User Tag List

Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: La Chiesa e Internet

  1. #1
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
    Data Registrazione
    25 Apr 2005
    Località
    Varese
    Messaggi
    6,420
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    La Chiesa e Internet

    Il Papa elogia Internet come 'strumento di Dio'


    era il 22 febbraio del 2005, si pochi mesi or sono, quando Giovanni Paolo II esortava i fedeli a conoscere le nuove tecnologie. Se usate correttamente, diceva il Pontefice, sono una nuova via per giungere alla verità.........

    "Non abbiate paura". E’ questo il messaggio che il Papa lanciava ai fedeli nella sua nuova Lettera apostolica, dedicata ai mezzi di comunicazione, Internet compreso. "Non abbiate paura delle nuove tecnologie!", scriveva Giovanni Paolo II che, nonostante l'età, si dimostrava fino all'ultimo sempre attento a ciò che accadeva intorno a sé.

    Esse sono "tra le cose meravigliose che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi".

    Secondo il Papa, però, è necessaria una profonda riflessione sull’uso che si può fare dei nuovi mezzi di comunicazione. I media devono essere "conosciuti e usati in modo consapevole e appropriato". E’ forte, infatti, il rischio che, senza un'adeguata formazione, i singoli, divenuti "fruitori" di contenuti, finiscano per essere strumentalizzati e condizionati pesantemente. Secondo Giovanni Paolo II, "Questo vale, in modo speciale, per i giovani che manifestano una naturale propensione alle innovazioni tecnologiche, ed anche per questo hanno ancor più bisogno di essere educati all'utilizzo responsabile e critico dei media".

    Perché i mezzi di comunicazione siano utilizzati a fin di bene, secondo il Pontefice è necessario favorire al massimo il pluralismo ed educare costantemente alla libertà di espressione. "Occorre far crescere la cultura della corresponsabilità”, affermava Giovanni Paolo II. I media, infatti, "costituiscono una risorsa positiva potente, se messi a servizio della comprensione tra i popoli; ma anche un'arma distruttiva, se usati per alimentare ingiustizie e conflitti".




    Un passaggio della Lettera apostolica è dedicato in particolare a Internet che, secondo Giovanni Paolo II, "non solo fornisce risorse per una maggiore informazione, ma abitua le persone a una comunicazione interattiva". Il Papa vede quindi nella Rete un nuovo strumento di evangelizzazione da studiare e valorizzare, anche se, precisa, "quotidiani e giornali, pubblicazioni di varia natura, televisioni e radio cattoliche rimangono molto utili in un panorama completo della comunicazione ecclesiale".

    Le parole del Papa sono state accolte con "grande apprezzamento" dal ministro per l’Innovazione e e Tecnologie, Lucio Stanca. "Dimostrano la sensibilità e apprensione del Papa verso gli strumenti più innovativi della vita moderna", ha detto Stanca. "Definire Internet una risorsa importante è certamente un’affermazione di notevole rilievo, soprattutto venendo da quella cattedra".

    A distanza di 4 mesi, si ritorna a parlare di Internet e Chiesa.......

    www.avvenire.it

    Chiesa in Europa, la sfida del web

    A Roma Convegno internazionale sull'uso di internet per diffondere il Vangelo nel Vecchio Continente Foley: un'opportunità importante, una nuova strada per scoprire Dio Grab: un mezzo di comunicazione di massa che sa creare comunità

    Da Roma Gianluigi De Palo


    «Internet e la Chiesa cattolica in Europa». È il titolo del convegno organizzato dalla Conferenza episcopale italiana in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), promosso dall'Associazione dei webmaster cattolici italiani (Weca), che si sta svolgendo a Roma. Un seminario di studio per presentare le diverse esperienze religiose presenti in rete a livello europeo ed elaborare prospettive su quanto lo strumento del web, spazio virtuale di comunicazione e di incontro, possa divenire sempre più una risorsa per la pastorale, al servizio della comunità.
    «Non è possibile ignorare internet - ha esordito monsignor John P. Foley, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali -. La Chiesa è universale e la sua missione consiste nell'annunciare il Vangelo a tutte le genti, pertanto internet può considerarsi uno strumento utile».
    È dunque naturale che la Chiesa guardi a questa nuova possibilità di comunicazione che abbatte i confini accorcia le distanze tra Paesi e culture, apre grandi opportunità di conoscenza. «Sì - ha continuato Foley -. Dio può trovarsi anche nella rete. E tra milioni di persone che ogni giorno navigano in internet, molti possono imbattersi in parole di speranza, confrontandosi con altre esperienze culturali e spirituali, abbattendo le barriere ideologiche, sino a scoprire nuovi orizzonti. Internet può essere una nuova strada verso Dio, una chiamata per la Chiesa ad interrogarsi sulle opportunità dei nuovi mezzi per informare, educare, pregare ed evangelizzare».
    E se Dio continua a dialogare con l'umanità attraverso la Chiesa, la Chiesa deve assumersi la propria responsabilità dinanzi ai nuovi mezzi di comunicazione, con precisi criteri di discernimento e con intento pedagogico, perché sia colo ro che operano nel settore, sia coloro che usufruiscono della rete sappiano scegliere con maturità in un contesto di informazione e disinformazione sempre più ampio e confusionario. Se l'uomo, infatti è strumento nelle mani di Dio, il web è uno strumento in grado di aiutare a trovare l'uomo raggiungendolo nella sua solitudine, nel suo dolore, nella sua emarginazione.
    «Mi ha colpito - ha spiegato nel suo messaggio di saluto monsignor Amèdèe Grab, presidente del Ccee - il fatto che il no francese e olandese al trattato costituzionale sia stato coltivato e diffuso soprattutto via internet. Uno strumento di comunicazione di massa che crea una comunit». Proprio sui concetti di «comunità» e di «dialogo» è possibile realizzare una fruttuosa collaborazione con lo strumento internet perché la Chiesa, dovendo comunicare la Buona Notizia, deve saper valorizzare ogni strumento di comunicazione. Tuttavia una grande parte della popolazione mondiale non possiede ancora il privilegio di connettersi alla rete. Anche in Europa, specialmente in alcuni paesi dell'Est, il web non è fruibile ancora da molti, specialmente per quanto riguarda le giovani generazioni. «Per questo motivo - ha insistito Grab - la Chiesa deve aiutare a rendere questo strumento accessibile a tutti».
    L'Italia in questo senso, con oltre 9.400 siti cattolici, è all'avanguardia rispetto al resto d'Europa. Monsignor Franco Mazza, presidente dell'Associazione dei Webmaster cattolici italiani, ha sottolineato l'importanza di una sinergia più fruttuosa con le altre conferenze episcopali: «Abbiamo l'assoluta necessità di raccordarci e confrontare il nostro lavoro con quello delle altre esperienze europee cercando di focalizzare l'uso delle nuove tecnologie a vantaggio delle diocesi e delle parrocchie». Senza dimenticare g li investimenti necessari per valorizzare le acquisizioni dei progetti realizzati in questi anni: «Bisogna ancora investire sulla formazione degli operatori pastorali chiamati ad animare la rete perché quello di internet è un problema sociale e di cittadinanza globale».


