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Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Napoléon I
    Ospite

    Post I mezzi di santificazione

    Introduzione

    Dio chiama tutti gli uomini alla santità , indicando ad essi una via da seguire, per raggiungerla. Nonostante questa iniziativa gratuita di Dio nei nostri confronti, tuttavia, siamo anche tenuti ad un impegno concreto per seguire il suo progetto. Pertanto l’uomo liberamente sceglie di cooperare con il dono di Dio, sforzandosi attivamente nella propria vita e nelle proprie opere. L’adeguamento al progetto divino, o cooperazione morale si può considerare secondo due punti di vista. L’aspetto cosiddetto negativo, si pone l’obiettivo di “deporre l’uomo vecchio”: vecchio, appunto, nella sua condotta precedente. Nel fare ciò, questo aspetto negativo si configura come lotta contro il peccato, contro l’accidia con cui l’uomo risponde alla vocazione divina e contro la concupiscenza (che è l’indole a seguire la carne piuttosto che lo spirito. Seguire la carne da luogo a comportamenti disordinati, frutto del disordine portato alla natura dell’uomo, dal peccato originale, che ha rotto la primitiva armonia tra corpo e anima, e la naturale subordinazione del primo alla seconda). L’uomo, deposte così le cattive abitudini che lo rendevano “vecchio”, può così essere rinnovato nello Spirito, attraverso l’aspetto positivo dell’impegno morale. Questo sarà il centro del mio trattato, e in particolare, avrò cura di soffermarmi sui mezzi di santificazione, quei particolari doni cioè, che Dio ci propone per alimentare la nostra vita di santità e di comunione con Lui. I mezzi di santificazione sono i sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza; l’orazione, nelle sue diverse forme, innanzitutto la preghiera liturgica come la Messa e il Breviario, la lettura e meditazione della Scrittura o di alcuni libri di pietà, la meditazione contemplativa, l’orazione mentale, vocale e gli esami di coscienza; infine la Croce, che è anzitutto l’imitazione di Cristo: essa è la pia pratica della mortificazione e della penitenza volontaria, che accresce l’umiltà, e umiliando il proprio ego, permette di realizzare pienamente la persona, nell’identificazione col Signore. Infine, concludendo questa breve introduzione al lavoro, ricordo lo speciale ruolo di Maria Santissima nella santificazione del cristiano: essa è nostra madre spirituale ed esercita la sua funzione materna come mediatrice di tutte le grazie presso il suo Divino Figlio, in virtù della sua particolare unione con Lui. Giustamente è definita corredentrice dell’umanità, in quanto affidarsi a lei è la via più sicura ed indispensabile per arrivare a Cristo. Il suo ricorso, va dunque ritenuto tra i più efficaci mezzi di santificazione.


    I sacramenti

    I sacramenti sono segni efficaci, mezzi produttivi della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci. Sono anzitutto dei segni, poiché con la loro natura sensibile, tangibile, significano quella grazia invisibile che conferiscono . Essi vengono chiamati sacramenti, traducendo la parola greca “mysteria”, ossia le cose divine, misteriose, nascoste alla nostra intelligenza. Cristo volle istituirli al fine della santificazione delle anime, attraverso il dono della grazia., che essi conferiscono. La grazia, è un dono divino, soprannaturale, proveniente da Dio Padre, per i meriti di Cristo, la quale è comunicata attraverso i sacramenti dallo Spirito Santo. Nella grazia, pertanto scorgiamo molto bene l’azione della SS. Trinità. La grazia, conferita dai sacramenti, può essere santificante o sacramentale. Si dice santificante quel tipo di grazia abituale (ossia inerente alla nostra anima) che ci rende santi, e ci merita il Paradiso. Invece, la grazia sacramentale è quel particolare diritto alle grazie particolari, necessarie per conseguire il fine di ogni sacramento (ad es. nel matrimonio, la grazia di formare una famiglia cristiana).
    Fra tutti i sacramenti, alcuni possono essere ricevuti una sola volta, altri più volte. I sacramenti che imprimono all’anima il carattere, ossia un segno distintivo indelebile, possono essere ricevuti una sola volta. Essi sono il Battesimo, necessario alla salvezza, che imprime il carattere di cristiani, figli di Dio, la Cresima, che imprime il carattere di soldati di Cristo, e l’Ordine, che conferisce il carattere di ministri di Cristo. Il Matrimonio e l’Unzione degli Infermi, sebbene possano essere conferiti più volte, sono ordinati soprattutto a conferire particolari grazie sacramentali (la guarigione o almeno il conforto spirituale, la costituzione della famiglia, ecc.) . L’Eucaristia e la Penitenza, dunque, considerata anche la frequenza cui si può e si deve accedere, sono considerati i mezzi ordinari di santificazione per eccellenza.
    Non tutti i sacramenti tuttavia, sebbene siano mezzi di santificazione, sono ugualmente necessari alla salvezza. Sono assolutamente necessari unicamente i sacramenti cosiddetti “dei morti”, ossia quei sacramenti che vengono conferiti alle anime che sono come “morte” nel peccato (Battesimo e Penitenza), e che donano la vita in Cristo, per distinguerli dai sacramenti “dei vivi”, ossia i sacramenti cui accedono coloro che già vivono nella grazia, ed hanno come effetto un incremento della stessa ed una sua confermazione. Tra i sacramenti necessari, solo il Battesimo è indispensabile, la Penitenza, invece è utile solo se si è caduti in stato di peccato mortale dopo il lavacro battesimale; il Matrimonio e l’Ordine Sacro, sono invece meramente facoltativi, e dipendono da una scelta di vita, ma è possibile anche non accedervi; la Cresima, col dono dello Spirito Santo permette di fortificarsi e di testimoniare la propria fede, e sebbene imprima il carattere, non è indispensabile alla salvezza; l’Unzione degli infermi, parimenti non è indispensabile alla salvezza (oltretutto poiché essa è comunque conferita unicamente in stato di grazia, è uno dei cosiddetti sacramenti “dei vivi”); infine, l’Eucaristia, sebbene sia inconcepibile una vita senza di essa, non è indispensabile alla salvezza.
    La Chiesa, nell’amministrare i sacramenti, compie un memoriale di Cristo: ciò significa che non si limita a ricordare simbolicamente ciò che fece Cristo una volta per tutte, come sostengono ad esempio i protestanti, ma che effettivamente ogni volta che celebra un sacramento, agisce in persona Christi: è dunque Cristo stesso che celebra ogni sacramento , la Chiesa si limita a custodirne e a consegnarne fedelmente il deposito.


