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Discussione: Messori su Mortara

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    Predefinito Messori su Mortara

    Corriere della Sera, intervista. 13 giugno 2005

    "Non diffamate Pio IX il mio santo rapitore"
    --------------------------------------------------------------------------------
    di Aldo Cazzullo


    Messori, dove e come ha ritrovato l'autobiografia di Edgardo Mortara?

    Padre Mortara la scrisse nel 1888, a 37 anni, in spagnolo, visto che allora predicava nei Paesi Baschi. Se ne fece (forse, ma non è certo) un opuscolo che non sappiamo quale diffusione abbia avuto all'epoca in Spagna ma che, a quanto consta, non fu tradotto in altre e lingue né risulta in alcuna bibliografia. Che padre Mortara abbia condotto una vita devota sino alla morte, a quasi 90 anni, e proclamato e difeso sempre la santità del suo padre spirituale Pio IX, era noto. Ma questo suo memoriale si può considerare inedito. Il testo ricostruisce il caso del bambino ebreo bolognese, dal battesimo furtivo da parte di una domestica nel 1852, al trasporto a Roma per ordine di Pio IX nel 1858, all'ordinazione sacerdotale del 1873 a Poitiers, in Francia. E' custodito nell'archivio romano dei Canonici Regolari Lateranensi, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Ma nessuno dei saggisti che si sono occupati di Mortara ha mai ritenuto di dover consultare questa autobiografia, scritta in terza persona dal protagonista stesso.

    Perché?

    Perché del Mortara "vero", non quello dello strumento polemico non è mai importato molto a nessuno. Da subito, la sua vicenda fu utilizzata. Da Cavour, che ne fece uno straordinario pezzo di propaganda contro lo Stato pontificio: senza il caso Mortara, che mise in difficoltà i cattolici francesi, Napoleone III non avrebbe potuto stringere gli accordi di Plombières e scatenare la guerra contro l'Austria. Dalle logge massoniche. E dalla comunità israelitica internazionale. Come il caso Dreyfus fu un propellente decisivo per il sionismo (e infatti Herzl se ne rallegrò), che altrimenti sarebbe rimasto una delle tante utopie ebraiche, così il caso Mortara fu alle origini dalla formazione dell'Alliance Israélite Universelle, la prima organizzazione ebraica di autodifesa in una prospettiva mondiale, e poi dell'influente Board of American Israelites.

    Queste sue affermazioni desteranno polemiche.

    Non sono io a farle. E' lo stesso responsabile della comunità ebraica romana dell'Ottocento, Sabatino Scazzocchio, a lagnarsi delle incursioni di estranei, compresi potenti rappresentanti dell'ebraismo mondiale, senza cui il caso si poteva risolvere. E' la politica, dice, non il bambino che interessa. Scazzocchio lo scrive al padre, Samuele Levi Mortara detto Momolo, in una lettera in cui loda "l'indole benigna e caritatevole di chi siede in alto". Cioè di Pio IX.

    Lei stesso, nella lunga introduzione che precede il memoriale, ricorda che alla metà dell'Ottocento Roma è l'unica città occidentale ad avere ancora un ghetto.

    Però gli ebrei, pur liberi di farlo, non se ne vanno. Esingolare: negli anni in cui fuggono a navi intere dall'Europa orientale verso l'America, gli ebrei restano a Roma. Rifiutano di appoggiare la Repubblica mazziniana e al ritorno di Pio IX vanno a rendergli omaggio. Quanto all"'indole benigna e caritatevole" di quel Papa diffamato, nel memoriale Mortara fa una rivelazione: Pio IX aveva deciso di crescerlo in un istituto bolognese, dove la famiglia miglia avrebbe potuto visitarlo regolarmente; dopodiché, verso i diciassette anni, avrebbe deciso se proseguire sulla via del cristianesimo o tornare alla religione dei padri. Fu la resistenza dei suoi, sobillati da altri, a cominciare dal medico di famiglia massone, a costringere il Papa a condurre il piccolo Mortara a Roma. Dove lo accolse e lo amò sempre come un figlio.

    Un figlio di soli sette anni. Le pagine dove racconta l'allontanamento dalla famiglia sono tragiche: la disperazione della madre, l'ira del padre, il suo sbigottimento infantile. Alla guardia chiede: «E ora mi taglierete la testa?».