    *************************
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
    Data Registrazione
    25 Apr 2005
    Località
    Varese
    Messaggi
    6,420
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    «Non abbiate paura di raccontare la verità»

    LETTERA APOSTOLICA
    IL RAPIDO SVILUPPO
    DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
    AI RESPONSABILI DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI


    Nella lettera apostolica sulle comunicazioni sociali l'invito del Papa a un uso dei media attento alla persona «I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti la principale guida e ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali» «La Chiesa considera le opportunità offerte dai mass-media percorsi dati provvidenzialmente da Dio ai nostri giorni per accrescere la comunione e rendere più incisivo l'annuncio»


    Pubblichiamo il testo integrale della lettera apostolica di Giovanni Paolo II ai responsabili delle comunicazioni sociali «Il rapido sviluppo», presentata ieri mattina, 21 febbraio 2005, in Vaticano.


    1. Il rapido sviluppo delle tecnologie nel campo dei media è sicuramente uno dei segni del progresso dell'odierna società. Guardando a queste novità in continua evoluzione, appare ancor più attuale quanto si legge nel Decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II Inter mirifica, promulgato dal mio venerato predecessore, il servo di Dio Paolo VI, il 4 dicembre 1963: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto ai nostri giorni, l'ingegno umano, con l'aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell'uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d'ogni genere».[1]
    I. Un fecondo cammino sulla scia del Decreto Inter mirifica

    2. Ad oltre quarant'anni dalla pubblicazione di quel documento appare quanto mai opportuno tornare a riflettere sulle «sfide» che le comunicazioni sociali costituiscono per la Chiesa, la quale, come fece notare Paolo VI, «si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi».[2] La Chiesa, infatti, non è chiamata soltanto ad usare i media per diffondere il Vangelo ma, oggi più che mai, ad integrare il messaggio salvifico nella 'nuova cultura' che i potenti strumenti della comunicazione creano ed amplificano. Essa avverte che l'uso delle tecniche e delle tecnologie della comunicazione contemporanea fa parte integrante della propria missione nel terzo millennio.

    Mossa da questa consapevolezza, la comunità cristiana ha compiuto passi significativi nell'uso degli strumenti della comunicazione per l'informazione religiosa, per l'evangelizzazione e la catechesi, per la formazione degli operatori pastorali del settore e per l'educazione ad una matura responsabilità degli utenti e destinatari dei vari strumenti della comunicazione.

    3. Molteplici sono le sfide per la nuova evangelizzazione in un mondo ricco di potenzialità comunicative come il nostro. In considerazione di ciò nella Lettera enciclica Redemptoris missio ho voluto sottolineare che il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, capace di unificare l'umanità rendendola — come si suol dire — «un villaggio globale». I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Si tratta di un problema complesso, poiché tale cultura, prima ancora che dai contenuti, nasce dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti.

    La nostra è un'epoca di comunicazione globale, dove tanti momenti dell'esistenza umana si snodano attraverso processi mediatici, o perlomeno con essi devono confrontarsi. Mi limito a ricordare la formazione della personalità e della coscienza, l'interpretazione e la strutturazione dei legami affettivi, l'articolazione delle fasi educative e formative, l'elaborazione e la diffusione di fenomeni culturali, lo sviluppo della vita sociale, politica ed economica.

    In una visione organica e corretta dello sviluppo dell'essere umano, i media possono e devono promuovere la giustizia e la solidarietà, riportando in modo accurato e veritiero gli eventi, analizzando compiutamente le situazioni e i problemi, dando voce alle diverse opinioni. I criteri supremi della verità e della giustizia, nell'esercizio maturo della libertà e della responsabilità, costituiscono l'orizzonte entro cui si situa un'autentica deontologia nella fruizione dei moderni potenti mezzi di comunicazione sociale.

    II. Discernimento evangelico e impegno missionario

    4. Anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo. Per analizzare con gli occhi della fede i processi e il valore delle comunicazioni sociali può essere di indubbio aiuto l'approfondimento della Sacra Scrittura, la quale si presenta come un «grande codice» di comunicazione di un messaggio non effimero ed occasionale, ma fondamentale per la sua valenza salvifica.

    La storia della salvezza racconta e documenta la comunicazione di Dio con l'uomo, comunicazione che utilizza tutte le forme e le modulazioni del comunicare. L'essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, per accogliere la rivelazione divina e per intessere un dialogo d'amore con Lui. A causa del peccato, questa capacità di dialogo a livello sia personale che sociale si è alterata, e gli uomini hanno fatto e continuano a fare l'amara esperienza dell'incomprensione e della lontananza. Dio però non li ha abbandonati e ha inviato loro il suo stesso Figlio (cfr Mc 12, 1-11). Nel Verbo fatto carne l'evento comunicativo assume il suo massimo spessore salvifico: è così donata all'uomo, nello Spirito Santo, la capacità di ricevere la salvezza e di annunciarla e testimoniarla ai fratelli.

    5. La comunicazione tra Dio e l'umanità ha raggiunto dunque la sua perfezione nel Verbo fatto carne. L'atto d'amore attraverso il quale Dio si rivela, unito alla risposta di fede dell'umanità, genera un dialogo fecondo. Proprio per questo, facendo nostra, in un certo modo, la richiesta dei discepoli «insegnaci a pregare» (Lc 11,1), possiamo domandare al Signore di guidarci a capire come comunicare con Dio e con gli uomini attraverso i meravigliosi strumenti della comunicazione sociale. Ricondotti nell'orizzonte di tale comunicazione ultima e decisiva, i media si rivelano una provvidenziale opportunità per raggiungere gli uomini in ogni latitudine, superando barriere di tempo, di spazio e di lingua, formulando nelle modalità più diverse i contenuti della fede ed offrendo a chiunque è in ricerca approdi sicuri che permettano di entrare in dialogo con il mistero di Dio rivelato pienamente in Cristo Gesù.

