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  1. #1
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Pacifismo e femminismo in santa Caterina da Siena

    Pacifismo e femminismo in S. Caterina



    Il pacifismo e il femminismo di Caterina sono due temi di grande attualità per la Chiesa di oggi, anche se con caratteristiche e sfumature diverse da quelle del nostro tempo. Caterina ha indubbiamente lavorato, e in modo instancabile, per la pace tra il papa e i vari stati italiani. Ma si trattava, anzitutto, di un apostolato di salvezza, e non di pace come fine a se stessa ( solo se si è in pace col prossimo si può essere in pace con Dio, così pensava Caterina). Inoltre lei considerava quella guerra più grave delle altre della sua epoca, perché anche il papa vi era coinvolto, tramite la scomunica che aveva inflitto agli stati italiani.

    Molti si chiederanno cosa farebbe santa Caterina in questi tempi storici, dopo l’undici settembre. Quel che certamente non condividerebbe è la reciproca “scomunica” tra Americani e Fondamentalismo arabo. Ciascuno ritiene l’altro una sentina di male e di corruzione.

    Non mi stupirei che lei si mettesse in viaggio, come pellegrina di pace, facendo la spola tra i capi delle nazioni, animata dal fuoco dello Spirito e dal desiderio di immolarsi per fare di due popoli un popolo solo. Ma occorre ricordare che santa Caterina non era un “uomo politico”, e come donna non poteva, almeno allora, e forse anche oggi, avere mandati pubblici d’alto respiro.

    Ciò, però, non le impediva di diffondere idee interessanti sulla politica, attuali anche ai nostri giorni, unitamente al consiglio informale e alla preghiera d’intercessione. Per quanto riguarda un eventuale viaggio tra gli attuali integralisti arabi, occorre affidarsi a quel che lo Spirito le avrebbe suggerito. Certamente non sosterrebbe una Crociata, come ai suoi tempi, ma insisterebbe, negli opposti versanti, sul dialogo e l’abolizione delle reciproche “scomuniche”.

    Quanto alla questione del femminismo, si può dire che la santa senese ne fu in qualche modo iniziatrice. Nel senso, vale a dire, che il suo tempo, pur non attribuendo spazio all’apostolato delle donne, la vede impegnata in una sorta d’apostolato, seppure insolito.

    Caterina Benincasa è senz’altro un modello per la donna laica d’oggi, tanto che la Chiesa, e lo stesso Giovanni Paolo II, l’hanno proposta come punto di riferimento. Ciò nonostante, lei non aveva niente della femminista, come s’intende oggi. Non ha mai parlato del suo essere donna come di un problema, tranne quando desiderava di essere un uomo per poter evangelizzare, senza preclusioni, il mondo intero.

    Inoltre, Caterina non ha lottato per creare uno spazio per le donne nella Chiesa; non ha mai contestato la gerarchia maschile o richiesto il sacerdozio per le donne, come accade anche nella chiesa cattolica ai nostri giorni. Forse oggi avrebbe fatto queste cose? Noi non possiamo dire di sì, perché sarebbe tradire il personaggio che è vissuto non oggi, ma oltre 600 anni fa, fedele alla Chiesa e al Papa e che non esitava ad usare toni forti contro coloro che si opponevano ad esso, ma al tempo stesso usava parole forti anche verso i cardinali corrotti.

    Invece possiamo dire, con certezza, che per il suo tempo Caterina era anticonformista (l’anticonformismo dello Spirito), e se ne può ammirare il coraggio (quello che scarseggia oggi per una nuova evangelizzazione ), la disponibilità ai richiami del Padre celeste, e l’umiltà unita alla “sicurtà” nel dire le cose di Dio. In tal senso lei può essere proposta come modello per la predicazione informale (quella dei laici) e la preghiera apostolica.

    Soprattutto la predicazione e la preghiera per la pace che presuppone “riconciliazione e penitenza”. “Cristo fu nostra pace – si legge nella terza lettera indirizzata al preposto di Casole e a Giacomo di Manzi, di detto luogo - e nostro tramezzatore, però che entrò in mezzo tra Dio e l’uomo e della grande guerra fece la grandissima pace”.

    Ed ancora sulla pace Caterina scrive a Benuccio di Piero, e a Bernardo di misser Uberto de’ Belforti da Volterra, che erano sempre in guerra con i vicini: “Dio per mezzo del Figliolo suo, e il Figliolo per mezzo del sangue, ci ha tolta la guerra e data la pace; così dico a voi, cioè che col mezzo della virtù vi converrà levare la guerra”.

