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    Udienza del mercoledì: "Dio ci è sempre accanto"

    La fiducia del popolo è nel Signore

    di Silvia Salvati/ 15/06/2005

    Nell'udienza generale di questo mercoledì, 15 giugno, Benedetto XVI commenta il Salmo 122 e ricorda l'importanza della supplica da parte degli oppressi. Perchè "Il Signore non rimane indifferente.. né delude la loro speranza"




    1. In modo molto incisivo Gesù, nel Vangelo, afferma che l’occhio è un simbolo espressivo dell’io profondo, è uno specchio dell’anima (cfr Mt 6,22-23). Ebbene, il Salmo 122, ora proclamato, è tutto racchiuso in un incrociarsi di sguardi: il fedele leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza. Non di rado nel Salterio si parla dello sguardo dell’Altissimo che «si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio» (Sal 13,2). Il Salmista, come abbiamo sentito, ricorre a un’immagine, quella del servo e della schiava che sono protesi verso il loro padrone in attesa di una decisione liberatrice. Anche se la scena è legata al mondo antico e alle sue strutture sociali, l’idea è chiara e significativa: quell’immagine ripresa dal mondo dell’Oriente antico vuole esaltare l’adesione del povero, la speranza dell’oppresso e la disponibilità del giusto nei confronti del Signore.

    2. L’orante è in attesa che le mani divine si muovano, perché esse opereranno secondo giustizia, distruggendo il male. Per questo spesso nel Salterio l’orante eleva il suo occhio colmo di speranza verso il Signore: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede» (Sal 24,15), mentre «i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio» (Sal 68,4). Il Salmo 122 è una supplica in cui la voce di un fedele si unisce a quella dell’intera comunità: infatti, il Salmo passa dalla prima persona singolare - «levo i miei occhi» - a quella plurale - «i nostri occhi» e «pietà di noi» (cfr vv 1-3). Viene espressa la speranza che le mani del Signore si aprano per effondere doni di giustizia e di libertà. Il giusto attende che lo sguardo di Dio si riveli in tutta la sua tenerezza e bontà, come si legge nell’antica benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,25-26).

    3. Quanto sia importante lo sguardo amoroso di Dio si rivela nella seconda parte del Salmo, caratterizzata dall’invocazione: «Pietà di noi, Signore, pietà di noi!» (Sal 122,3). Essa si pone in continuità con la finale della prima parte, ove si ribadisce l’attesa fiduciosa «finché il Signore nostro Dio abbia pietà di noi» (v. 2). I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente. L’immagine che ora il Salmista usa è quella della sazietà: «Già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi» (vv. 3-4). Alla tradizionale sazietà biblica di cibo e di anni, considerata un segno della benedizione divina, si oppone ora un’intollerabile sazietà costituita da un carico esorbitante di umiliazioni. Per questo i giusti hanno affidato la loro causa al Signore ed egli non rimane indifferente a quegli occhi imploranti, non ignora la loro invocazione, né delude la loro speranza.

    4. In finale lasciamo spazio alla voce di sant’Ambrogio, il quale, nello spirito del Salmista, scandisce poeticamente l’opera di Dio che ci raggiunge in Gesù Salvatore: «Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento» (La verginità, 99: SAEMO, XIV/2, Milano-Roma 1989, p. 81).

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    BENEDETTO XVI: MIGLIAIA DI PELLEGRINI IN PIAZZA SAN PIETRO PER L’UDIENZA GENERALE, NONOSTANTE IL MALTEMPO