    Il Verbo incarnato ci ha lasciato l'esempio di come comunicare con il Padre e con gli uomini, sia vivendo momenti di silenzio e di raccoglimento, sia predicando in ogni luogo e con i vari linguaggi possibili. Egli spiega le Scritture, si esprime in parabole, dialoga nell'intimità delle case, parla nelle piazze, lungo le strade, sulle sponde del lago, sulle sommità dei monti. L'incontro personale con Lui non lascia indifferenti, anzi stimola ad imitarlo: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27).

    Vi è poi un momento culminante in cui la comunicazione si fa comunione piena: è l'incontro eucaristico. Riconoscendo Gesù nella «frazione del pane» (cfr Lc 24,30-31), i credenti si sentono spinti ad annunciare la sua morte e risurrezione e a diventare coraggiosi e gioiosi testimoni del suo Regno (cfr Lc 24,35).

    6. Grazie alla Redenzione, la capacità comunicativa dei credenti è sanata e rinnovata. L'incontro con Cristo li costituisce nuove creature, permette loro di entrare a far parte di quel popolo che Egli si è conquistato con il suo sangue morendo sulla Croce, e li introduce nella vita intima della Trinità, che è comunicazione continua e circolare di amore perfetto e infinito tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

    La comunicazione permea le dimensioni essenziali della Chiesa, chiamata ad annunciare a tutti il lieto messaggio della salvezza. Per questo essa assume le opportunità offerte dagli strumenti della comunicazione sociale come percorsi dati provvidenzialmente da Dio ai nostri giorni per accrescere la comunione e rendere più incisivo l'annuncio.[3] I media permettono di manifestare il carattere universale del Popolo di Dio, favorendo uno scambio più intenso e immediato tra le Chiese locali, alimentando la reciproca conoscenza e la collaborazione.

    Rendiamo grazie a Dio per la presenza di questi potenti mezzi che, se usati dai credenti con il genio della fede e nella docilità alla luce dello Spirito Santo, possono contribuire a facilitare la diffusione del Vangelo e a rendere più efficaci i vincoli di comunione tra le comunità ecclesiali.

    III. Cambiamento di mentalità e rinnovamento pastorale

    7. Nei mezzi della comunicazione la Chiesa trova un sostegno prezioso per diffondere il Vangelo e i valori religiosi, per promuovere il dialogo e la cooperazione ecumenica e interreligiosa, come pure per difendere quei solidi principi che sono indispensabili per costruire una società rispettosa della dignità della persona umana e attenta al bene comune. Essa li impiega volentieri per fornire informazioni su se stessa e dilatare i confini dell'evangelizzazione, della catechesi e della formazione e ne considera l'utilizzo come una risposta al comando del Signore: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

    Missione certamente non facile in questa nostra epoca, in cui va diffondendosi la convinzione che il tempo delle certezze sia irrimediabilmente passato: per molti l'uomo dovrebbe imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del fuggevole.[4] In questo contesto, gli strumenti di comunicazione possono essere usati «per proclamare il Vangelo o per ridurlo al silenzio nei cuori degli uomini».[5] Ciò rappresenta una sfida seria per i credenti, soprattutto genitori, famiglie e quanti sono responsabili della formazione dell'infanzia e della gioventù. Con prudenza e saggezza pastorale vanno incoraggiati nella comunità ecclesiale coloro che hanno particolari doti per operare nel mondo dei media, perché diventino professionisti capaci di dialogare con il vasto mondo mass-mediale.

    8. Valorizzare i media non tocca però solamente agli «addetti» del settore, bensì a tutta la Comunità ecclesiale. Se, come è stato già rilevato, le comunicazioni sociali interessano diversi ambiti dell'espressione della fede, i cristiani devono tenere conto della cultura mediatica in cui vivono: dalla liturgia, somma e fondamentale espressione della comunicazione con Dio e con i fratelli, alla catechesi che non può prescindere dal fatto di rivolgersi a soggetti che risentono dei linguaggi e della cultura contemporanei.

    Il fenomeno attuale delle comunicazioni sociali spinge la Chiesa ad una sorta di revisione pastorale e culturale così da essere in grado di affrontare in modo adeguato il passaggio epocale che stiamo vivendo. Di questa esigenza devono farsi interpreti anzitutto i Pastori: è infatti importante adoperarsi perché l'annuncio del Vangelo avvenga in modo incisivo, che ne stimoli l'ascolto e ne favorisca l'accoglimento.[6] Una particolare responsabilità, in questo campo, è riservata alle persone consacrate, che dal proprio carisma istituzionale sono orientate all'impegno nel campo delle comunicazioni sociali. Formate spiritualmente e professionalmente, esse «prestino volentieri il loro servizio, secondo le opportunità pastorali [...] affinché da una parte siano scongiurati i danni provocati dall'uso viziato dei mezzi e dall'altra venga promossa una superiore qualità delle trasmissioni, con messaggi rispettosi della legge morale e ricchi di valori umani e cristiani».[7]

    9. È proprio in considerazione dell'importanza dei media che già quindici anni or sono giudicavo inopportuno lasciarli all'iniziativa di singoli o di piccoli gruppi, e suggerivo di inserirli con evidenza nella programmazione pastorale.[8] Le nuove tecnologie, in particolare, creano ulteriori opportunità per una comunicazione intesa come servizio al governo pastorale e all'organizzazione dei molteplici compiti della comunità cristiana. Si pensi, ad esempio, a come internet non solo fornisca risorse per una maggiore informazione, ma abitui le persone ad una comunicazione interattiva.[9] Molti cristiani stanno già utilizzando in modo creativo questo nuovo strumento, esplorandone le potenzialità nell'evangelizzazione, nell'educazione, nella comunicazione interna, nell'amministrazione e nel governo. Ma a fianco di internet vanno utilizzati altri nuovi media e verificate tutte le possibili valorizzazioni di strumenti tradizionali. Quotidiani e giornali, pubblicazioni di varia natura, televisioni e radio cattoliche rimangono molto utili in un panorama completo della comunicazione ecclesiale.