    L’Eucaristia

    L’Eucaristia è quel sacramento che contiene realmente il Corpo e il Sangue di Cristo, sotto le apparenze del pane e del vino, per nutrimento delle anime . Essa è stata istituita come cibo ed alimento spirituale , la quale nutre, conserva e accresce la grazia abituale, ovvero la vita soprannaturale che è in noi. Come il Battesimo da la vita, la Cresima la fortifica, così l’Eucaristia, come mezzo di santificazione, la nutre, la conserva e l’accresce. Cristo istituì tale sacramento perché nella Santa Messa ci fosse un perenne rendimento di grazie a Dio, che lo benedicesse e ringraziasse, proclamando le sue opere, la creazione, la redenzione e la santificazione ; inoltre perché nella Messa fosse presente il sacrificio permanente del Nuovo Testamento, memoriale della passione e resurrezione del Signore , un riproponimento, un’attualizzazione dell’unico sacrificio della Croce, non una mera ripetizione, in cui il Cristo, Sacerdote e Vittima, offre se stesso al Padre, insieme alla Chiesa e a tutto il creato, superando e compiendo tutti i sacrifici dell’Antico Testamento ; infine perché nella Comunione, il sacramento fosse cibo spirituale delle anime, a perpetuo ricordo del suo amore, che si manifesta nella sua Passione, Morte e Resurrezione. Nella Comunione ci uniamo a Cristo, che ci rende partecipi del suo Corpo e Sangue, per formare un solo corpo: il Corpo Mistico di cui egli è il capo, e noi in comunione con lui, siamo le membra, insieme coi santi e con le anime purganti. L’Eucaristia assume dunque anche uno speciale valore espiatorio, giacché l’offerta e il sacrificio vengono presentati da tutta la Chiesa, a beneficio di tutta la Chiesa. L’Eucaristia assume un particolare valore nell’economia della salvezza, poiché nelle specie consacrate vi è la presenza reale di Nostro Signore. Egli è presente sostanzialmente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, in ogni Particola e nel Calice. Egli volle donarsi nel SS. Sacramento dell’Altare, affinchè potesse essere sempre presente in mezzo a noi, e potesse esserci sempre di aiuto e di conforto, oltre che di esempio, affinchè, contemplando il Suo Corpo, potessimo meditare come Egli si sia donato a noi per amore, e in comunione con lui, formando un sol corpo, potessimo seguirne l’esempio, donandoci anche noi interamente a Lui, e per amor suo, ai fratelli. E’ con la Comunione che l’Eucaristia si fa alimento spirituale, conservando, accrescendo e rinnovando la grazia ricevuta col Battesimo . La crescita della vita cristiana necessita pertanto di tale alimento, il pane del nostro pellegrinaggio: “Ecce panis Angelorum, factus cibum viatorum” . Infatti la Comunione ci separa dal peccato, purificandoci dai peccati commessi e preservandoci da quelli futuri. L’Eucaristia, infatti è alimento della carità, che tende ad indebolirsi nella vita di ogni giorno: vivificata dalla Comunione, la carità si fortifica e cancella i peccati veniali. Allo stesso tempo, il medesimo ardore di carità che ci suscita, ci preserva per il futuro dal peccato mortale. L’Eucaristia però, non è ordinata al perdono del peccato. Tale compito è proprio del sacramento della Penitenza, in quanto chi riceve le Sacre Specie, deve già essere in comunione colla Chiesa.
    Va infine menzionato l’aspetto ecclesiale dell’Eucaristia. Come col Battesimo siamo stati incorporati nell’unica Chiesa di Cristo, e siamo chiamati a formare un solo corpo, così con la Comunione realizziamo tale vocazione : “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Giustamente dunque, l’Eucaristia è stata definita il sacramento dell’Unità dei cristiani.
    Possiamo infine vedere nella comunione col Corpo Mistico di Cristo, un presagio ed un pegno di quella che sarà la beatitudine del Cielo, in cui finalmente potremo vedere il Signore faccia a faccia, e non più solo sotto le apparenze del pane e del vino.


