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Discussione: Il punto

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    Il punto

    Un po' di riflessioni sulla democrazia per il mondo Arabo: con la democrazia il mondo Arabo non dovrà più prendersela con l'occidente perchè andrà ad erigere una barriera contro il neocolonialismo

    Sorgente: Avvenire

    TESTIMONIANZA
    Il dialogo tra lo storico musulmano e una filosofa cristiana sullo stato delle istituzioni e della libertà nei Paesi di fede islamica. Tra pessimismo e desiderio di cambiare

    Talbi: la democrazia adesso parli arabo


    «Quello che più sembra mancare è l’alternanza al potere. I risultati delle elezioni sono plebiscitari, cioè "truccati". E così prospera il fondamentalismo»


    Gwendoline Jarczyk: La democrazia, in qualunque sua forma, è la caratteristica di una nazione moderna, e il risultato di un apprendistato, attraverso le tappe di una progressiva democratizzazione, che si svolge e si organizza essenzialmente attorno alla Costituzione che un popolo si dà. I regimi dittatoriali non sono però tipici dei Paesi arabi, anche se qui hanno radici significative. Lei però come spiega l'affermazione, anzi la «fortuna» delle dittature in questi Paesi, che stentano a nascere alla democrazia e hanno difficoltà ad esercitarla? E questa difficoltà non rinvia poi ad una causa o ad una struttura direi preliminare, anteriore alle caratteristiche particolari delle società arabe e delle loro forme di organizzazione? Non è propria di una specifica forma mentis e del suo modo complessivo di manifestarsi, religioso e politico?
    Mohammed Talbi: «Se il criterio della democrazia è l'alternanza al potere per via pacifica, cioè con libere elezioni, elezioni integre e incontestabili, nessun Paese arabo, oggi, è democratico. Il Libano, che ha pagato un tributo pesante alla guerra civile (1976-1991), è un caso a sé. Le elezioni in Kuwait del giugno 1999, apparentemente libere, sono troppo recenti per poterne trarre delle conclusioni, soprattutto se si tiene conto della natura di questo Stato - una creazione inglese sui generis - diventato una specie di Stato americano, con la presenza dell'esercito federale e una capitale che ha nome Kuwait City. Le elezioni in Algeria, invece, hanno deluso le attese e le speranze. La scena classica, consueta nei Paesi arabi, è quella non dell'alternanza, ma della sottomissione al potere, un potere che si conquista con la violenza, e si perde con la violenza. A forza di repressione e di protezione o tutela ravvicinata - talvolta molto ravvicinata, due o tre poliziotti ogni cento metri, sensori e altri aggeggi all'entrata dei luoghi di riunione - a forza di delitti, chi destituisce o uccide per prendere il potere può avere la fortuna di morire di morte naturale. Nella presa o nella perdita del potere, soprattutto per morte violenta, si costituisce fatalmente un circolo vizioso chiuso ad ogni alternativa. Questo sistema, molto antico nel mondo arabo, è una vera tradizione. Il «dispotismo orientale», come lo definiva Montesquieu, è sempre stato mosso da un'implacabile logica, nella storia arabo-musulmana. Lei mi dirà che tutte le storie del mondo possono esibire un analogo modello di riferimento. Sì, ma con questa differenza: dove la democrazia ha messo radici, il campo di battaglia si è spostato nella direzione della conquista pacifica del potere, e dallo scontro armato si è passati al verdetto delle urne. Mi risponderà che le urne non mancano nel mondo arabo. È vero, però le faccio notare che non sono soltanto numerose, ma ben piene, intasate e imbottite...».