    Mentre i contenuti vanno naturalmente adattati alle necessità dei differenti gruppi, il loro scopo dovrebbe sempre essere quello di rendere le persone consapevoli della dimensione etica e morale dell'informazione.[10] Allo stesso modo, è importante garantire formazione ed attenzione pastorale ai professionisti della comunicazione. Spesso questi uomini e queste donne si trovano di fronte a pressioni particolari e a dilemmi etici che emergono dal lavoro quotidiano; molti di loro «sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare ciò che è giusto in campo etico e morale», e attendono dalla Chiesa orientamento e sostegno.[11]

    IV. I media, crocevia delle grandi questioni sociali

    10. La Chiesa, che in forza del messaggio di salvezza affidatole dal suo Signore è anche maestra di umanità, avverte il dovere di offrire il proprio contributo per una migliore comprensione delle prospettive e delle responsabilità connesse con gli attuali sviluppi delle comunicazioni sociali. Proprio perché influiscono sulla coscienza dei singoli, ne formano la mentalità e ne determinano la visione delle cose, occorre ribadire in modo forte e chiaro che gli strumenti della comunicazione sociale costituiscono un patrimonio da tutelare e promuovere. È necessario che anche le comunicazioni sociali entrino in un quadro di diritti e doveri organicamente strutturati, dal punto di vista sia della formazione e della responsabilità etica che del riferimento alle leggi ed alle competenze istituzionali.

    Il positivo sviluppo dei media a servizio del bene comune è una responsabilità di tutti e di ciascuno.[12] Per i forti legami che i media hanno con l'economia, la politica e la cultura, è necessario un sistema di gestione che sia in grado di salvaguardare la centralità e la dignità della persona, il primato della famiglia, cellula fondamentale della società, ed il corretto rapporto tra i diversi soggetti.

    11. S'impongono alcune scelte riconducibili a tre fondamentali opzioni: formazione, partecipazione, dialogo.

    In primo luogo occorre una vasta opera formativa per far sì che i media siano conosciuti e usati in modo consapevole e appropriato. I nuovi linguaggi da loro introdotti modificano i processi di apprendimento e la qualità delle relazioni umane, per cui senza un'adeguata formazione si corre il rischio che essi, anziché essere al servizio delle persone, giungano a strumentalizzarle e condizionarle pesantemente. Questo vale, in modo speciale, per i giovani che manifestano una naturale propensione alle innovazioni tecnologiche, ed anche per questo hanno ancor più bisogno di essere educati all'utilizzo responsabile e critico dei media.

    In secondo luogo, vorrei richiamare l'attenzione sull'accesso ai media e sulla partecipazione corresponsabile alla loro gestione. Se le comunicazioni sociali sono un bene destinato all'intera umanità, vanno trovate forme sempre aggiornate per rendere possibile un'ampia partecipazione alla loro gestione, anche attraverso opportuni provvedimenti legislativi. Occorre far crescere la cultura della corresponsabilità.

    Da ultimo, non vanno dimenticate le grandi potenzialità che i media hanno nel favorire il dialogo, divenendo veicoli di reciproca conoscenza, di solidarietà e di pace. Essi costituiscono una risorsa positiva potente, se messi a servizio della comprensione tra i popoli; un'«arma» distruttiva, se usati per alimentare ingiustizie e conflitti. In maniera profetica il mio venerato predecessore, il Beato Giovanni XXIII, nell'Enciclica Pacem in terris, aveva già messo in guardia l'umanità da tali potenziali rischi.[13]

    12. Grande interesse desta la riflessione sul ruolo «dell'opinione pubblica nella Chiesa» e «della Chiesa nell'opinione pubblica». Incontrando gli editori dei periodici cattolici, il mio venerato predecessore Pio XII ebbe a dire che qualcosa mancherebbe nella vita della Chiesa se non vi fosse l'opinione pubblica. Questo stesso concetto è stato ribadito in altre circostanze,[14] e nel Codice di Diritto Canonico è riconosciuto, a determinate condizioni, il diritto all'espressione della propria opinione.[15] Se è vero che le verità di fede non sono aperte ad interpretazioni arbitrarie e il rispetto per i diritti degli altri crea limiti intrinseci all'espressione delle proprie valutazioni, non è meno vero che in altri campi esiste tra i cattolici uno spazio per lo scambio di opinioni, in un dialogo rispettoso della giustizia e della prudenza.

    Sia la comunicazione all'interno della comunità ecclesiale che quella della Chiesa con il mondo richiedono trasparenza e un modo nuovo di affrontare le questioni connesse con l'universo dei media. Tale comunicazione deve tendere a un dialogo costruttivo per promuovere nella comunità cristiana un'opinione pubblica rettamente informata e capace di discernimento. La Chiesa ha la necessità e il diritto di far conoscere le proprie attività, come altre istituzioni e gruppi, ma al tempo stesso, quando necessario, deve potersi garantire un'adeguata riservatezza, senza che ciò pregiudichi una comunicazione puntuale e sufficiente sui fatti ecclesiali. È questo uno dei campi dove maggiormente è richiesta la collaborazione tra fedeli laici e Pastori, giacché, come opportunamente sottolinea il Concilio, «da questi familiari rapporti tra i laici e i Pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei Pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più giustamente sia in materia spirituale che temporale, così che tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo».[16]

    V. Comunicare con la forza dello Spirito Santo

    13. Per i credenti e per le persone di buona volontà la grande sfida in questo nostro tempo è sostenere una comunicazione veritiera e libera, che contribuisca a consolidare il progresso integrale del mondo. A tutti è chiesto di saper coltivare un attento discernimento e una costante vigilanza, maturando una sana capacità critica di fronte alla forza persuasiva dei mezzi di comunicazione.

    Anche in questo campo i credenti in Cristo sanno di poter contare sull'aiuto dello Spirito Santo. Aiuto ancor più necessario se si considera quanto amplificate possano risultare le difficoltà intrinseche della comunicazione a causa delle ideologie, del desiderio di guadagno e di potere, delle rivalità e dei conflitti tra individui e gruppi, come pure a motivo delle umane fragilità e dei mali sociali. Le moderne tecnologie aumentano in maniera impressionante la velocità, la quantità e la portata della comunicazione, ma non favoriscono altrettanto quel fragile scambio tra mente e mente, tra cuore e cuore, che deve caratterizzare ogni comunicazione al servizio della solidarietà e dell'amore.