    E' vero. Fu un dramma. E' anche vero che i funzionari pontifici presero accorgimenti per rendere il distacco il meno traumatico possibile. Ma è lo stesso Mortara a raccontarci come subito dopo la separazione della famiglia fu una misteriosa quiete, anzi gioia, a impadronirsi di lui; e come le prime parole della dottrina cattolica gli parvero familiari, al punto che se ne impadronì sin da subito. Un fenomeno in cui Mortara addita un disegno provvidenziale. Quando, dopo Porta Pia, arrivarono i piemontesi, fuggì all'estero per non farsi "liberare" dal seminario in cui volontariamente era entrato.

    Messori, il caso Mortara è una ferita ancora aperta. Gli ebrei italiani protestarono quando Wojtyla beatificò Pio IX. E' possibile sostenere che il Pontefice non potesse comportarsi diversamente con quel bambino?

    Del caso Mortara, Pio IX avrebbe fatto volentieri a meno. Gliene vennero accuse, calunnie, dolori immensi; non a caso lo definì "il figlio delle lacrime". Subì pressioni di ogni tipo; anche da James Rothschild, finanziatore di tutti i governi d'Europa, compreso quello pontificio. Ma sempre il Papa rispose: Non possumus. Perché non aveva scelta; sia per il diritto civile, sia per il diritto canonico».

    Che cosa c'entra il diritto civile?

    I Mortara avevano violato la legge dello Stato pontificio che imponeva agli ebrei di non tenere a servizio cristiani; e questo, proprio per evitare casi analoghi.

    Proprio per questo?

    Fin dal Medioevo i Papi proibivano con norme severissime il battesimo di figli di genitori non cattolici; a meno che il bambino non fosse in pericolo di vita. E il piccolo Edgardo Mortara lo era. Per questo il battesimo impartitogli dalla domestica fu un atto non solo valido, per un cattolico, ma legittimo. Il diritto canonico non lascia alternative: il battesimo introduce un mutamento irrevocabile, impone di dare al battezzato un'educazione cattolica. Ancora oggi, dopo il Vaticano II, il nuovo codice canonico non innova al riguardo.

    Sta dicendo che il caso Mortara potrebbe ripetersi ancora oggi?

    In punto di fatto, un nuovo caso Mortara oggi non è concepibile; e sono il primo a rallegrarmene. In punto di diritto, nel suo minuscolo Stato il Papa non potrebbe fare nulla di diverso da quel che fece Pio IX.

    In ogni caso, questo riguarda i cattolici. Per gli ebrei, Mortara resta comunque un figlio sottratto alla famiglia.

    Sono consapevole, lo ripeto, che il caso Mortara fu un dramma. Lo riconobbi fin da quando me ne occupai per la prima volta, anni fa. Ma sostenni pure che Dio seppe scrivere dritto su righe storte. Ora le parole stesse del protagonista, rimaste inascoltate per un secolo e mezzo, lo confermano. Quanto alla malattia nervosa che fece penare a lungo questo sacerdote, potrebbe trattarsi di un male ereditario, di cui soffrivano altri membri della sua famiglia, compreso il padre, Momolo; come rivelò il processo intentatogli dopo l'Unità per l'omicidio di un'altra domestica, in cui alla fine, in appello, fu assolto.

    Messori, ci sono altri passi della sua introduzione che accenderanno polemiche. Come quando racconta che l'Alliance Israélite Universelle promise 20 mila franchi a chi avesse organizzato un'incursione armata a Roma per liberare il bambino e lo definisce «quasi una prefigurazione degli "omicidi mirati" dell'esercito israeliano».

    Queste non sono opinioni, sono fatti. E i fatti, per restare in Francia, sono tétus, testardi. Quanto a eventuali sospetti: so bene che è esistito, purtroppo, un antigiudaismo cristiano. Ma su base religiosa; non razziale. L'antisemitismo nasce dopo il darwinismo, con il positivismo ateo, ed è messo in pratica dal nazismo. Non a caso l'ebreo Mortara è accolto dal Papa come un figlio e fu sempre un beniamino della Chiesa; ma, se non fosse morto in Belgio nel 1940, alla vigilia dell'invasione tedesca, sarebbe finito nei lager, come un'altra grande ebrea convertita, santa Edith Stein.
    Gilbert

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  2. #2
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    Altra leggenda radicale che viene sfatata..

