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    Ecogiustiziere Insubre
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    Post Lucido articolo su "il Federalismo" della scorsa settimana

    ...a parte la (opinabile) sviolinata iniziale alla LN.

    Sfida Asia-Italia: vince solo l’impresa che ha più cervello
    Un grazie sincero va alla Lega Nord che è stato il primo partito italiano a prendere in seria considerazione il problema delle imprese italiane strozzate dalla concorrenza cinese. Mentre gli altri politicanti pensano soltanto alle loro tasche

    Ho fatto prender coscienza ai molti che non ci credevano e con i quali mi sono confrontato, lo dico con sincera soddisfazione, che la Lega Nord è stato il primo raggruppamento politico italiano a rendersi veramente conto della gravità dell’attuale situazione economica e tuttora è quello che segue con maggior attenzione i sempre più complessi problemi del settore produttivo, in particolare quello delle medio-piccole imprese, che costituiscono la spina dorsale dell’economia nazionale, oltre che padana. Prescindendo da ogni considerazione di diverso genere, morale ed economica, è perfettamente idiota venire a chiedere soldi allo Stato, come nuovamente sta per accadere, se l’assieme economico delle nostre imprese non “tira”, poiché nessun altro comparto produttivo sul territorio nazionale è in grado di assicurare i fondi necessari per il preteso nuovo assistenzialismo. Non si accettano balle al riguardo!
    In questo momento drammatico, agendo nell’ambito governativo, la Lega Nord ha portato le sue giuste preoccupazioni, frutto di indubbia sensibilità ai problemi del Paese, di tutto il Paese, si badi bene, e del Nord in particolare, a quel livello necessario e sufficiente, in sede europea, per consentire di prendere in esame la generale situazione import-export relativamente a certuni Paesi in via di sviluppo, la Cina in particolare.
    Il fatto che tali preoccupazioni siano condivise anche da altri Paesi europei - lasciamo stare i politicanti italiani, che capiscono quasi soltanto ciò che inerisce alle loro tasche - costituisce la prova lampante della gravità del problema del quale la Lega, e il Governo cui partecipa, si sono fatti promotori in sede di Comunità europea. Si parla, in particolare, della questione della definizione delle quote di ingresso delle merci e dei correlativi dazi, che è stata “imposta” all’attenzione di tutta l’Europa nonostante lo scalciare dell’opposizione interna e gli ambigui atteggiamenti di qualche presunto alleato.
    Il fatto che per ora la Comunità europea si stia occupando dei riflessi della libera importazione dalla Cina dei prodotti del settore tessile - che francamente era già in pesantissima crisi, per non dire defunto, dal momento che ormai da tempo parecchi imprenditori avevano già trasferito le loro realtà produttive all’estero - non deve dare l’idea che si tratti di un buco nell’acqua. Si tratta di un primo importante risultato, invece, perché finalmente anche all’interno della Comunità europea alcuni Stati cominciano a rendersi realmente conto, lo dico con cognizione di causa, degli enormi rischi che la stragrande parte della nostra realtà produttiva si troverà, prima o poi, ad affrontare e a porsi nella condizione di evitarli o, quanto meno, limitarli.
    Per quale motivo essi non si siano mossi in precedenza è presto detto, e persin banale: tanto è potente la lobby mondialista che anche coloro che reggono grandi Stati nazionali hanno il timore di esporsi ad accuse, pur infondate, di protezionismo se non di razzismo. Poco alla volta, ma non troppo lentamente, oltre al tessile, anche gli altri settori produttivi dovranno essere presi in considerazione e ugualmente tutelati: nella sola provincia di Brescia le realtà produttive che da tempo costituivano il motore della locale economia - rubinetterie - valvolami - posaterie - pompe - etc. stanno ormai agonizzando, e molte di esse hanno già chiuso l’attività. Il miracolo di Lumezzane e di tutta la Valle Trompia, della Valle Sabbia e della Val Camonica sono ormai un ricordo lontano: restano vuote le strutture produttive nelle quali fino a qualche anno fa ferveva una frenetica attività e insegne dai nomi illustri stanno sopra a serrande ormai chiuse. Davanti a una tale situazione credo, però, che si debba procedere un po’ più in là e in profondità nell’esame della situazione, evitando di limitarsi a considerare