    Nella storia della salvezza Cristo si è presentato a noi come «comunicatore» del Padre: «Dio, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,2). Parola eterna fatta carne, Egli, nel comunicarsi, manifesta sempre rispetto per coloro che ascoltano, insegna la comprensione della loro situazione e dei loro bisogni, spinge alla compassione per la loro sofferenza e alla risoluta determinazione nel dire loro quello che hanno bisogno di sentire, senza imposizioni o compromessi, inganno o manipolazione. Gesù insegna che la comunicazione è un atto morale: «L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12,35-37).

    14. L'apostolo Paolo ha un chiaro messaggio per quanti sono impegnati nella comunicazione sociale — politici, comunicatori professionisti, spettatori: «Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri [...] Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano» (Ef 4,25.29).

    Agli operatori della comunicazione, e specialmente ai credenti che operano in questo importante ambito della società, applico l'invito che fin dall'inizio del mio ministero di Pastore della Chiesa universale ho voluto lanciare al mondo intero: «Non abbiate paura!».

    Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono «tra le cose meravigliose» — «inter mirifica» — che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno.

    Non abbiate paura dell'opposizione del mondo! Gesù ci ha assicurato «Io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

    Non abbiate paura nemmeno della vostra debolezza e della vostra inadeguatezza! Il divino Maestro ha detto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Comunicate il messaggio di speranza, di grazia e di amore di Cristo, mantenendo sempre viva, in questo mondo che passa, l'eterna prospettiva del Cielo, prospettiva che nessun mezzo di comunicazione potrà mai direttamente raggiungere: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo: queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).

    A Maria, che ci ha donato il Verbo della vita e di Lui ha serbato nel cuore le imperiture parole, affido il cammino della Chiesa nel mondo d'oggi. Ci aiuti la Vergine Santa a comunicare con ogni mezzo la bellezza e la gioia della vita in Cristo nostro Salvatore.

    A tutti la mia Benedizione!

    Dal Vaticano, 24 gennaio 2005, memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

    IOANNES PAULUS II



    NOTE

    [1] Decr. Inter mirifica, 1.

    [2] Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975): AAS 68 (1976), 35.

    [3] Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Christifideles laici (30 dicembre 1988), 18-24: AAS 81 (1989), 421-435; cfr Pont. Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Istr. past. Ætatis novæ (22 febbraio 1992), 10: AAS 84 (1992), 454-455.

    [4] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio (14settembre 1998), 91: AAS 91 (1999), 76-77.

    [5] Pont. Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Istr. past. Ætatis novæ (22 febbraio 1992), 4: AAS 84 (1992), 450.

    [6] Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale, Pastores gregis, 30: L'Osservatore Romano, 17 ottobre 2003, p.6.

    [7] Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale, Vita consecrata (25 marzo 1996), 99: AAS 88 (1996), 476.

    [8] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), 37: AAS 83 (1991), 282-286.

    [9] Cfr Pont. Consiglio delle Comunicazioni Sociali, La Chiesa e internet (22 febbraio 2002), 6, Città del Vaticano, 2002, pp.13-15.

    [10] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Inter mirifica, 15-16; Pont. Commissione per le Comunicazioni Sociali, Istr. past. Communio et progressio (23 maggio 1971), 107: AAS 63 (1971), 631-632; Pont. Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Istr. past. Ætatis novæ (22 febbraio 1992), 18: AAS 84 (1992), 460.

    [11] Cfr Pont. Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Istr. past. Aetatis novae (22 febbraio 1992), 19: AAS 84 (1992), 460.

    [12] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2494.

    [13] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la 37a Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2003): L'Osservatore Romano, 25 gennaio 2003, p.6.

    [14] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 37; Pont. Commissione per le Comunicazioni Sociali, Istr. past. Communio et progressio (23 maggio 1971),114-117: AAS 63 (1971), 634-635.

    [15] Can. 212, §3: «In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona»; cfr Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 15, §3.

    [16] Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 37.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
    Data Registrazione
    25 Apr 2005
    Località
    Varese
    Messaggi
    6,420
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Intervista rilasciata al periodico Spectacle du monde
    (n° 464, gennaio 2001)
    da S. Em. Rev.ma il Card. Joseph Ratzinger, allora
    Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Abbé Claude Barthe
    (ACB) - Mons. Billé, Presidente della Conferenza Episcopale Francese, nel corso dell’última assemblea a Lourdes (nel nov. 2000), ha parlato di “radicalizzazione” delle vessazioni a cui è sottoposta la Chiesa: “accuse, derisioni, diffidenza, occultamenti, ostracismo, …”. Egli ha posto questo fenòmeno, molto rilevante negli ultimi dòdici anni, in relazione con “la mentalità liberale e individualista che respiriamo come l’aria”. E ha fatto l’esémpio dell’accoglienza riservata al vostro documento “Dominus Iesus” sull’unicità salvífica in Gesú Cristo, documento che è stato visceralmente rigettato da gente che non lo aveva neanche letto, ma per la quale il fatto che la Chiesa prédichi altro che il pluralismo, è cosa inaccettàbile.

    Cardinale Joseph Ratzinger
    (CJR) - Certo, con tutta evidenza si tratta di una radicalizzazione del laicismo, del secolarismo, i quali si oppòngono alla presenza della fede nella nostra società; laicismo e secolarismo che vògliono “setteggiare” la fede cattolica, se cosí si può dire, e vogliono ridurre la Chiesa cattolica ad una sètta. La mentalità generale che prevale in Occidente prende sempre piú le distanze dalla fede della Chiesa. È un fatto.
    C’è da notare che quando si attacca la “Dominus Iesus” come fosse una espressione di intolleranza, la verità è proprio il contràrio: non si tòllera piú che la Chiesa cattolica possa esprímersi sulla propria identità e sulla propria fede, che essa non impone a nessuno, ma che esprime e difende. In fatto di tolleranza, mi sembra che il mínimo che si possa dire è che la comunità che in definitiva ha formato l’Occidente, possa esprímersi sulla propria fede. D’altronde, questi attacchi violenti dimòstrano che la fede, anche all’interno di questa emarginazione, resta una realtà forte. Non si sentirebbe il bisogno di attaccare la Chiesa, né la fede, se fòssero considerate come delle realtà trapassate o sul punto di ésserlo. Si può dire, dunque, che questi attacchi sono anche un segno della vitalità della fede e della forza che essa conserva nel mondo spirituale.
    Aggiungerei che questa emarginazione della Chiesa non è cosí forte in tutte le regioni d’Europa, né in tutte le parti del mondo. Cosí possiamo vedere che in Germania è in atto una paganizzazione, soprattutto nelle zone che prima érano comuniste, e comunque nel nord del paese, in cui il protestantésimo si decompone e lascia il posto ad un paganésimo che non ha piú bisogno di attaccare la Chiesa, perché la fede è diventata talmente assente che non si sente piú il bisogno di aggredirla. Ma vi sono anche delle situazioni del tutto diverse. Ai giorni nostri si pòssono constatare delle nuove manifestazioni di fede: vi sono tra i giòvani dei movimenti molto forti che dimòstrano la realtà sempre presente di bisogno di assoluto, con una riscoperta della bellezza della fede e del sacro. Questo desidério del sacro, di recúpero di tutte le bellezze perdute, è molto presente presso la nuova generazione. Da questo punto di vista il panorama è diversificato. Da un lato, vi è quanto indicato da Mons. Billé, questa nuova radicalizzazione del secolarismo, il quale vorrebbe trionfare definitivamente e imporre il suo domínio rendendo inaccessíbile, inaccettàbile e intolleràbile la realtà della Chiesa. Dall’altro, senza neanche il sostegno dei mezzi di comunicazione, ma con una profonda forza interiore, vi è una riapparizione della fede. La Chiesa è destinata certamente a vívere in una situazione di minoranza nel nostro continente, ma rafforzàndosi spiritualmente e interiormente, tanto da diventare una speranza per molti uòmini.

