Articolo di Giuseppe Corongiu ( direttore Sotziu Limba Sarda) pubblicato su LACANAS rivista bilingue delle identità. Anno III, numero 13, II/2005 pp. 76- 81.
IL PRESIDENTE E GLI INTELLETTUALI ‘FENICI’. Cortigiani, cattivi consiglieri e avversari della lingua e dell’identità.
A livello culturale insiste il dibattito su quale sia in realtà l’identità sarda e se la lingua possa rappresentare un marcatore forte, o esclusivo, o nullo di questa realtà. Vi è infatti una schiera di intellettuali ben sostenuti dall’industria culturale dei media che negano alla lingua sarda la rappresentanza esclusiva dell’identità. Probabilmente anche una fetta consistente di sardi, bombardata da scuola, università, mass media e chiesa, si è convinta di ciò.
Ma l’idea stessa di un’identità regionale che faccia a meno de sa limba presuppone un concetto identitario più allargato che faccia a meno dei confini isolani per annegarsi in un’indistinta italianità o europeità. Niente d’illecito in tutto ciò, ma il risultato è l’annullamento dell’individualità e della specificità isolana che diventa un accessorio periferico di altre culture. Se si và nel Nord Europa, tutti conoscono Malta, che ha mantenuto nei secoli una sua individualità anche politica, mentre la Sardegna viene spesso confusa con la Sicilia, o ignorata.
Dietro il rifiuto di un’identità marcata dalla lingua e dalla cultura autoctona si cela il sempiterno complesso d’inferiorità dei sardi rispetto ai “continentali”. Si reagisce in questo modo a un temuto isolamento, o arretratezza, e si spera, mutuando stili, riti e miti ( nonché lingue) dall’esterno di risolvere i problemi di questa travagliata terra.
Un tempo erano gli effetti della colonizzazione forzata, della annessione politica a stati formati o in formazione che presupponeva anche una certa dose di violenza. Oggi è l’effetto della globalizzazione dell’economia, della comunicazione e della percezione sensibile delle cose, che scatena reazioni individuali e collettive anche a livello pscichico. Ma oggi, come ieri, coloro che cercano di emanciparsi reiterano il comportamento. Si cerca di essere “diversi”, più alla moda, più al passo coi tempi. Si cerca di essere “altro” perché il nostro “noi sardi” non piace. Si imita l’italianismo o l’europeismo di moda, come in passato lo spagnolismo, il catalanismo o addirittura i fenici, primi conquistatori.
Sembra che la semplice via di mezzo non possa essere presa in considerazione: essere sardi-sardi e sardoparlanti “moderni”. O l’uno o l’altro è l’aut aut immarcescibile.
La lingua, che parlavano solo i sardi soggetti, o coloro che non riuscivano ad emanciparsi, diventa un problema di “passatismo” opposto all’italiano e all’inglese che veicolano un presunto “modernismo”. Il benessere, il futuro, la comunicazione globale, si dice.
Niente di nuovo. Sono millenni che si va avanti così tra resistenti e desistenti. Infatti la Sardegna non è mai stata così isolata come spesso si crede. Anzi la sua cultura locale si è sempre dovuta confrontare (per amore o per forza) con altre culture dominanti, spesso in conflitto tra loro per il controllo dell’isola e degli isolani.
Il vero miracolo sta nel fatto che, in mezzo alle correnti e annessioni di questo o quell’altro popolo, si sia via via elaborata una cultura e una lingua locale, popolare e colta, che, rinnovandosi continuamente, ha resistito fino ai giorni nostri. Vale la pena continuare a tenere legata la nostra identità alla lingua così come hanno fatto i nostri progenitori per secoli pur accettando l’apertura al mondo come necessità e scelta?
