L’opinione del professor Maurizio Bini



Paolo Bassi
--------------------------------------------------------------------------------
Oggi si aprono i seggi per i referendum sulla legge 40 del 2004. I cittadini sono chiamati a decidere se quattro punti della norma che regola la procreazione medicalmente assistita debbano o meno essere abrogati.
La campagna elettorale, che ha visto contrapposti il fronte del sì e i sostenitori dell’astensione, è stata serrata. Ma è davvero servita a chiarire le idee su un tema così difficile da affrontare? Lo abbiamo chiesto al professor Maurizio Bini, responsabile del Centro sterilità della coppia dell’ospedale Niguarda di Milano.
Embrione, ovocita, staminali, eterologa. Questi termini sono stati usati con una certa disinvoltura nel dibattito di questi giorni. Ma sono anche parole che di norma si “masticano” poco. La gente avrà capito davvero su cosa è chiamata a esprimersi?
«In effetti si tratta di una materia davvero complessa. Il dibattito che si è creato intorno al referendum può essere stato utile per chi, con una buona cultura di base, non si era mai interessato all’argomento e ora si è fatto un’idea definita a proposito della legge 40. Per altre fasce della popolazione però, penso sia davvero difficile comprendere davvero l’essenza della questione. Forse le cose che tutti hanno capito davvero si possono circoscrivere a due: la percezione che in questa legge ci sia qualcosa da cambiare, anche se magari in pochi sanno bene indicare cosa e perché. E che in questo dibattito sia entrata troppa politica».
È stata una campagna elettorale piuttosto tesa. E per conquistare consensi, forse certi concetti sono stati fin troppo semplificati...
«Il clima di scontro politico è stato percepito da tutti. Quanto alla questione tecnica, è normale che si cerchi di semplificare al massimo per spiegare le cose anche a chi è dotato di strumenti cognitivi meno sviluppati. Entrambi gli schieramenti, per raggiungere il massimo risultato, inevitabilmente sono caduti in una semplificazione eccessiva».
In caso di vittoria del sì però, il Parlamento non potrebbe rimettere mano alla legge prima di diversi anni. Se da quanto mi dice la maggior parte della gente ha solo un’idea vaga della materia. Non ritiene che sarebbe stato meglio cercare altre strade per eventuali modifiche, che non il ricorso alle urne?
«Senza dubbio. E forse entrambi gli schieramenti oggi hanno questa impressione. Ma c’è stata troppa rigidità, così ognuno è rimasto sulle sue posizioni. Entrambi i fronti sono responsabili se oggi la gente è chiamata ad esprimersi su un argomento così complesso. È come se si dovesse andare a votare su un quesito che chiede di esprimere un’opinione su un principio di fisica nucleare».


[Data pubblicazione: 12/06/2005]