    (ACB) - Questo rinnovamento di cui parlate, in Francia si manifesta col fiorire di nuove comunità, col manifestarsi di numerose forze vive. Ma esse sono disperse e frantumate, e sono anche in attesa di affermazioni cristiane chiare e decise da parte dei Pastori.
    (CJR) - Mi sembra che si possa parlare di una generazione un po’ scoraggiata: la generazione del Vaticano II, la quale, al momento del Concílio, aveva cullato l’illusione di grandi speranze, un po’ irreali, su una nuova unanimità fra la Chiesa e il mondo. La delusione che è seguita a queste speranze mal riposte è stata forte, e oggi non si ritrova piú la forza interiore della fede, che non deve mai contare su una fàcile accettazione da parte del mondo, anche se essa costituisce la risposta ai grandi problemi che oggi si pòngono davanti agli uòmini.
    Nella nuova generazione sòrgono molte vocazioni, un po’ disperse. Le diòcesi hanno meno vocazioni perché è presente un clero scoraggiato e delle comunità desolate. L’attrazione che prima esercitava il lavoro nelle parròcchie, oggi la esércitano le comunità viventi, nelle quali si riscontra una grande intensità di gioia e di fede, anche se nella dispersione, questo è vero. Ma a me sembra che questa forte presenza di vocazioni, un po’ minoritaria, un po’ marginalizzata, avrà un gran peso in avvenire.

    (ACB) -Vi è un dato che impressiona i Véscovi francesi: su quasi centoventi preti secolari o assimilati, ordinati ogni anno, di tutte le tendenze, dalla Fraternità San Pio X ai piú progressisti, da venti a venticinque - uno su cinque - sono ordinati per il rito tradizionale. Dei rimanenti quattro, due sono vicini alla sensibilità litúrgica tradizionale. Nei seminàrii di Parigi e di Ars, una parte non trascurabile (talvolta un po’ piú della metà) ha pensato di rivolgersi ad un seminàrio della Fraternità San Pietro o della Fraternità San Pio X, ma non l’ha fatto perché questo ridurrebbe o emarginerebbe il loro apostolato. Non sembra sia giunto il momento di cambiare qualcosa sul terreno litúrgico parrocchiale?
    (CJR) - Mi sembra che la priorità non stia nel cambiamento. È l’errore che si fece dopo il Concílio. Si pensò che la riforma consistesse innanzi tutto nel cambiamento.

    (ACB) - Non pensavo ai testi, ma a dei cambiamenti concreti, come l’inversione dell’Altare, il silénzio del Cànone, l’Offertòrio.
    (CJR) - Tuttavia, questa dev’éssere la conseguenza di una nuova presenza del sacro nei cuori. È stata cambiata la posizione dell’Altare perché vi era una nuova sensibilità, piú didàttica, direi un po’ piú razionalista. Si è pensata la Messa come fosse un diàlogo col pòpolo. Tutto andava compreso, tutto doveva éssere “aperto” per éssere compreso. E si è perduta la percezione del fatto che compréndere la realtà della liturgia è cosa ben diversa dal compréndere le stesse parole della liturgia.
    Una pia vecchietta può compréndere beníssimo la profondità del mistero, senza tuttavia compréndere il significato di ogni parola.
    Questo è quello che è accaduto dopo il Concílio. Il Concílio è rimasto ancora molto equilibrato, ma dopo il Concílio è prevalsa l’idea che occorreva aprire tutto, compréndere tutto, cosa questa che derivava da una superficialità circa il modo di compréndere la liturgia e il suo messaggio. Vero è che la liturgia, in questo modo, è annunciata, ma si tratta di un annuncio differente. È molto importante che i giòvani chiamati alla vocazione riscòprano che una liturgia razionalizzata, una liturgia nella quale vige solo la preoccupazione di farsi compréndere dal punto di vista della ragione e dal punto di vista intellettuale, non ha piú la profondità di quella realtà che tocca il mio cuore fino al livello della presenza di Dio in me.
    Se si ritorna ad una visione molto piú profonda della liturgia come mistero, nel senso che questo términe ha nel Nuovo Testamento, se ritroviamo l’essenziale in questo contatto tra il pòpolo e il prete, nel Signore, e se è il Signore stesso che ci tocca, allora il piú importante è stato fatto. Penso dunque che una nuova sensibilizzazione nei confronti delle realtà della liturgia e del suo mistero, insieme ad una nuova educazione litúrgica, siano le prime cose da fare. Non bisogna pensare innanzi tutto e súbito a dei cambiamenti. Se si ritrova una piú profonda comprensione, i cambiamenti seguiranno necessariamente.

    (ACB) - Rigirare i cuori, prima di rigirare gli Altari. Ma i segni litúrgici aiútano molto.
    (CJR) - Certo, i segni aiútano perché siamo fatti di ànima e di corpo, e le cose devono anche esprímersi cosí.

