Erdogan ha fretta di prendersi i fondi comunitari
Andrea Gibelli*
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Il ritorno alla lira proposto dalla Lega Nord ha aperto una ferita profonda, mettendo a nudo l'assoluta precarietà delle fondamenta di questa Europa. Un'Europa lontana dai popoli e costituita dall'artificiosa somma degli Stati nazionali che la compongono. Il modello da noi auspicato, impostato su regioni o macroregioni - dove autorevolmente la Padania economica, prima di quella politica, avrebbe potuto competere con un mercato nuovo e sempre più competitivo - è rimasto un sogno custodito in un cassetto e ampiamente disatteso dall'Europa dei tecnocrati. Questi soggetti hanno imposto le loro misure e le loro leggi partendo dal vertice anziché dalle istanze della base. Non si sono affatto preoccupati di radicare la loro Europa ai valori comuni dei singoli popoli che ne fanno parte nè di valorizzare le identità territoriali. Anzi: la loro Europa ha preso le mosse dal business e ha seguito esclusivamente le leggi di mercato che poco hanno a che vedere con la volontà e la libertà dei popoli. Per questo la loro Europa è un'Europa fragile.
Per far accettare un percorso così innaturale hanno inventato, complice Romano Prodi, il miraggio dell'Euro: la moneta europea - si era detto - avrebbe fatto diventare tutti più ricchi. E invece siamo tutti più poveri. La moneta europea - si era detto - avrebbe contribuito a definire un'Europa senza barriere interne, un'Europa globalizzante. E invece la loro Europa, senza confini e senza identità, è diventata un'Europa globalizzata, meta di culture fortemente identitarie che vedono in essa un nuovo terreno fertile dove attecchire, l'Islam fra tutti, e in primo luogo l'Islam pseudomoderato e pseudolaico di Erdogan.
Quanta fretta di entrare nell'area Euro da parte della Turchia; quanta fretta di attingere ai fondi comunitari per risollevare uno Stato che, dopo aver seguito le vie del riformismo laico di Ataturk oggi, dopo ottant'anni, celebra il proprio fallimento storico ed economico (con il prepotente ritorno dell'integralismo islamico) invocando l'Europa per sanare i propri errori e spalmare i propri debiti.
Oggi il pericolo si chiama Cina, ma domani prenderà il nome di Turchia. Domani la Turchia fornirà merci a basso costo senza alcuna possibilità per noi di invocare i dazi doganali. Domani l'islamicissimo Paese, il più popoloso dell'Unione Europea, potrebbe utilizzare il proprio potere di veto dettando legge non solo su materie economiche, ma anche in materia politica e sociale.
Tutto questo grazie all'Europa degli eurotecnocrati, un continente senza confini né identità, dove l'Euro esteso ad un Paese asiatico abbatterebbe di nuovo le mura di Costantinopoli, erette a difesa dell'Oriente Cristiano. Oggi la ribattezzata Istanbul fungerebbe da cavallo di Troia per "invadere" l'Europa, solo per ragioni di mercato e non certo per senso di appartenenza.
Ora tocca al popolo ergersi contro l'Europa dei tecnocrati per sollevare il vessillo di una nuova Europa, l'Europa delle identità.
*Capogruppo della Lega Nord alla Camera
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[Data pubblicazione: 12/06/2005]




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