    Predicatrice di pace, “messagger che porta l’ulivo”, Caterina scrive ancora a frate Raimondo da Capua dell’Ordine dei predicatori e a maestro Giovanni Terzo, dell’Ordine dei Frati eremiti di santo Augustino, narrando di una sua visione:”Crescendo in me il fuoco del santo desiderio, mirando, vedevasi nel costato di Cristo crocifisso entrare el popolo cristiano e infedele, e io passavo, per effetto e desiderio d’amore, per lo mezzo di loro, entrando con loro in Cristo dolce Gesù accompagnata col padre mio santo Domenico e Iohanni singolare (l’Evangelista), con tutti quanti e’ figlioli miei. Allora mi dava la croce in collo e l’ulivo in mano quasi volesse, e così diceva, che io la porgessi all’uno popolo e all’altro : io vi annunzio gaudio magno”(lettera 219).

    Un messaggio che, senza forzature, può essere trasmesso anche ai nostri giorni, perché i “due popoli” entrino finalmente nel costato di Cristo, affinché le loro scorie siano annullate per sempre. Una speranza di pace che santa Caterina da Siena può rendere credibile per l’Europa e per il mondo intero.


    Prof. Giampaolo Thorel
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

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  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    LETTERA APOSTOLICA
    AMANTISSIMA PROVIDENTIA
    DEL SOMMO PONTEFICE
    PAPA GIOVANNI PAOLO II
    PER IL VI CENTENARIO
    DEL TRANSITO DI S.CATERINA DA SIENA

    Venerati fratelli e diletti figli,
    salute e apostolica benedizione.

    INTRODUZIONE

    L'amabile provvidenza divina si manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci sul cammino dell'uomo. Spesso sceglie per questo delle persone apparentemente disadatte e ne eleva talmente le facoltà native, da renderle capaci di azioni assolutamente superiori alla loro portata. E questo fa non tanto per confondere la sapienza dei sapienti (1Cor 1,19), quanto per mettere in luce la sua opera, che non ha bisogno di sostegni umani, e per indicare più chiaramente agli uomini a quale dignità li eleva la sua grazia e a quali grandezze ancora maggiori può e vuole condurli la sua guida.

    Ciò è particolarmente evidente nella vita e nelle opere di santa Caterina da Siena, di cui quest'anno si celebra il sesto centenario della pia morte. Sono lieto per questo di additarla nuovamente all'esempio dei fedeli, non solo d'Italia, ma del mondo intero. In lei infatti il divino Spirito fece risplendere meravigliosi arricchimenti di grazia e di umanità, per mezzo dei doni di sapienza, d'intelletto e di scienza, coi quali la mente umana diventa estremamente sensibile alle divine ispirazioni, «nella conoscenza delle cose divine e delle umane» (S.Thomae «Summa Theologiae», I-IIae, q. 68, a. 5 ad 1).

    A lei si possono perciò applicare le parole del salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato» (Sal 17 (18),37). E ancora: «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sal 118 (119),32).

    L'esperienza umana e divina

    1. Le condizioni d'Italia e dell'Europa non erano felici, quando venne alla luce in Siena, nel 1347, la piccola Caterina. Già si profilava all'orizzonte la tristemente famosa «peste nera», che l'anno dopo infierì dovunque e seminò la desolazione e la morte in ogni paese e quasi in ogni famiglia.

    Altri mali funestavano il mondo civile, come le guerre, particolarmente quella dei cento anni tra Francia e Inghilterra, e le incursioni delle compagnie di ventura. Nel mondo religioso tutto quel secolo è riempito, per tre quarti, dal soggiorno dei Papi in Avignone, e poi dal grande scisma d'occidente, che si prolungò fino al 1417. La storia della mantellata senese s'inserisce vivamente in queste situazioni e vi fa anche da protagonista.

    Figlia di un tintore di panni, penultima di 25 nati, Caterina prese molto presto coscienza dei bisogni del mondo e, attratta dall'ideale apostolico domenicano, volle entrare nelle file del terz'ordine o, come allora si diceva in Siena, tra le mantellate, le quali, pur non essendo suore né vivendo in comunità, portavano l'abito bianco e il mantello nero dell'ordine dei predicatori. Giovanissima, già si distingueva per la carità verso i poveri e gli ammalati, la pazienza nel sopportare le maldicenze degli uomini e le battaglie interiori col demonio, la saggezza e l'umiltà degli atteggiamenti e dei pensieri.

    Intanto si esercitava in un coraggioso programma ascetico, basato su criteri efficienti, che avrebbe più tardi inculcati ai suoi discepoli: «Non lasciar passare i movimenti (della natura disordinata) che non siano corretti» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 73, p. 161; cfr. c. 60; «Epistulae», passim).