    (ACB) - Voi siete particolarmente sensíbile al recúpero di una lettura della Scrittura in Chiesa. Ora, la recente riedizione di una delle Bibbie piú célebri in francese, contiene delle note in cui si dice che tale o talaltro passo del Vangelo secondo San Giovanni (al pari dell’inno del capítolo 2 dell’Epístola ai Filippesi) rifiútano la divinità di Cristo. Queste note sono state redatte da uno dei piú conosciuti esegeti francesi, il quale ritiene che vi siano tre livelli di redazione in questo Vangelo: Giovanni I, che non credeva nella divinità di Cristo, Giovanni II che vi credeva, e Giovanni III, giudeo-cristiano, che non vi credeva.
    (CJR) - Sí, dobbiamo ritrovare una lettura ecclesiale della Scrittura. Ciò di cui parlate deriva, chiaramente, da un’altra forma di lettura della Scrittura. In questi sviluppi troppo azzardati, si tratta della presenza dello storicismo puro. Innanzi tutto, chi prova l’esistenza di questi tre livelli di redazione? Si tratta di ricostruzioni condotte con un método letterario assurdo, viste dal solo punto di vista dello storico di mestiere.
    D’altronde, oggi lo studio letterario dei testi conosce un rinnovamento che si rivela fecondo, anche per la Bibbia. Si comprende che non è possibile fissarne il senso ricostruendo un momento storico. E del resto, come si fa a ricostruire questo momento? Le ipòtesi di ricostruzione, che sono delle pure ipòtesi, càmbiano tutti i giorni. Non è cosí che si può compréndere un’òpera letterària, Dante, Racine; non è cosí che si può compréndere la Bibbia. Non è possibile entrare nel dinamismo interno di un testo dell’Antico o del Nuovo Testamento se non si comprende una cosa - appurata dal punto di vista storico - e cioè che questi libri sono nati nella fede, nel seno del pòpolo di Dio, all’interno di una comunità di credenti. Non sono delle invenzioni, non si è in presenza di un autore o di un altro che scrivévano libri come pòssono farlo oggi dei professori. Questi testi sono stati prodotti nella fede e per la fede della Chiesa, e possono compréndersi solo se si entra nello stesso dinamismo della fede.
    Questa fede è quella di un soggetto - la Chiesa - che esisteva e che ancora esiste. Di conseguenza, la contemporaneità, il sincronismo con il significato dei testi sacri, non si otténgono con delle ricostruzioni - che, ripeto, per me sono assurde - ma per mezzo dell’identità con il sincronismo della Chiesa come tale. Mi sembra, dunque, che la lettura da voi richiamata abbia fatto il suo tempo. Essa non apporta niente ad alcuno, anche storicamente. Si tratta solo di giuochi d’astúzia che non hanno nemmeno una consistenza stòrica. Occorre ritornare ad una visione piú profonda: conòscere il soggetto che sta all’orígine del libro, e l’identità di questo soggetto. È solo dall’interno di questo soggetto, della Chiesa, che si può realmente compréndere la Scrittura. È per questo che la lettura piú realística e piú fedele storicamente, è la lettura litúrgica, in cui le parole sono presenza e realtà.

    (ACB) -Uno degli aspetti, e non dei minori, della crisi della trasmissione della fede non consiste in una predicazione aséttica, una predicazione “alla Walt Disney”, come dice l’attore cristiano Henri Tisot, in cui “tutti sono gentili e bisogna éssere gentili con tutti”?
    (CJR) - Si, oggi si ha paura di parlare del peccato, poiché si teme di offrire una visione negativa della vita, e non si vuole imporre all’uomo moderno, che è già tanto sofferente, una predicazione pesante da parte della Chiesa. Ma noi dobbiamo compréndere bene queste sofferenze molto reali che afflíggono l’uomo nella società odierna. In definitiva, esse sono il prodotto dell’assenza di Dio. E in questo consiste l’essenza del peccato: vívere in assenza di Dio. Ed allora, in questo modo di predicare, vi è un ottimismo falso e molto artificiale, il quale presuppone che tutto sia buono e che noi si sia tutti gentili. Non è questa la realtà dell’uomo di oggi. Se cosí non fosse, non avremmo la droga, il suicídio…

    (ACB) - … l’aborto, che in Francia interessa una donna su due…
    (CJR) - … è tutto questo che fa la sofferenza degli uomini della nostra società, ed è questo che bisogna compréndere. Sofferenze profonde, come dimostra il fatto che gli uòmini cércano le risposte ai loro mali nella psichiatria, nella psicanàlisi. È necessario, dunque, préndere le distanze da questo ottimismo falso e fatale. Come sarebbe piacévole parlare solo di cose belle e buone! Ma gli uòmini véngono a noi perché sòffrono; essi vògliono avere una risposta vera per questa pena profonda; essi véngono verso di noi per scoprire che alla base di ciò che li affligge vi è l’assenza di Dio. Perché, se Dio non c’è, cosa faccio? Qual è il senso della mia vita? Dove vado? Perché? Tutto diventa inútile e inaccettàbile. Per noi si tratta di far conòscere che la malattia della vita, il peccato, consiste nella pérdita di Dio; di far conòscere questo Dio che concede il perdono dei peccati. Il perdono è una guarigione per ottenere la quale devo collaborare con Dio nella penitenza. Penso che occorra trovare un nuovo realismo per parlare del peccato. Se ne parliamo con delle fòrmule inaccessíbili all’uomo odierno, esse rimarranno delle fòrmule del passato, prive di significato.

    (ACB) - Trovare un linguaggio pastorale realista, che corrisponda all’uditore e alla realtà, non vale anche per ciò che avete richiamato all’inizio, e cioè per il confronto fra la Chiesa e la società?
    (CJR) - Certamente. Il Signore ha inviato i suoi discépoli: “predicate e guarite i malati”. È una parte essenziale della missione degli Apòstoli. Il che non signífica che dobbiamo sostituirci ai médici del corpo: io mi riferisco alla vera malattia della vita. È dunque chiaro che la fede che ci è stata donata non è fatta per un mondo chiuso; essa è sempre data per l’umanità. E questo non signífica intolleranza da parte nostra, ma esercízio della responsabilità che noi abbiamo nei confronti degli altri: di annunciare loro questa possibilità di guarigione nel Signore. Occorre avere un coràggio nuovo, occorre éssere convinti che noi si àbbiano in mano i mezzi per guarire gli uòmini, che è nostro dovere dare loro questa parola di Salvezza, e che essa è veramente tanto necessaria per l’uomo. Occorre un nuovo slancio missionario. Non si ama piú parlare di conversione, ma questa è la realtà: noi abbiamo una responsabilità universale, non possiamo esímercene. Sarebbe còmodo, se fosse possíbile, ma invece siamo tenuti ad offrire agli altri ciò che il Signore ci ha dato per gli altri.

