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    Lightbulb il Paglia sulla questione lira-euro

    Euro/ Pagliarini (Lega) ad Affari: ecco Prodi e Ciampi hanno messo ko l'Italia
    Mercoledí 08.06.2005 183



    da http://canali.libero.it/affaritaliani/


    "La Lega aveva sottolineato che se il governo avesse cambiato idea e avesse deciso di sottoporre il Paese a una cura da cavallo per farlo aderire all'Um con il primo gruppo, senza approvare prima le riforme necessarie, ciò sarebbe stato ancora peggio che non aderire all'unione". In un'intervista ad Affari, il leghista Giancarlo Pagliarini, ex ministro del Bilancio, spiega cosa accadde nel 1996, quando il Carroccio "aveva previsto quello che poi è successo veramente" con la crisi dell'euro. Pagliarini smentisce di essere al lavoro per presentare a Pontida una proposta per tornare alla lira: "Ma non scherziamo. Non diciamo sciocchezze. Comunque, dopo il fuoco, la ruota e la contabilità a partita doppia, l'euro è stata una delle più belle invenzioni dello spirito umano". Parole in contraddizione con quelle dei vari Maroni e Calderoli? "No, loro vogliono che la gente sia informata".


    E' vero che sta lavorando alla proposta che la Lega presenterà a Pontida per tornare alla lira?
    "Ma non scherziamo. Non diciamo sciocchezze".

    E allora qual è la sua posizione sull'euro?
    "Dopo il fuoco, la ruota e la contabilità a partita doppia, l'euro è stata una delle più belle invenzioni dello spirito umano".

    Parole un po' in contraddizione con quelle dei vari Maroni e Calderoli...
    "No, loro vogliono che la gente sia informata. E' giusto fare il referendum sulla moneta, non averlo fatto è stata una cosa grave. E dico di più...".

    Cioè?
    "Se nel mondo ci fosse una sola moneta la vita sarebbe molto più semplice per tutti. Si potrebbero anche toccare con mano le varie ingiustizie".

    Ok, torniamo all'euro. Quindi secondo lei il terremoto scatenato dalla Lega in questi giorni è soltanto un modo per rendere la gente consapevole delle cause di questa situazione?
    "Chiedetelo a Maroni e Calderoli. Io sono in America (in missione per la Commissione Bilancio della Camera, ndr) e quando torno mi faccio spiegare".

    Dove nasce la crisi della moneta unica?
    "Dobbiamo partire da ciò che è successo nel 1996".

    Così lontano?
    "Esatto. Per la precisione il 28 giugno, quando Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco presentarono al Parlamento il Dpef 1997-99. In quel documento il governo scrisse che l'Italia voleva aderire all'unione monetaria ma non con il primo gruppo, perché non c'erano le condizioni".

    Ovvero?
    "Avevamo troppo debito pubblico e non eravamo ancora competitivi. Nel Dpef c'era scritto che non è prevista, oggi per il 1997, una politica specifica diretta alla riduzione del rapporto tra fabbisogno e reddito nazionale al valore del 3%, indicato dai criteri di convergenza per l'ingresso o l'avvio dell'unione monetaria il primo gennaio 1999".

    Quindi?
    "Nel Dpef c'era scritto anche che questa scelta non implica che il governo abbia rinunciato a presentare l'Italia come candidato all'ingresso nell'unione monetaria, ma il mutamento del quadro economico, si leggeva, non consente al momento un'accelerazione del processo di avvicinamento ai criteri di convergenza".

    E poi cosa è accaduto? Perché il governo Prodi ha cambiato idea?
    "Non ne ho la minima idea. Bisognerebbe chiederlo a loro. So che hanno cambiato strada ed è stato un disastro".

    Perché?
    "Le possibilità erano quattro (separazione consensuale delle due economie del Paese; la via delle riforme; fuori dall'Um senza riforme; adesione all'Um con il primo gruppo). La migliore sarebbe stata la separazione consensuale".