    Le si raggruppava poi intorno una varia accolta di discepoli d'ogni ceto, attratti dalla sua pura fede e dalla schietta accoglienza della parola di Dio, senza mezzi termini e senza compromessi. Erano laici, mantellate e religiosi di vari ordini, alcuni conquistati da fatti prodigiosi. Tutti ricevevano da lei una singolare assicurazione, di cui spesso sperimentavano la validità: quella d'assisterli dovunque fossero e di pagare anche per i loro errori (cfr. S.Catharinae Senensis «Epist.» 99).

    Il Signore la istruiva, come un maestro con la sua alunna, e le scopriva a grado a grado «quelle cose che sarebbero state utili all'anima sua» (Raimundi Capuani «Legenda Maior» [in «Acta Sanctorum», Apr.]).

    Il progresso spirituale culminò con lo sposalizio nella fede, che poteva sembrare il sigillo di una vita votata all'isolamento e alla contemplazione. Invece il Signore, nel darle l'anello invisibile, intendeva unirla a sé nelle imprese del suo regno (Raimundi Capuani «Legenda Maior» [in «Acta Sanctorum», Apr.], par. 115). La popolana ventenne vedeva ciò in termini di separazione dallo Sposo celeste, ma egli invece la rassicurava che intendeva stringerla di più a sé «mediante la carità del prossimo» (Raimundi Capuani «Legenda Maior» [in «Acta Sanctorum», Apr.], par. 115), cioè contemporaneamente sul piano della mistica interiore e su quello dell'azione esteriore o della mistica sociale, com'è stato detto (J.Leclercq «La mystique de l'apostolat», 1922-1947).

    Fu come un'impennata verso più ampi spazi, che s'aprivano davanti alla sua mente e alla sua iniziativa. Passò dalla conversione di singoli peccatori alla riconciliazione tra persone o famiglie avversarie; alla rappacificazione fra città e repubbliche. Non ebbe paura di passare tra le fazioni in armi né s'arrestò di fronte al dilatarsi degli orizzonti, che da principio l'avevano spaventata fino al pianto. L'impulso del maestro divino svelò in lei come un'umanità d'accrescimento. Per lei, figlia d'artigiani e donna senza lettere, cioè senza scuola né istruzione, la visione del mondo e dei suoi problemi superò enormemente i limiti del suo quartiere, fino a progettare la sua azione in termini mondiali. Al suo ardire non c'eran più limiti, né alla sua ansia per la salvezza degli uomini. Un giorno, racconta lei stessa, il Signore le dette «la croce in collo e l'ulivo in mano», da portare all'uno e all'altro popolo, il cristiano e l'infedele, come se Cristo la sollevasse alle proprie dimensioni universali della salvezza (S.Catharinae Senensis «Epist.» 219 vel LXV).

    Per renderla più conforme al suo mistero di redenzione e prepararla al suo indefesso apostolato, il Signore concesse a Caterina il dono delle stigmate. Ciò avvenne nella chiesa di Santa Cristina, a Pisa, il 1° aprile 1375.

    Caterina ha 29 anni ed è giunta al punto di rendersi conto della grandezza del suo compito: «ricomporre l'equilibrio della cristianità» (G.La Pira, in Comm. «Vita Cristiana», 1940, p. 206). Da anni propugnava il «santo passaggio», cioè la crociata per la liberazione dei luoghi santi, sia per distogliere le armi cristiane dalle guerre fratricide (cfr. S.Catharinae Senensis «Epist.» 206, vel LXIII), sia per dare «il condimento della fede» agli infedeli (S.Catharinae Senensis «Epist.» 218 vel LXXIV).

    Nella stessa maniera, e se possibile anche più appassionata, incoraggiava il Papa alla riforma morale della Chiesa, cominciando con l'elezione di buoni pastori. Su questo tema trovava gli accenti più infiammati, perché per lei «la Chiesa non è altro che esso Cristo» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 171 vel LX). Ella rimprovera e denunzia i disordini, ma con animo tutto accorato, manifestando per la Chiesa una tenerezza materna, accoppiata a virilità di proposte, quando scrive a Gregorio XI: «Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perché gli poniate il colore» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 231 vel LXXVII). «Reponetele il cuore, che ha perduto, dell'ardentissima carità: ché tanto sangue le è succhiato per l'iniqui devoratori che è tutta impallidita» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 206 vel LXIII).

    Ormai s'avvicina il momento della sua impresa più gloriosa. Nel giugno 1376 si recò ad Avignone, come mediatrice di pace tra la santa Sede e Firenze. La questione era difficile: si sarebbe risolta due anni dopo, non senza una sua nuova mediazione. Ma Caterina aveva a cuore cose anche più grandi. S'era fatta precedere dal suo confessore fra Raimondo da Capua, affidandogli la lettera ora citata, in cui espone al pontefice «da parte di Cristo crocifisso» le tre principali cose che egli deve fare per avere pace in ogni direzione: piantare degni pastori, innalzare il gonfalone della croce per la crociata, e riportare la sede papale a Roma.

