Il gatto del protezionismo si morde la coda
Giorgio Barba Navaretti
Riccardo Faini
Il made in Italy soffre e si lamenta. È comprensibile: il nostro paese è più esposto degli altri alla concorrenza di aree a basso costo del lavoro, Cina, India o Brasile che siano. Ma le misure di difesa invocate dalle imprese, o almeno da una parte di esse, e sostenute con schieramenti variabili dalle diverse componenti di Governo, sono miopi e non tengono conto delle caratteristiche del processo di integrazione delle nostre imprese nel mercato internazionale. Ci riferiamo alle richieste all’ Unione europea di introdurre barriere alle importazioni cinesi (dazi anti-dumping, clausole di salvaguardia) e alle misure contenute nel piano economico per lo sviluppo, che vietano l’accesso ai principali strumenti di supporto finanziario all’internazionalizzazione (export o investimenti) "per le imprese che, investendo all’estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale, nonché di una parte sostanziale dell’attività produttiva".
Chi galleggia
Iniziamo con la miopia. Verso la Cina è possibile invocare (a livello europeo) misure di salvaguardia di diverso tipo, sia per i prodotti tessili che per qualunque altro bene la cui produzione nazionale sia seriamente danneggiata dalle importazioni cinesi (indipendentemente dal grado di scorrettezza di queste ultime). La ragione di queste misure è dare alle imprese tempo e ossigeno per ristrutturare e ri-organizzare le proprie attività. Ma l’ossigeno dura poco e la marea delle importazioni cinesi, spinta dalla forza di condizioni di produzione generali estremamente competitive (costo del lavoro e altro), riprenderebbe presto a salire. Dunque, l’ossigeno va usato bene e in fretta.
Peccato che le nostre imprese del tessile e abbigliamento in passato abbiano avuto molti margini per riorganizzare le proprie attività, al relativo riparo dalla concorrenza internazionale. Il settore tessile è stato fin dagli anni Settanta protetto dall’"accordo multifibre", un sistema di quote bilaterali che colpiva solo le esportazioni dei paesi in via di sviluppo, in palese violazione delle norme del Gatt. Inizialmente, l’accordo multifibre doveva durare soltanto cinque anni, ma fu continuamente rinnovato fino a quando nel 1994, con l’"Agreement on Textile and Clothing", si decise finalmente di smantellarlo. Ma ancora una volta si scelse di procedere con estrema gradualità concedendo ben dieci anni di tempo per permettere ai paesi importatori di compiere i necessari aggiustamenti.
Cosa è accaduto in questi dieci anni? In Europa, invece di seguire un percorso di transizione graduale, si è sostanzialmente mantenuto invariato il sistema delle quote fino alla fine del 2004. Ora, le imprese meno efficienti, che non hanno usato questo tempo per riorganizzare le proprie attività, vanno sotto l’onda della fine del Multifibre. Il galleggiante delle clausole di salvaguardia potrebbe forse dar loro un po’ di respiro, ma per quanto tempo se non hanno imparato a nuotare dopo quasi quaranta anni di protezione? La verità è che il protezionismo non crea, quasi mai, le condizioni per il proprio superamento. È difficile quindi non pensare che anche oggi, dietro alle richieste di misure temporanee, si nasconda il desiderio di perpetuare un sistema di protezione che però nel lungo periodo fossilizzerebbe il nostro sistema produttivo rendendolo ancora meno competitivo.
E chi nuota
Per fortuna, nel made in Italy vi sono anche dei nuotatori. Hanno investito in nuove tecnologie, aumentato la qualità dei prodotti e soprattutto hanno riorganizzato la loro attività produttiva frammentandola in diversi paesi.
Qui sta proprio il secondo problema: la richiesta di protezione non tiene in alcun conto questi processi di riorganizzazione geografica. Non viviamo più in un mondo in cui si commerciano solo prodotti finiti. Una quota enorme del commercio internazionale è rappresentato da componenti, semilavorati, che le imprese manifatturiere producono e assemblano in vari paesi del mondo. La Benetton nel 1992 produceva il 100 per cento in Italia, ora solo il 70 per cento. Ecco, dirà qualcuno, proprio quello che bisogna impedire, dobbiamo tornare a una Benetton che produca tutto in Italia. Peccato che se la Benetton non avesse trasferito le proprie attività in parte all’estero, oggi probabilmente in Italia produrrebbe ben poco perché non sarebbe più competitiva. La delocalizzazione ha fornito alle nostre imprese più dinamiche un importantissimo vantaggio competitivo, una delle ragioni per cui possiamo ancora vantarci o almeno parlare del made in Italy.
Ma il commercio di componenti e semi lavorati, per cui i pantaloni sono tagliati in Italia, cuciti in Cina con cerniere importate dal Vietnam e venduti in Giappone, prospera solo se i costi di trasporto delle merci, e dunque le barriere commerciali, sono bassi. Se noi alziamo le barriere verso la Cina puniamo anche le nostre imprese, aumentando ad esempio il prezzo dei pantaloni italiani cuciti in Cina e rivenduti in Europa. Tanto più se un’azione forte dell’Europa nei confronti della Cina avesse l’effetto perverso di rallentare il processo globale di liberalizzazione degli scambi commerciali nell’ambito del Wto invece di accelerare l’auspicata liberalizzazione del mercato cinese.
La delocalizzazione
Questa chiave di lettura spiega anche perché sbaglia, e sbaglia di grosso, il Governo (posizione del resto piuttosto condivisa a livello europeo) a punire le imprese che delocalizzano, condizionando l’accesso a diversi strumenti di incentivo al mantenimento di una quota ‘sostanziale’ di attività in Italia. I vincoli sono rilevanti, impediscono di accedere ai finanziamenti agevolati della Simest per la costituzione e lo sviluppo di joint venture all’estero (legge 100/1990), ai finanziamenti dei crediti all’export, ai servizi assicurativi della Sace, che copre i rischi politici ed economici relativi alle attività internazionali delle nostre imprese (decreto legge n. 143/1998) e ad altre misure per favorire l’iniziativa privata e lo sviluppo della concorrenza (legge 273/2002). La giustificazione di questo provvedimento è evitare che le imprese scappino e impoveriscano il tessuto produttivo nazionale. Ma si dimenticano tre cose fondamentali.
Primo, che le imprese vanno all’estero per preservare e rafforzare la propria competitività (delocalizzare è costoso, perché farlo se non conviene o non è necessario?).
Secondo, che le attività ad alto valore aggiunto rimangono in Italia se i costi nel nostro paese sono competitivi.
Terzo, che non tutte le imprese hanno bisogno di delocalizzare nello stesso modo. Per alcune imprese forse sarà necessario produrre tutto all’estero per poter mantenere il design e la ricerca e sviluppo in Italia, per altre solo una piccola fase produttiva. Fissare il confine tra delocalizzazione virtuosa e viziosa per decreto è demagogico. Infatti, si usa il termine di ‘sostanziale’ proprio perché una misura precisa non può essere definita e come sempre la indefinitezza dei provvedimenti di legge apre le porte alla discrezionalità della burocrazia. Insomma, invece di favorire un processo che permette di accrescere la nostra competitività, lo seppelliamo di vincoli e ne aumentiamo i costi.




Rispondi Citando