    Per quale motivo?
    "Il nuovo Stato del Nord, che era competitivo, avrebbe aderito immediatamente all'Um. Il nuovo Stato del Mezzogiorno, invece, non l'avrebbe fatto subito, esattamente come Regno Unito, Grecia, Svezia e Danimarca. E in questo modo si sarebbe risanato, anche grazie al fatto che la sua moneta avrebbe riflesso il vero stato della sua economia, attirando capitali e turismo e facilitando le esportazioni, senza particolari problemi di inflazione perché le due materie prime del Mezzogiorno, agricoltura e turismo, erano a costo zero. Poi anche il Sud sarebbe entrato nell'Um".

    Ma Prodi e Ciampi scelsero un'altra via...
    "Sicuramente la peggiore. E ora i nodi stanno venendo al pettine. Sarà stato il caso, ma la Lega aveva previsto quello che poi è successo veramente".

    Ovvero?
    "La Lega aveva sottolineato che se il governo avesse cambiato idea e avesse deciso di sottoporre il Paese a una cura da cavallo per farlo aderire all'Um con il primo gruppo, senza approvare prima le riforme necessarie, ciò sarebbe stato ancora peggio che non aderire all'unione".

    Ma...
    "Purtroppo, meno di cento giorni dopo la presentazione del Dpef del 28 giugno, Prodi, Ciampi e Visco hanno cambiato idea e hanno deciso per l'adesione all'Um con il primo gruppo".

    Un errore annunciato dalla Lega?
    "Fu una scelta avventata e sbagliata. Adesso lo dicono in tanti, ma noi l'avevamo messo nero su bianco già nel 1996".

    Cosa avrebbe dovuto fare l'Italia?
    "Prima di aderire avremmo potuto e dovuto aspettare uno o due anni e approvare le riforme necessarie per far recuperare competitività al Paese. Il 9 ottobre 1996 la Lega, nella sua relazione di minoranza alla nota di aggiornamento al Dpef, sosteneva che per l'ammissione del Paese unito i cittadini e le imprese dovrebbero pagare il prezzo di un nuovo aumento di pressione fiscale. Dicevamo anche che, rispetto ai loro concorrenti europei, le nostre imprese avrebbero minori risorse per gli investimenti, per la ricerca, per lo sviluppo di nuovi prodotti e per la remunerazione del capitale".

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  2. #2
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    e da La Padania

