da Farefuturo.

Il pre-giudizio: schemi mentali che soffocano la realtà
di Federico Brusadelli
Il cervello umano vive di schemi. Mezzo utile, anzi necessario, per capire la realtà, che si presenterebbe altrimenti come un caotico gorgo di sensazioni, visioni e intuizioni slegate, frammentarie, confuse. “Capire” è dunque “contenere”. Etichettare, raggruppare, razionalizzare: così è nato il linguaggio, per esempio. Così funziona, di norma, la nostra mente. Ma quando lo “schema” diventa l’unico paradigma per vivere, interpretare e comunicare idee, sentimenti, impressioni ed esperienze, si perde qualcosa. Si perde quello spazio dell’ignoto, dell’inatteso, del mistero, che rende la vita più ricca. Si finisce per limitarsi. E quelle categorie, approdi sicuri, diventano le mura di un labirinto di cui si pensa di conoscere la strada. E in cui, alla fine, ci si smarrisce.

Di questo ha scritto recentemente Claudio Magris, con una riflessione pubblicata sul Corriere della Sera e dedicata al “pregiudizio” in letteratura. «Si decide a priori – o viene suggerito e imposto a priori dal meccanismo editoriale e mediatico – quali libri sono importanti, prima che siano stati letti; quali sono i libri che si devono leggere. Non è l’opera che, letta, giustifica il suo autore; bensì è l’autore, se famoso, a giustificare una sua opera anche eventualmente priva di qualità o estranea alla letteratura». E poi alcuni esempi: Michele Serra, la cui affermazione come giornalista impedisce che si dia il giusto valore a un suo libro come Cerimonie; o Asor Rosa che, critico e ideologo, non vede riconosciuta come si dovrebbe la qualità di Storie di animali e altri viventi; o, ancora, l’editore Guido Davico Bonino, il cui racconto Figlia d’arte non viene considerato «come merita, uno dei testi narrativi più incisivi di questo momento».Ha ragione Magris. Ecco tutti i danni del “pregiudizio”. In un mondo come quello dell’arte e della letteratura, poi, i danni sono ben peggiori. Un mondo che dovrebbe vivere di “inatteso”, e si ritrova invece imprigionato nelle categorie dell’ordinario. Così «la più banale frase di Kafka – scrive Magris – che annoti, poniamo, il ritardi di un treno può venir letta come una parabola metafisica, grazie alla grandezza di ben altri testi di Kafka». È vero, in questo gioca un ruolo abbastanza deleterio anche il marketing, la necessità di “investire” su un personaggio, su un “nome”. O su un filone. Alla lunga l’arte si svuota, rischia di diventare scontata e prevedibile. Non c’è più “scandalo”, nel senso vero della parola. Non si gettano più semi nuovi, si ripetono meccanismi che funzionano, già rodati e sicuri.

Forse anche per questo la creazione artistica, quella letteraria, quella musicale, paiono un po’ in affanno. Forse ritornare al piacere dell’inatteso può essere un buon punto di partenza. Un suggerimento valido anche per il mondo ordinario, perché no. Se anche la politica, per esempio, abbandonasse qualche pre-giudizio e qualche pre-vedibilità, se si liberasse di quel carico di schemi che l’hanno resa quasi un carillon inceppato, se demolisse un po’ di totem e un po’ di tabù, e se si abbandonasse ogni tanto, anche solo per provare l’effetto che fa, alla vertigine dell’inaspettato, ecco, forse ci regaleremmo tutti qualcosa in più.
22 dicembre 2009
QUI Magris prende discretamente per i fondelli la Gelmini (non che ci voglia molto)

QUI Brusadelli, l'autore dell'articolo, racconta a radioradicale la partecipazione ufficiale di Farefuturo alla manifestazione contro l'omofobia.

Si stanno impegnando sul serio questi think-tankers di Farefuturo, bisogna dargliene atto, sebbene sia sempre fondamentale sapere chi siano i finanziatori.