    Le sue parole risuonano di una forte eco profetica, specialmente quando tocca il tasto della povertà della Chiesa e del danno che le porta la cura dei beni temporali. Sul ritorno del vicario di Cristo alla sua sede non ha titubanza: «Rispondete allo Spirito Santo che vi chiama. Io vi dico: venite, venite, venite». E, dopo averlo esortato a venire «come agnello mansueto», per ridare forza al suo messaggio, aggiunge con rispettosa franchezza: «siatemi uomo virile e non timoroso» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 206 vel LXIII). La pena della lunga attesa e della rovina delle anime le strappa dal cuore, in una lettera successiva, questo grido: «Oimé, Padre, io muoio di dolore e non posso morire» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 196 vel LXIV).

    Giunta ad Avignone il 18 giugno, poté far valere a voce, anche in incontri diretti col Papa, il senso improrogabile del dovere, parlandogli senza presunzione né timidezza. Il pio pontefice che tardava a prendere l'ultima decisione dovette convincersi che per bocca di lei parlava realmente il Signore e lo certificava della sua volontà. Gregorio XI lasciò definitivamente Avignone il 13 settembre 1376 ed entrò in Roma fra un delirio di popolo festante il 17 gennaio 1377.

    continua..........
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
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    Più tardi dopo una lunga missione in Valdorcia Caterina riprese in mano la questione della pace coi fiorentini, corse anche pericolo, in uno dei tumulti dell'estate 1378, di essere uccisa; e lei, che s'era vista a un punto dal martirio, scriveva poi quasi delusa: «Lo Sposo eterno mi fece una grande beffa» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 295).

    Purtroppo quell'anno, scomparso Gregorio XI ed eletto tra burrascosi incidenti Urbano VI, uomo devoto all'austerità dei costumi e all'ideale della riforma morale, scoppiò il grande scisma, che doveva turbare l'unità della Chiesa per quasi quarant'anni. La santa, che pur l'aveva previsto, sentì penetrare nella sua carne la ferita della Chiesa. Ormai era da abbandonare ogni altro pensiero e dedicarsi con tutte le forze a lottare per l'unità del corpo mistico e per l'unico vero Papa. D'ora in poi le sue lettere infocate si potranno chiamare messaggi dell'unità cristiana. L'amore per il Papa e la Chiesa brucia la sua anima.

    Naturale che all'invito d'Urbano accorresse a Roma: doveva agire sul cuore stesso della Chiesa. Suggerì e incoraggiò la raccolta intorno al «dolce Cristo in terra» di uomini di puro spirito, per assisterlo col consiglio, la preghiera e il prestigio della vita santa. La sua abitazione in via del Papa (significativo!) diventò un centro d'attività diplomatica. Lettere e messaggeri partivano per ogni dove: ai potenti d'Italia e ai regnanti d'Europa, ai Cardinali ribelli e ai servi di Dio da rincuorare. Animava i soldati che combattevano per Urbano, placava il popolo romano tumultuante, frenava gli impeti del pontefice, andava con fatica a pregare sulla tomba dell'apostolo in san Pietro. Fu un anno e mezzo d'attività logorante e di spasimanti orazioni: «O Dio eterno, ricevi il sacrificio della vita mia in questo corpo mistico della santa Chiesa» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 371). Così, tra invocazioni e desideri struggenti, si spense a Roma la domenica 29 aprile 1380, a trentatré anni come il suo Sposo crocifisso.

    Il suo corpo fu sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove si venera sotto l'altare maggiore; mentre il capo fu inviato a Siena, dove fu accolto trionfalmente dal clero e dal popolo, presente anche la madre di Caterina, Lapa, e conservato nella Chiesa di San Domenico.

    Caterina fu canonizzata dal sommo pontefice Pio II con la Bolla «Misericordias Domini», del 29 giugno 1461. Ella venne così solennemente additata alla Chiesa universale come modello di santità, esempio di una sublime grandezza, cui una semplice donna può giungere con la grazia dell'Onnipotente.

    Gli scritti

    2. Letterariamente santa Caterina è un caso singolare. Non è mai andata a scuola, né sapeva leggere e scrivere, se non forse molto tardi e imperfettamente. Eppure ha dettato un complesso di scritti, che ne fanno un classico di notevole rilievo nella letteratura trecentesca italiana e tra gli scrittori mistici, tanto da meritarle il titolo di dottore della Chiesa, conferitole da sua santità Paolo VI il 4 ottobre 1970.

