciita[Siccome gli Stati Uniti stanno lavorando per cercare di isolare l’Iran, tale ipotesi potrebbe egualmente realizzarsi utilizzando religiosi sciiti non particolarmente legati a Teheran].E anche la Costituzione, perciò, verrà varata in funzione della tendenza che s’imporrà.

    Ad ogni modo, posto che nessuno ha ottenuto i 2/3 dei suffragi, il dopo-voto sarà caratterizzato dagli accordi che intercorreranno tra le varie fazioni etniche e religiose rappresentate nelle liste elettorali, con gli Usa a manovrare dietro le quinte, e non è escluso che alla fine tutto si risolva in un’ammucchiata dei collaborazionisti nel più classico stile consociativo.


    Conclusioni: l’Iraq al bivio

    Il progetto di Grande Medio Oriente,nel quale è previsto per Israele un ruolo egemonico, contempla un’ingerenza sempre meno dissimulata in ogni realtà della regione, ed i recenti fatti libanesi stanno a dimostrarlo. Per gli Stati eredi della frantumazione dell’Impero Ottomano suona la campana a morto: dopo i Mandati, le indipendenze sotto tutela e gli anni ruggenti del panarabismo, le lancette dell’orologio della storia tornano al punto di partenza. Chi riuscirà a servire agli americani si darà l’opportunità di partecipare – seppure come comprimario - alla gestione della cosiddetta "ricostruzione"(V. Marco Hamam, Eurobusiness in Iraq, dall’esportazione della democrazia ai subappalti USA, http://www.aljazira.it/index.php?opt...sk=view&id=189).Ma saranno solamente le briciole.

    Quale sarà il potere reale di coloro che riceveranno gli incarichi ministeriali in Iraq? Praticamente nullo. “Non hanno il controllo sul petrolio, nessuna autorità sulle vie di Bagdad, né sull’esercito operativo e sulla polizia. Il loro solo potere è quello dell'esercito americano”(Robert Fisk, «The Independent», 31 gennaio 2005).
    Di fronte ai successi della resistenza irachena c’è però anche chi parla di un nuovo Viet Nam alle porte[Joe Vialls, La Diên Biên Phu americana è cominciata in Iraq, http://www.joevialls.co.uk , 5 dicembre 2004 (trad. it. http://www.comedonchisciotte.luogoco...rticle&sid=286 )].
    Il 4 Settembre 1967, il New York Times titolava: Gli Stati Uniti incoraggiati dal voto in Vietnam: i funzionari parlano di una affluenza al voto dell'83% malgrado il terrore dei Vietcong.
    Sappiamo com’è andata a finire.
    Sinistra Nazionale!

  2. #2
    Socialista nazionalitario
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    Predefinito Re: Democrazia export. Le elezioni del 30 gennaio 2005 nell’Iraq occupato

    In origine postato da Rodolfo
    [B]di Il 4 Settembre 1967, il New York Times titolava: Gli Stati Uniti incoraggiati dal voto in Vietnam: i funzionari parlano di una affluenza al voto dell'83% malgrado il terrore dei Vietcong.
    Sappiamo com’è andata a finire.

    Iraq come Vietnam

    Patria, Libertà, Socialismo!

  3. #3
    SubZero
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Democrazia export. Le elezioni del 30 gennaio 2005 nell’Iraq occupato

    In origine postato da Neonazionalista
    comunismo

    http://www.politicaonline.net/forum/...30#post2270230

 

 

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