Kirkuk, centinaia di arabi desaparecidos

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Kirkuk, centinaia di arabi desaparecidos
I curdi provano a de-arabizzare la cassaforte petrolifera dell'Iraq, con la
complicità Usa. Spariti anche decine di turcomanni. Liberato l'ostaggio
australiano

MICHELANGELO COCCO

Quando un anno fa si verificarono i primi casi di sparizioni, si pensò che
gli arabi e i turcomanni di Kirkuk svaniti nel nulla fossero vittime
dell'industria dei sequestri che colpisce soprattutto i civili iracheni. Poi
però sono mancati all'appello decine, centinaia di cittadini della
cassaforte petrolifera del nord della Mesopotamia: leader tribali, ex
esponenti del partito Baath, mercanti. A quel punto è risultato chiaro che
era in atto un piano di de-arabizzazione della città e che una parte di
quelle persone potevano considerarsi desaparecidos. 250 chilometri a nord di
Baghdad, oltre un milione d'abitanti, a Kirkuk vivono arabi, turcomanni e
curdi. Durante il regime di Saddam, il dittatore fece di tutto per diminuire
la presenza di questi ultimi. Ora i curdi si stanno vendicando, con gli
americani gli starebbero dando una mano. «Detenzioni illegali organizzate
dai partiti curdi nell'ambito di un'ampia iniziativa concertata per
esercitare l'autorità su Kirkuk in maniera sempre più provocatoria», si
legge in un cablogramma di nove pagine inviato dal Dipartimento di stato Usa
alla Casa bianca, al Pentagono e all'ambasciata americana a Baghdad e reso
noto ieri dal Washington post. Preoccupato perché le sparizioni possono
«inasprire le tensioni etniche», il ministero degli esteri teme anche che il
piano possa essere stato messo in atto con la complicità dei militari
americani. Gli arresti illegali e le sparizioni (denunciati anche casi di
tortura) secondo il quotidiano statunitense sono iniziati subito dopo
l'invasione americana, ma hanno ricevuto un'accelerazione dopo le elezioni
del 28 gennaio scorso e l'entrata in vigore del governo curdo-sciita che
attualmente guida il paese sotto tutela americana.

Il piano di arresti e detenzioni illegali, ricostruito dal Washington post
sulla base di fonti militari americane, irachene e testimonianze di parenti
delle vittime, prevede la partecipazione dei soldati Usa: le milizie del
Partito democratico del Kusdistan (Pdk) di Massud Barzani e quelle
dell'Unione patriottica del Kurdistan (Upk) di Jalal Talabani catturano i
sospetti nel corso di operazioni «anti-terrorismo» condotte dalle milizie
curde assieme ai militari statunitensi e li rinchiudono nelle prigioni di
Irbil e Suleymaniyah. L'Asayesh - l'agenzia di spionaggio curda che
sovrintende a queste operazioni - è strettamente alleata degli Usa e del
resto gli stessi militari occupanti hanno ammesso 180 casi di «rapimenti»,
mentre arabi e turcomanni ne denunciano oltre seicento. L'esercito Usa prova
però a lavarsene le mani: abbiamo sì preso arabi e turcomanni assieme ai
curdi, ma i trasferimenti segreti nelle carceri sono avvenuti in seguito a
ordini partiti dagli iracheni. Il mese scorso gli americani sono venuti in
possesso di una lista di arabi e turcomanni «rapiti» e ne hanno chiesto
l'immediato rilascio. Il Pdk ha liberato 42 prigionieri, l'Upk nessuno. Che
fine hanno fatto centinaia di detenuti? «Quando chiediamo agli americani, ci
mandano dalla polizia - si dispera il 24enne Osama Danouk -. Ma quando
andiamo dalla polizia ci rimandano dagli americani e così via». Se Kirkuk,
con le sue riserve petrolifere di dieci miliardi di barili e i suoi fragili
equilibri etnici, si conferma un problema sempre più irrosolvibile dopo
l'invasione Usa, nel resto del paese la guerriglia continua a colpire senza
sosta. A Khalis, 60 chilometri a nord di Baghdad, un attentatore suicida che
indossava una divisa militare si è fatto esplodere presso una mensa
dell'esercito, uccidendo 26 persone e ferendone una trentina. Nel sud della
capitale un'autobomba è scoppiata al passaggio d'una pattuglia
dell'esercito, ammazzando una decina di persone, tra cui alcuni civili.

Sarebbe stata casuale la liberazione di Douglas Wood il
63enne ostaggio australiano tenuto prigioniero da sei settimane. I soldati
iracheni impegnati in controlli di routine lo hanno trovato in un
appartamento della capitale, legato, sdraiato e avvolto in una coperta. Wood
è stato consegnato al team di militari australiani, che Canberra aveva
inviato in Iraq per lavorare al suo rilascio. Assicurando che «non è stato
pagato alcun riscatto», il premier australiano Howard ha dichiarato che Wood
ha «sofferto molto» durante la prigionia.