    Sono rimaste di lei 381 «Lettere», dirette ad ogni genere di persone, umili e grandi. E' un epistolario di ricca spiritualità, specchio di un'anima che vive intensamente ciò che esprime, e trova accenti schietti e toni di toccante eloquenza, spesso anche poetici. Vi arde una costante passione per l'uomo immagine di Dio e peccatore, per Cristo redentore, per la Chiesa che è il campo in cui il salvatore fa fruttificare il tesoro del suo sangue nella salvezza dell'uomo.

    Vive in esse uno spirito sensibile a tutti i travagli dell'umanità, un'immaginazione fervida, una fede che arroventa la parola nel denunziare i vizi, ma l'addolcisce fino alla tenerezza nell'ammonire i tiepidi e nel sollevare i deboli. Non c'è niente di falso e di convenzionale, ma schietto vigore anche nella pietà.

    Inoltre santa Caterina, tra il 1377 e 1378, dettò in varie riprese un libro, che viene ordinariamente intitolato «Dialogo della Divina Provvidenza o della Divina dottrina», nel quale l'anima di lei, in colloquio estatico col Signore, riferisce ciò che l'eterna verità le dice, rispondendo alle sue domande riguardo al bene della Chiesa e dei suoi figli e del mondo intero. Il libro è caratterizzato da accento profetico, da equilibrio di pensiero e da lucidità d'espressione. Tocca i misteri più augusti della nostra religione e i problemi più ardui dell'ascetica e della mistica. Il pensiero vigile e implorante è rivolto ai fratelli del mondo, che vede perdersi nei sentieri del peccato e che cerca di scuotere dal torpore mortale: mentre con fine intuizione psicologica getta fasci di luce sulla via della perfezione, esaltando l'elevazione dell'uomo il quale, nella sequela di Cristo obbediente, trova la via sicura verso la Trinità beata. Ampiezza di prospettive, aderenza di analisi esperienziali e fiammeggiare d'immagini e di concetti, fanno di quest'opera «uno dei gioielli della letteratura religiosa italiana» (E. Underhill, «Mysticism.», p. 467).

    Infine ci sono le «Orazioni», raccolte dalle sue labbra negli ultimi anni di vita, quando la santa effondeva la sua anima e la sua ansia, nel parlare con immediatezza al Signore. Sono autentiche improvvisazioni, che salgono spontanee dalla mente immersa nella luce divina e dal cuore dolente per le miserie degli uomini, senza banalità di concetti o di petizioni, ma con tono passionale e confidente, e con espressioni spesso ardite ma di assoluta ortodossia.

    L'immagine più espressiva e ampia di questa maestra di verità e d'amore è quella del ponte, una costruzione simbolica che anticipa in qualche modo la «Salita del monte Carmelo» di san Giovanni della Croce. L'allegoria descrive, in succinta e fine analisi psicologica, il cammino dell'uomo che sale dal peccato al vertice della perfezione. La caratterizza un'accentuazione cristologica. su cui s'appoggia tutta la struttura. Infatti il ponte è Gesù Cristo, sia con la figura del suo corpo innalzata sulla croce, sia con la sua dottrina, sia con la sua grazia.

    Sul baratro invalicabile aperto dal peccato e solcato dal fiume vorticoso della corruzione mondana, fu gettato a ricongiungere la terra col cielo, quando il Figlio di Dio s'incarnò, unendo in sé la natura divina con la natura umana (S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 21-22; cfr. S.Catharinae Senensis «Epist.» 272). E' l'unica via per coloro che vogliono veramente giungere alla vita eterna. Ogni uomo, seguendo l'attrazione della grazia di Cristo (trarrò tutto a me), si libera gradatamente dal peccato, dal timore imperfetto o servile e dall'amor proprio sia sensibile che spirituale, fino ad essere spoglio d'ogni imperfezione.

    Contemporaneamente si attua il cammino in ascesa, ch'è tutto nel segno dell'amore. Caterina infatti è con san Tommaso e coi migliori teologi, nel pensare che la perfezione «sta nella virtù della carità» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 11); e concorda anche col Concilio Vaticano II («Lumen Gentium», 5), sia in questo, sia nell'universalità della chiamata alla santità (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 53). Perciò segna su Cristo-ponte tre gradi (da lei detti «scaloni») di ascensione spirituale, che significano tanto le tre potenze dell'anima tratte in alto dall'amore, quanto i tre stati progressivi dello spirito: imperfetti, perfetti, perfettissimi (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 26)

    Si ha quindi un ponte-scala, col primo grado che è l'amore di servo, il secondo che è l'amore di amico, il terzo che è l'amore di figlio (S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 56-57). La divisione ternaria non è puramente schematica e tradizionale, ma è didatticamente accompagnata da annotazioni particolari, caratterizzanti i gradi dell'evoluzione verticale e il modo di superare le tappe inferiori, con un'aderenza psicologica fondata sull'osservazione dell'esperienza spirituale.