    La pioggia, il vento e il clima piuttosto fresco non hanno scoraggiato le migliaia di pellegrini che sono confluiti questa mattina in piazza San Pietro per l'udienza generale del mercoledì, appuntamento molto atteso con Papa Benedetto XVI. Tratto tipico dei pellegrini giunti oggi in Vaticano è di dover disporre, oltre alle immancabili bandiere, striscioni di saluto e augurali, stemmi delle associazioni, movimenti e confraternite presenti, anche di numerosissimi e variopinti impermeabili tascabili. Foltissima, come al solito, la presenza italiana, che conta su realtà quali i 50 sacerdoti novelli della diocesi di Brescia, i giovani della diocesi di Molfetta (oltre 300), oltre cento gruppi parrocchiali da ogni parte del Paese, 400 ufficiali della Marina militare italiana, 500 ferrovieri di Trenitalia, 655 aderenti all'Azione Cattolica delle diocesi di Acerra e Nola, con il vescovo mons. Giovanni Rinaldi. Presenti anche gruppi di scout, la Pia Unione Oasi Mariana, diverse Misericordie, vari gruppi di studenti di scuole cattoliche e non. Anche dall'estero le presenze sono significative: oltre ad alcune migliaia di fedeli da Lituania, Ungheria, Polonia, Slovenia e Croazia, particolarmente rilevanti le presenze dagli Stati Uniti. Pellegrini sono giunti dalle diocesi di Cincinnati(Ohio), San Diego (California), da varie parrocchie di ogni parte del Paese. Ci sono anche delegazioni di studenti di varie università, tra cui Dallas, Chicago, Pennsylvania. Molto folte le presenze tedesche e austriache, che si stringono con calore attorno al “loro” Papa.

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    BENEDETTO XVI: UDIENZA GENERALE, “I POVERI, GLI OPPRESSI E I GIUSTI SPERANO NEL SIGNORE”


    Il Salmo 122 è “un incrociarsi di sguardi”, quello del fedele che “leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza”. Queste le parole di Benedetto XVI durante la catechesi che si sta svolgendo oggi in piazza San Pietro dove, nonostante il cattivo tempo, sono presenti numerosi pellegrini. “Avete sofferto sotto la pioggia - aveva detto il Papa salutando i fedeli - ora speriamo che il tempo migliori”. Ricordando che Gesù, nel Vangelo, “afferma che l’occhio è un simbolo espressivo dell’io profondo, è uno specchio dell’anima” Benedetto XVI ha parlato dello “sguardo dell’Altissimo che ‘si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio’”. Il Salmista, dunque, ricorre all’immagine “del servo e della schiava che sono protesi verso il loro padrone in attesa di una decisione liberatrice”. Un’idea, secondo il Papa, “chiara e significativa”: “quell’immagine ripresa dal mondo dell’Oriente antico vuole esaltare l’adesione del povero, la speranza dell’oppresso e la disponibilità del giusto nei confronti del Signore”.

    Agenzia Sir

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    BENEDETTO XVI: UDIENZA GENERALE, “IL SIGNORE NON È INDIFFERENTE ALLE INVOCAZIONI DEI GIUSTI”


    Il Signore “non rimane indifferente agli occhi imploranti” dei giusti, “non ignora la loro invocazione, né delude la loro speranza”. Lo ha detto Benedetto XVI, commentando il Salmo 122 durante la catechesi in corso oggi a piazza San Pietro. “Quanto sia importante lo sguardo amoroso di Dio si rivela nella seconda parte del Salmo”, ha detto il Papa: “I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente”. “Alla tradizionale sazietà biblica di cibo e di anni – ha proseguito -, considerata un segno della benedizione divina, si oppone ora un’intollerabile sazietà costituita da un carico esorbitante di umiliazioni”. Per questo “i giusti – ha concluso – hanno affidato la loro causa al Signore ed egli non rimane indifferente a quegli occhi imploranti, non ignora la loro invocazione, né delude la loro speranza”.