La risposta, che è anche una scelta consapevole, è si. Ciò perché la nostra identità di popolo sardo è un valore in sé che va mantenuto. Perché se la nostra diversità è un valore, anche economico, l’uso esclusivo di lingue forestiere non garantisce più di tanto la preservazione della nostra originalità. Saremo mescidati all’interno d’identità troppo più forti della nostra, e perderemo di riconoscibilità, anche economica. O meglio, senza dubbio verrebbero garantite alcune diversità individuali, ma non quella comunitaria. Ed è proprio sul terreno individuo-comunità che si gioca infatti la partita del legame tra lingua e identità sarda. Coloro che si oppongono strenuamente e ineffabilmente, ieri alla valorizzazione, oggi all’ufficializzazione e all’insegnamento scolastico curricolarizzato, ma anche una presenza stabile del sardo sui mass media, sono spinti dalla pulsione del loro complesso di inferiorità che li porta a rifiutare totalmente, o in parte, l’adesione alla comunità in cui sono nati, per rifugiarsi in un’identità individuale, liberale e libertina, globalizzante, universale e, in un certo qual senso, “liberante” dalla opprimente sardità. Un percorso facilitato anche dall’estrazione urbana.
Ma questa “liberazione” di pulsioni di comunicazione individuale è illusoria. Ed è anche fuorviante. Si va su un territorio senza collante psichico con la propria comunità, fatto di regole di stato e di mercato, e di competizione sfrenata, dove i valori umani di solidarietà rischiano di non essere riconosciuti. Solo alcuni dei più forti resistono alla darwiana lotta che si scatena fuori dai confini dell’identità comunitaria di nascita e crescita. Nasce così il “mito dell’eccellenza” che viene partorito da coloro che si ritengono “eccellenti” rispetto alla massa.
Questa cerchia di “eletti” ha spesso una visione nietzschiana e giacobina del proprio successo sociale extra o intra- regionale. Si percepisce aristocratica, se non plutocratica, nei confronti del popolo bue. Prevale l’individualismo egoistico e edonistico della propria affermazione. Il successo individuale di mercato, o presunto tale, li autorizza a pontificare.
Dirigere il popolo, attraverso la cultura, diventa il loro imperativo categorico anche se si dedicano a generi artistici di commercio (come la letteratura giallistica o gli spettacoli o la pubblicità) invece di profonde creazioni. Sono quasi tutti ex-marxisti, o ex-leninisti, o filo-maoisti, o chissà di quale setta di ex-proletariato internazionale (ma non hanno mai pagato per i loro errori macroscopici del passato e quindi non hanno messo a fuoco l’analisi culturale della loro terra) e, come tali, al cadere dell’ideologia hanno scoperto di potersi attaccare solo a se stessi e al proprio interesse. E lo fanno benissimo.
La differenza tra gli intellettuali “sardisti” e i moderni rappresentanti dell’ala culturale che trova fuori dalla Sardegna la sua ragione di essere, come qui primi che cercavano di assomigliare e di essere fenici nella prima era chiamati da Lilliu “senza libertà”, è proprio la relazione con la cultura comunitaria. I sardisti, o anche neosardisti, oggi interpretano una cultura di popolo dove l’individuo è libero, ma all’interno di un quadro di valori storici condivisi. Conosce i problemi, le esigenze e parla la lingua del suo popolo.
L’intelletuale che vuole essere fenicio a tutti i costi (di questa definizione sono debitore a Paolo Pillonca e a Bachisio Bandinu) non ha rapporti con la gente sarda. La sua appartenenza alla comunità è artificiale, legata alla presenza sui media, alla burocrazia, al mercato editoriale, ai riti dell’urbanità, al ruolo sociale ed economico. Nessun sentimento comunitario, nessun vincolo di patria. Solo freddezza. Gli altri sono destinati a soccombere. Ed è destinata a soccombere anche la comunità di origine che seguisse gli intellettuali che propongono questo modello perché si preparerebbe a combattere in un mondo crudele senza armi di difesa.
Senza una sua personalità, senza saperi locali, senza un’economia propria dove l’unica risorsa sarebbe la dipendenza.