  3. #3
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    Un libro assolutamente da non perdere: l'introduzione di Messori è eccezionale e tocca molti punti di grande attualità.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    L'ho visto in libreria qualche giorno fa, lo comprerò appena possibile

  5. #5
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    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    Marcello Squarcialupi
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  8. #8
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    messori che già parlava del "caso".. socci che lo rimprovera per averne parlato alla vigilia del referendum, senza aver mai speso una parola in difesa della vita, ma alimentando invece l'astio ebrei-cattolici.. israel che sottolinea come messori e travaglio non siano proprio una bella coppia.. la pronta risposta di una mortara attuale al libro di messori..

    un po' di link..

    http://www.antoniosocci.it/Socci/ind...ta=view&id=155

    http://www.informazionecorretta.com/...ssegna&id=5877

    http://labre.splinder.com/post/5036626#comment

    http://www.ucei.it/uceinforma/rasseg...e/170605_1.asp

    http://rassegnastampa.totustuus.it/m...=print&sid=203

  9. #9
    VERITAS LIBERABIT VOS
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    Predefinito Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX

    Il Domenicale - 26 giugno 2005

    di CARLO STAGNARO


    Un bambino ebreo strappato alla famiglia nella Bologna papalina. E’ questa la storia del piccolo Edgardo Mortara, battezzato furtivamente da una domestica cristiana in punto di morte, e poi, nel 1858, quando la storia giunge alle orecchie delle autorità pontificie, affidato a un collegio dove riceverà educazione cristiana, come prevede la legge religiosa e civile vigente nei territori della Chiesa.

    C’erano tutti gli ingredienti perchè il “caso Mortara” diventasse presto un’arma nelle mani di alcune comunità israelitiche e degli anticlericali, oltre che dell’astuto Cavour, che se ne servì per creare un clima internazionale ostile al successore di Pietro. La polemica si trascina fino a noi, tanto che, nel 2000, viene sfoderata per avversare la beatificazione di Pio IX. Più recentemente alcuni storici hanno scritto sul tema, giocando a “tirare le freccette” sull’immagine di Giovanni Mastai Ferretti.

    Oggi è Vittorio Messori a riportare il dibattito coi piedi per terra, proponendo per i tipi di Mondadori la pubblicazione di un memoriale inedito scritto di suo pugno da Mortara, nel frattempo entrato a far parte dell’Ordine dei Canonici Regolari Laternanensi col nome di Pio Maria. E, a dispetto della cortina fumogena che sempre avvolge certi episodi storici, il testo raccolto in Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX getta una luce nuova sugli avvenimenti.

    La famiglia Mortara, violando una norma precisa e ben nota, aveva assunto una donna cristiana. Ciò era vietato proprio per evitare scontri “diplomatici” tra la comunità cattolica e quella ebraica. Il caso, o la Provvidenza, volle però che le cose andassero così; e volle anche che il bambino fosse, illecitamente ma validamente, battezzato in Cristo. Una volta accertato che questi fatti si erano svolti realmente, lo spazio di movimento per il pontefice era davvero ristretto: a chi gli chiedeva, per ragioni di opportunità politica, di lasciare il bambino ai genitori, egli rispondeva, allargando le braccia, “Non Possumus”. E di ciò si rese ben conto, da subito, il piccolo, che parlerà sempre con grande affetto e venerazione di Pio IX. Nel testo che Messori propone, steso da Mortara all’età di 37 anni, si legge che “le speciali benedizioni e il paterno affetto del sommo pontefice non abbandonavano un solo momento Edgardo”. Chiamato a testimoniare al processo di beatificazione di Papa Mastai, egli affermò che “ogni volta che sono tornato nell’Eterna Città, profondamente commosso mi sono prostrato sulla tomba del mio Augusto Padre e Protettore, verso il quale la mia gratitudine non ha limiti e che sempre riterrò come un savio e santo Pontefice”.

    Il gesto di sottrarre un bambino alla famiglia è certo riprovevole ma, come l’autore di Ipotesi su Gesù ribadisce, questa era la legge e tutti ne erano ben consapevoli. Ciò nonostante, mai avevano pensato di abbandonare Bologna, sebbene non vi fosse alcuna restrizione all’emigrazione. Non solo: il responsabile della comunità ebraica romana dell’epoca, Sabatino Scazzocchio, prese a cuore le sorti del bambino. In una lettera privata a Momolo, padre del giovane Mortara, si lamentò dell’ “indiscreto ciarlismo di tanti giornali ha avvelenato la quistione. Mentre, se avessero lasciato fare a noi la cura delle nostre cose, la linea di condotta legale sempre seguita come nostra divisa forse ci avrebbe fatto raggiungere il tanto desiderato scopo, vista l’indole benigna e caritatevole di chi siede in alto”. La vittima e il suo più prestigioso difensore parlano del presunto carnefice in termini alquanto singolari.