    Agenzia Sir

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    Quella di questa mattina in Piazza San Pietro è stata un' udienza generale segnata da gesti spiritosi e concreti di vicinanza da parte di Benedetto XVI. Quasi a voler incarnare le parole stesse del Salmo 122 appena commentato. Il pontefice si è mostrato particolarmente sciolto e affabile con i fedeli convenuti per il tradizionale appuntamento del mercoledì, fermandosi a giocare con l'elmetto di un vigile del fuoco e a rispondere al telefonino di un disabile sotto lo sguardo stupito dei suoi collaboratori. Una manifestazione significativa di prossimità da parte di papa Ratzinger, che rende palpabile lo sguardo di Amore che Dio riserva a coloro che in Lui sperano. Come nel Salmo 122, in cui "il fedele leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza". "I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio - sottolinea il papa -perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente".

    Il testo integrale

    1. In modo molto incisivo Gesù, nel Vangelo, afferma che l’occhio è un simbolo espressivo dell’io profondo, è uno specchio dell’anima (cfr Mt 6,22-23). Ebbene, il Salmo 122, ora proclamato, è tutto racchiuso in un incrociarsi di sguardi: il fedele leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza. Non di rado nel Salterio si parla dello sguardo dell’Altissimo che «si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio» (Sal 13,2). Il Salmista, come abbiamo sentito, ricorre a un’immagine, quella del servo e della schiava che sono protesi verso il loro padrone in attesa di una decisione liberatrice. Anche se la scena è legata al mondo antico e alle sue strutture sociali, l’idea è chiara e significativa: quell’immagine ripresa dal mondo dell’Oriente antico vuole esaltare l’adesione del povero, la speranza dell’oppresso e la disponibilità del giusto nei confronti del Signore.

    2. L’orante è in attesa che le mani divine si muovano, perché esse opereranno secondo giustizia, distruggendo il male. Per questo spesso nel Salterio l’orante eleva il suo occhio colmo di speranza verso il Signore: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede» (Sal 24,15), mentre «i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio» (Sal 68,4). Il Salmo 122 è una supplica in cui la voce di un fedele si unisce a quella dell’intera comunità: infatti, il Salmo passa dalla prima persona singolare - «levo i miei occhi» - a quella plurale - «i nostri occhi» e «pietà di noi» (cfr vv 1-3). Viene espressa la speranza che le mani del Signore si aprano per effondere doni di giustizia e di libertà. Il giusto attende che lo sguardo di Dio si riveli in tutta la sua tenerezza e bontà, come si legge nell’antica benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,25-26).

    3. Quanto sia importante lo sguardo amoroso di Dio si rivela nella seconda parte del Salmo, caratterizzata dall’invocazione: «Pietà di noi, Signore, pietà di noi!» (Sal 122,3). Essa si pone in continuità con la finale della prima parte, ove si ribadisce l’attesa fiduciosa «finché il Signore nostro Dio abbia pietà di noi» (v. 2). I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente. L’immagine che ora il Salmista usa è quella della sazietà: «Già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi» (vv. 3-4). Alla tradizionale sazietà biblica di cibo e di anni, considerata un segno della benedizione divina, si oppone ora un’intollerabile sazietà costituita da un carico esorbitante di umiliazioni. Per questo i giusti hanno affidato la loro causa al Signore ed egli non rimane indifferente a quegli occhi imploranti, non ignora la loro invocazione, né delude la loro speranza.

    4. In finale lasciamo spazio alla voce di sant’Ambrogio, il quale, nello spirito del Salmista, scandisce poeticamente l’opera di Dio che ci raggiunge in Gesù Salvatore: «Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento» (La verginità, 99: SAEMO, XIV/2, Milano-Roma 1989, p. 81).

    Fraternamente Caterina
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    Quella di questa mattina in Piazza San Pietro è stata un' udienza generale segnata da gesti spiritosi e concreti di vicinanza da parte di Benedetto XVI. Quasi a voler incarnare le parole stesse del Salmo 122 appena commentato. Il pontefice si è mostrato particolarmente sciolto e affabile con i fedeli convenuti per il tradizionale appuntamento del mercoledì, fermandosi a giocare con l'elmetto di un vigile del fuoco .............
    Fraternamente Caterina
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    Predefinito TESTO INTEGRALE dell'udienza generale del mercoledì di oggi.