Del resto, i nostri intellettuali “fenici” hanno spesso indicato questa via per la Sardegna, cioè il “progressismo” (la chiamano “modernizzazione” e quando si sente questa parola spesso bisogna tremare) a tutti i costi che significa abbandonare i propri costumi, la propria cultura, la propria economia, la propria lingua per un futuro incerto governato da altri.
Una crescita ragionata delle proprie risorse, una traduzione delle innovazioni nel proprio codice, una maturazione ragionata della propria individualità in confronto con altre realtà ovviamente sono solo opzioni teoriche. Pie illusioni, passatismo e separatismo.
Abbiamo visto che altrettanto spesso è andata male: la più nota è la vicenda della petrolchimica con la quale abbiamo bruciato l’ultima delle nostre rinascite che ha fatto però sicuramente la fortuna di qualche imprenditore, qualche politico, qualche sindacalista. Sempre e solo individui beneficati, mentre la comunità ha pagato un prezzo alto e i posti di lavoro costosissimi sono sfumati.
Ma non solo. Basta pensare ad un certo tipo di sfruttamento turistico, minerario, agricolo, burocratico, scolastico, ambiental-parchista per scoprire la stessa secolare vicenda di sopraffazione e imbroglio.
Oggi il sistema della globalizzazione economica e comunicativa insiste per omologarci grazie anche all’aiuto di questi intellettuali che non riescono a vedere oltre la loro esperienza individuale anche quando pretenderebbero di occuparsi della loro comunità che in fin dei conti sprezzano.
L’attività di de-sardizzazione, oggi che i tempi dei fenici sono lontani, ma non sono distanti certi meccanismi psico-storico-sociali, si muove da un lato grazie all’attività del mercato che ha standardizzato regole, lessemi, mentalità e procedure nelle due lingue egemoni dell’area, cioè italiano e l’inglese.
E’ un processo formidabile: le “quote” di mercato delle due lingue sono sempre in espansione, mentre la lingua sarda viene sempre più emarginata in ambiti territoriali e quotidiani. Nei mass media, nonostante un timidissimo intervento pubblico, l’essenza del sardo sta assumendo ormai i contorni della discriminazione sociale. L’italiano, inoltre, può contare sul mercato “pubblico” delle attività di stato: amministrazione pubblica, scuola, mass media che agiscono come un rullo compressore nei confronti della lingua comunitaria di minoranza.
Ma l’omologazione ha anche un’altra faccia spesso più difficile da riconoscere perché apparentemente critica e oppositiva. I “modernisti progressivi” fingono di opporsi, ma seguono la corrente e la assecondano non perché ci credano – non credono più a niente dopo la fine del Socialismo Reale o Immaginario – ma perché hanno un tornaconto personale.
La Destra e la Sinistra culturale (le parti maggiori dei due schieramenti) in realtà, vanno nella stessa direzione se pur combattendosi. Distraggono la comunità e danno l’illusione della dialettica democratica sancita dai sistemi elettorali maggioritari. Destra e Sinistra fanno bene solo quando sono veramente “liberal”. E purtroppo i partiti identitari stentano nella pochezza dei numeri e della proposta di governo.
Il personale culturale della Sinistra, in verità, favorisce l’omologazione perché anche se non sa dove condurre il popolo pretende comunque di guidarlo. Riesce benissimo a seminare dubbio, paura, terrore, pregiudizio fino a far credere che i sardi, solo perché vogliano parlare il sardo, o riflettere sul proprio passato e partecipare al proprio autogoverno, sono dei pericolosi terroristi. Fanno rimpiangere persino la Destra di Governo che, quando è liberale, è ugualmente fenicia ma almeno lascia fare, non vuole annientare.
Gli intellettuali fenici firmano manifesti stalinisti contro la libertà di pensiero e interpretazione storica per la paura che le idee portino all’eversione(!?) e alla fine delle loro marchette. Riescono persino a convincere chi governa a desistere a fare una legge sulla ufficializzazione della lingua autoctona della comunità.
