DANIELE MOLGORA
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Finalmente! Finalmente si discute a livello nazionale ed europeo dell’euro. La Lega, come hanno dimostrato i referendum di Francia e Olanda, aveva visto giusto: questa Europa non funziona, e la sua moneta peggio che peggio. I dati economici sono lì a dimostrarlo; chi pensava di inaugurare con l’euro una sorta di élite europea (in Italia Prodi e Ciampi in testa), si è sbagliato di grosso: i dati economici dimostrano che i Paesi dell’area euro annaspano dal 2001 (guarda caso, l’anno dell’euro...), mentre gli altri Paesi europei ed il mondo intero viaggiano a tassi di vero sviluppo. In Europa non mi riferisco a Lituania, Polonia o Ungheria, ma ad economie forti e consolidate come quelle di Gran Bretagna o Svezia. Deve essere ben chiaro che la politica monetaria deve accompagnare la situazione economica ed essere strumento di sviluppo nei momenti difficili e, al contrario, di freno nei momenti di grande espansione. Mi pare evidente che nell’Europa dei dodici aderenti all’euro non sia avvenuto nulla di tutto questo. Ma al di là degli aspetti macroeconomici, lo scontento dei singoli cittadini per l’euro è determinato, principalmente, da due motivi:
- per le famiglie, quando si recano a “fare la spesa”;
- per le imprese, quando cercano di esportare.
La risoluzione di questi problemi comporta interventi di diverso tipo: mentre il primo è più di approccio e di immediata comprensione del valore della moneta che si sta utilizzando, il secondo riguarda il rapporto di cambio con le altre monete e, quindi, con le economie degli altri Paesi. La questione non è di poco conto, perché, nel primo caso, sarebbe “sufficiente” ottenere dall’Europa l’autorizzazione a sostituire una parte dei biglietti e monete metalliche in euro con altri biglietti e monete in lire; nel secondo caso, oltre alla autorizzazione precedente, occorre riappropriarsi della politica monetaria, oggi in mano alla Bce, cioè della facoltà di agire sul rapporto di cambio. In entrambi i casi dobbiamo registrare la totale perdita di una identità monetaria che aveva contraddistinto, nel bene o nel male, tutti i Paesi europei; e noi padani sappiamo quanto sia importante l’identità, soprattutto oggi, quando l’omogeneizzazione dell’euro contribuisce in modo determinante a distruggere il nostro sistema produttivo padano.
Partiamo dalla prima questione: l’euro è una moneta costruita male, a tavolino, senza pensare alle difficoltà di 280 milioni di persone. Evidentemente un problema trascurabile per banche e banchieri, che pensavano soltanto ad un’unica grande piazza finanziaria in cui concludere le loro contrattazioni e poter contrastare il dominio del dollaro Usa. Su queste colonne il 13 febbraio dello scorso anno, denunciavo la miopia di fissare l’euro con un valore di circa 2 marchi (precisamente 1,95583), circa 2mila lire, circa 6,5 franchi francesi ecc. Con un rapporto di cambio interno alla metà, probabilmente tutti i problemi di aumento dei prezzi non sarebbero mai sorti: con l’euro a circa 1 marco, 1.000 lire, poco più di 3 franchi, tutto sarebbe stato più facile, anche per tedeschi e francesi, le cui famiglie hanno sofferto quasi come le nostre.
Sostituire una quota di euro (non tutti) con le lire, darebbe un’immediata valutazione della spesa sostenuta da parte di chi acquista e, per la legge della domanda e dell’offerta, limiterebbe le “furbate” in campo commerciale a danno delle famiglie. Teniamo presente che il consumatore finale italiano non utilizza da almeno cinquant’anni i centesimi e, quindi, si è trovato in maggiore difficoltà rispetto ai corrispondenti consumatori europei che usavano già i centesimi nella loro moneta nazionale. Ovviamente, con la doppia circolazione lira-euro occorre lasciare libera la popolazione di usare la moneta che preferisce.
La questione è stata teorizzata dal liberista francese Pascal Salin (a dimostrazione del “malessere europeo” nei confronti della nuova moneta) in un articolo pubblicato da Le Monde il 22 novembre 2001, in cui sosteneva che l’euro doveva essere la moneta comune europea, ma non la moneta unica, cioè doveva esistere in presenza delle monete nazionali. I vantaggi:
- chi commercia in ambito comunitario gode della moneta uguale per tutti;
- i turisti possono spostarsi comodamente con l’euro;
- i cittadini possono continuare a utilizzare le loro monete nazionali con le quali sono abituati a fare i loro calcoli economici.