    1. Ecco davanti a noi il Salmo 123, un canto di ringraziamento intonato da tutta la comunità orante che eleva a Dio la lode per il dono della liberazione. Il Salmista proclama in apertura questo invito: «Lo dica Israele!» (v. 1), stimolando così tutto il popolo a innalzare un grazie vivo e sincero al Dio salvatore. Se il Signore non si fosse schierato dalla parte delle vittime, esse con le loro forze limitate sarebbero state impotenti a liberarsi e gli avversari, simili a mostri, le avrebbero dilaniate e stritolate. Anche se si è pensato a qualche evento storico particolare, come la fine dell’esilio babilonese, è più probabile che il Salmo voglia essere un inno inteso a ringraziare il Signore per gli scampati pericoli e ad implorare da Lui la liberazione da ogni male.

    2. Dopo l’accenno iniziale a certi «uomini» che assalivano i fedeli ed erano capaci di «inghiottirli vivi» (cfr vv. 2-3), due sono i momenti del canto. Nella prima parte dominano le acque dilaganti, simbolo per la Bibbia del caos devastatore, del male e della morte: «Le acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose» (vv. 4-5) L’orante prova ora la sensazione di trovarsi su una spiaggia, miracolosamente salvato dalla furia impetuosa del mare. La vita dell’uomo è circondata dall’agguato dei malvagi che non solo attentano alla sua esistenza ma vogliono distruggere anche tutti i valori umani. Il Signore si erge, però, a tutela del giusto e lo salva, come si canta nel Salmo 17: «Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano… Il Signore fu mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene» (vv. 17-20).

    3. Nella seconda parte del nostro canto di ringraziamento si passa dall’immagine marina a una scena di caccia, tipica di molti Salmi di supplica (cfr Sal 123,6-8). Ecco, infatti, l’evocazione di una belva che stringe tra le sue fauci una preda, o di una rete di cacciatori che cattura un uccello. Ma la benedizione espressa dal Salmo ci fa comprendere che il destino dei fedeli, che era un destino di morte, è stato radicalmente mutato da un intervento salvifico: «Sia benedetto il Signore, che non ci ha lasciato in preda ai loro denti. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati» (vv. 6-7). La preghiera diviene qui un respiro di sollievo che sale dal profondo dell’anima: anche quando cadono tutte le speranze umane, può apparire la potenza liberatrice divina. Il Salmo si può, quindi, concludere con una professione di fede, entrata da secoli nella liturgia cristiana come premessa ideale di ogni nostra preghiera: «Adiutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit caelum et terram - Il nostro aiuto è nel nome del Signore; Egli ha fatto il cielo e la terra» (v. 8). In particolare l’Onnipotente si schiera dalla parte delle vittime e dei perseguitati «che gridano giorno e notte verso di lui» e «farà loro giustizia prontamente» (cfr Lc 18,7-8).

    4. Sant’Agostino dà di questo Salmo un commento articolato. In un primo tempo, egli osserva che questo Salmo è adeguatamente cantato dalle «membra di Cristo che hanno conseguito la felicità». Quindi, in particolare, «lo hanno cantato i santi martiri, i quali, usciti da questo mondo, sono con Cristo nella gioia, pronti a riprendere incorrotti quegli stessi corpi che prima erano corruttibili. In vita subirono tormenti nel corpo, ma nell’eternità questi tormenti si cambieranno in ornamenti di giustizia». Però, in un secondo tempo, il Vescovo di Ippona ci dice che anche noi possiamo cantare questo Salmo nella speranza. Egli dichiara: «Siamo anche noi animati da sicura speranza e canteremo nell’esultanza. Non sono infatti estranei a noi i cantori di questo Salmo... Pertanto, cantiamo tutti in unità di cuore: tanto i santi che posseggono già la corona quanto noi che con l’affetto ci uniamo nella speranza alla loro corona. Insieme desideriamo quella vita che quaggiù non abbiamo ma che non potremo mai avere se prima non l’abbiamo desiderata».