    QUANDO PRODI & C. TRADIRONO IL PAESE
    Giancarlo Pagliarini



    Caro direttore,
    ho visto con piacere che ti sei ricordato di quel mio piccolo libro intitolato “Per non morire d’Europa” che era stato allegato al nostro giornale all’inizio del 1997 e ne hai riprodotto alcune parti e concetti sintetizzabili nella frase “Per la Padania e per il Mezzogiorno l’adesione all’Unione monetaria con il Paese in queste condizioni sarebbe peggiore dell’esclusione”. Anche il titolo che ti sei inventato “Prodi ha svenduto la competitività delle imprese” mi sembra molto corretto. Complimenti!
    È utile ricordare ai nostri lettori e ai tanti che se ne sono dimenticati o che fanno finta di dimenticarsene cosa era successo nel 1996, quando il governo aveva deciso di aderire all’Unione monetaria (Um) con il primo gruppo.
    Prima però è importante chiarire due cose, a scanso di equivoci:
    Primo: penso che dopo la ruota e il fuoco l’euro sia una delle più belle invenzioni dello spirito umano.
    Secondo: l’euro non ha fatto diventare più povero il Paese. Se una pizza costa di più, quelli che la mangiano pagano più soldi, ma il padrone della pizzeria ne incassa di più. E se lui deve dare più soldi ai suoi fornitori, a lui escono ma a loro entrano. Insomma, la somma algebrica fa zero. L’effetto perverso dell’euro è stato quello di influire sulla distribuzione della ricchezza. Pochi, già ricchi, sono diventati ancora più ricchi. Tanti, che più o meno se la cavavano con dignità, adesso non arrivano alla fine del mese.
    Sono stati commessi due errori madornali: 1) quello di aderire all’Um troppo presto, senza prima riformare il Paese, che era già allora costantemente in fondo alle classifiche di competitività e crescita per il motivo che la ricchezza e le risorse finanziarie generate nelle regioni industrializzate e competitive non potevano essere investite in ricerca, sviluppo e infrastrutture perché venivano (allora come oggi) utilizzate per perequazione, per assistenzialismo e per mantenere la nostra gigantesca e inefficiente struttura statale, e 2) quello di non aver previsto meccanismi di maggiore trasparenza e informazione sui prezzi.
    Torniamo a noi. È utile ricordare cosa è successo nel 1996. Il 28 di giugno Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco hanno presentato al Parlamento il Dpef (che vuol dire “Documento di programmazione economico-finanziaria”) per gli anni dal 1997 al 1999. Per aderire all’Um con il primo gruppo gli Stati dovevano impegnarsi a rispettare i parametri del trattato di Maastricht entro il 31 dicembre 1997. Ebbene, in quel documento del 28 giugno 1996 Prodi, Ciampi e Visco dicevano molto chiaramente che la Repubblica italiana in prospettiva voleva aderire all’Um, ma la cosa non era possibile da subito. C’era scritto «...in particolare non è prevista, oggi per il 1997, una politica specifica diretta alla riduzione del rapporto tra fabbisogno e reddito nazionale al valore del 3% - il valore indicato dai criteri di convergenza richiesti per l’ingresso o l’avvio dell’Unione monetaria il 1.1.1999. Questa scelta non implica che il governo abbia rinunciato a presentare l’Italia come candidato all’ingresso nell’Unione monetaria. Esprime il convincimento che il mutamento del quadro economico non consente, al momento, una accelerazione del processo di avvicinamento ai criteri di convergenza».
    Dunque al 28 giugno 1996 il governo era convinto che non c’erano le condizioni per aderire all’Um con il primo gruppo. I conti erano stati fatti bene: non eravamo competitivi ed aderire con il primo gruppo senza prima aver approvato riforme indispensabili per uscire dal nostro medioevo legislativo sarebbe stato un suicidio economico.
    A quel punto la Lega aveva detto che gli scenari possibili erano quattro. Due non ci avrebbero danneggiato: anzi, avremmo colto una preziosa opportunità per organizzarci meglio. Due invece avrebbero danneggiato noi e i nostri figli in modo realmente molto pesante. Vediamoli:
    Primo. La via della separazione consensuale delle due economie del Paese. La Repubblica italiana si doveva dividere in due nuovi Stati. Come era successo in Cecoslovacchia con la Costituzione delle due nazioni indipendenti della Repubblica Ceca e della Repubblica Slovacca.
    Il nuovo Stato del Nord (la Repubblica federale della Padania) che era competitivo, avrebbe aderito immediatamente all’Um. Era previsto che il nuovo Stato del Mezzogiorno invece non avrebbe aderito immediatamente all’Unione monetaria, esattamente come Regno Unito, Svezia, Grecia e Danimarca. Si sarebbe risanato, anche grazie al fatto che la sua moneta avrebbe riflesso il vero stato della sua economia e dunque avrebbe attirato capitali e turismo e facilitato le esportazioni, senza particolari problemi di inflazione perché le due “materie prime” del Mezzogiorno, l’agricoltura e il turismo, erano a costo zero. Successivamente avrebbe aderito anche lui all’Um.
    Secondo. La via delle riforme. In alternativa, se contro ogni logica la “separazione consensuale” non fosse stata considerata una via percorribile, la Repubblica italiana avrebbe dovuto dichiarare di voler aderire all’Um, ma in un secondo tempo, proprio come era scritto nel Dpef presentato da Prodi, Ciampi e Visco il 28 giugno 1996.
    In questo caso però era assolutamente fondamentale lavorare seriamente ed approvare le tante riforme necessarie, molte delle quali erano state chiaramente descritte nel progetto “responsabilità e trasparenza” presentato dalla Lega nella sua relazione di minoranza al Dpef del 28 giugno. I mercati avrebbero sicuramente apprezzato le riforme che il Parlamento avrebbe via via approvato (pensioni, flessibilità del lavoro, federalismo fiscale, minore intermediazione dello Stato centrale, ecc.) e di conseguenza avrebbero tenuto i tassi di interesse sul debito pubblico ad un livello molto basso, simile a quello delle operazioni denominate in euro.
