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Discussione: La cultura della colpa

  1. #1
    AC Milan 1899
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    La cultura della colpa

    Gli analisti del fenomeno migratorio che vogliono fornire una legittimazione storica all’affermazione della società multirazziale tendono a identificare nel colonialismo europeo l’origine di tutti i problemi che affliggono il Terzo Mondo, quindi anche l’origine delle cause che spingono migliaia di africani, asiatici e sudamericani ad emigrare in Europa.
    A proposito dell’infamia che graverebbe sull’Europa, Pascal Bruckner, nelle prime pagine di un suo libro intitolato «Il singhiozzo dell’uomo bianco» scrive: «Noi europei siamo stati allevati nell’odio di noi stessi, nella certezza che vi fosse, in seno al nostro mondo, un male congenito che reclamava vendetta senza speranza di remissione. Questo male può riassumersi in due parole: il colonialismo e l’imperialismo (...) Schiacciati sotto il peso di questi ricordi infamanti, siamo stati indotti a considerare la nostra civiltà come la peggiore, mentre i nostri padri si sono creduti i migliori. Nascere dopo la seconda guerra mondiale, significava acquisire la certezza di appartenere alla feccia dell’umanità, a un ambiente esecrabile che, da secoli, in nome di una pretesa avventura spirituale, opprime la quasi totalità del globo».
    Molto significativo è l’esplicito riferimento al secondo dopoguerra come periodo storico caratterizzato dalla diffusione di un oscuro senso di colpa nella cultura europea. Infatti, con la fine del secondo conflitto mondiale, mentre i paesi del Terzo Mondo acquisivano l’indipendenza politica e subordinavano le rispettive economie agli interessi dell’oligarchia capitalista, iniziava la colonizzazione del continente europeo da parte di Unione Sovietica e Stati Uniti d’America. Una delle strategie attuate dai nemici dell’Europa per vanificare ogni forma di ribellione alla dominazione straniera è consistita nell’educare gli europei al disprezzo della propria tradizione e al rifiuto della propria identità storico-culturale. Questa strategia è fallita perché nell’ultimo decennio del ventesimo secolo molti europei hanno riscoperto l’orgoglio delle proprie radici. Tuttavia permane in alcuni individui quell’oscuro senso di colpa derivante da quel disprezzo di noi stessi al quale il nemico ha cercato di educarci. Così la cultura della colpa continua a generare mostriciattoli che vomitano sulla nostra civiltà e pongono la loro deformità al servizio dell’oligarchia mondialista.
    Per meglio capire la cultura della colpa nelle sue diverse espressioni occorre accennare brevemente al mito del peccato originale commesso da Adamo e al rituale del capro espiatorio. Contrariamente a quanto possono far pensare le traduzioni, il nome «Adamo» è usato molto spesso nella Bibbia ebraica e presenta una vasta gamma di significati. Si riferisce al primo uomo soltanto nei primi capitoli della Genesi e in Tobia (VIII, 6), mentre ordinariamente indica l’uomo in genere (Giobbe XIV, 1), la gente (Isaia VI, 12), una persona qualunque (Ecclesiaste II, 12). Come tutti sanno Adamo è colpevole di aver mangiato il pomo tratto dall’albero del bene e del male, commettendo quel peccato originale da cui sarebbero derivate tutte le sventure dell’umanità. Qualunque significato diamo al nome di Adamo, nella mitologia ebraica l’uomo è colpevole.
    Per espiare la colpa insita nell’uomo e rimediare all’empietà del popolo di Israele, l’antica liturgia giudaica prevedeva il rito del capro espiatorio. Il giorno della grande festa dell’espiazione (kippűr), il sommo sacerdote presentava davanti al tabernacolo del dio ebreo due capri. Il primo veniva immolato a Jahve e il suo sangue veniva cosparso sull’altare. Il secondo veniva reso sterile e cacciato nel deserto portando simbolicamente con sé tutti i peccati della tribù (Levitico XVI). Il presupposto dell’espiazione resta comunque l’esistenza della colpa.
    Per affrontare in maniera vincente le sfide del ventunesimo secolo occorre liberare la civiltà europea dalla cultura della colpa senza ricorrere al rituale ebraico del capro espiatorio, che presuppone comunque l’esistenza della colpa. Il nemico ci ha insegnato che l’Europa ha rubato con le sue mani. Per liberarci da questa menzogna bisogna esaminare il contesto internazionale in cui è avvenuto il presunto reato e verificare se si è trattato di un furto oppure dell’instaurazione di un rapporto di complementarità, sebbene imposto con la forza.