    Jarczyk: Come parlare allora di democrazia in e per una tradizione che alla democrazia è estranea, secondo il pensiero di chi vede i Paesi arabi invischiati nelle maglie di un destino insormontabile? Io però da parte mia continuerei a dire che il principio democratico, il principio che fa sì che ci sia democrazia, corrisponde in fondo all'aspirazione fondamentale di ogni uomo alla libertà, nelle forme adeguate e coerenti con la sua sensibilità.
    Talbi: «È molto semplice: la democrazia o non esiste, perché, agli occhi del razionalismo islamico, è incompatibile con l'Islam, secondo il quale «non c'è altro potere che quello di Dio» (Lâ hukmâ illa li-Allah) - così è per l'Arabia Saudita la cui Costituzione è il Corano; oppure fa la sua comparsa nelle Costituzioni, ed esclusivamente nelle Costituzioni, dove viene definita in termini non chiari, anzi ambigui. In pratica, nella quasi totalità dei casi, non si tratta che di una messinscena della democrazia: si recita la commedia democratica, con la scenografia adatta a il vocabolario ricalcato su quello dell'Occidente, compresa la suspense del conteggio dei voti. Di fatto, le elezioni non sono che uno scherzo di pessimo gusto, una pagliacciata, finita la quale, in conclave si procede ad intasare le urne. Tutte le democrazie arabe si segnalano per i tassi surreali di scelta plebiscitaria del capo dello Stato, chiunque egli sia. Oggetto di plebiscito, diventa istantaneamente un genio infallibile - una sorta di Führer, di duce o di grande compagno - con la ridicola aura dell'infallibilità, e nessuna genialità. Le percentuali esorbitanti alle elezioni sono accuratamente calcolate. La loro funzione è molto precisa: screditare prima di tutto l'intellighenzia, costretta a confessare pubblicamente la fiducia totale che ha nella veridicità delle cifre. Accarezzando la schiena agli intellettuali, li si neutralizza, ma soprattutto li si compromette facendoli partecipare ai dubbi benefici del potere. Ibn Khaldun lo aveva già constatato: corruzione e dittatura vanno di pari passo».
    Jarczyk: Al di là delle conseguenze che le dittature provocano a tutti i livelli, qual è la spiegazione che dà di questi regimi? Come capire la resistenza, insomma l'estraneità del mondo arabo nel suo complesso alla democrazia - non una democrazia per così dire di importazione, ma la democrazia che tutto un popolo, ad un dato momento della propria storia, riesce a generare a partire dall'esigenza fondamentale della libertà, propria di ogni uomo?
    Talbi: «La resistenza alla democrazia si spiega propriamente a molteplici livelli e in molte direzioni, è sia endogena sia esogena, interna alla storia specifica degli arabi, ma anche carica di influenze esterne, di situazioni che gli arabi dovettero subire dall'esterno delle loro frontiere e della loro cultura. Di fatto, la democrazia non ha potuto o non ha avuto il tempo necessario per proporsi come il risultato di un'evoluzione interna. E perché? Perché è essenzialmente un prodotto di importazione, soggetto a barriere doganali in entrata, e talvolta anche in uscita. La colonizzazione e le sue conseguenze, una colonizzazione che in certi casi cambia faccia prendendo forme nuove, ha svolto un ruolo non trascurabile, spesso sotterraneo e difficile da analizzare e da capire».
    Jarczyk: Un'eredità che è parte integrante di una storia, come lei ha detto parecchie volte, che ha in qualche modo costituito e influenzato le mentalità.
    Talbi: «Il mondo arabo è portatore di un'eredità di dispotismo che il pensiero arabo moderno non è ancora riuscito a eliminare, mentre il fondamentalismo trova in esso una giustificazione e un motivo di sostegno. Il problema chiave è il problema di una società civile che non riesce ad emergere e ad imporsi, posta com'è tra Scilla e Cariddi: dittatura o afghanizzazione, un dilemma particolarmente favorevole a Ben Ali. O Ben Ali o Rachid Ghannouchi, e in ogni caso con la demolizione di tutta l'opera di Bourguiba - gli uomini per strada e le donne a casa. E la paura, sempre. Ecco il male».

