L'Europa di Chirac non piace agli....
....europei. Blair lo sa, bisogna seguirlo
Al direttore - E’ un Consiglio europeo di crisi, quello attualmente in corso a Bruxelles. All’impasse provocata dai No francese e olandese alla Costituzione europea, si è sommato lo stallo sul bilancio 2007-2013 dell’Unione. Con una classe dirigente che sembra incapace di trovare soluzioni innovative e originali, l’Europa rischia la paralisi istituzionale, politica ed economica. I sintomi ci sono già tutti. All’indomani del fallimento dei referendum in Francia e in Olanda, si è fatto come se niente di drammatico fosse accaduto il 29 maggio e il 1° giugno. Eppure la spinta nazionalistica e sovranista sta facendo scuola in altri paesi, con i sondaggi che registrano uno spettacolare progresso dei contrari alla Costituzione europea in quei paesi in cui è calendarizzato un referendum. Altrettanto dicasi per le classi dirigenti, come in Italia, dove qualcuno vorrebbe tornare alla preistoria della Lira svalutabile e inflazionistica, ma anche negli altri paesi membri dell’Unione europea sempre più arroccati nella difesa del loro piccolo interesse nazionale. L’Europa si chiude agli altri e a se stessa, incapace di invertire la tendenza.
La Francia ne è solo l’esempio più eclatante, perché dietro a Parigi ci sono gli olandesi, i belgi, i lussemburghesi, i tedeschi e – diciamocelo – a breve rischiano di esserci anche gli italiani. Gli elettori francesi che hanno detto No alla Costituzione, a nome dell’Europa vecchia più che della Vecchia Europa, si sono opposti più al mondo contemporaneo che al progetto europeo. I francesi hanno rigettato la libertà di impresa, il mercato, la concorrenza, ma anche la solidarietà verso gli idraulici polacchi o gli operai edili slovacchi e il liberalismo politico di un’Europa il cui maggior successo è la forza di attrazione democratica nei confronti di quei paesi che escono da decenni di terribile dittatura. Robert J. Samuelson ha giustamente sottolineato sul Washington Post che “l’Europa sta lentamente uscendo di scena”, non tanto per fattori esogeni – la Cina o gli Stati Uniti – ma per paure endogene. L’Unione è immobilizzata dai suoi stessi problemi perché troppe persone beneficiano dello status quo per cambiarlo, ma l’immobilità è assolutamente insostenibile. Il cuore della controversia è l’Europa sociale, quel modello continentale che si contrappone al capitalismo anglosassone e che ha impedito finora all’Unione europea di rilanciarsi economicamente e, di conseguenza, politicamente.
Intendiamoci, il modello sociale europeo - l’economia sociale di mercato – ha avuto molti meriti in passato. Ha contribuito a generare crescita e stabilità economica durante il periodo post-bellico e ha diffuso benessere generalizzato negli anni Settanta e Ottanta. Ma, dagli anni Novanta a oggi, si è assistito a una crisi esistenziale in cui le economie dell’Europa continentale hanno sofferto di crescita insufficiente e di disoccupazione cronica. La Germania è entrata nel suo quinto anno di stagnazione, l’Italia è a crescita zero, la Francia è in declino.
Il mondo contemporaneo – quello che i francesi accusano di ultraliberalismo - non è la causa di questa crisi economica.
La causa reale è l’incapacità persistente di auto-riformarsi – anche con sacrifici temporanei – per rimanere sostenibili nell’era della globalizzazione.
Che fare? It’s economy stupid! Il luogo da cui far ripartire il cantiere europeo è l’economia.
I cittadini vogliono sicurezza, crescita e prosperità. Alcuni propongono dazi, tariffe, un maggior ruolo dello Stato o dell’Europa nei processi economici locali e globali. Ma la crescita e il benessere non si decretano per legge – e questo è il maggior limite dell’economia sociale di mercato “tradizionale”, quella franco-tedesca. L’Europa e i suoi paesi membri devono permettere alla logica di mercato di funzionare attraverso la concorrenza interna ed esterna: sopprimere gli ostacoli agli scambi di beni, servizi, fattori di produzione, ma anche sopprimere regole giuridiche, e dunque lasciare giocare la concorrenza tra individui, tra imprese, tra autorità pubbliche e tra Stati. E’ necessario permettere la diversità delle esperienze, perché questa è la chiave dell’innovazione e del progresso attraverso la ricerca delle migliori soluzioni. In questa nuova visione dell’economia sociale di mercato il ruolo delle istituzioni pubbliche – nazionali ed europee – è di “facilitatore” delle forze economiche e della competitività, di “regolatore minimo” del mercato al fine di ottimizzare la concorrenza e di “garante” di una transizione fondata sul benessere –sul welfare – di tutti i cittadini. E’ quell’economia sociale di mercato adottata da Tony Blair nel Regno Unito e, sempre più, dai paesi scandinavi e che ha loro permesso di rimanere competitivi su scala globale.