    Sant’Agostino ritorna allora alla prima prospettiva e spiega: «Ripensano i santi alle sofferenze che hanno incontrate, e dal luogo di beatitudine e di tranquillità dove ora si trovano guardano al cammino percorso per arrivarvi; e, siccome sarebbe stato difficile conseguire la liberazione se non fosse intervenuta a soccorrerli la mano del Liberatore, pieni di gioia esclamano: ‘Se il Signore non fosse stato con noi’. Così inizia il loro canto. Non hanno detto nemmeno da che cosa siano scampati, tanto grande è la loro esultanza» (Esposizione sul Salmo 123, 3: Nuova Biblioteca Agostiniana, XXVIII, Roma 1977, p. 65).

  8. #8
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    BENEDETTO XVI: “LA VITA DELL’UOMO È CIRCONDATA DALL’AGGUATO DEI MALVAGI” MA “IL SIGNORE SI ERGE A TUTELA DEL GIUSTO”


    "La vita dell’uomo è circondata dall’agguato dei malvagi che non solo attentano alla sua esistenza ma vogliono distruggere anche tutti i valori umani e vediamo come questi pericoli anche adesso esistono”. E’ il richiamo che giunge da Benedetto XVI che oggi in piazza san Pietro ha incontrato, i fedeli, sempre numerosi, per la tradizionale udienza del mercoledì. Prima di raggiungere la consueta postazione ha baciato sulla fronte un bimbo che gli veniva presentato dai genitori. Commentando quindi il salmo 123, “un inno inteso a ringraziare il Signore per gli scampati pericoli e ad implorare da Lui la liberazione da ogni male” il Papa ha ricordato che di fronte a queste avversità “il Signore si erge a tutela del giusto e lo salva”. La benedizione espressa dal Salmo, ha aggiunto, “ci fa comprendere che il destino dei fedeli, che era un destino di morte, è stato radicalmente mutato da un intervento salvifico. La preghiera diviene un respiro di sollievo che sale dal profondo dell’anima: anche quando cadono tutte le speranze umane, può apparire la potenza liberatrice divina. Il Salmo si può, quindi, concludere con una professione di fede, entrata da secoli nella liturgia cristiana come premessa ideale di ogni nostra preghiera: Il nostro aiuto è nel nome del Signore; Egli ha fatto il cielo e la terra”.

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    Rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. Sentiamo non soltanto il calore del sole, ma soprattutto il calore dei cuori. Grazie! In particolare, saluto i componenti del Consiglio speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, riuniti in questi giorni presso la Segreteria Generale del Sinodo. Confermando quanto aveva deciso il mio venerato e caro Predecessore Papa Giovanni Paolo II il 13 novembre dello scorso anno, desidero annunciare la mia intenzione di convocare la Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. Nutro grande fiducia che tale Assise segni un ulteriore impulso nel continente africano all'evangelizzazione, al consolidamento e alla crescita della Chiesa e alla promozione della riconciliazione e della pace.
    (Benedetto XVI, saluto al Consiglio speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, udienza generale, 22 giugno 2005)

    (©L'Osservatore Romano - 23 Giugno 2005)
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    Predefinito IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI DEL PAPA

    1. Questo inno della Lettera agli Efesini (cfr Ef 1,3-14), che ritorna nella Liturgia dei Vespri di ognuna delle quattro settimane, è una preghiera di benedizione rivolta a Dio Padre. Il suo svolgimento è dedicato a delineare le varie tappe del piano di salvezza che si compie attraverso l’opera di Cristo.