    Terzo. Fuori dall’Um senza riforme. La Lega aveva sottolineato che non aderendo all’Um, come previsto da Prodi, Ciampi e Visco con il Dpef del 28 giugno 1996, se non ci mettevamo immediatamente a discutere e approvare le tante riforme necessarie, i tassi di interesse sul nostro enorme debito pubblico (per il quale dobbiamo ringraziare il comportamento veramente inqualificabile dei politici che hanno gestito il Paese negli anni Ottanta!) sarebbero rimasti su livelli molto alti ed avrebbero reso molto difficile il processo di risanamento.
    Quarto. Adesione all’Um con il primo gruppo. La Lega aveva sottolineato che se il governo avesse cambiato idea e con una “nota di aggiornamento” al Dpef avesse deciso di sottoporre il Paese a una “cura da cavallo” per farlo aderire all’Um con il primo gruppo senza prima approvare le necessarie riforme sarebbe stato ancora peggio che non aderire all’Um, perché le nuove rigidità associate alla mancanza di competitività avrebbero sicuramente distrutto la nostra economia.
    Purtroppo meno di cento giorni dopo la presentazione del Dpef del 28 giugno Prodi, Ciampi e Visco hanno cambiato idea ed hanno deciso per l’adesione all’Um con il primo gruppo. L’opzione era prevista già nel primo Dpef dove era scritto che «La ferma volontà dell’esecutivo di raggiungere gli obiettivi secondo il calendario previsto dal Consiglio europeo di Madrid lo impegna a verificare in autunno, in relazione all’andamento della congiuntura e dei mercati finanziari, la possibilità di accelerare i tempi del rispetto dei criteri di convergenza».
    È evidente che nel governo c’erano due anime. A giugno aveva vinto la prima. Ma dopo meno di 100 giorni la seconda anima si è presa la sua rivincita, e così il 3 ottobre 1996 il governo ha depositato una “nota di aggiornamento” al Dpef che diceva : «...è stato associato un ulteriore decisivo sforzo, di carattere straordinario, da realizzarsi entro il 31 dicembre 1996, destinato a condurre, fin dal 1997, l’evoluzione dei nostri conti pubblici all’interno dei parametri fissati dal trattato di Maastricht. Si tratta del cosiddetto “intervento per l’Europa” stimato in 25.000 miliardi, di cui circa 12.500 miliardi derivanti da un prelievo straordinario sui redditi. Si delinea così un intervento dell’ordine di 62.500 miliardi idoneo a condurre il rapporto del fabbisogno del settore statale-Pil nell’intorno del 3 per cento al termine del 1997».
    A mio giudizio quella fu una scelta avventata, sbagliata. Adesso lo dicono in tanti, ma la Lega lo aveva messo nero su banco nel 1996. Erano giusti i calcoli che il governo aveva fatto a giugno, con il primo Dpef. Successivamente è stato dato peso al fattore “interessi passivi” ma non si è considerato in alcun modo il fattore “competitività”.
    Prima di aderire avremmo potuto e dovuto aspettare uno o due anni ed approvare le riforme necessarie per far recuperare competitività al Paese. In quella circostanza la fretta, oppure, peggio, la voglia di “essere tra i primi”, oppure pressioni ricevute dai mercati, oppure il timore di non riuscire a fare approvare dal Parlamento le riforme necessarie, oppure altre considerazioni che sarebbe utile conoscere, sono stati pessimi consiglieri. I nodi adesso vengono al pettine.
    Solo per la cronaca voglio ricordare che dopo meno di una settimana, il 9 di ottobre, la Lega Nord depositava la sua relazione di minoranza alla “nota di aggiornamento” al Dpef di Prodi, Ciampi e Visco nella quale si potevano leggere le due considerazioni esposte qui di seguito:
    «Ma in ogni caso non possiamo farci illusioni. Infatti l’ipotesi, molto improbabile, che il Paese unito possa essere ammesso all’Unione monetaria, porterebbe a conseguenze ancora più drammatiche della mancata ammissione. Infatti per l’ammissione del Paese unito i cittadini e le imprese dovrebbero pagare il prezzo di un nuovo aumento di pressione fiscale e dovrebbero pagare alcune delle imposte patrimoniali straordinarie che puntualmente a Roma ogni anno qualcuno propone quando si discute la legge finanziaria; ma, dopo l’ammissione, le nostre imprese perderebbero competitività, perché dovrebbero continuare a trasferire significative risorse finanziarie a Roma. Infatti l’unità di questo Paese porta necessariamente con sé una cultura ed una prassi di assistenzialismo e di assenza di responsabilità. Dunque, rispetto ai loro concorrenti europei, le nostre imprese avrebbero minori risorse per gli investimenti, per la ricerca, per lo sviluppo di nuovi prodotti e per la remunerazione del capitale. E anche questo scenario porta all’aumento della disoccupazione e del sottosviluppo».
    Molti in questi giorni dicono che il rapporto di conversione lira-euro a 1936,27 è stato iniquo, ingiusto e ci ha penalizzato. Inoltre assistiamo a polemiche con Bruxelles che annuncia l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per lo stato dei nostri conti. Ecco quello che scriveva la Lega nella relazione di minoranza alla nota di aggiornamento al Dpef dell’Ottobre 1996:
    «Insomma, se il governo sta pensando di negoziare un ingresso politico, magari concedendo un significativo apprezzamento della nostra moneta, che avrebbe disastrosi effetti sulla competitività delle nostre aziende e sul volume del nostro debito pubblico denominato in euro, ci pensi bene, e si ricordi che le clausole per restare nell’Unione monetaria saranno molto severe». Come volevasi dimostrare.