    Anche i seguenti capitoli del «Dialogo» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 87-96), che si usa chiamare «Trattato delle lacrime», procedono su una medesima via ascendente ma con assoluta originalità di schema, che dimostra nella santa una maestra dalla personalità propria e dalla didattica matura e precisa, pur nell'improvvisazione del dettato.

    Tuttavia il progresso spirituale non è limitato all'ambito personale. Santa Caterina è troppo compresa dell'esistenza degli altri e dell'importanza del prossimo; e molto insiste sulla inscindibilità dell'amore del prossimo dall'amore di Dio, come del resto mette in evidenza lo stesso Concilio Vaticano II («Lumen Gentium», 5). Di lei è la sorprendente affermazione, messa in bocca al Signore: «Io ti fo sapere che ogni virtù si fa col mezzo del prossimo, e ogni difetto» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 6).

    Caterina intende dire che, per la comunione della carità e della grazia, il prossimo è sempre coinvolto nel bene e nel male che facciamo (cfr. T.Deman, «La parte del prossimo nella vita spirituale secondo il "Dialogo"», in «Vita Cristiana», 1947, n. 3, pp. 250-258). Ma il suo pensiero va più in là: il prossimo è il «mezzo» per eccellenza per la carità in atto, il luogo dove ogni virtù si esercita necessariamente, se non esclusivamente.

    Dice l'eterno Padre: l'anima, «come in verità m'ama, così fa utilità al prossimo suo;... e tanto quanto l'anima ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me. Questo è quello mezzo, che Io v'ho posto acciò che esercitiate e proviate la virtù in voi, che non potendo fare utilità a me, dovetela fare al prossimo» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 7).

    Questo principio, ribadito innumerevoli volte, fa del prossimo il terreno su cui si esprime, si esercita, si prova e misura la carità fraterna, la pazienza, la giustizia sociale. Nel contatto con gli altri, gli stessi contrasti diventano mezzo di verifica delle azioni virtuose (S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 7-8): restando fermo il confronto esistenziale con l'amore di Dio: «Con quella perfezione con cui amiamo Dio, con quella amiamo la creatura ragionevole» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 263; cfr. «Dialogus», cc. 7 et 64).

    L'insistenza sul principio di solidarietà serve anche a dimostrare la radice profonda della fraternità umana insegnataci da Cristo. Gli uomini vivono questa realtà: ognuno è quasi complemento degli altri. La provvidenza li ha creati dotandoli di qualità fisiche e morali differenziate da individuo a individuo, sicché ognuno ha bisogno degli altri, «acciò che abbiate materia, per forza, d'usare la carità l'uno con l'altro» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 7) e siano tutti legati dal bisogno dell'aiuto reciproco, come le membra nel corpo (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 148).

    Similmente nella Chiesa universale c'è solidarietà tra settore e settore. Ciò è figurato nell'allegoria delle tre vigne: la personale, quella del prossimo e quella universale del Popolo di Dio. Le prime due sono tanto unite, «che niuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né male che no 'l facci a lui» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 24). Ma nella solidarietà con la terza vigna sta il senso dell'equilibrio e dell'ordine cateriniano. E' nella vigna universale che è piantata l'unica vite vera, Gesù Cristo, sulla quale ogni altra dev'essere innestata per riceverne vita (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 24). In essa il principale lavoratore è il Papa, «Cristo in terra, il quale ci ha a ministrare il sangue» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 313 et 321); da lui ogni altro lavoratore dipende, per obbedienza e perché lui «tiene le chiavi del sangue dell'umile Agnello» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 339; cfr. «Epist.» 309 et 305).

    Immagini trasparenti del primato di Pietro - primato di magistero e di governo voluto dalla «prima dolce Verità» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 24 vel X) - che salda istituzione e carisma in Cristo, unica fonte di essi.

    A tale logica si è ispirata tutta l'azione di questo angelo tutelare della Chiesa a pro del pontificato romano.

    continua..................
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  4. #4
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    (Cartolina celebrativa per il gemellaggio fra la Chiesa di san Francesco e la Chiesa di santa Caterina a Trieste, I Due Patroni dell'Italia...e da me ricontornata.......)