    La Penitenza

    La Penitenza (o Riconciliazione) è il sacramento che Cristo ha istituito, per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo. E’ un sacramento detto di “guarigione”, poiché lenisce le ferite dell’anima, prodotte dal peccato mortale. Chi pecca, infatti ferisce se stesso, tradisce la propria dignità umana, che trova il suo naturale compimento nell’essere figli di Dio, rompe la comunione con la Chiesa e con Cristo. Poiché dunque non vi è male spirituale superiore al peccato, e considerata la fragilità umana, successiva al peccato originale, Dio ha voluto, nel colmo della misericordia, donarci la grazia della riconciliazione con Lui, attraverso questo sacramento. Tale dono di grazia, è da richiedersi, sia per sé, che per gli altri, poiché il peccato è dannoso non solo per gli stessi peccatori, ma anche per la Chiesa ed il mondo intero.
    Il sacramento è composto di tre parti essenziali: il pentimento o conversione, il quale può essere perfetto (se nasce dall’amore di carità verso Dio, ed è chiamato contrizione) oppure imperfetto (se nasce da altri motivi, come la paura delle conseguenze del peccato, dei castighi, il dispiacere di avere violato un comandamento, ecc., e si chiama attrizione), in cui il peccatore prova un vivo dolore ed una repulsione per i peccati commessi, impegnandosi per quanto possibile, ad evitare il peccato anche per il futuro; la confessione vera e propria dei propri peccati, al sacerdote, per quanto possibile, specificando le circostanze ed il numero, in forma di “confessione giudiziale”: il sacramento rappresenta un vero e proprio tribunale, in cui il sacerdote è giudice, e il penitente è l’accusato e l’accusatore di se stesso; il proposito di compiere la penitenza, ovvero le opere di soddisfazione per i peccati commessi, che vengono proposte dal confessore.
    Risulta evidente la necessità del sacramento, come mezzo di santificazione ordinario, ogniqualvolta dopo il Battesimo si sia caduti nel peccato mortale. La Chiesa suggerisce tuttavia anche di confessare con frequenza le colpe veniali (sebbene esse non privino della grazia di Dio, ma siano piuttosto delle cattive abitudini, che possono portare al peccato mortale), come mezzo efficace di direzione spirituale, anche perché così facendo, si ottiene più facilmente la grazia sacramentale della Riconciliazione, che consiste in uno speciale aiuto ad evitare il peccato.
    Pertanto, con la Riconciliazione, si recupera la grazia di Dio, riconciliandosi con Lui e con la Chiesa, viene rimessa la pena eterna, meritata col peccato mortale, e almeno in parte la pena temporale, che è conseguenza del peccato. Inoltre si ottengono la pace e la tranquillità interiori, la consolazione spirituale, e la grazia sacramentale, che consiste nell’accrescimento della forza spirituale per un positivo combattimento cristiano.


    L’orazione

    L’orazione costituisce il mezzo impetrativo della grazia. Mentre i sacramenti producono essi stessi, con le debite disposizioni, la grazia, santificante e sacramentale, l’orazione invece è il mezzo privilegiato con cui chiediamo a Dio di ottenerci una grazia, in virtù del detto evangelico “Chiedete e vi sarà dato”(Lc 11,9). In sé, l’orazione (o preghiera), è un atto della virtù di religione, col quale ci si distacca dalle cose terrene, per elevare l’anima a Dio e dialogare con Lui, come figli col Padre.
    Il fine della preghiera è multiforme. Non si prega solo per domandare qualche cosa al Signore, ma anche e soprattutto, per dialogare con Lui, e facendo ciò conoscerlo meglio, grazie alla fede che illumina la preghiera, adorarlo come conviene, ringraziarlo della Sua bontà.
    Pregare frequentemente è necessario, non solo poiché è un suo espresso comando, ma anche poiché Egli dispensa le grazie spirituali e temporali solo se gli vengono chieste con la preghiera, in quanto Egli è fedele alle proprie promesse. E’ bene pregare con umiltà e devozione, meditando di essere al cospetto della maestà divina. La preghiera effettuata nel nome di Cristo, che in quanto uomo-Dio è l’unico mediatore tra l’Uomo e il Padre, in stato di grazia, domandando cose utili alla nostra salute eterna, è efficace, ottiene ciò che viene chiesto, e produce i seguenti effetti: un effetto meritorio, essendo una delle più eccellenti opere buone, che ci merita un aumento di carità e grazia sulla terra, la vita eterna, ed una maggior gloria in Cielo; effetto satisfatorio, che sconta la pena temporale dovuta ai nostri peccati o alle anime purganti; effetto impetratorio, che ci ottiene con certezza le grazie necessarie alla nostra salvezza, poiché Dio si è obbligato solennemente con noi, ad esaudire le nostre richieste. Sull’esempio dell’orazione dominicale, occorre domandare al Dio che venga glorificato dalle sue creature, così come si fa nelle prime tre petizioni del Pater, e che ci doni la salvezza eterna, e le grazie necessarie per conseguirla, così come si fa nelle ulteriori petizioni.
    Quanto alla forma della preghiera, essa può essere sia mentale che vocale. Nell’orazione mentale, preghiamo con la mente e col cuore, sia meditando, ovvero sforzandoci attivamente con le nostre facoltà intellettuali, i nostri propositi, la nostra volontà, oppure contemplando, ovvero quando, spiritualmente elevati dalle cose terrene e più vicini a Dio, lasciamo che l’anima subisca e segua passivamente e con docilità, l’iniziativa di Dio. Nell’orazione vocale, invece i pensieri più intimi sono espressi mediante parole. E’ assolutamente necessario che vi sia una reale corrispondenza tra ciò che si pensa e ciò che si dice, ed una adesione dell’anima alle formule utilizzate, altrimenti, la preghiera è sterile, come dice Isaia: “Questo popolo mi adora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me.” (Is 29, 13). Grandi esempi di orazione vocale sono soprattutto l’orazione liturgica, come ad esempio la recita coscienziosa delle preghiere della S. Messa riservate al popolo, o la recita del Breviario, oppure anche il canto sacro.
    Per concludere l’argomento dell’orazione, è indispensabile ricordare che la preghiera a Maria, corredentrice dell’umanità e mediatrice di tutte le grazie presso il suo Divino Figlio, è indispensabile per la vita cristiana, oltre ad essere lo strumento più efficace per ottenere le grazie che si richiedono: “Ad Christum per Mariam”.