    Agli inizi dell’età moderna lo sviluppo dei mezzi di navigazione portò alla scoperta di nuove terre ricche di risorse e abitate da popolazioni autoctone che accolsero l’uomo bianco con grande ammirazione. Alcuni indigeni vivevano allo stato di natura, altri erano eredi di antiche civiltà, ma tutti gli abitanti di quelle terre meravigliose avevano armi meno polenti degli esploratori bianchi. Gli europei erano più forti militarmente ed e naturale che i sovrani del vecchio continente pianificassero la conquista del nuovo mondo.
    Se cerchiamo per un istante di immedesimarci nei nostri antenati e immaginiamo di essere stati educati a valori guerrieri, avere armi potenti e trovarci di fronte terre meravigliose abitate da popolazioni che ci guardano con stupore e ammirazione. Cosa avremmo fatto al posto dei nostri antenati? Avremmo deciso di trascorrere le vacanze estive in quelle terre e, una volta ritornati in patria, avremmo cercato di sensibilizzare i nostri connazionali sui futuri problemi di degrado ambientale, sovrappopolamento, scarsità delle risorse, indebitamento del Terzo Mondo ed immigrazione extraeuropea? Soltanto Nostradamus avrebbe potuto prevedere che al colonialismo europeo sarebbe seguito un «colonialismo di ritorno» sotto forma di immigrazione. Ma pare che il grande mago non abbia fatto simili previsioni.
    A parte queste brevi considerazioni, che richiamano l’attenzione sull’evidente assurdità di far ragionare gli antenati secondo le categorie di pensiero della nostra epoca, la cultura della colpa rivela i suoi limiti anche in seguito ad un’attenta valutazione storica dell’esperienza coloniale europea. Nel suo libro intitolato «I dannati della terra» Franz Fanon scrive: «L’Europa è letteralmente la creazione del Terzo Mondo. Le ricchezze che la soffocano sono state rubate ai popoli sottosviluppati». L’Europa viene accusata di essersi arricchita ai danni dei popoli colonizzati. Se ciò fosse vero, in una prospettiva storica l’estensione dell’impero coloniale di una nazione spiegherebbe il suo maggiore sviluppo rispetto ad altre nazioni che posseggono meno colonie. Per verificare questo assunto occorre invertire i termini con cui l’ampia letteratura dedicata all’imperialismo ha impostato il problema: invece di chiarire in che misura il colonialismo spiega il sottosviluppo del Terzo Mondo bisogna verificare fino a che punto il possesso di colonie spiega la dinamica dello sviluppo nei paesi europei.
    Da una simile analisi emerge che la colonizzazione di nuove terre non è stata per l’Europa un buon affare. A parte il fatto che le prime due grandi potenze coloniali (Spagna e Portogallo) hanno avuto una crescita industriale difficile e tardiva rispetto alle altre nazioni europee, il caso dell’Inghilterra e della Germania all’epoca della seconda rivoluzione industriale dimostra quanto irrilevante sia stata l’incidenza del numero di colonie possedute sulla competitività internazionale dei manufatti prodotti nella madrepatria.
    Alla vigilia della prima guerra mondiale l’Inghilterra possedeva Gambia, Sierra Leone, Costa d’Oro, Nigeria, Egitto, Sudan, Uganda, parte della Somalia, Kenya, Zanzibar, Zambia, Rhodesia, Beciuania, Sudafrica, oltre naturalmente all’impero indiano che comprendeva India, Pakistan, Nepal, Birmania e le isole del golfo del Bengala. La Germania invece possedeva soltanto Tanganica, Togo, Camerun ed alcuni territori nell’Africa occidentale a sud dell’Angola. Malgrado la Gran Bretagna avesse il monopolio del commercio col suo impero, tra il 1911 e il 1913 la produzione di manufatti era cresciuta del 162% e le esportazioni erano aumentate del 175% rispetto al 1881-1885. In Germania invece nello stesso periodo la produzione di manufatti era cresciuta del 363%, mentre le esportazioni erano salite del 290%. Al tempo stesso le esportazioni tedesche di manufatti verso la Gran Bretagna, tra il 1899 e il 1913 erano aumentate di oltre il 70%.