    Il libro è aperto da una lunga introduzione di Messori che non si limita a ricostruire le deformazioni storiografiche che si sono stratificate nel corso d’un secolo e mezzo. Parte anche all’attacco. Denunciando, in primo luogo, l’ipocrisia di chi si straccia le vesti per le sorti di un bambino ebreo un secolo e mezzo fa, e poi sostiene o ha sostenuto l’impiego di metodi analoghi, purché rivolti contro la Chiesa e il cristianesimo. “Si levavano urla assordanti contro una Chiesa che rivendicava un bambino – denuncia Messori – Intanto si assentiva alla massima terribile, secondo la quale i figli appartenevano non ai genitori ma, innanzitutto, allo Stato: prima con la scuola, che li formava a un orientamento irreligioso e, poi, con la leva militare, che spesso, ad arbitrio della classe politica del momento, li conduceva a morte”.

    Vale la pena ripeterlo: come afferma Messori, il caso Mortara fu un dramma “che finì col donare grande gioia al protagonista ma che causò anche grande dolore”. Ma fu un dramma isolato, tanto da deflagrare sulle prime pagine dei giornali di allora e di oggi. Quanti drammi si sono consumati e si consumano senza che i “politicamente corretti” si scandalizzino, anzi col loro sostegno? Viene in mente l’antico motto per cui un cane che morde un uomo non fa notizia, ma un uomo che morde un cane sì.

    Accade così che il caso Mortara continui a gettare un’ombra sulla Cupola di San Pietro. Il libro curato da Messori ha il merito di mostrare che il miglior difensore dell’ultimo Papa Re è il bambino ebreo che vedrà sempre in lui un Padre spirituale e troverà nella Chiesa una nuova famiglia.

  10. #10
    VERITAS LIBERABIT VOS
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    Predefinito Il caso Mortara