    La Croce

    Il cammino della perfezione cristiana, passa attraverso la croce. Infatti, non c’è santità se non c’è rinuncia e combattimento spirituale. Il progresso dello spirito comporta l’ascesi e la mortificazione, che portano a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini evangeliche.
    La mortificazione cristiana è l’identificazione con Cristo: prendere la sua croce significa rinunciare a se stessi e morire con Lui, partecipare alla sua Passione. Solo chi porta volontariamente la croce, è un vero ed autentico cristiano.
    La croce è anche il modo corretto di professare la fede: il discepolo di Cristo deve dare prova della testimonianza della fede passando attraverso la croce, la persecuzione, la sofferenza e l’incomprensione . Prendere la propria croce accettando in nome di Cristo le sofferenze, le fatiche, è la via più sicura della penitenza.
    La mortificazione volontaria sarà più efficace, se mirata a contrastare le concupiscenze più forti con le quali il diavolo ci tenta, ossia le lusinghe del mondo (seguire un mondo impoverito dal peccato, separandosi da Dio), del demonio stesso (che spinge a contrastare Dio, per odio verso di Lui), e della carne (la concupiscenza dovuta alla natura dell’uomo, corrotta dopo il peccato originale).
    La Chiesa, per agevolare una corretta vita penitenziale, e permettere a tutti di santificarsi attraverso la mortificazione della croce, ha istituito degli speciali periodi in cui meglio esercitare la penitenza, finalizzandola alla preparazione spirituale. La Quaresima, l’Avvento, le Tempora, le Vigilie, sono tradizionalmente sempre state dedicate alla mortificazione per il regno dei cieli. Tuttavia è bene ricordare che la croce di Cristo si può e si deve abbracciare anche nella vita quotidiana, nell’esercizio del lavoro, ad esempio, ascendendo mediante il lavoro quotidiano ad una santità sempre più alta, associandosi nella propria fatica, alle fatiche di Gesù sofferente, in modo da rendere l’attività lavorativa di esempio per gli altri, connotandole una valenza missionaria ed apostolica .


    Conclusione

    Dio, dunque chiama tutti alla santità. Consapevole che dopo il peccato originale, l’uomo sarebbe impossibilitato ad ascendere ad una vita di perfezione morale, con le sue sole forze, Dio dona all’uomo, in modo del tutto gratuito ed amorevole, i mezzi necessari e sufficienti per salvarsi. Essi sono tutti necessari alla salvezza, e non possono essere trascurati, poiché sia ricorrendo ai sacramenti, sia nella preghiera, sia nella pratica penitenziale, obbediamo a dei comandi di Cristo, che Egli ha voluto per la nostra eterna salute.



    Bibliografia

    E. COLOM – A.R. LUÑO, Scelti in Cristo per essere santi, ed. EDUSC, 2003, Roma

    Catechismo della Chiesa Cattolica, ed. LEV, 1992, Città del Vaticano

    C.E.I., La Verità vi farà liberi – Catechismo degli adulti, ed. LEV, 1995, Città del Vaticano

    S. Pio X, Catechismo della Dottrina Cristiana, ed. Paoline, 1950, Alba

    Concilio Vaticano II:
    · Costituzione “Lumen Gentium”;
    · Costituzione “Sacrosantum Concilium”
    · Costituzione “Gaudium et Spes”.

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  2. #2
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    Grazie, Napoléon, per averci postato questo tuo articolo. Speriamo che lettura di esso possa giovare a qualcuno.
    Mi preme sottolineare come la tua bibliografia è indice di continuità nel Magistero della Chiesa.

    Thomas

  3. #3
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    Grazie Napoleon.......vorrei copiare il testo integralmente........come fonte di chi ha fatto il testo, che nome posso metterci?

    A pensare amici...quanto grande è la misericordia di Dio che ci ha colmati veramente di molti MEZZI per raggiungere la salvezza!!
    Basti pensare alla Penitenza ed all'Eucarestia per comprendere la forza di volontà e di Amore che Dio ci testimonia nel volerci vedere TUTTI...MA PROPRIO TUTTI....SALVI.

    Un santo diceva: " il dispensario della Misericordia di Dio è stracolmo di Beni, mancano forse le persone affamate su questa terra? Perchè in pochi si recano a questo dispensario? Perchè in molti rifiutano i Beni che i dispensari posti li per aiutare alla distribuzione, donano gratuitamente? Perchè si preferisce il cibo che fuori attira, ma che dentro è marcio e allora il Dispensario di Dio resta zeppo, inesauribile, sempre con le porte aperte non per fare concorrenza a qualcuno, ma darti il meglio e dartelo gratuitamente perchè tutto questo venne pagato con il sangue del Figlio di Dio."