gli aspetti più eclatanti di un’aggressione commerciale senza precedenti. Andiamo per gradi: non è per ripetere qualcosa di trito e ritrito, ma è fondamentale rammentare che la nostra realtà produttiva è costituita da tantissime aziende di piccole e medie dimensioni, create da imprenditori tecnicamente capaci, che con le proprie idee hanno realizzato la loro fortuna. È su questo che occorre calcare l’accento, in positivo, vale a dire sulla capacità tecnica dei nostri imprenditori e sulla ricchezza di idee che caratterizza la loro attività, perché questa è la loro sola ed effettiva fonte di guadagno, a vantaggio loro e dei loro collaboratori, che di essa vivono insieme alle loro famiglie. Per altro verso, si deve osservare che normalmente si tratta di self-made-men, estremamente individualisti, dotati di livello di istruzione medio, raramente universitario, i quali, in conseguenza del successo ottenuto, ritengono più o meno giustamente di essere “infallibili”, o quasi. Essi istintivamente non ripongono molta fiducia nei cosiddetti “manager” e ritengono che l’azienda debba essere saldamente gestita dalla famiglia, ciò che sostanzialmente sta a significare che il figlio deve necessariamente succedere al padre nella sua conduzione. Purtroppo, come spesso accade, il figlio non si dimostra all’altezza del padre, sia per motivi caratteriali (il padre forte di carattere e il figlio debole), sia perché i padri, che hanno duramente guadagnato la loro agiatezza, ritengono di fare un favore ai figli accontentandoli in ogni loro desiderio, con tutte le conseguenze che ne derivano. Sono queste le ragioni per le quali accade spesso, di per sé e indipendentemente da altri problemi, che realtà produttive che hanno conosciuto un rapido successo conoscano anche un altrettanto rapido declino. Sono queste le ragioni per le quali le nostre aziende sono assai spesso strutturalmente fragili. Sono queste le ragioni per cui la situazione attuale di generale agiatezza dei nostri comparti industriali deve essere considerata come effimera. Sono queste le ragioni per le quali le nostre aziende vanno ancor più tutelate e difese.
    Spesso clienti esteri esprimono il loro sconcerto e la loro meraviglia di fronte agli improvvisi declini che sopra ho menzionato, estremamente rari nei loro Paesi, dove, occorre ammetterlo, la mentalità industriale è radicata da tempi molto più lunghi: è normale presso di loro che i figli non succedano ai padri qualora non dimostrino le necessarie capacità e che le aziende siano gestite da dirigenti dotati di grande esperienza, in grado di assicurarne la continuità nel successo.
    L’individualismo estremo dei nostri “industriali”, invece e inoltre, comporta anche la grande difficoltà, se non impossibilità, di costituire qualsiasi forma di consorzio, di addivenire ad accordi di qualunque genere fra imprese. Per conseguenza, le nostre aziende, quelle rimaste appetibili, sono spesso acquistate da grosse realtà estere (multinazionali) sia allo scopo di acquisirne il know-how che per eliminare un potenziale concorrente il quale, nonostante sia di piccole dimensioni rispetto a esse, di norma è molto attivo e intraprendente, e dà loro molto fastidio.
    Altro grosso problema, per non dire drammatico problema da affrontare, è la mancanza di strutture di ricerca a supporto dell’attività delle nostre aziende. Per fare un esempio banale, per poter fornire ai clienti del settore della rubinetteria le relative guarnizioni in gomma da esportare nell’Europa “unita”, noi dobbiamo far realizzare, pressoché per ciascuno Stato di destinazione, una materia prima-base composta e miscelata secondo le “liste dei componenti ammessi” dalle normative in vigore in ciascuno Stato, venendo poi obbligati a far omologare sia la materia prima che i prodotti finiti presso quegli Stati, sostenendo costi decisamente elevati. Tutto, perché in Italia non esistono strutture in grado di elaborare, indicare e certificare, con valore erga omnes, le soluzioni più idonee ai diversi casi. Quelle normative, distinte da apposite sigle (Ktw - Dvgw - Wrc - Acs - Ul - Nsf - Kiwa - Fda , etc.), di solito differiscono grandemente tra loro, e non è possibile, almeno con l’attuale tecnologia e senza avere il supporto di enti di ricerca all’altezza della situazione, avere un materiale in grado di soddisfare quanto da loro distintamente richiesto. I materiali così realizzati sono di qualità scadente (perché realizzati obbligatoriamente con componenti diversi da quelli normalmente utilizzati in azienda, non essendo disponibili frutti della ricerca che consentano di sopperire a tali problemi), difficili da produrre e da lavorare, e pertanto alquanto costosi.