    Le colonie britanniche offrivano alla madrepatria materie prime e ricevevano prodotti finiti, ma l’estensione dell’impero non bastò all’Inghilterra per vincere la concorrenza tedesca. Infatti la Germania, oltre all’allargamento del mercato nazionale ed allo sfruttamento delle risorse interne, tra il 1870 e il 1914 godette di un livello di educazione tecnica superiore a quello raggiunto in Gran Bretagna. Inoltre, tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, le risorse delle colonie britanniche si rivelarono sempre più inadeguate alle esigenze della madrepatria e l’Inghilterra cominciò ad importare generi alimentari e materie prime da paesi esterni al suo vasto impero. Le importazioni di generi alimentari valutate a prezzi costanti salirono da 175, 91 milioni di sterline nel 1880 a 284,23 nel 1913, mentre le importazioni di materie prime aumentarono da 166,06 milioni di sterline a 328,28 nello stesso periodo.
    All’Inghilterra il monopolio del commercio col suo impero, più che all’approvvigionamento di risorse, serviva a garantire un sicuro mercato di sbocco per le merci britanniche che perdevano competitività sui mercati internazionali. Più che depredare le sue colonie, l’Inghilterra le costringeva ad acquistare i suoi prodotti finiti allo scopo di assicurarsi il flusso di capitale monetario necessario a mantenere il crescente deficit dell’economia britannica col resto del mondo.
    A lungo termine il rapporto di complementarità imposto dall’Inghilterra alle sue colonie si rivelò addirittura nocivo all’economia britannica, perché finì col cristallizzare una struttura produttiva basata sui manufatti tradizionali, mentre l’industria meccanica, chimica ed elettrica diventavano i settori trainanti della seconda rivoluzione industriale. A tale proposito Marcello De Cecco scrive: «La Gran Bretagna non sa, tra il 1890 e il 1914, raccogliere la sfida della seconda rivoluzione industriale. La sua industria manifatturiera, legata indissolubilmente ai prodotti vecchi, non sa primeggiare nei prodotti nuovi. Logica conseguenza di questo fatto è il riversarsi dei prodotti inglesi verso i soli mercati che possono assorbire una produzione tradizionale, cioè le aree sottosviluppate dell’impero britannico (...) Il rapporto di complementarità che la Gran Bretagna stabilisce in questi anni con le sue colonie è però un’arma a doppio taglio: se richiede il mantenimento delle colonie in una situazione permanente di sottosviluppo industriale, porta, gradualmente, ma ineluttabilmente, l’industria inglese alla cristallizzazione di una struttura di produzione basata su merci tradizionali e scarsamente dinamiche. La necessità di mantenere l’impero in condizioni di permanente sottosviluppo industriale comporta poi la scarsa dinamicità dei redditi personali (e dei consumi) degli abitanti dello stesso impero, quindi la scarsa dinamicità della domanda per beni di consumo di produzione inglese».
    Il caso dell’impero britannico dimostra chiaramente che in fondo l’espansione coloniale non è stata sempre un buon affare. Tuttavia in un determinato periodo della nostra storia, la competizione internazionale si è espressa anche nella conquista di nuove terre. Con lo sviluppo dei mezzi di navigazione, con la crisi della spiritualità medioevale e la progressiva legittimazione dell’usura sotto forma di «prestito ad interesse», uno dei caratteri essenziali della nostra razza, la volontà di potenza, si separò dal piano trascendente e si orientò verso conquiste puramente materiali. La volontà di infinito, intesa in senso spirituale, divenne volontà di terre illimitate e di orizzonti marini sempre più vasti.
    Scrive a tale proposito Julius Evola: «Quando lo sguardo umano si staccò dalla trascendenza, l’insopprimibile volontà d’infinito immanente nell’uomo doveva scaricarsi all’esterno e tradursi in una tensione, in una spinta irrefrenabile, in una saturazione abnorme e insostenibile nel dominio che si trova immediatamente al di sotto di quello supremo della spiritualità pura e della contemplazione, cioè nel dominio dell’azione e della volontà (...) La volontà di infinito, secolarizzata e tradottasi involutivamente in termini di pura azione posteriore, di espansione materiale avventurosa, sta alla genesi del dominio della razza bianca».