    Fraternamente Caterina LD
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  4. #4
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    Chiara M., la sofferenza
    non ha l’ultima parola

    www.avvenire.it

    Faceva l’infermiera,aveva sogni e progetti Finché una malattia spietata l’ha aggredita ma senza vincere la sua voglia di vivere e gioire Il suo libro «Crudele dolcissimo amore» è il diario lucido,antiretorico, a tratti ironico, di una lotta che rivela il mistero del dolore come dono

    Da Trento Diego Andreatta

    Le fragili dita, consumate dalla malattia non le consentono nemmeno di scrivere la dedica autografa sul suo libro. Ma Chiara M. s'è inventata un timbro che riproduce la sua firma vicino ad una conchiglia ed una perla, «perché una lacrima, giorno dopo giorno, può trasformare il dolore in una perla».

    L'ha spiegato con la sua disarmante spontaneità ai quattrocento amici accorsi, alcuni giorni fa, all'Hotel Trento alla presentazione di Crudele dolcissimo amore (San Paolo; 260 pagine, 14 euro), un libro-verità che porta i lettori a penetrare il mistero della vita, aprendolo con il grimaldello di un dolore vissuto sulla pelle - nella carne - e accettato col cuore. Ormai si sente una «migola» - una briciola, in dialetto - eppure il suo spirito coraggioso dentro quel corpo ridotto ad «un catorcio abitato da Dio» l'aiuta a raccontare e valorizzare la sua malattia, senza mai nominarla: «Ancora non sono riuscita a farmela amica nonostante gli anni, tanti, trascorsi dopo la diagnosi. Lei.

    Un nome strano che ancora oggi si conosce poco. Un nome che ha la capacità di demolirti», confida fin dal prologo di questo diario terribile e incoraggiante perché davvero «ci vuole coraggio a vivere così. Tanto». «Non vorrai mica andartene, senza lasciarci come un dono ciò che hai vissuto», l'aveva pungolata un amico per convincerla a scrivere questa testimonianza - mai sdolcinata, né intimista - che consola e insieme tormenta, perché ti scava dentro la possibilità reale di vivere la sofferenza come un dono per gli altri. «È un amore immenso che ogni giorno viene riconfermato - scrive nella prefazione la regista Cinzia Th Torrini, che ha incontrato Chiara in una clinica -, si ha la sensazione che proprio la conoscenza profonda del dolore dà a Chiara la capacità di emanare questa luce interiore».

    L'autrice non si racconta per fioretti, con finta modestia. Non si sente prediletta, non evita un brutale realismo: «Tutto quello che inseguivi. I tuoi ideali, i tuoi sogni, le tue certezze, spazzate via da un tarlo che piano piano, metaforicamente e non, sta rosicchiandoti fino al midollo». Regala qua e là lievissimi tocchi d'ironia - quando la torturano con gli aghi delle flebo in ospedale storpia il titolo di un noto film, Alla ricerca della vena perduta - ma il racconto non nasconde l'inesorabile sfacelo fisico, offrendo così un messaggio trasgressivo rispetto alla cultura effimera del look: «In questa società che vuole la "bella presenza" come primo punto di un decalogo non scritto, per te non c'è posto».

    «Un libro scritto bene, perché Chiara vive bene, e ci mostra un'indomita capacità di stupirsi», commenta l'amico focolarino Paolo Crepaz, mentre il giornalista Paolo Ghezzi osserva laicamente che «la resurrezione della carne è annunciata da Chiara, prima ancora che spiegata». Quando va ad acquistare la carrozzina, ora «formidabile punto d'osservazione», l'autrice ci mette una pennellata di femminilità: «Vorrei salire per provarla e istintivamente chiedo uno specchio e mi guardo in giro e mi rigiro come per provare le scarpe ed un vestito».

    E da molte altre note si ritrova l'esempio di una grande spiritualità femminile, che «sta soprattutto nella capacità di accogliere, di fare silenzio, di lasciarsi penetrare da Dio», osserva Vito Mancuso, teologo del dolore innocente e ispiratore di questo «grande testo di spiritualità», perché Chiara si concentra sull'essenziale: «È il mistero dell'anima che vive e pulsa dentro il nostro corpo, non necessariamente in dipendenza da lui, anzi a volte contro di esso, come dimostra Chiara che ha saputo far crescere la vita dell'anima in relazione inversamente proporzionale alla condizione fisica». Prima le persone, poi la diagnosi.

    Finché ha potuto, Chiara s'è piegata a condividere la sofferenza altrui come infermiera professionale; ora non vuole che il suo dolore metta in ombra quello degli altri: «Ognuno ha la sua soglia - spiega convinta - cioè la capacità di portarlo: un ditale o una damigiana, pari sono». «Vorrei dire a tutti: svegliatevi. Quanto tempo si perde in cose inutili e superflue», annota un 27 agosto di pochi anni fa ma tutte le sue giornate - da una passeggiata in montagna con papà all'«abbraccioterapia» con i nipotini - invitano a coltivare una sottile percezione delle cose, a «vivere al massimo il momento presente, come se fosse l'ultimo».

    «La malattia ha delle variabili così fantasiose che riesce ancora a sorprenderti nonostante anni di fedele connubio», confessa. «Eppure c'è un senso di libertà e di pienezza particolare nel godere di piccoli, insignificanti, forse banali momenti. Ci sono, sono reali, personali e possono diventare speciali». Per questo, nella difficile scelta del titolo, l'amore è crudele e, senza troppe virgole, dolcissimo.