    All’estero, invece, esistono laboratori in grado di eseguire gli esami richiesti e di dare, in tal modo, i suggerimenti opportuni: detti laboratori stanno stipulando, e in parte già l’hanno fatto, accordi di reciproco riconoscimento, per cui, ad esempio, un laboratorio tedesco può già omologare un prodotto destinato al mercato inglese o di altra nazione. Ovviamente il nostro Stato ne è escluso. In Italia, per il settore in esame, che è poi quello in cui mi picco di avere qualche esperienza, esiste il Cerisie (Centro per la ricerca e lo sviluppo degli elastomeri): detto centro è in grado di eseguire parecchie - non tutte - prove di laboratorio per le suddette normative, ma, comunque, la sua eventuale omologazione ha valore solo in Italia. All’estero non gode di alcun riconoscimento, e pertanto è giocoforza rivolgersi ai laboratori esteri. I laboratori esteri sono normalmente costituiti da strutture che operano in strettissima collaborazione con le locali università, realizzando in tal modo un duplice risultato: da un lato il coinvolgimento degli studenti in attività di ricerca per le società per le quali si troveranno a operare una volta terminati gli studi e, dall’altra, l’interesse delle società ad avere strutture universitarie dotate delle necessarie strutture ed attrezzature e degli insegnanti migliori.
    Così avviene negli Usa, in Inghilterra, in Germania, in Austria, in Francia, in Cechia, persino in Slovacchia, dove le università fanno una questione e un punto di prestigio l’avere il miglior corpo docente.
    In Italia accade esattamente il contrario: conosco nostri clienti che, di necessità, si sono dovuti dotare per le prove sui loro prodotti di attrezzature d’avanguardia, quali ad esempio microscopi elettronici a scansione o altro, trovando poi una certa difficoltà nel reperire personale in grado di sfruttarne appieno le potenzialità. E, addirittura, sono le università che, in caso di necessità, utilizzano le risorse dei privati per le loro ricerche, anziché il contrario.
    È un’assurdità: mi chiedo spesso cosa studino e imparino i nostri studenti universitari, anche perché, quando vengono da loro utilizzate le attrezzature dei privati, per evitare equivoci, si evitano ricerche che possano riguardare l’attività dell’azienda ospitante, quindi si evitano ricerche attinenti l’effettiva attività pratica, quella che il mercato richiede. Ciò è peraltro congruo alla politica universitaria finora perseguita: in Italia la dovuta possibilità di accesso all’università da parte anche dei ceti più poveri è stata interpretata e attuata in modo folle, cioè non garantendo tale possibilità a chi è meritevole, povero o ricco che sia (la tanto vituperata meritocrazia), bensì a tutti. Il risultato sta nelle università che scoppiano e nel conseguente appiattimento verso il più basso livello della qualità dell’insegnamento, cosa necessaria per adeguarsi al basso livello culturale e spesso di volontà di applicazione, nonché talora di intelligenza, degli studenti. Si hanno così docenti sempre più scarsamente preparati, magari riuniti in caste e molto politicizzati per conservare le sedie, che lavorano in strutture che scoppiano, con attrezzature obsolete… e l’industria che piange e fatica, e fa da sé... Non chiediamoci, a tal punto, perché i nostri migliori cervelli fuggono all’estero: va da sé che in Italia si troverebbero immediatamente boicottati da altri docenti meno preparati, perché metterebbero in evidenza la loro impreparazione e li costringerebbero a studiare e lavorare con impegno e serietà. E l’industria, ancora una volta, piange, e, soprattutto, non capisce, e paga e contribuisce a mantenere strutture di ricerca estere, le quali, spesso e volentieri, entrate in possesso della tecnologia elaborata dalle nostre aziende, se la gestiscono come meglio credono. Magari in Cina…
    * dirigente della M.I.R.A. SpA

    Giuseppe Cotelli *
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

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  2. #2
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    Predefinito è troppo bello l'articolo

    MA LEGGETELO, CAZZO.

 

 

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