    (ACB) - Voi sapete, Eminenza, che siete un Cardinale molto popolare: un sondaggio internet vi assegna il 28% di opinioni favorévoli, su cinquantasettemila risposte; appena dopo il Cardinale Martini, che è in testa col 32%. Ora, gli specialisti dícono che nelle risposte spontanee, le opinioni dette di “sinistra” si esprimono sempre piú facilmente… Lo dico per amore dell’aneddoto, ma anche per sottolineare l’eco delle vostre considerazioni. Voi dunque, per i Pastori di domani, proponete un nuovo coràggio nell’annúncio della fede?
    (CJR) - Assolutamente. Con la certezza che, se il Signore è con noi, potremo affrontare i problemi del nuovo millénnio. Per quanto riguarda candidature e sondaggi, trovo tutto questo alquanto ridícolo: noi abbiamo un Papa, ed è il Signore che decide in tutto del quando e del come. È vero che éssere Pastore oggi nella Chiesa esige un grande coràggio; ma anche con la nostra debolezza - io sono un uomo débole - possiamo ugualmente accettare il ríschio di fare il nostro dovere di Pastori, perché è il Signore che agisce, Egli ha detto ai suoi Apòstoli che nell’ora del confronto, non avrébbero dovuto pensare con inquietúdine a come difendersi e a cosa dire, poiché lo Spírito avrebbe loro insegnato cosa dire.
    Questa è per me una cosa molto reale. Anche con la mia poca forza, e direi pròprio a causa di essa, il Signore potrà fare in me ciò che vorrà. Nella Scrittura vediamo sempre svilupparsi questa struttura: il Signore scéglie, per agire, coloro che di per sé non potrébbero fare gran cosa. È in questa fragilità umana che Egli dimostra la propria forza, come dice San Paolo. In questo senso, io credo che un Pastore non abbia mai motivo di aver paura, nella misura in cui làscia agire in sé il Signore.

    FONTE : http://www.unavox.it/doc38.htm
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  4. #4
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
    Data Registrazione
    25 Apr 2005
    Località
    Varese
    Messaggi
    6,420
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    ROMA - Una tre giorni ricca di spunti di riflessione per fare il punto della situazione sulla pastorale della famiglia e guardare al futuro nell’ottica di una testimonianza più incisiva. Si chiude stasera il convegno ecclesiale della diocesi di Roma su “Famiglia e Comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede”. Aperto lunedì sera da papa Benedetto XVI che ha ribadito il valore del matrimonio di fronte a convivenze di altro tipo e della vita umana dal concepimento alla morte, l’incontro prevede oggi la relazione conclusiva del cardinale Camillo Ruini. Le parole del vicario del papa per la diocesi di Roma arriveranno dopo un’intensa attività di ascolto e di confronto nell’ambito dei lavori di gruppo di questi giorni e cercheranno di fare una sintesi dei numerosi aspetti emersi.

    Oltre la relazione del pontefice, infatti, il convegno è ruotato intorno ad altri interventi come quello di mons. Luigi Moretti, vicegerente della Diocesi di Roma, che nella sua relazione su “Per riprendere il cammino: dopo i primi due anni di impegno” ha fissato i punti fermi del cammino dei prossimi mesi. “Fin dall’Anno Pastorale 2003/4, - ha detto il prelato - ci siamo impegnati in una pastorale con le famiglie e per le famiglie, finalizzata al triplice obbiettivo di favorire e valorizzare la soggettività, la responsabilità, la solidarietà delle nostre famiglie all’interno della comunità cristiana”. Un punto di vista interessante che concepisce la pastorale familiare, non come un’attività in cui le famiglie sono “oggetto delle attenzioni pastorali della comunità”, ma i “soggetti dell’azione pastorale della parrocchia verso le altre famiglie e l’intera società”. La strada da seguire è dunque questa, ha spiegato mons. Moretti, proponendo “l’identità della famiglia e del matrimonio cristiani”, riscoprendo “l’impegno della formazione rivolta agli adolescenti e ai giovani”, aiutando “le famiglie soprattutto più giovani a rendere ragione del dono che Dio ha posto nelle loro mani con la vocazione al matrimonio”. “In una parola – dice il vicegerente di Roma - tutto questo significa che la stessa comunità cristiana non può non caratterizzarsi come famiglia di famiglie”. Famiglie capaci di riscoprire l’interiorità, lo slancio missionario e l’integrazione. Obiettivo? “Aiutare la famiglia a diventare più chiesa per aiutare la chiesa a diventare più famiglia”.

    Gli spunti di riflessione di mons. Moretti sono serviti per il confronto nei lavori di gruppo di martedì 7 giugno, svoltisi con il proposito di esaminare i compiti che la Chiesa di Roma deve assumere se vuole consolidare il lavoro fin qui svolto e stabilire una stile pastorale permanente. La discussione si è concentrata su sei punti: “Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona ed educazione alla fede”, “Famiglia e comunità cristiana: formazione umana e cristiana”, “Famiglia e comunità cristiana: nell’incontro con Cristo, nell’unità di fede-preghiera-amore matura e si esprime la spiritualità della vita”, “Famiglia e comunità cristiana: i luoghi dell’educazione alla fede”, “Famiglia e comunità cristiana: la formazione degli educatori alla fede nella famiglia”, “Famiglia e comunità cristiana: l’accompagnamento vocazionale nell’iniziazione cristiana e nella sistematica educazione alla fede”.

    La foto: il papa viene salutato da una famiglia di Roma al suo arrivo in San Giovanni in Laterano per l'apertura del convegno

    http://www.korazym.org/news1.asp?Id=13350
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 

Discussioni Simili

  1. INTERNET: UE, ITALIA FANALINO DI CODA PER INTERNET VELOCE
    Di Nostradamus nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 91
    Ultimo Messaggio: 06-08-09, 17:02
  2. Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 03-05-09, 21:48
  3. Risposte: 139
    Ultimo Messaggio: 04-12-07, 14:31
  4. Basta finanziamenti alla Chiesa cattolica, la Chiesa deve essere povera...
    Di Ichthys nel forum La Filosofia e il Pensiero Occidentale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 02-01-04, 23:58
  5. L'arte che nasce da Internet solo per Internet
    Di skorpion (POL) nel forum Arte
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 05-09-03, 00:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226