    di RINO CAMMILLERI

    Il Timone - giugno 2005


    Ai tempi di Pio IX gli Stati prelevavano i figli maschi da ogni famiglia per la leva militare triennale o per mandarli in guerra. Cavour, in Crimea, si alleò coi turchi, che da secoli toglievano ogni anno un figlio alle famiglie cristiane sotto il loro dominio e li allevavano nell’islam per farne Giannizzeri. I russi, per contenere l’irredentismo polacco, portavano i piccoli cattolici in collegi ortodossi. Gli inglesi mettevano gli orfani dei loro militari irlandesi (cattolici) in collegi anglicani; tolsero i figli al poeta Shelley («ateo e di vita scandalosa») per chiuderli in collegio (anglicano). Gli svedesi battezzavano di forza nel luteranesimo i non battezzati. Negli Usa era normale vendere i figli degli schiavi neri. Eppure, tutti questi protestarono vivamente per il «caso Mortara». Ancora l’altro ieri, si può dire, Giovanni Paolo II se lo sentì rinfacciare all’ingresso, per la prima volta nella storia, nella sinagoga romana. E un’intera pagina del «Washington Post» a suo tempo lo ammonì a non beatificare il «rapitore di bambini» Pio IX. Quel «caso» determinò la fondazione della prima organizzazione ebraica mondiale di autodifesa, che offrì una grossa somma a chi avesse tentato in Roma un raid per «liberare» il «rapito». Libri e libri sono stati scritti per deprecare quella “infame violenza” perpetrata da Pio IX, e ancora vi si insiste. Così, il nostro Vittorio Messori è andato a cercare l’autobiografia del diretto interessato, la «testimonianza, quasi il verbale di una singolare avventura. Quella di un oscuro bambino ebreo per il quale si batterono un papa, un imperatore, re, ministri, ambasciatori, principi della stampa e del foro, cardinali e massoni, teologi e rabbini»; l’ha prefata da par suo e data alle stampe per Mondadori: Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX. Morto nel 1940, il «rapito» si era fatto prete, aveva preso il nome di colui che considerava il suo padre spirituale, Pio, ed aveva chiarito una buona volta quella storia cominciata a Bologna, quando, neonato in fin di vita, era stato segretamente battezzato dalla cameriera. Ora, le leggi dello Stato Pontificio (cui apparteneva Bologna) vietavano ai cristiani di servire in case di ebrei e viceversa, proprio per evitare situazioni come quella. Ancora oggi le norme canoniche proibiscono i battesimi senza il consenso dei genitori, tranne in casi di pericolo di morte. Torniamo al piccolo Edgardo Mortara: sopravvisse miracolosamente e la faccenda si riseppe. Poiché il papa è prima di tutto un prete, tutti i battezzati gli stanno a cuore ed è responsabile di fronte a Dio della loro anima. Come scrisse Louis Veuillot, il grande giornalista cattolico, l’affaire ricordava «ai cattolici, che hanno banalizzato le verità di fede, quale sia l’importanza del battesimo. Pio IX è disposto a perdere tutto quanto resta dei suoi Stati ma a non permettere che si perda un’anima, fosse anche quella di un oscuro bambino». Così, la famiglia Mortara fu invitata a iscrivere quel figlio ormai cristiano in una scuola cattolica cittadina; cresciuto, avrebbe liberamente scelto se tornare nella religione ebraica. Da notare, en passant, che di lì a poco il futuro Regno d’Italia avrebbe introdotto la «scuola dell’obbligo», esistente ancor oggi e comminante sanzioni penali ai genitori che non ottemperano. Ma scoppiò il «caso», di cui si impadronirono quanti avevano interesse a spingere i Mortara all’intransigenza. Allora il papa fece portare il bambino a Roma, assumendosene personalmente il padrinato: i genitori potevano visitarlo quando volevano; e lo fecero, smettendo solo quando si accorsero che Edgardo non solo non intendeva tornare indietro ma, anzi, voleva farsi prete. La stampa liberale soffiò sul fuoco, parlando di plagio e, addirittura, insinuando che il piccolo fosse stato castrato per farne una «voce bianca» nella Cappella Sistina. Protestò perfino il rabbino capo di Roma, Sabatino Scazzocchio, scrivendo al padre del bambino e dicendogli che, se si fosse rivolto a lui, dati i suoi rapporti cordiali col papa la cosa sarebbe stata risolta senza tutto quel clamore. Infatti, gli ebrei vivevano pacificamente a Roma da duemila anni; di più: quando, nel Medioevo e nel Rinascimento, erano stati cacciati da tutti i regni d’Europa, erano stati benevolmente accolti proprio a Roma. Nel 1849 la comunità ebraica romana aveva preso le distanze dall’effimera Repubblica mazziniana che aveva costretto alla fuga il papa. E nessun ebreo romano si era trasferito nei molti Paesi europei in cui vigeva l’equiparazione giuridica. Ma ormai era troppo tardi: il padre del «rapito» veniva generosamente finanziato per girare il continente e tener vivo lo «scandalo» (di cui, va detto, proprio in quei tempi così difficili la Chiesa avrebbe fatto volentieri a meno; ma la Gerarchia, allora, temeva più Dio che gli uomini). Non a caso i Mortara si trasferirono a Torino e poi nella nuova capitale Firenze. Proprio qui, per uno strano scherzo del destino, un’altra cameriera si infilò nella vita dei Mortara, il cui capofamiglia venne «processato (e assolto) per omicidio, accusato di avere aiutato un amico a gettare dalla finestra una domestica». Quando i piemontesi entrarono in Roma, nel 1870, una delle prime loro preoccupazioni fu quella di andare a «liberare» il «rapito», scoprendo con sconcerto che quello non ne voleva sapere e, anzi, si era fatto prete. I superiori ecclesiastici ritennero prudente farlo riparare all’estero, dove venne visitato anche da don Bosco. Fu qui che don Mortara vergò il memoriale che Messori ha riesumato e tradotto dallo spagnolo (il Mortara era poliglotta). Così recita il sottotitolo: «Appunti storici accompagnati da una bella apologia del grande Pontefice di santa e grata memoria, scritti dal reverendo padre Pio Maria Mortara, Canonico Regolare di Sant’Agostino, della Congregazione del Laterano». Di suo pugno. Leggiamolo, dunque, per chiarire una buona volta le idee a chi ancora, pelosamente, si straccia le vesti per questa vecchia storia.

 

 
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