    [Data pubblicazione: 08/06/2005]

  3. #3
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    leggere per comprendere, che il Paglia è un economista, non un politico venditore di fumo...

  4. #4
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    Non sono d'accordo con Pagliarini sulla "moneta unica mondiale", nel senso che la presenza di diverse monete assolve a un'esigenza di flessibilità. Sono affascinato, viceversa, dalla possibilità di avere due monete in competizione su uno stesso territorio: una lira utilizzata prevalentemente nelle transazioni "piccole" (e non agganciata al dollaro, che è una sciocchezza) e un euro come "moneta degli affari". Detto questo, l'analisi di Pagliarini è perfetta e ha il pregio di richiamare l'attenzione sulle ragioni dell'indipendenza, di cui ormai i dirigenti leghisti si sono dimenticati (sarà un caso ma "di là" Pagliarini è attaccato duramente, mentre i nazionalisti d'ogni razza sono idolatrati).
    Aggiungo che Pagliarini fa bene a minimizzare la boutade di Maroni-Calderoli perchè queste proposte, se si fanno, vanno fatte bene, avendo in mente un progetto, un target, e un percorso per raggiungerlo. Non ci si può sempre limitare a spararla più grossa e poi guardare cosa succede.
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  5. #5
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    E della peste della luce

    Guarda negli occhi paralizzati di dio
    E sputa al suo cospetto
    Colpisci a morte il suo miserevole agnello
    Con la clava

    Dio, con ciò che ti appartiene ed i tuoi seguaci
    Hai mandato il mio regno di Norvegia in rovine
    I tempi antichi, le solide usanze e tradizioni
    Hai distrutto con la tua orrida parola
    Ora vai via dalla nostra terra!

  6. #6
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    Grande Paglia.

    E' sempre un piacere leggere i suoi interventi

  7. #7
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    Predefinito Re: il Paglia sulla questione lira-euro

