Ieri è stato il procuratore generale della Corte dei Conti, Vincenzo Apicella, ad accusare gli italiani di spendere troppo e indebitarsi. Per questo alto magistrato, infatti, l’Italia “da molto tempo sembra vivere al di sopra dei propri mezzi anche a causa delle tentazioni del consumismo, con pesante ricorso all’indebitamento”. Secondo Apicella, “in altri tempi si sarebbe parlato di austerità. Ora è più attuale operare una più attenta e responsabile politica di spesa pubblica e privata”.
Tali considerazioni sono davvero discutibili. È curioso in effetti come periodicamente gli italiani – ma qualcosa di simile avviene in altri paesi – siano accusati di non spendere abbastanza, oppure di spendere troppo.
Da un lato, il permanere di logiche keynesiane conduce molti analisti ad invitare alla spesa, nella persuasione che i consumi favoriscano la produzione, “moltiplichino” le risorse, facciano da volano allo sviluppo. D’altro lato non manca chi invece mette sotto processo il consumismo. Questa seconda tesi è speculare alla prima, ma non del tutto discorde. L’idea è che stili di vita privati più frugali (come propose molti anni fa Enrico Berlinguer) possano favorire la vita civile. Il nemico da combattere, insomma, sarebbero le malie di un capitalismo che offre beni e servizi di ogni genere, prestiti a basso interesse, carte di credito, ecc.
Il vizio principale di tali impostazioni è che entrambe pretendono di conoscere le preferenze soggettive dei cittadini. E che queste preferenze, per giunta, siano più o meno simili.
L’attitudine a spendere o indebitarsi, invece, è qualcosa che muta radicalmente da un individuo all’altro. Qualcuno preferisce una vita frugale, altri prediligono (altrettanto legittimamente) il lusso e la bella vita. Alcuni rifuggono dal ricorrere al credito, mentre altri lo ritengono utile e necessario. È in grado la Corte dei Conti di dire la sua su tutto questo? Proprio no.
Tale magistratura, d’altra parte, ha compiti ben precisi a cui deve attenersi: e in primo essa deve vagliare che i soldi pubblici siano spesi correttamente. Nel paese dei ponti mai conclusi e delle autostrade che si perdono nel nulla, degli edifici statali inutilizzati e delle consulenze strapagate per gli amici degli amici, meglio sarebbe che ci si concentrasse su questi temi.
D’altra parte, l’economia italiana è qualcosa di assai complesso su cui gli stessi economisti hanno difficoltà ad esprimersi. Un dato diffuso ieri parlava di stipendi in crescita ad un ritmo del 3,1%, e da sempre sappiamo che ben quattro italiani su cinque vivono in una casa di proprietà. Senza dimenticare che altri popoli, gli americani in particolare, s’indebitano più di noi e non per questo vivono in condizioni difficili o precarie. Un debito può essere un ottimo affare se quelle risorse, ad esempio, sono utilizzate per realizzare progetti altamente redditizi e destinati a soddisfare il mercato.
Più che invitare le famiglie italiane a ridurre i giorni di vacanza, rinunciare a qualche vestito o eliminare le serate al ristorante, la Corte dei Conti dovrebbe sottolineare l’esigenza di tagliare la spesa pubblica e fare un migliore uso delle risorse comunque utilizzate.
È anche e soprattutto un problema di competenze. Le dichiarazioni rilasciate dagli esponenti della Corte dei Conti hanno dato la spiacevole impressione che l’intero paese sia un’immensa amministrazione pubblica, che ingloba in sé tutti i soggetti privati. Non è così ed è sempre bene ricordarlo.
da L'Indipendente, 24 giugno 2005
di Carlo Lottieri


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