    *******************
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  5. #5
    omnia domat virtus
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    A pensare amici...quanto grande è la misericordia di Dio che ci ha colmati veramente di molti MEZZI per raggiungere la salvezza!!
    Basti pensare alla Penitenza ed all'Eucarestia per comprendere la forza di volontà e di Amore che Dio ci testimonia nel volerci vedere TUTTI...MA PROPRIO TUTTI....SALVI.

    il sangue è stato versato per molti non per tutti
    la pena di morte minaccia il valore assoluto della vita umana! Ma anche l’esistenza del puro che subisce un oltraggio, sia pur non letale, ha valore assoluto; noi dobbiamo scegliere il male minore, e se è vero che la santità più santa, sarà sempre più estrema della malvagità più bieca, come il fuoco più fulgido lo sarà del gelo più gelido... allora, ci sarà dato raggiungere la pietà dell’altissimo, anche attraverso... il nero portale del peccato!

  6. #6
    Napoléon I
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    Originally posted by Bonifacius
    A pensare amici...quanto grande è la misericordia di Dio che ci ha colmati veramente di molti MEZZI per raggiungere la salvezza!!
    Basti pensare alla Penitenza ed all'Eucarestia per comprendere la forza di volontà e di Amore che Dio ci testimonia nel volerci vedere TUTTI...MA PROPRIO TUTTI....SALVI.

    il sangue è stato versato per molti non per tutti
    Molto giusto tutto quanto tranne l'ultima frase.

    Il sangue è sparso per tutti, nel senso che Cristo è morto per la redenzione di tutta l'Umanità.

    Non tutti però si salvano, nonostante egli sia morto per tutti.

    La confusione viene però, unicamente dalla traduzione italiana del messale romano del 70, che in lingua latina, ovviamente conserva la dicitura matteane "pro multis effundetur".

    Effettivamente non è un errore rilevante: multis, come aggettivo indefinito, può essere anche tradotto come la moltitudine indefinita, i tutti. Il senso è diverso: se si pensa a molti, occorre pensare alla salvezza, ma non alla redenzione (giacchè tutti sono redenti ma non tutti si salvano), se si pensa ai tutti, alla redenzione ma non alla salvezza (poichè tutti sono redenti, ma non tutti si salvano).

    Entrambe le interpretazioni sono corrette.

    La redenzione infatti non è la beatitudine: la redenzione è l'invio del Logos salvifico a tutta l'umanità, ed è un atto di Dio, la beatitudine è una risposta dell'uomo alla redenzione.

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Maria, Donna dell'Eucarestia



    In questo anno eucaristico in cui la Chiesa è chiamata a fare particolare memoria del mistero di Cristo presente nel pane e nel vino consacrati, siamo ardentemente invitati a fissare lo sguardo su Maria, su Colei che ha vissuto più di qualunque altra persona un’esistenza pienamente eucaristica.

    Come ci ricorda il nostro Papa Giovanni Paolo II in tanti suoi scritti, Maria è “il primo tabernacolo della storia” perché ha accolto nella sua vita la Vita di Dio e ci orienta su quella Via in cui possiamo incontrare quotidianamente la Verità che ci dona Salvezza.

    A questo proposito è bello ricordare le parole che San Francesco rivolge a S. Maria Vergine: “Non vi è alcuna simile a te, nata nel mondo, tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Sommo Re il Padre celeste, madre dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo”.

    Il serafico padre chiama Maria con titolo sublimi quali “tabernacolo, palazzo, dimora, tenda… di Dio” e da lui siamo esortati a nutrire grande amore per la nostra Mamma celeste.

    Il Beato Edoardo Rosaz, fondatore delle Suore Francescane Missionarie di Susa, innamorato della Vergine Santa, ci dice che “in tutte le difficoltà, in tutti i nostri bisogni e dolori dobbiamo tenere sempre presente la bontà di questa cara Madre”.

    Occorre, quindi, mettersi alla scuola di Maria per diventare persone “eucaristiche”.

    Ma qual è l’insegnamento di vita che Maria ci dona? Nel Magnificat Maria esprime la totalità della sua anima: ella canta la pienezza del mistero della salvezza racchiuso in Cristo, da cui sgorga il canto di lode, di benedizione, di ringraziamento e di proclamazione gioiosa delle meraviglie del Signore. Maria, lodando incessantemente il Signore e intercedendo per la salvezza del mondo, è modello della Chiesa che celebra l’Eucaristia rendendo grazie al Padre.

    Infatti, nel suo rendimento di grazie loda il Padre per Gesù e lo loda in Gesù e con Gesù: questo è il vero atteggiamento eucaristico.
    Maria, in tutta la sua esistenza, vive la dimensione sacrificale dell’Eucaristia perché offre il suo grembo verginale per l’Incarnazione del Verbo di Dio, accogliendo in sé l’azione dello Spirito Santo e pronunciando il suo fiat fino alla fine. Partecipando all’Eucaristia e nutrendoci del corpo e del sangue di Cristo, entriamo in questo dinamismo d’Incarnazione salvifica dell’azione e della presenza di Dio: diventiamo una parola detta da Dio e un tabernacolo della sua Presenza, così come Maria.

    Questo è un mistero davvero ineffabile: quel Dio che neppure i cieli possono contenere, prende dimora nel cuore dell’uomo e lo trasforma in tempio della sua Presenza! Maria, “donna eucaristica” con la sua vita ci dice chiaramente che la salvezza dell’uomo consiste nella comunione con Dio che viene concessa attraverso l’incontro esistenziale con Gesù Cristo in cui ella è punto importante di orientamento. Nel nostro pellegrinaggio terreno Maria ci è di esempio e di guida per essere persone “eucaristiche” in un’esistenza che si fa dimora di Dio, così come pronunciamo in uno dei più bei nati mariani di Avvento: “libero il cuore perché l’Amore trovi casa”.