    I motivi che spinsero le singole nazioni europee a conquistare un impero coloniale sono molteplici e variano a seconda dell’epoca. Sfruttamento di nuove risorse agricole e minerarie, conversione degli indigeni al cristianesimo, prestigio internazionale, posizionamento strategico, volontà dei governi di consolidarsi al potere utilizzando una guerra come elemento coagulante di nuovi entusiasmi e come condizione necessaria a neutralizzare forme pericolose di conflittualità interna, sono soltanto alcuni degli elementi che possono servire a spiegare l’avventura coloniale europea nel corso dei secoli.
    Indubbiamente gli europei hanno utilizzato le risorse delle colonie per le esigenze della madrepatria, ma, come dimostra il caso inglese, non è stato sempre un buon affare e non è bastato a garantire ai manufatti prodotti nei grandi paesi imperialisti un durevole vantaggio competitivo. Inoltre i benefici del prelievo di risorse venivano compensati dai costi economici della conquista militare, dagli investimenti in infrastrutture civili e dalle spese necessarie all’amministrazione delle colonie. Nelle loro imprese coloniali gli europei beneficiavano sempre dell’appoggio di alcune tribù locali che favorivano la penetrazione dell’uomo bianco in cambio di un sistema di privilegi che garantiva la loro supremazia sulle altre tribù. Gli equilibri tribali venivano alterati nell’interesse della colonizzazione europea, ma veniva rispettato il secolare equilibrio tra l’uomo e la natura perché le nazioni conquistatrici avevano tutto l’interesse a valorizzare le potenzialità e le risorse locali proprio in vista di uno stabile insediamento sul territorio.
    La colonizzazione europea non è stata dunque un furto: all’insegna di un comune destino, tra la madrepatria e le colonie si è sempre instaurato un rapporto di complementarietà, sebbene questo rapporto sia stato imposto con la forza. Da ogni relazione di scambio derivano vantaggi per entrambe le parti, ma è sempre il più forte che detta le condizioni dello scambio. Per secoli noi europei siamo stati i più forti. Sarebbe questa la nostra colpa? Dovremmo vergognarci delle nostre passate conquiste? L’Europa non ha nessuna colpa. Non siamo colpevoli di essere stati ieri i più forti, siamo solo responsabili di non esserlo più oggi!
    Se ai cultori della colpa piace ripercorrere la Storia per ancorare la loro mania della nemesi a particolari avvenimenti, allora non si fermino all’inizio della colonizzazione europea ma procedano fino al X secolo quando i mercanti arabi stabilirono i primi centri di vendita nell’Africa nera. Scrive Alain de Benoist: «Non è stata l’Europa bensì l’Islam, ad inventare la colonizzazione. Cinque secoli prima dello sviluppo dell’imperialismo occidentale, i missionari musulmani solcavano le terre d’Africa, mentre i mercanti arabi stabilivano nel X secolo dei centri di vendita coloniali nel Ghana, in Tanzania, nel sud della Nigeria ecc. Il commercio degli schiavi raggiunse così il suo massimo: nel XI secolo si contano di già quindici grandi mercati di schiavi, creati dagli Arabi nell’Africa nera, in una ricca zona situata ad ovest verso la Nigeria e ad est in direzione del Madagascar».
    Se i cultori della colpa studiassero meglio la Storia e conoscessero le vicende della colonizzazione araba, che ha preceduto di ben cinque secoli l’imperialismo europeo, forse capirebbero che la dominazione europea sul continente africano è stata l’esito vittorioso di una guerra secolare per il controllo del Mediterraneo. Greci contro persiani, romani contro cartaginesi, crociati contro saraceni: più volte nel corso dei secoli abbiamo dovuto fronteggiare una minaccia che proveniva dalla sponda meridionale del Mediterraneo. L’Europa ha sempre vinto. Ora l’oligarchia mondialista vorrebbe la nostra sconfitta, mentre i mercanti di parole, per renderci deboli, vorrebbero insegnarci a disprezzare le nostre passate vittorie.
    Se i cultori della colpa per guadagnarsi da vivere hanno proprio bisogno di nemesi storiche, allora comincino a studiare il colonialismo arabo e le incursioni saracene sul territorio europeo e poi infondano il senso di colpa negli immigrati nordafricani. Tale slittamento di responsabilità risulterebbe comunque ingiusto, perché, come un europeo non è affatto colpevole se i suoi antenati hanno colonizzato l’Africa, così un marocchino non è colpevole se discende da un pirata barbaresco. Non è con la nemesi storica che si risolvono i problemi della nostra epoca.