Con il bilancio attuale, niente riforme
Una politica economica per la crescita e le riforme, però, non si fa senza un bilancio. Ed è per questo che è tanto importante la crisi e la battaglia in corso al Consiglio europeo. Ogni anno al bilancio dell’Unione europea sono riservati poco più di 100 miliardi di euro, l’1 per cento del pil comunitario, che è poca cosa per 450 milioni di abitanti. Queste risorse sono essenzialmente destinate all’agricoltura attraverso un meccanismo centralista che, anziché favorire l’efficienza, genera alti costi per i consumatori e distorsioni sul mercato agricolo internazionale a danno dei paesi in via di sviluppo. Certo, esistono altri problemi, come lo sconto – rebate – al bilancio comunitario di cui il Regno Unito beneficia dal 1984. Ma il punto centrale è che delle risorse europee vengono destinate quasi per metà a finanziare un settore che occupa il 5 per cento della popolazione e produce meno del 2 per cento del reddito europeo. E, se un bilancio riflette le scelte profonde dell’Europa e il modo in cui si proietta verso il futuro, c’è di che preoccuparsi, perché i suoi leader sembrano riuscire a battagliare solo per preservare lo status quo: la Politica agricola comune (Pac) degli anni Sessanta o il rebate britannico degli anni Ottanta. In questo senso l’unico tentativo di leadership e di ragionevolezza è venuto dall’Italia e dal Regno Unito. Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, per primo ha avanzato la proposta di una parziale rinazionalizzazione della Pac attraverso un meccanismo di cofinanziamento. Il primo ministro britannico, Tony Blair, sta cercando di usare la crisi costituzionale per imporre una svolta alla struttura del bilancio comunitario e, più in generale, alla politica economica dell’Unione europea. Il ragionamento di Blair è chiaro: se volete mantenere le cose come stanno, allora il rebate non si ridiscute, l’Europa continuerà il suo declino, il Regno Unito continuerà ad andare per conto suo verso la crescita e la modernità. Se invece vogliamo costruire un’Europa che funzioni – e alla cui Costituzione i cittadini dicano Sì – allora dobbiamo ricostruire le fondamenta di questa costruzione traballante. Come? Passando da un sistema fondato sulla produzione di massa, sul controllo delle tecnologie esistenti, sulle economie di scala a un’economia il cui obiettivo prioritario sia la crescita attraverso flessibilità e innovazione. Per questo è necessario riorientare il bilancio comunitario secondo tre linee direttrici: abolire i sussidi all’agricoltura, riservare i fondi strutturali ai paesi più poveri del continente e realizzare un più forte investimento nelle infrastrutture, in Ricerca e Sviluppo e nell’insegnamento superiore per aumentare il livello di qualificazione e di competenza. Con il suo progetto per “riconnettere l’Europa agli europei”, Blair è uno dei pochi leader che ha una visione strategica dell’Unione europea di oggi. Si scontra, però, con le resistenze della conservazione economica e politica a cui abbiamo accennato e di cui il presidente francese, Jacques Chirac, è il massimo esponente. Resistenze anche sugli altri dossier fondamentali per il futuro dell’Europa. Un altro esempio drammatico è il tentativo di annacquare l’attuale processo di allargamento a Romania e Bulgaria e di fermare i futuri ampliamenti europei a Turchia, Balcani, Ucraina e Georgia. L’Europa ha bisogno di questi paesi se vuole avere un ruolo di potenza sulla scena geopolitica mondiale, continuare a crescere economicamente ed evitare nuove guerre ai suoi confini. E’ difficile essere una grande potenza economica e politica quando la popolazione decresce – nel 2050 un terzo degli europei avrà più di sessant’anni – e lo è ancor di più quando non si è in grado di evitare nuove guerre jugoslave ai propri confini. Blair lo sa e vuole costruire un grande spazio di crescita e prosperità, di democrazia e libertà, perché solo allora una Costituzione politica avrà un senso. L’Europa non diventerà grande e matura perché c’è scritto in un trattato, ma perché le sue leadership e i suoi cittadini lo sono. E in questa battaglia, è necessario stare dalla parte di Tony.
Renato Brunetta europarlamentare di Forza Italia
da il Foglio
saluti