    In origine postato da Nanths
    Euro/ Pagliarini (Lega) ad Affari: ecco Prodi e Ciampi hanno messo ko l'Italia
    Mercoledí 08.06.2005 183



    da http://canali.libero.it/affaritaliani/


    "La Lega aveva sottolineato che se il governo avesse cambiato idea e avesse deciso di sottoporre il Paese a una cura da cavallo per farlo aderire all'Um con il primo gruppo, senza approvare prima le riforme necessarie, ciò sarebbe stato ancora peggio che non aderire all'unione". In un'intervista ad Affari, il leghista Giancarlo Pagliarini, ex ministro del Bilancio, spiega cosa accadde nel 1996, quando il Carroccio "aveva previsto quello che poi è successo veramente" con la crisi dell'euro. Pagliarini smentisce di essere al lavoro per presentare a Pontida una proposta per tornare alla lira: "Ma non scherziamo. Non diciamo sciocchezze. Comunque, dopo il fuoco, la ruota e la contabilità a partita doppia, l'euro è stata una delle più belle invenzioni dello spirito umano". Parole in contraddizione con quelle dei vari Maroni e Calderoli? "No, loro vogliono che la gente sia informata".


    E' vero che sta lavorando alla proposta che la Lega presenterà a Pontida per tornare alla lira?
    "Ma non scherziamo. Non diciamo sciocchezze".

    E allora qual è la sua posizione sull'euro?
    "Dopo il fuoco, la ruota e la contabilità a partita doppia, l'euro è stata una delle più belle invenzioni dello spirito umano".

    Parole un po' in contraddizione con quelle dei vari Maroni e Calderoli...
    "No, loro vogliono che la gente sia informata. E' giusto fare il referendum sulla moneta, non averlo fatto è stata una cosa grave. E dico di più...".

    Cioè?
    "Se nel mondo ci fosse una sola moneta la vita sarebbe molto più semplice per tutti. Si potrebbero anche toccare con mano le varie ingiustizie".

    Ok, torniamo all'euro. Quindi secondo lei il terremoto scatenato dalla Lega in questi giorni è soltanto un modo per rendere la gente consapevole delle cause di questa situazione?
    "Chiedetelo a Maroni e Calderoli. Io sono in America (in missione per la Commissione Bilancio della Camera, ndr) e quando torno mi faccio spiegare".

    Dove nasce la crisi della moneta unica?
    "Dobbiamo partire da ciò che è successo nel 1996".

    Così lontano?
    "Esatto. Per la precisione il 28 giugno, quando Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco presentarono al Parlamento il Dpef 1997-99. In quel documento il governo scrisse che l'Italia voleva aderire all'unione monetaria ma non con il primo gruppo, perché non c'erano le condizioni".

    Ovvero?
    "Avevamo troppo debito pubblico e non eravamo ancora competitivi. Nel Dpef c'era scritto che non è prevista, oggi per il 1997, una politica specifica diretta alla riduzione del rapporto tra fabbisogno e reddito nazionale al valore del 3%, indicato dai criteri di convergenza per l'ingresso o l'avvio dell'unione monetaria il primo gennaio 1999".

    Quindi?
    "Nel Dpef c'era scritto anche che questa scelta non implica che il governo abbia rinunciato a presentare l'Italia come candidato all'ingresso nell'unione monetaria, ma il mutamento del quadro economico, si leggeva, non consente al momento un'accelerazione del processo di avvicinamento ai criteri di convergenza".

    E poi cosa è accaduto? Perché il governo Prodi ha cambiato idea?
    "Non ne ho la minima idea. Bisognerebbe chiederlo a loro. So che hanno cambiato strada ed è stato un disastro".

    Perché?
    "Le possibilità erano quattro (separazione consensuale delle due economie del Paese; la via delle riforme; fuori dall'Um senza riforme; adesione all'Um con il primo gruppo). La migliore sarebbe stata la separazione consensuale".

    Per quale motivo?
    "Il nuovo Stato del Nord, che era competitivo, avrebbe aderito immediatamente all'Um. Il nuovo Stato del Mezzogiorno, invece, non l'avrebbe fatto subito, esattamente come Regno Unito, Grecia, Svezia e Danimarca. E in questo modo si sarebbe risanato, anche grazie al fatto che la sua moneta avrebbe riflesso il vero stato della sua economia, attirando capitali e turismo e facilitando le esportazioni, senza particolari problemi di inflazione perché le due materie prime del Mezzogiorno, agricoltura e turismo, erano a costo zero. Poi anche il Sud sarebbe entrato nell'Um".

