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Rivoluzione a Porto Cervo: niente più mattoni, evviva l'ambiente
La svolta di Tom Barrack, proprietario della Costa Smeralda «Sono i sardi che devono decidere il loro destino, noi rispetteremo le regole»
dal nostro inviato GIORGIO PISANO Porto cervoDice che non ha cambiato idea. Però si schiera con la legge salvacoste e contro l'avanzata del mattone. Quanto all'ambiente, meglio preservare e conservare. E se per caso gli americani dovessero sloggiare da La Maddalena, non sarà certo a lui a piangerci sopra. Sembra Soru. Invece è Barrack, Thomas J. Barrack, imperatore della Costa Smeralda da circa due anni. Convoca i giornalisti all'hotel Cervo, tavolini affacciati sulla piazzetta fra turisti incuriositi e guardoni, per comunicare che sui sardi e sulla Sardegna s'è fatto un'idea precisa. E la vuole raccontare. Poco tempo fa, appena varati i vincoli di salvaguardia fino a duemila metri dal mare, aveva avvertito: «Se questo è quello che si vuole, me ne vado». Se ne va davvero?, ha precettato la stampa per l'aperitivo dell'addio? Proprio per niente. «Noi qui ci stiamo benissimo». Quel noi non è soltanto un plurale majestatis, una voce da papa laico del dollaro. Abbraccia le cinquemila famiglie in busta paga che «dalla Costa Smeralda vivono e prosperano». E alle quali promette un futuro sempre più sereno. A conferma della buona novella, sorride cardinalizio il suo braccio destro locale (l'avvocato Renzo Persico) e l'interprete impegnata a tradurre e condire un discorso in americano senza inflessioni, lento, slow, quasi scolastico. Il signor Barrack ha cinquantacinque anni, radici libanesi, fortune negli Stati Uniti d'America, cassaforte a Los Angeles. Presidente di Colony Capital, vanta investimenti immobiliar-turistici in tutto il mondo. Ma confida che qui e soltanto qui «è sbocciato un amore». Fatto di orgoglio, passione e una valanga di euro. Sorriso di ordinanza che svela una dentatura non hollywoodiana, ne parla con la pacatezza di una chiacchiera con quattro amici al bar. Fino a rivoltare, in un soffio, tutto quello che era stato temuto. Minacciato. Detto. «Fantasie dei giornali». O, se preferite, un fraintendimento. Misunderstanding, insomma. Camicia blu e pantaloni chiari come un qualunque vacanziere d'alto bordo, il Barrack che non ti immagini ammetterà soltanto alla fine una piccola deviazione di pensiero. «Ho cambiato idea, mi sono accorto che adattarsi è l'unico modo per sopravvivere». Dunque nessun accenno (se non estorto) all'amico Silvio Berlusconi che l'ha traghettato in Sardegna o al presidente regionale di ieri, quello che purtava scarp'e tennis in campagna elettorale. Sul nuovo governatore ha poco da dire, ma a forte dosaggio di simpatia. Una volta disse di lui: «Renato Soru è un uomo d'affari, io sono un uomo d'affari. Ci intenderemo». A distanza di tempo, ammette: «I was wrong». Si sbagliava. «Soru è un ottimo politico. Molto attento, profondo, intelligente. E' una sorta di direttore d'orchestra con orchestrali non sincronizzati». Falso che si siano incontrati segretamente a Roma, falso che abbiano dato vita a una trattativa sottotraccia. Verisssimi invece due incontri ufficiali. Come sono andati? «Meglio di quanto mi aspettassi». Scintille? Naturalmente no, ride (e quando ride fa aggrottare la pelle della nuca, come se ridesse double face, davanti e dietro). Chi lo conosce dice che è sincero, che la sua febbre-investimento per la Sardegna è travolgente, convinta. Che non ci sono accordi sottobanco. Mentre i camerieri distribuiscono succo d'arancia e acqua minerale, Barrack distende la mani (grandi e abbronzate) per dare inizio alla cerimonia. Tema: riflessioni di un imprenditore. Imprenditore, si capisce subito, diventato glocal: in linea con il mercato globalizzato ma attento a difendere la specificità locale. Quella dei sardi. «In generale, non ho l'opinione del