  2. #2
    Repùbrica de Sardigna
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    Predefinito versione stampabile...

    ...da mettere dritta dritta nel caminetto!

    non credi?


    perchè non vai da altre parti ad intervenire... qua non interessa a nessunu leggerti!!


    cancelliamo il 3d!!!!

  3. #3
    AC Milan 1899
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    Predefinito Re: versione stampabile...

    Originally posted by Itzoccor
    ...da mettere dritta dritta nel caminetto!

    non credi?


    perchè non vai da altre parti ad intervenire... qua non interessa a nessunu leggerti!!


    cancelliamo il 3d!!!!
    Invece avresti dovuto leggerla, capiresti perchè noi italiani non vi dobbiamo niente.

  4. #4
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    Di nuovo questo fascio
    E comunque nessuno ha mai detto che gli italiani ci devono qualcosa, semplicemente dovete rimanere a casa vostra, se non accettate la sovranità del popolo sardo sulla sua terra.
    Se invece l'accettate, siete i benvenuti, l'ospitalità da queste parti è sacra.
    A nos bidere fascio

  5. #5
    Meda sabios paris
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    Predefinito Re: Re: versione stampabile...

    Originally posted by Gianmario
    Invece avresti dovuto leggerla, capiresti perchè noi italiani non vi dobbiamo niente.
    Sos Sardos nemmanku deven calki cosa a sos itaglianos....

    Nemmeno i Sardi devono niente agli itagliani......

    Detto nel vostro linguaggio: restatevene a casa vostra e non rompeteci i coglioni.....

    Abbarrade a domo ostra e no segade sos cozzones!


    Su moderadore est pedidu de ponne lukkette, grazias!

  6. #6
    Jùliu Kerki
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    roma ...EE
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    Predefinito Re: Re: versione stampabile...

    Originally posted by Gianmario
    Invece avresti dovuto leggerla, capiresti perchè noi italiani non vi dobbiamo niente.
    MA BAFFAN...LU!

  7. #7
    Indipendentista sardu
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    Gianmario, ti sei lanciato spesso nei vari fora in deliri imperialisti sulle guerre di conquista (anche su ipotetiche guerre italiane per mantenere la dominazione sulla Sardegna, nulla di più scemo il tuo cervello poteva ideare!) addirittura adesso te ne vieni a scrivere le tue stronzate anche qui; qui però sei nel forum politico di un movimento politico indipendentista sardo, che oltre ad avere una linea politica volta all'autodeterminazione del nostro popolo, ha tra i piloni portanti la NON VIOLENZA, che è apertamente in contrasto con le tue fantasie tutto sangue&guerra.
    Abbi quindi rispetto e cerca di evitare le provocazioni.
    Se sei interessato a qualche aspetto della nostra linea politica, sei il benvenuto; se devi provocarci come un bambino di 3 anni, clicka sulla scritta "Politica OnLine" in alto a sinistra ed in men che non si dica (in base alla velocità del tuo PC e della rete) sarai catapultato fuori da questo forum.

    FINTZAS A S'INDIPENDENTZIA!

  8. #8
    Indipendentista sardu
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    L'Italia non ci deve niente, sarà il popolo sardo a fare in modo di tornare a disporre di ciò che gli spetta.


  9. #9
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    Predefinito

    è questione di tempo.............

  10. #10
    AC Milan 1899
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    Predefinito Re: Re: Re: versione stampabile...

    Originally posted by Kornus
    Detto nel vostro linguaggio: restatevene a casa vostra e non rompeteci i coglioni.....
    La nostra casa arriva fin dove arriva il nostro esercito, ergo la Sardegna è casa nostra!
    Tra la'ltro siete una minoranza anche tra i sardi, ho amici sardi e non li ho mai sentiti parlare di indipendenza e boiate varie.

 

 
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