Per non parlare dei poeti e scrittori in sardo sottomessi psicologicamente che si schierano dalla loro parte accecati dall’invidia verso i loro colleghi. Non sono neppure fenici, sono gli schiavi nuragici feriti, umiliati e abbrutiti dalla sconfitta.
Si crogiolano nella loro “lingua degli affetti”. Nuovi alfieri della diglossìa, sono contrari alla ufficializzazione e evocano il fantasma del “sardo burocratico” come spauracchio. Non si avvedono di essere strumentalizzati da fenici ben più furbi interessati a creare polverone.
Ci sono anche delle chicche che sono l’ubriacatura delle mistificazioni rende plausibili e pubblicabili dai giornali. Uno è negare l’insegnamento del sardo perché “quando mai si è visto che una lingua si può imparare solo a scuola?”. Oh, bella! Io risponderei: sempre, le scuole sono nate per questo!! Oppure sostenere negli Anni Settanta l’inutilità della questione lingua, negli Anni Ottanta la sua pericolosità, negli Anni Novanta il suo costo elevato, nel Duemila la sua inutilità e, oggi, la sua ufficializzazione con mille varianti, senza mai fare ammenda.
Memoria breve come Cartagine. Senza mai vergognarsi di scaricare su una questione così seria le proprie ubbie personali. Per combattere poi l’affermazione di una lingua ufficiale sostenere che non può essere una ma due, o forse tre, o forse cinquanta o trecentosettanta, una per ogni villaggio sardo!!!
Ma tutto è utile per bloccare ogni e qualsiasi emersione della lingua sarda verso l’ufficialità al fine di rappresentare al meglio l’identità. Riportare l’orologio indietro di trent’anni come se la Carta Europea delle Lingue, la legge statale 482/99 e quella regionale 26/97 non esistessero o fossero carta straccia.
Per intenderci, esistono anche i feticci. Uno è la presunta scientificità delle soluzioni (ma esiste un problema più politico della lingua?). Un altro è il rispetto delle autonomie scolastiche che impedisce la curricolarizzazione della lingua nell’insegnamento scolastico come se un governo non avesse voce in capitolo nell’educazione e dovessero decidere i presidi. Un altro ancora è non decidere su quale deve essere la lingua ufficiale e bloccare quindi la crescita.
Chi scrive pensa invece che l’identità sarda è la sua lingua. E’ l’unica strada non ancora tentata in politica per riscattare la nostra terra. Non è un legame esclusivo, ma comunque forte e indissolubile all’interno di un sano plurilinguismo che sia reale e non la scusa per emarginare il sardo nel ghetto della familiarità, delle arti e della poesia da premio letterario o da gara estemporanea (cose belle e amabili ma non sufficienti all’emersione linguistica verso l’ufficialità).
Dunque, l’identità senza la lingua comunitaria nazionale è una scommessa che solo per pochi individui sarà vincente, mentre per il popolo sardo in quanto tale sarà l’ennesima conquista, annessione o perfetta fusione in cambio di una manciata di libri gialli e concerti lirici, pop, jazz pagati dalle casse regionali ai saltimbanchi di turno e ai loro impresari radical chich.
Per favore non globalizzateci con questi spettacoli e libri. Non riduceteci a pubblico pagante delle performance degli “eccellenti”. Non fate i “Grandi Eventi” di sinistra dopo quelli di destra. Vogliamo essere un popolo, non il mercato della sinistra ex proletaria ma ancora radical chich. Vogliamo restare una comunità “speciale” di individui liberi e restare noi stessi. Meglio un investimento strutturale a lungo termine: spendere i pochi soldi che restano per il bilinguismo finalmente ufficializzato, che sprecarli per l’effimero divertimento di qualche artista, o giallista, o docente universitario annoiato che prima o poi si annoierà anche del nuovo governatore.
Giuseppe Corongiu
Direttore Sotziu Limba Sarda




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