costruttore-tipo: per me, meno mattone meglio è». E il Master Plan? «Aveva un senso quando è stato varato, oggi non avrebbe logica. A conti fatti, è stato un bene che per trent'anni sia stato vietato edificare, altrimenti la Costa Smeralda avrebbe fatto la fine di Marbella o Formentera, che ormai sono distese di cemento». A Porto Cervo e dintorni deve andare diversamente. «Puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Bisogna conservare l'armonia uomo-ambiente». Che comunque, anche se non fa rima, deve significare anche profitto. Da realizzare coinvolgendo le compagnie aeree («per esempio Meridiana, che deve garantire più voli, tariffe meno esose, miglior servizio»), i commercianti («che non possono tenere aperto due mesi e chiudere alle sette e mezzo di sera»), le infrastrutture (marina e trasporti). «La soluzione non può essere costruire e basta». Il tutto nel rispetto delle leggi, qualunque cosa prevedano: «Ci atterremo scrupolosamente alle disposizioni». Rasserenante come una tisana, più verde di Ermete Realacci dei momenti migliori, Barrack suggerisce un'idea di Sardegna dove la vacanza dev'essere di altissimo livello, al riparo dalle invasioni barbariche. «Dobbiamo responsabilizzare chi usa la terra e il mare. A Liscia Ruja in piena estate trovate duemila bagnanti, cinquecento barche, trecento auto arrampicate dove capita. Non c'è un bagno. Dagli yachts gettano le ancore senza nessun rispetto per i fondali. Tutto questo favorisce l'erosione e un declino dei luoghi. Occorre metterci rimedio». Educazione a parte, sarebbe già una piccola vittoria riuscire ad allungare la stagione di due mesi (giugno e ottobre). Come? «Tenendo i negozi aperti, favorendo i trasporti interni e quelli aerei, riscaldando le piscine. Noi stiamo investendo milioni di euro proprio in questo campo». A seguire l'abbattimento del muro che divide la Costa dal resto della regione. Non significa, come ha creduto qualcuno, proletarizzare Porto Cervo aprendo anche ai ragiunatt. Nossignore, vuol dire semplicemente «avvicinare l'altra Sardegna e portarla fin qui». Ottimo, di conseguenza, il progetto di aprire un mercatino settimanale. Come se Porto Cervo fosse un borgo e non un'enclave. Promosso l'operato dell'Aga Khan («ha fatto un bel lavoro»), liquidato il vecchio Master Plan («non vale neanche la pena di discuterne»), si tratta di aspettare che «i sardi decidano il loro destino, come cavalcare il futuro». Nell'attesa, pur «sembrandomi strana l'uniformità del divieto», la legge salvacoste ha una sua validità, giusto quindi che sia «provvisoria in vista delle strategie finali». In gioco ci sono un milione e mezzo di passeggeri in arrivo con le navi, altri coi bus, altri ancora con gli aerei, quasi cinquantamila barche e tonnellate di fragole da servire nel ristoranti. «Il mio amore per la Costa Smeralda vale decine di milioni di euro. La passione mi può spingere a spenderne il doppio. Se il governatore e la gente vorranno coinvolgerci, ne saremmo felici. Se non lo fanno, resteremo al nostro posto. Qui e non altrove». Per concludere, un appello alla sarditudine. «Oggi le ville del Consorzio valgono il doppio rispetto a due anni fa. Ma questo fa la gioia di proprietari che sono tedeschi, inglesi, francesi. E i sardi, devono restare a guardare?» Da qui l'appello a tracciare uno scenario futuro. «A noi imprenditori basta ci sia chiarezza e programmazione. Obbediremo alle istituzioni nella speranza che le leggi valgano per tutti e che per tutti siano uguali, senza deregulation a favore di qualcuno». Dalla classe politica, Barrack non si aspetta, in ogni caso, assolutamente nulla. Tantomeno una corsia preferenziale. Chiude in bellezza, come nelle fiabe: «Di politica non so nulla ma ho la sensazione che in Regione le cose si stiano muovendo nella direzione giusta». Lui & Soru vivranno felici e contenti?
07/06/2005




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