Una vittoria del nostro riformismo
Il fatidico contratto degli statali è stato finalmente firmato: è il primo grosso successo politico del nuovo governo Berlusconi. Merito della tenacia del ministro Baccini e dell'abilità del capo-delegazione Gianni Letta, ma anche della decisione politica di Alleanza nazionale. Se non ci fosse stata la nostra determinazione, espressa con forza in Consiglio dei ministri dal presidente Gianfranco Fini e interpretata dal sottoscritto e dal sottosegretario Learco Saporito con una costante e determinante presenza al tavolo negoziale, se non ci fosse stato tutto questo, forse oggi saremmo ancora in alto mare. Ed è quindi opportuno rivendicare in pieno e comprendere bene la valenza politica di questo atto, rigettando qualsiasi tentativo di etichettarlo in senso statalista e assistenzialista.
Il contratto, o meglio, il protocollo d¹intesa che abbiamo firmato, rappresenta un rallentamento in termini di spesa rispetto al contratto del biennio precedente e anche all'ultima offerta fatta dal governo nove mesi fa. Siamo passati rispettivamente dal 5,6 per cento al 5,1 per cento, per arrivare all¹attuale 5,01 per cento d¹incremento medio della retribuzione, con aumenti di 100 euro per i ministeriali e di 99 euro per tutti i dipendenti contrattualizzati (e non 108 o 111, come fantasticavano i rigoristi). L¹esborso lordo per lo Stato è di poco inferiore ai 700 milioni di euro, di cui il 40 per cento tornerà indietro attraverso i contributi dei lavoratori. Insomma, meno di 400 milioni di euro di spesa aggiuntiva per dare una risposta soddisfacente a quasi 3 milioni di lavoratori della pubblica amministrazione. Paragonate queste cifre a quanto ci costano ancora oggi le poche migliaia di lavoratori socialmente utili ereditati da Bertinotti per comprendere che non ci si è mossi sul crinale della spesa facile.
Ma il successo politico dell'accordo firmato non è solo in queste cifre, è soprattutto nella prospettiva riformista che si apre attraverso di esso. Innanzitutto l'introduzione forte e marcata di principi di produttività basati sul merito e di una mobilità capace finalmente di ristrutturare profondamente le piante organiche della nostra pubblica amministrazione. Sono le premesse per quella riforma del pubblico impiego senza la quale è impossibile costruire uno Stato e degli Enti locali moderni ed efficienti.
Il ministro della Funzione pubblica può oggi porre mano a questa rivoluzione con una spinta significativa e insperata, soprattutto perché collocata in coda a un contratto che viene firmato in fortissimo ritardo, quasi alla fine del biennio di competenza.
Non basta: il governo ha allegato all'intesa una lettera ufficiale in cui invita i sindacati ad aprire un tavolo per rivedere i famosi accordi del 1993, quelli che regolano tutta la contrattazione dei lavoratori dipendenti, di cui si chiede da tempo una profonda revisione. Su questa proposta il fronte sindacale si è diviso come ai tempi del Patto per l¹Italia: da un
lato la Cgil, che ha aprioristicamente rifiutato la proposta, dall'altro lato tutte le altre sigle sindacali, che invece si sono dichiarate disponibili a negoziare.
Ecco, vedete: quando il governo di centrodestra porta il proprio riformismo su un terreno realistico e credibile, non solo riesce a ottenere importanti risultati, ma rompe l¹isolamento e costringe gli interlocutori sociali a scegliere. Ieri era il governo a essere isolato, con tutto il fronte sindacale ostile, oggi è la Cgil a essere isolata nel suo dogmatismo ideologico.
Voglio concludere rivolgendo un appello al mondo degli imprenditori a non presentare questo accordo come un fatto negativo per la nostra economia. Sarebbe un atteggiamento miope e irresponsabile: l'intesa raggiunta con i lavoratori pubblici è la premessa per mantenere la pace sociale anche nel settore privato. Una rottura, invece, avrebbe trascinato tutto il mondo del lavoro verso lo sciopero generale, moltiplicando la deriva politica di questa conflittualità.
È evidente che adesso dobbiamo impegnarci a ridurre il costo del lavoro per le imprese, cominciando a smontare l'Irap, a ridurre il 'cuneo fiscale e contributivo' che grava sui salari e quindi favorendo la chiusura dei contratti anche nel settore privato. In questo modo, aggiungendo i forti stanziamenti per le infrastrutture e per le imprese del Sud deliberati nell'ultima riunione del Cipe, si completa il quadro di una forte azione di governo per la fine legislatura.
Se il centrodestra riuscirà, con coerenza e realismo, a continuare la propria azione riformista nel quadro di un¹economia sociale di mercato, evitando derive velleitarie di scontro pregiudiziale con le parti sociali, si possono ancora realizzare alcuni fondamentali "miracoli". Portare rapidamente l'Italia fuori dalla crisi economica. E riconciliare il centrodestra con la maggioranza dei cittadini.
Gianni Alemanno
Fonte: www.destrasociale.org




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