    Ma Prodi e Ciampi scelsero un'altra via...
    "Sicuramente la peggiore. E ora i nodi stanno venendo al pettine. Sarà stato il caso, ma la Lega aveva previsto quello che poi è successo veramente".

    Ovvero?
    "La Lega aveva sottolineato che se il governo avesse cambiato idea e avesse deciso di sottoporre il Paese a una cura da cavallo per farlo aderire all'Um con il primo gruppo, senza approvare prima le riforme necessarie, ciò sarebbe stato ancora peggio che non aderire all'unione".

    Ma...
    "Purtroppo, meno di cento giorni dopo la presentazione del Dpef del 28 giugno, Prodi, Ciampi e Visco hanno cambiato idea e hanno deciso per l'adesione all'Um con il primo gruppo".

    Un errore annunciato dalla Lega?
    "Fu una scelta avventata e sbagliata. Adesso lo dicono in tanti, ma noi l'avevamo messo nero su bianco già nel 1996".

    Cosa avrebbe dovuto fare l'Italia?
    "Prima di aderire avremmo potuto e dovuto aspettare uno o due anni e approvare le riforme necessarie per far recuperare competitività al Paese. Il 9 ottobre 1996 la Lega, nella sua relazione di minoranza alla nota di aggiornamento al Dpef, sosteneva che per l'ammissione del Paese unito i cittadini e le imprese dovrebbero pagare il prezzo di un nuovo aumento di pressione fiscale. Dicevamo anche che, rispetto ai loro concorrenti europei, le nostre imprese avrebbero minori risorse per gli investimenti, per la ricerca, per lo sviluppo di nuovi prodotti e per la remunerazione del capitale".

    questa intervista mi sembra tanto l'intervento del Paglia fatto su la Padania spezzettato e copia/incollato per farlo sembrare diverso....

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    In origine postato da Nanths
    leggere per comprendere, che il Paglia è un economista, non un politico venditore di fumo...

    Infatti piuttosto di "perdere tempo" con l'euro punterei direttamente alla costituzione europea, includendoci semmai anche l'euro, ma facendo restare in primopiano l'avversione a questa ue..........


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    In origine postato da Stonewall
    Non sono d'accordo con Pagliarini sulla "moneta unica mondiale", nel senso che la presenza di diverse monete assolve a un'esigenza di flessibilità. Sono affascinato, viceversa, dalla possibilità di avere due monete in competizione su uno stesso territorio: una lira utilizzata prevalentemente nelle transazioni "piccole" (e non agganciata al dollaro, che è una sciocchezza) e un euro come "moneta degli affari". Detto questo, l'analisi di Pagliarini è perfetta e ha il pregio di richiamare l'attenzione sulle ragioni dell'indipendenza, di cui ormai i dirigenti leghisti si sono dimenticati (sarà un caso ma "di là" Pagliarini è attaccato duramente, mentre i nazionalisti d'ogni razza sono idolatrati).
    Aggiungo che Pagliarini fa bene a minimizzare la boutade di Maroni-Calderoli perchè queste proposte, se si fanno, vanno fatte bene, avendo in mente un progetto, un target, e un percorso per raggiungerlo. Non ci si può sempre limitare a spararla più grossa e poi
    guardare cosa succede.

    La doppia moneta e l'Europa a due velocità, sono state fino all'ultimo le proposte della Lega in alternativa all'ammuchiata politica e monetaria.
    Non si tratta di sparate propagandistiche il ritorno alla lira perché il problema è che gli altri se ne stanno andando.
    Puoi prenderti tutto il tempo e la prudenza che vuoi, ma se il cerino te lo mettono in mano fra qualche mese o anno, è meglio presentare già ora proposte e idee.
    Chiaro che quelle della Lega non valgono niente..........
    arriveranno come al solito i professori; quelli che ci hanno già doto ottimi consigli............



  10. #10
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    cioè spiegatemi una cosa maroni e calderoli dicono che c'è un progetto per ritornare alla lira e ancorarla al dollaro e che pagliarini lo sta seguendo, e pagliarini smentisce? ammazza sietre uniti voi
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

 

 
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