    CONCLUSIONE

    Il ruolo eccezionale svolto da Caterina da Siena, secondo i piani misteriosi della provvidenza divina, nella storia della salvezza, non si esaurì col suo felice transito alla patria celeste. Ella, infatti, ha continuato ad influire salutarmente nella Chiesa sia con i suoi luminosi esempi di virtù, sia con i suoi mirabili scritti. Perciò i sommi pontefici, miei predecessori, ne hanno concordemente esaltata la perenne attualità, proponendola continuamente all'ammirazione ed all'imitazione dei fedeli.

    Il sommo pontefice Pio II, nella bolla di canonizzazione, la chiamò con parole quasi profetiche: «Illustris et indelebilis memoriae virginem» (Pii II «Misericordias Domini: Bullar. Roman.», V, a. 1860, p. 165). Pio IX la proclamò (1866) seconda patrona di Roma. San Pio X la propose come modello alle donne di Azione Cattolica, nominandola loro patrona. Pio XII proclamò san Francesco d'Assisi e santa Caterina da Siena primari patroni d'Italia, con la lettera apostolica «Licet Commissa» del 18 giugno 1939; e, nel memorabile discorso in onore dei due santi, tenuto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva il 5 maggio 1940, il Papa tributò alla santa senese questo splendido elogio: «In questo servizio della Chiesa voi ben comprendete, diletti figli, come Caterina precorra i nostri tempi, con un'azione che amplifica l'anima cattolica e la pone al fianco dei ministri della fede, suddita e cooperatrice nella diffusione e difesa del vero e della restaurazione morale e sociale del vivere civile» (Pio XII «Discorsi e Radiomessaggi», II [1949] 100). Né meno palpitanti di attualità sono state le ripetute lodi che alla figura e all'attività apostolica di Caterina, tributò il sommo pontefice Paolo VI, in occasione della festa annuale di lei. Mi sembrano, fra le altre, altamente significative per i tempi nostri le seguenti parole del mio venerato predecessore. «Santa Caterina, disse egli il 30 aprile 1969, ha amato la Chiesa nella sua realtà che, come sappiamo, ha un duplice aspetto: uno mistico, spirituale, invisibile, quello essenziale e fuso con Cristo redentore glorioso, il quale non cessa di effondere il suo sangue (chi ha parlato tanto del sangue di Cristo, quanto Caterina?), sul mondo attraverso la sua Chiesa; l'altro umano, storico, istituzionale, concreto, ma non mai disgiunto da quello divino. V'è da chiedersi se mai i nostri moderni critici dell'aspetto istituzionale della Chiesa siano capaci di cogliere questa simultaneità» («Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 941). Ma Paolo VI testimoniò con ancor maggiore autorità la sua stima per il perenne valore della dottrina ascetica e mistica di santa Caterina, allorché la elevò, insieme a santa Teresa d'Avila, alla dignità di dottore della Chiesa e ne celebrò la sovrumana sapienza nella Basilica di san Pietro, il 4 ottobre 1970 («Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 982-988)

    Nella vita e nell'attività, sia letteraria che apostolica, di santa Caterina da Siena si è in realtà verificato quanto ho avuto l'occasione di ricordare a un gruppo di Vescovi nella loro visita «ad limina». «Lo Spirito Santo è attivo nell'illuminare le menti dei fedeli con la sua verità, e nell'infiammare i loro cuori col suo amore. Ma queste intuizioni di fede e questo «sensus fidelium» non sono indipendenti dal magistero della Chiesa, che è uno strumento dello stesso Spirito Santo ed è assistito da lui. Solo quando i fedeli sono stati nutriti della parola di Dio, fedelmente trasmessa nella sua purezza ed integrità, i loro carismi propri diventano pienamente operativi e fecondi» (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Allocutio Indorum Episcoporum coetui habita, occasione oblata eorum visitationis "ad limina"», die 31 maii 1979: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II [1979] 1354-1358).

    Possa, dilettissimi fratelli e figli, l'esempio di santa Caterina da Siena, la cui vita fu così mirabilmente attiva e feconda per la sua patria e la Chiesa, perché docile all'«instinctus» dello Spirito Santo e guidata dal magistero della Chiesa, suscitare in moltissime anime una più viva ammirazione e desiderio;o di imitazione delle sue eroiche virtù. Avremo così una nuova conferma che la sua morte fu veramente - ed è tuttora - «preziosa al cospetto del Signore», com'è «la morte dei suoi santi» (Sal 116,15).

    Con tali sentimenti nostro animo, a voi, venerabili fratelli e figli diletti d'Italia, nonché a tutti coloro che ovunque nel mondo ricordano tale ricorrenza centenaria del transito di santa Caterina da Siena, e in particolare all'ordine dei frati predicatori e alle monache e sorelle consacrate a Dio secondo la regola di vita della sua famiglia religiosa, imparto benevolmente la benedizione apostolica.

    Dato a Roma, in san Pietro, il 29 aprile, nella memoria di santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, nell'anno 1980, secondo del nostro Pontificato.