    Al centro della benedizione risuona il vocabolo greco mysterion, un termine associato di solito ai verbi di rivelazione («rivelare», «conoscere», «manifestare»). È questo, infatti, il grande progetto segreto che il Padre aveva custodito in se stesso fin dall’eternità (cfr v. 9) e che ha deciso di attuare e rivelare «nella pienezza dei tempi» (cfr v. 10) in Gesù Cristo, suo Figlio.

    Le tappe di questo piano sono scandite nell’inno dalle azioni salvifiche di Dio per Cristo nello Spirito. Il Padre innanzitutto ci sceglie perché camminiamo santi e immacolati nell’amore (cfr v. 4), poi ci predestina ad essere suoi figli (cfr vv. 5-6), inoltre ci redime e ci rimette i peccati (cfr vv. 7-8), ci svela pienamente il mistero della salvezza in Cristo (cfr vv. 9-10), infine ci dona l’eredità eterna (cfr vv. 11-12) offrendocene la caparra nel dono dello Spirito Santo in vista della risurrezione finale (cfr vv. 13-14).

    2. Molteplici sono, quindi, gli eventi salvifici che si succedono nello snodarsi dell’inno. Essi coinvolgono le tre Persone della Santissima Trinità: si parte dal Padre, che è l’iniziatore e l’artefice supremo del piano di salvezza; si fissa lo sguardo sul Figlio che realizza il disegno all’interno della storia; si giunge allo Spirito Santo che imprime il suo «suggello» a tutta l’opera della salvezza. Noi ora ci fermiamo brevemente sulle prime due tappe, quelle della santità e della filiazione (cfr vv. 4-6).

    Il primo gesto divino, rivelato e attuato in Cristo, è l’elezione dei credenti, frutto di un’iniziativa libera e gratuita di Dio. In principio, quindi, «prima della creazione del mondo» (v. 4), nell’eternità di Dio, la grazia divina è disponibile ad entrare in azione. Questa chiamata ha come contenuto la «santità» che è partecipazione alla purezza trascendente dell’Essere divino e alla sua intima essenza di «carità»: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). L’agape diventa così la nostra realtà morale profonda. Siamo, quindi, trasferiti nell’orizzonte sacro e vitale di Dio stesso.

    3. In questa linea si procede verso l’altra tappa, anch’essa contemplata nel piano divino fin dall’eternità: la nostra «predestinazione» a figli di Dio.

    Paolo esalta altrove (cfr Gal 4,5; Rm 8,15.23) questa sublime condizione di figli che implica la fraternità con Cristo, il Figlio per eccellenza, «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29) e l’intimità nei confronti del Padre celeste che può ormai essere invocato Abbá, «padre caro», in un rapporto di spontaneità e di amore. Siamo, quindi, in presenza di un dono immenso reso possibile dal «beneplacito della volontà» divina e dalla «grazia», luminosa espressione dell’amore che salva.

    4. Ci affidiamo ora, in conclusione, al grande Vescovo di Milano, sant’Ambrogio, il quale in una delle lettere commenta le parole dell’apostolo Paolo agli Efesini, soffermandosi proprio sul ricco contenuto del nostro inno cristologico. Egli sottolinea innanzitutto la grazia sovrabbondante con la quale Dio ci ha resi suoi figli adottivi in Cristo Gesù. «Non bisogna perciò dubitare che le membra siano unite al loro capo, soprattutto perché fin dal principio siamo stati predestinati all’adozione di figli di Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (Lettera XVI ad Ireneo, 4: SAEMO, XIX, Milano-Roma 1988, p. 161).

    Il santo Vescovo di Milano prosegue la propria riflessione osservando: «Chi è ricco, se non il solo Dio, creatore di tutte le cose?». E conclude: «Ma è molto più ricco di misericordia, poiché ha redento tutti e – quale autore della natura – ha trasformato noi, che secondo la natura della carne eravamo figli dell’ira e soggetti al castigo, perché fossimo figli della pace e della carità» (n. 7: ibidem, p. 163).

 

 
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