    In sintesi, possiamo affermare che l’Eucaristia ci è data perché la nostra vita, come quella di Maria, sia tutta un Magnificat e diventi un’esistenza che si fa offerta quotidiana al Padre, in Cristo attraverso lo Spirito Santo. Il “sì” di Maria, gioioso e sofferto, libero ed incondizionato, diventi il nostro “sì”.


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    CON MARIA NEL NUOVO MILLENNIO
    " I mezzi della salvezza"


    "…Il frutto del suo grembo…"

    Il compito di Maria nella comunità dei credenti è quello di chiamare al sacrificio del Figlio, che si attualizza ogni giorno nella celebrazione eucaristica. Poiché Ella ha seguito fedelmente il Cristo fin sotto la croce soffrendo profondamente e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui.

    di padre STEFANO DE FIORES (sito: Madre di Dio ed.sanPaolo)

    La celebrazione eucaristica risale senza soluzione di continuità a una tradizione viva che in una catena interrotta di lode e di amore ricollega al Gesù storico e alle comunità cristiane primitive. Basti pensare che Paolo ricorda ai Corinzi verso il 55 d. C. la "paradossi" o tradizione da lui stesso ricevuta in occasione del suo ingresso nella comunità cristiana (agli inizi degli anni 40): praticamente subito dopo la morte e risurrezione di Gesù.

    Uno sguardo generale ai quattro racconti dell’istituzione dell’eucaristia (1Cor 11,23-26; Lc 22,15-20; Mc 14,22-25; Mt 26-29) evidenzia che essi si riferiscono ad un unico e medesimo avvenimento: l’ultima cena di Gesù. Si tratta del rito conviviale tipicamente giudaico, ma nel celebrarlo Gesù non si limita alle usuali formule di benedizione, ma conferisce al pane e al vino una relazione con il suo corpo immolato e con il suo sangue versato, attualizzando così la nuova alleanza escatologica di Dio con gli uomini e stabilendo un legame con il futuro banchetto nel regno di Dio, dove si realizzerà l’unione perfetta tra Dio e l’uomo.

    Secondo la Scrittura la cena è il rito della presenza permanente della persona di Cristo nel dono totale che fa di se stesso al Padre a favore degli uomini. L’eucaristia è un mistero centrale del cristianesimo dove naufraga l’intelligenza dei teologi e dei mistici (anche se per essi «è dolce naufragare in questo mare» - G. Leopardi). Mai si potrà comprendere il nascondimento del Signore della gloria sotto le umili elementi del pane e del vino. Al tempo stesso l’eucaristia è fonte di vita per la Chiesa, sicché Henri de Lubac ha potuto condensare questa verità in una frase: «La Chiesa fa l’eucaristia, l’eucaristia fa la Chiesa».

    L’eucaristia rappresenta per il fedele il luogo per un’esperienza del Padre, invocato nel canone della messa, del Figlio di cui l’eucaristia è memoriale, dello Spirito alla cui azione salvifica è attribuita la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore.



    Maria e l’eucaristia

    In questo accostamento significativo vanno affrontati alcuni aspetti vitali.

    Presenza di Maria all’ultima cena. Una questione cara ai devoti di Maria riguarda la presenza di lei in un rito così importante che congiunge la Pasqua ebraica a quella della Nuova Alleanza. Un cappuccino, Bernardin de Paris, ha dedicato un libro a La Comunione di maria Madre di Dio (1672) e il beato Angelico pone Maria presso la tavola dell’ultima cena. Dobbiamo riconoscere che il Nuovo Testamento non parla della presenza della Madre di Gesù nell’istituzione dell’eucaristia. Tuttavia - come nota Laurentin - Maria era a Gerusalemme il Venerdì santo (Gv 19,25-27). Vi è da presumere che vi fosse il Giovedì. Se prese parte alla cena con coloro cui il Cristo ha detto: "Prendete e mangiate", non fu, in ogni caso, compresa tra coloro a cui si rivolgevano le parole d’istituzione: "Fate questo in memoria di me".

    Più certa è la presenza di Maria alla «frazione del pane» (At 2,42), formula indicante l’eucaristia, che veniva celebrata assiduamente dalla comunità di Gerusalemme e poi da Paolo (cfr. At 20,7.11; 27,35). La Madre di Gesù, nominata come facente parte della comunità cristiana post-pasquale (At 1,14), era tra quei «tutti» che «ogni giorno insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2, 46).

    Maria partecipa non solo alla celebrazione domestica dell’eucaristia, ma anche ai sentimenti che animano i discepoli del Signore: la gioia o giubilo che proviene dalla fede (cfr. At 8,8.39; 13,48.52; 16,34) e che ella aveva sperimentato ed espresso nel Magnificat (Lc 1,46-47) e la semplicità di cuore che è propria del povero di Jhwh e della persona evangelica.

    Maria non solo celebrò l’eucaristia e ricevette nella comunione il frutto del suo grembo, divenuto sull’altare il cibo spirituale dei fedeli, ma a lei in ultima analisi si deve quel corpo e quel sangue presenti nel pane e nel vino consacrato.


