Caro Abbas, la pena di morte è una infamia
di Luisa Morgantini


Caro Presidente della popolazione dei territori occupati della Palestina, Signor Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese,
No, non può essere che la pena di morte, una cultura di vendetta possa fare parte dello Stato palestinese e non è davvero possibile che per ripristinare ordine e legalità si ripristini la pena di morte. Mi dispiace, mi dispiace davvero molto, confesso di essere quasi annichilita al sapere che domenica mattina, 12 Giugno 2005, l'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ha giustiziato nella Prigione Centrale di Gaza (al Saraya), senza nessun tipo di preavviso, quattro uomini condannati per omicidio e per altri crimini tra il 1995 e il 2000.

E' stata la prima esecuzione attuata dal 7 agosto del 2000. Anche allora ero rimasta sgomenta e avevo protestato con il Presidente Arafat, con il Ministro degli esteri Nabil Shaat. Ne avevo parlato con Arafat in un nostro incontro a Ramallah, si era alterato, ma poi Nabil Shaat, mi telefonò per confermarmi che l'autorità Nazionale Palestinese introduceva una moratoria alla pena di morte, e che con il tempo la legislazione sarebbe cambiata. Potevo forse dubitare - mi disse - che nel nuovo Stato Palestinese la pena di morte non sarebbe stata abolita? No, non lo dubitavo, ma ora ho tanta paura. Intanto perchè lo Stato Palestinese ancora non c'è e di questo la responsabilità la porta quasi interamente la Comunità Internazionale che usa due pesi e due misure e non impone ad Israele di riprendere i negoziati, di cessare l'espansione degli insediamenti nella Cisgiordania e la costruzione del muro e di liberare le migliaia e migliaia di detenuti palestinesi. Ma paura perchè in nome dell'ordine si commettono crimini, e sinceramente, caro Presidente, non me lo aspettavo da te; che sei diventato Presidente del popolo palestinese presentandoti al voto con una scelta precisa: no alla lotta militare o agli attentati kamikaze. L'Intifadah, la rivolta del popolo palestinese per la libertà e l'indipendenza, hai detto varie volte, anche prima di essere eletto, deve essere popolare e non violenta.

Alcuni mi hanno detto che usare l'autorità dello Stato e eseguire la pena di morte era l'unico modo per impedire che fossero le famiglie che avevano subito il torto a vendicarsi. Caro Presidente, conosco le difficoltà, conosco le vendette dei clan familiari quando un torto è fatto ad uno dei loro membri. Io stessa ho assistito a Khan Yunis a tentativi di riconciliazione dopo che per litigi di potere o di attentati alla proprietà, morti erano rimasti sul terreno. Capisco anche quanto sia difficile, dopo una situazione di più di 38 anni di occupazione militare, cercare di affermare un autorità che non può essere solo espressione di nuovi diritti ma anche di nuovi doveri.

Ma voglio alzare la mia voce insieme a quella delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani, per dire No, caro presidente avresti dovuto firmare la sospensione della pena di morte e dichiarare di adoperarsi perchè un'altra cultura si affermi in Palestina.

Ci troviamo in un momento cruciale per il raggiungimento di una soluzione all'occupazione militare dei territori palestinesi. La popolazione palestinese ha bisogno di democrazia, giustizia e pace. La pena di morte forma parte di una cultura della vendetta che va sconfitta. So bene che paesi come gli Stati Uniti, chiamati «la più grande democrazia» hanno in vigore la pena di morte, ma io sono nata in una paese che dopo la resistenza e la seconda guerra mondiale l'ha abolita. Dalla Palestina arriva il bisogno di libertà, e la libertà non porta con sé la pena capitale. No, i palestinesi non si meritano questo.

Caro presidente, ripensaci, ed impegnati ad abolire la pena di morte, vedrai sarai un presidente amato e non temuto, fa molta differenza.

Intanto io rinnovo il mio impegno, che, ne sono consapevole è ben poca cosa rispetto alla grandezza e alla tragedia della Palestina occupata, per contribuire a ristabilire il diritto internazionale, per premere sulla Comunità Internazionale perchè finalmente possano coesistere nella sicurezza reciproca due popoli e due Stati con Gerusalemme capitale condivisa. Lunga vita Presidente.

Un abbraccio
14 giugno 2005