  2. #2
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    IL CASO
    Un recente rapporto rilancia l'allarme sul mancato sviluppo culturale del mondo arabo: gli analfabeti sono 70 milioni

    La Mezzaluna non legge più


    Di Giuseppe Caffulli


    Il mondo arabo vive oggi un momento cruciale. Schiacciato da regimi oppressivi al suo interno, pressato dalle politiche dell'Occidente che vorrebbe determinarne il futuro, rischia di essere sempre meno protagonista del proprio destino. Che, secondo l'ordine naturale delle cose, anela alla libertà e alla piena realizzazione umana.
    La complessa radiografia di ciò che sta vivendo questa parte d'umanità è stata presentata qualche settimana fa nel Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo 2004 realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp). Intitolato «Verso la libertà nel mondo arabo», il Rapporto, alla terza edizione, analizza tutti quei fattori che impediscono il conseguimento delle libertà politiche e civili. Tra questi spicca la povertà, il degrado sociale, la carenza di cultura politica, l'autoritarismo dei regimi al potere, la mancanza di diritti per le donne e lo sfruttamento del lavoro minorile. Perché questo cammino verso la libertà di compia - scrivono gli autori del rapporto, tutte personalità di primissimo piano del mondo accademico e della cultura nei vari Paesi d'appartenenza - occorre che il mondo arabo arrivi a conseguire queste mete: l'abolizione della logica dello Stato d'emergenza (che giustifica la costante repressione), il rispetto della libertà d'opinione, di stampa e d'associazione, la garanzia di una magistratura indipendente, la fine delle discriminazioni nei confronti di determinati gruppi sociali (le donne, per esempio) e delle donne.
    Tolti questi impedimenti, la strada verso il pluralismo e le riforme democratiche sembrerebbe essere spianata. Ma è davvero così? Il salto verso il futuro può essere fatto solo operando sul piano delle riforme sociali e istituzionali? O esiste un livello più profondo sul quale incidere?
    Una risposta a questa non facile domanda arriva dall'interno dello stesso mondo arabo. L'Organizzazione della Lega araba per l'educazione, la cultura e la scienza (Arab League Education Culture and Science Organization, Alecso), una sorta di Unesco pan-araba con sede a Tunisi, ha di recente pubblicato un suo rapporto, dal quale risulta che i più grandi impedimenti allo sviluppo sociale, economico e politico nei Paesi arabi-musulmani, più che la mancanza di governance e di riforme democratiche, sono l'analfabetismo e la chiusura culturale. Significativi (e impressionanti) i dati presentati: 70 milioni di persone di età superiore ai 15 anni sono incapaci di leggere e scrivere. Sebbene il tasso di analfabetismo sia diminuito nel corso degli ultimi decenni, l'aumento demografico ha provocato una crescita del numero complessivo degli analfabeti (erano 61 milioni nel 1990). Quasi la metà delle donne nei Paesi arabi continua a non saper né leggere né scrivere; un tasso che, per gli uomini, si attesta invece al 25,1 per cento. Un dato totale che spinge l'Alecso a un constatazione non certo consolante: l'obiettivo di dimezzare l'analfabetismo nel decennio 1990-2000 è fallito. E di questo passo ci vorranno almeno tre decenni per recuperare. Tra i motivi di preoccupazione spicca il fatto che i Paesi arabi-musulmani di maggior peso (Egitto, Algeria, Marocco, Sudan e Yemen) sono su posizioni di retroguardia nell'impegno per lo sradicamento dell'analfabetismo; addirittura al di sotto di molti Paesi dell'Africa nera, considerati da sempre il fanalino di coda in questo campo. Solo l'Egitto conta oggi un esercito di analfabeti: 17 milioni. E la situazione, spiega l'Alecso, sembra destinata a deteriorarsi ulteriormente. Solo i piccoli (e ricchi) Stati del Golfo e la Palestina si discostano da questo andamento generalmente negativo.
    Il problema dell'iniqua distribuzione delle ricchezze a livello mondiale e all'interno dei singoli Stati ha certo una parte di responsabilità nel difficile accesso alla scuola nella maggior parte dei Paesi arabi-musulmani (ma non nei ricchi Paesi del Golfo, dove i petroldollari non mancano di certo). Un fatto è certo, però: la politica scolastica di molte di queste nazioni lascia a desiderare. Gettare le basi di uno sviluppo economico, di un progresso sociale, di un rinnovamento istituzionale e politico, senza offrire alle nuove generazioni strumenti culturali adeguati, risulta a dir poco problematico. E la chiamata ad una responsabilità nella gestione della polis in un contesto dove vincono ancora prevaricazioni, chiusure e pregiudizi rischia di essere soltanto una bella astrazione.
    La questione del gap culturale esistente oggi nei Paesi musulmani del Medio Oriente era già stata posta con forza dal Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo edizione 2003. Già allora era emersa in maniera drammatica questa indicazione: la necessità che i Paesi arabi investano in conoscenza, per mettere all'angolo l'integralismo (politico e religioso) e favorire il dialogo con le altre nazioni, innescando quel processo di osmosi culturale capace di suscitare risorse e creatività. Una prospettiva ribadita ora con forza anche dall'Alecso.
    Il rischio, sottolinea l'organismo della Lega araba, è che, se non viene abbattuto il muro dell'analfabetismo, nulla veramente cambi all'interno delle società arabe. Come dire: democrazia e libertà s'imparano sui banchi di scuola. E la qualità e il peso delle politiche scolastiche sono la vera spia della concreta volontà dei governi di costruire una nazione, prima ancora che uno Stato.

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    INTERVISTA
    Parla Mohammed Arkoun, docente alla Sorbona: «Europa, risorsa per i musulmani»

    Anche l'islam è plurale


    Lo studioso, ospite di un convegno a Milano, rilancia la necessità di un «Illuminismo» coranico: «Ma attenzione al rischio dell'ideologia. Non possiamo dimenticare che la diversità delle esperienze fa già parte della nostra tradizione. Il fanatismo non è una soluzione obbligata»