    Maria è la garante del vero Corpo di Cristo

    S. Efrem (+373) evoca i profondi legami tra Maria e l’eucaristia affermando: «Maria ci ha dato il pane che conforta, al posto del pane che affatica datoci da Eva». Nel V secolo in oriente si afferma mediante il ricorso al simbolo che Maria è la zolla da cui germoglia la spiga eucaristica, è Betlehem la casa del pane poiché dona il pane; come la Chiesa ella nutre i credenti con l’eucaristia. La tradizione patristica intuisce pure che nel seno di Maria Gesù è divenuto sacerdote prendendo il corpo che sarebbe stato offerto sulla croce e poi su ogni altare. Il grembo della Vergine è la sorgente del sacerdozio di Cristo e della Chiesa.

    Nel secolo XIV sorge la celebre antifona gregoriana «Ave, vero Corpo, nato da Maria Vergine» indica il rapporto essenziale della Madre di Gesù con l’eucaristia, che sarà cantato per secoli dalle comunità cristiane. Gersone giunge a chiamare Maria «madre dell’eucaristia».

    Senza dubbio il riferimento a Maria è garante della retta fede nella presenza reale di Gesù nell’eucaristia. E infatti quando Berengario (+1088) propone un’interpretazione simbolica dell’eucaristia svuotando il realismo del corpo di Cristo, il concilio romano del 1079 gli impone di sottoscrivere che il pane e il vino dopo la consacrazione sono «il vero corpo di Cristo che è nato dalla Vergine» (DS 700). Si evidenzia così il ruolo storico della Madre che è all’origine della vera umanità del Figlio. Ella svolge la funzione preziosa di collegare il sacramento dell’eucaristia con il mistero dell’incarnazione, operando l’identificazione tra il Cristo glorioso e il Cristo storico.

    Tale identità è trasmessa dalla nota equazione tra il corpo di Cristo e il corpo di Maria: «Caro Christi caro Mariae». L’espressione si trova nella forma di «Caro enim Jesu caro est Mariae» nel Sermone sull’Assunzione di Maria dello Pseudo-Agostino, autore sconosciuto che J. Winandy identifica con Ambrogio Autperto (+781).

    Qui non si tratta del corpo eucaristico del Signore, ma dell’identità tra il corpo glorificato di Cristo e il corpo terreno offertogli da Maria. Il passaggio da essi all’eucaristia, già presente in Ireneo, si esplicita per esempio con Onorio di Autun (+ 1133/56) che a proposito delle parole di Cristo nell’ultima cena afferma: «Ecco: è il corpo generato dalla Vergine che egli teneva in mano».

    Ma Onorio precisa che nell’eucaristia si ha la sostanza del corpo di Cristo mentre «il corpo nato dalla Vergine risiede in cielo». Su questa scia si era già posto il benedettino Ratramno di Corbie (+ 875) reagendo all’identificazione tra corpo storico e corpo sacramentale di Cristo. Egli osserva la «non piccola differenza tra il corpo che esiste nel mistero e il corpo che ha patito, fu sepolto ed è risorto»: il secondo «è la vera carne di Cristo», mentre il primo è «il sacramento della sua carne». Questo inoltre «rappresenta la memoria della passione o morte del Signore» e ingloba tutti i fedeli che formano un solo corpo con lui.


    Maria guida i fedeli all’eucaristia

    Più importante è cogliere le connessioni spirituali tra Maria e l’eucaristia, «celebrazione liturgica del mistero della redenzione - nel quale si fa presente Cristo, il suo vero corpo nato da Maria Vergine», come richiama Giovanni Paolo II: «Ben a ragione la pietà del popolo cristiano ha sempre ravvisato un profondo legame tra la devozione alla Vergine santa e il culto dell’eucaristia: è, questo, un fatto rilevabile nella liturgia sia occidentale che orientale, nella tradizione delle Famiglie religiose, nella spiritualità dei movimenti contemporanei anche giovanili, nella pastorale dei santuari mariani. Maria guida i fedeli all’eucaristia»(RM 44). La Vergine infatti, «per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, […] mentre viene predicata e onorata chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre» (LG 65). La ragione del rimando di Maria alla Trinità, in particolare al sacrificio della croce che si attualizza nella celebrazione dell’eucaristia, è dovuto al fatto che Maria è una persona essenzialmente e totalmente relazionale.

    Per i vincoli strutturali, spirituali e affettivi che legano Maria e la Chiesa, Maria non solo richiama maternamente all’eucaristia, ma diviene «modello dell’atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive i divini misteri» (MC 16).

    Maria è, altresì, la Vergine in preghiera. Così essa appare nella visita alla madre del Precursore, in cui effonde il suo spirito in espressioni di glorificazione a Dio, di umiltà, di fede, di speranza: tale è il Magnificat, la preghiera per eccellenza di Maria, il canto dei tempi messianici nel quale confluiscono l’esultanza dell’antico e del nuovo Israele.

    Maria è, ancora, la Vergine Madre, cioè colei che «per la sua fede ed obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo» (LG 63) […].

    Maria è, infine, la Vergine offerente. Nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio (Lc 2, 22-35), la Chiesa, guidata dallo Spirito, ha scorto, al di là dell’adempimento delle leggi riguardanti l’oblazione del primogenito (cfr. Es 13, 11-16) e la purificazione della madre (cfr. Lev 12, 6-8), un mistero salvifico, ha rilevato, cioè, la continuità dell’offerta fondamentale che il Verbo incarnato fece al Padre, entrando nel mondo (Eb 10, 5-7).

    Il compito di Maria nella comunità dei credenti è quello di chiamare al sacrificio del Figlio, che si attualizza ogni giorno nella celebrazione eucaristica, infatti, ha seguito fedelmente il Cristo fin sotto la croce soffrendo profondamente e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui.

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    Fraternamente Caterina
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