    LETTERA APOSTOLICA
    AMANTISSIMA PROVIDENTIA
    DEL SOMMO PONTEFICE
    PAPA GIOVANNI PAOLO II
    PER IL VI CENTENARIO
    DEL TRANSITO DI S.CATERINA DA SIENA
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Il femminismo illusorio....

    Bella responsabilità della Pollastrini & C.
    Donne lontane dalle donne La genialata di alcune

    www.avvenire.it


    Eugenia Roccella

    Le parlamentari che hanno spinto i partiti di sinistra verso il referendum, convinte di interpretare i sentimenti delle italiane, hanno reso a quei partiti un pessimo servizio, facendo balenare il miraggio di una vittoria politicamente significativa.

    Riaffermare il controllo culturale sulle donne e sul processo di modernizzazione, saldare intorno alla sinistra una nuova compattezza femminile, a un anno dalle elezioni, non sarebbe stato risultato da poco. E tante, Pollastrini in testa, hanno illuso e si sono illuse, in preda a un grande equivoco, quello di incarnare "naturalmente" l’eredità del femminismo degli anni Settanta.

    La complicità esibita, trasversale, estesa fino alle mogli dei politici, in un revival di sorellanza e unità sugli obiettivi, si è rivelata poco più di un salotto elitario. La comune convinzione che riuniva le esponenti del sì intorno al referendum non nasceva da interessi irrinunciabili delle donne, ma da affinità di condizione, di atteggiamento culturale e magari mondano (gli esperti direbbero: di target). Insomma, belle signore accomunate da gusti e comportamenti, dalle stesse abitudini di consumi e frequentazioni, ingenuamente sicure di essere lo specchio fedele delle loro elettrici.

    Se metti insieme la parlamentare garbata, la radicale eroica, il chirurgo fascinoso, l’attrice ruspante, la modella internazionale, l’avvocatessa vincente, è chiaro che rappresenti il Paese. L’idea in fondo era semplice: il referendum sulla procreazione piace alla gente che piace. È vero, il femminismo degli anni ruggenti era capace di trasversalità, sociale e anche ideologica, ma si affidava a pratiche del tutto diverse: a un’interrogazione profonda di sé e delle altre, spesso piena di dubbi e di contraddizioni, che evitava e temeva l’eccesso di semplificazione.

    Un pensiero che partiva sempre dall’esperienza, e cercava di connettersi a un tessuto comune di consapevolezze e saperi femminili. Oggi, costrette a registrare la sconfitta, ma incapaci di elaborar la davvero, alcune politiche cercano di introdurre il solito criterio di giudizio un po’ razzista: le donne che hanno votato per l’abrogazione erano informate e in grado di affrontare i quesiti, le altre, prive di strumenti, si sono lasciate condizionare (nella proporzione di 1 a 4). Altre esponenti del Comitato del sì, ancora più disarmanti, denunciano l’inganno dei sondaggisti: come si è verificato questo disastro, se gli istituti demoscopici avevano previsto minimo minimo il 40% di votanti?

    La patina di necessario fair play non riesce a coprire del tutto lo sconforto stupefatto che circola: com’è possibile che le italiane accettino che il concepito abbia qualche diritto, che non si affidino entusiasticamente alla classe medica, che non inneggino alla libertà di ricerca di scienziati con ogni evidenza tentati dall’eugenetica? E soprattutto, com’è che non si sono lasciate sedurre dalla sirena insistente della libera scelta?

    Non è che le donne siano insensibili alle battaglie di libertà. Semplicemente non hanno considerato tale la proposta referendaria. La versione istituzionale del femminismo, tutta concentrata sui diritti, non le ha convinte. Le elettrici ritengono importante che l’embrione, fuori dalla naturale collocazione nel grembo materno, sia tutelato dalla legge; pensano che a pratiche mediche così intrusive vada imposta qualche cautela, e che la ricerca debba avere dei limiti etici.

    Questo clima di sconsolata cupezza che si cerca di far passare, con i commenti sull’arretramento del femminismo, gli allarmismi sulla 194, le ipotesi sulla volontà "autopunitiva" (Dacia Maraini) delle donne, non può essere accettato.

    La sconfitta appartiene a una larga parte della classe dirigente, alle parlamentari che hanno sostenuto il referendum, non certo alle donne. La libertà, le elettrici l’hanno riconosciuta nell’altro fronte, quello dell’astensione: libertà di tenersi stretta la propria secolare esperienza del corpo e della maternità, e di non delegarla alla tec noscienza, mantenendo un atteggiamento sanamente critico nei confronti delle tecnologie riproduttive e delle prospettive che aprono.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 

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