    Da Milano Edoardo Castagna

    In Europa l'islam fa paura. Inutile appellarsi ai musulmani moderati, alla maggior parte dei maomettani - immigrati o già nati sul Vecchio Continente - che non ha nulla a che fare con il fondamentalismo. Se si parla di islam, il pensiero corre immediatamente al terrorismo, agli attentati, ai burqa, alle lapidazioni. «Ma questo è sbagliato, esistono almeno tanti islam quanti sono i Paesi dove è praticato». Mohammed Arkoun non accetta generalizzazioni fuori luogo. L'islamista della Sorbona è intervenuto ieri a Milano al convegno "Islam in Europa. Islam europeo", organizzato dalla Direzione Relazioni internazionali del Comune di Milano e dal Centro italiano per la pace in Medio oriente e che proseguirà anche oggi, presso la Camera di commercio in via Turati.
    Un islam plurale, professor Arkoun?
    «Sì, perché ogni lingua, ogni cultura, ogni memoria collettiva produce un'espressione diversa. La religione emana dal cielo, ma quando scende sulla terra utilizza una lingua umana. E in questa misura è anche una produzione degli uomini, frutto della società. 48 Paesi musulmani e quindici secoli di storia hanno generato decine di islam, diversi sia come dottrina sia come pratica rituale».
    Eppure ci dobbiamo confrontare anche con un islam aggressivo, che si propone come l'unico corretto.
    «Qualsiasi religione tende e desidera l'unità: un credo non tollera concorrenti, che inevitabilmente vengono considerati eretici. È un funzionamento intrinseco della religione, che instaura un "regime della verità" necessariamente monolitico. Di fatto le diversità islamiche esistono, me per gli europei sono difficili da cogliere quanto lo sono, per i musulmani, quelle tra le varie Chiese cristiane. Da un punto di vista sociologico, storico e antropologico ogni religione contiene al suo interno sfumature diverse perché è sempre anche il prodotto di società diverse; cercare di ridurla a una definizione unica significa sopprimere la società che ha prodotto una determ inata forma specifica. L'islam aggressivo, quello che ci spaventa, è un fenomeno recente anche per gli stessi Stati musulmani. È nato dopo la Seconda guerra mondiale insieme alle lotte contro il colonialismo. Tutti i Paesi musulmani, senza eccezione, sono stati occupati dagli europei; per liberarsi da questo giogo è stato necessario individuare una propria identità, un movente che spingesse le masse a ribellarsi. Si è detto loro che erano musulmani, che gli stranieri li opprimevano, e che questi stranieri erano cristiani».
    Era solo uno tra i tanti islam?
    «Non proprio, perché non era più un riferimento religioso ma politico. Il processo non si è più fermato: nel 1979 Khomeini è arrivato al potere affermando il modello della rivoluzione islamica, che nei Paesi musulmani ha sostituito quello socialista, e dall'Iran si è poi diffuso in tutto il mondo. È un islam ideologico, uniforme come il marxismo-leninismo, ed è questo ciò che gli europei in genere identificano con la totalità dei musulmani. Però io, studioso del pensiero islamico, mi rifiuto categoricamente di chiamare questa cosa islam. È invece un'"ideologia della lotta", che sfrutta i riferimenti islamici per rafforzare un'identità e mai come riferimento spirituale. Ed è proprio questo l'islam che si percepisce in Europa: fa più rumore, uccide, crea disordine. Esiste, senza dubbio, ma parlare solo di questa significa costruire un immaginario europeo dell'islam che ignora i musulmani silenziosi, infinitamente più numerosi degli attivisti guerrafondai».
    Potrebbe esistere anche un islam europeo?
    «È da trent'anni appena che abbiamo insediamenti stabili di musulmani in Europa. Ci vuole tempo perché l'islam possa attecchire ma, se la religione è anche un fenomeno sociale, allora è inevitabile che presto ci sia un islam europeo. E avremo varianti italiane, francesi, tedesche: tante quante sono le lingue, veicolo del pensiero e della memoria collettiva. Ci vuole tempo: fino a pochi decenni fa in Europa no n c'erano quasi musulmani, da quando gli ultimi non furono cacciati dall'Andalusia, nel 1492. Allora anche il cristianesimo instaurava un "regime della verità", che escludeva tutto ciò che stava al suo esterno».
    Ma dal 1492 a oggi l'Europa e il cristianesimo sono cambiati, ora le diversità convivono in pace. Lo stesso non si può dire dell'islam...
    «È vero, in Europa c'è stato l'Illuminismo, prodotto di un movimento generale delle società progressivo e duraturo. L'Europa si è evoluta continuamente, correggendo anche le debolezze e le carenze dello stesso Illuminismo. L'islam non ha conosciuto nulla di tutto questo: chi parla di Lumi islamici parla di ciò che desidera, non di ciò che esiste. Questi saggisti, tanto amati dai giornali europei, non sanno nulla di islam. Fanno ideologia: dal punto di vista di uno storico come me è anzi pura menzogna. Oggi l'islam ha bisogno, al contrario, di prendere coscienza del fatto che il lavoro dei Lumi deve ancora iniziare. E questo accadrà in Europa, dove i musulmani sono obbligati, per la prima volta nella loro storia, a leggere la storia, anche quella dei Lumi: sarà questo, secondo me, l'islam europeo che nascerà».

 

 

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