Quando in Italia dicono che non si può tornare neanche parzialmente alla lira, dicono falsità: il problema è politico, non tecnico. Infatti, basta pensare che la stessa Ue aveva ammesso la doppia circolazione monetaria per i primi due mesi di circolazione dell’euro (inizialmente i mesi erano sei). La finalità, in quel caso, era quella di sostituire man mano i biglietti (e monete metalliche) nazionali con i biglietti (e monete) in euro, perché era impossibile far sparire di colpo tutte le banconote vecchie. Con motivazioni diverse si tratterebbe di attuare, almeno in parte, il processo contrario: sostituire una parte di euro con le lire. Certo ci sarebbero nuovi costi di change-over, ma i risultati positivi non sarebbero trascurabili. Va da sé che le “nuove lire” sarebbero quasi esclusivamente utilizzate per gli scambi interni, ma per pura scelta degli utilizzatori. La doppia circolazione sarebbe semplificata dal permanere del rapporto fisso di cambio tra lira ed euro ed in presenza del valore della massa monetaria (cioè della quantità di moneta in circolazione) inalterato per evitare fenomeni inflazionistici. Più complesso è risolvere il secondo problema: quello dell’esportazione delle imprese. Se Gran Bretagna, Svezia e Danimarca (che, badate bene, si sono tenute fuori dall’euro, ma sono comunque all’interno della Comunità europea) godono di ottime performance economiche, mentre gli altri dodici Stati arrancano, la risposta sta in buona parte nel fatto che quei Paesi non hanno voluto delegare alla Bce la politica monetaria, ma se la sono tenuta ben stretta, consci che, se ben fatta, è fattore di sviluppo economico. Con l’euro è successo l’inverso: i dodici hanno delegato tutto alla Bce, per la quale conta di più la stabilità monetaria, che lo sviluppo. Risultato non abbiamo né sviluppo né, tanto meno, stabilità monetaria. In risposta agli “euro-entusiasti” non mi pare si possa definire stabile una moneta che ha aumentato il rapporto di cambio col dollaro del 75% in due anni (da 0,78 fino a 1,36)! Pertanto, per far fronte al problema delle esportazioni, causato anche dall’eccessivo valore dell’euro, occorrerebbe negoziare il recupero del potere di attuare la propria politica monetaria. In questo caso la doppia circolazione sarebbe sicuramente più complicata, perché dovrebbero convivere nello stesso paese due monete con due politiche monetarie diverse, una condotta dalla Bce, l’altra dalla Banca d’Italia. Se si prendesse questa decisione, occorrerebbe, quindi, pensare ad un ritorno alla lira con un rapporto di cambio variabile e non più fisso verso l’euro; ritorno che potrebbe essere parziale o totale e che, occorre dirlo con onestà, avrebbe qualche conseguenza in termini di tassi d’interesse, almeno fino a che lo Stato costa troppo per il suo sistema economico, come in Italia.
Tuttavia, di fronte a questo scenario che noi abbiamo prospettato e che i nostri avversari politici hanno definito nei modi più perversi, attaccandoci in tutti i modi, ci viene a sostegno l’economista Benjamin Cohen dell’University of California (Santa Barbara). Cohen si interroga sul “futuro del numero delle monete” e giunge alla convinzione che gli Stati sono interessati ad avere una propria moneta per la possibilità di una propria politica valutaria e monetaria. Pertanto a livello mondiale, come per le lingue ci saranno poche “lingue che contano”, così per la moneta ci saranno poche “monete che contano” (dollaro, yen, euro), ma non mancheranno mille lingue e mille monete (Benjamin Cohen, The Future of Money, Princeton University Press, 2004). Pertanto la inestinguibile pluralità di monete nazionali e territoriali all’interno di una tendenza globale a pochi riferimenti monetari “forti”, porterà ad una moltiplicazione di regimi a doppia moneta. In ciascun territorio, alla moneta nazionale si affiancherebbe una moneta transnazionale di riferimento. È la dimostrazione che la soluzione è possibile, perché politica, più che economica; una soluzione con riflessi epocali, perché rimetterebbe in discussione questa Europa che non piace ai popoli, ma piace solo ai burocrati ed ai banchieri; gente senza volto e senza identità.
Onorevole Daniele Molgora Sottosegretario di Stato Ministero dell’Economia e delle Finanze
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[Data pubblicazione: 15/06/2005]




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