Incollo uno stralcio di un articolo di Carlo Bertani, che dà il suo punto di vista sulla "nuova"strategia degli Usa in Afganistan.
Non sono così sicuro che per Brzezinski l'Iran sia meno importante dell'Afganistan, ma di certo la questione ci ricorda che importanza riveste il centro d'Eurasia per gli Stati Uniti. L'area perno è per loro la strada per rimanere unica super potenza e dominare il globo.
[...]
Barack Hussein Obama è un politico del Partito Democratico, lo stesso partito che espresse Kennedy (Baia dei Porci e Vietnam), Carter/Brzezinski (trappola afgana per l’URSS) e Clinton (79 giorni di serrati bombardamenti sulla Serbia), roba che non si vedeva più, in Europa, dal 1945.
Tutte cose che avevamo raccontato molto tempo fa, prima che tanti “osannanti” adepti della nuova religione “obamiana” comparissero [4].
Proprio da Brzezinski dovremmo partire, oggi che l’anziano “analista strategico” sta offrendo nuovamente i suoi servigi ad un altro Presidente del Partito Democratico e, l’ossessione di Brzezinski, è sempre stata l’Afghanistan. Perché?
La ragione è la stessa che condusse gli inglesi a tentare d’insediarsi in quel Paese nel lontano 1823 – scelta che portò ad una strisciante guerra fra gli afgani e gli inglesi, la quale durò fino al 1919! – e poi i sovietici: il controllo delle vie commerciali dell’Asia Centrale, siano esse le antiche carovane della seta od i moderni oleodotti. Quindi, l’ostinazione degli USA a rimanere nel Paese, è giustificata dal punto di vista geostrategico ma, proprio per i precedenti, non sembra godere di fausti auspici.
Riflettiamo, soprattutto, sulla sterile ed inconcludente guerra afgana condotta dagli inglesi: quando l’Impero Britannico era all’apice della sua potenza, non come la claudicante URSS. E, lasciateci anticipare, come gli illusi statunitensi & Co.
Le ragioni, per i fallimenti delle varie guerre “afgane”, sono sostanzialmente due: la natura del territorio e la presenza d’altri competitori.
Sulla prima c’è poco da dire: a parte le valli centrali, il Paese è impervio, montuoso e con scarse vie di comunicazione. Vale a dire, l’optimum per qualsiasi forza guerrigliera.
Per contrastare i guerriglieri afgani sarebbe necessario condurre una guerra diversa, con addestrate truppe di montagna (Alpini, Alpenjäger, Chasseurs des Alpes, ecc), e supporto aereo solo in funzione tattica, ossia per appoggiare le truppe a terra (quello che non possedevano, all’epoca, gli inglesi.)
Il tallone d’Achille di questa strategia è lampante: migliaia e migliaia di morti fra le truppe occidentali. Uno scenario politicamente improponibile, per questo l’aviazione viene usata in modo strategico, ossia per colpire i “centri” del nemico dall’alto. Ma, siccome il nemico non è un esercito tradizionale, l’aviazione strategica non ha obiettivi definiti e chiari da colpire: da qui, i tanti “errori” e la mattanza dei civili, che finisce per avvicinare la popolazione ai resistenti.
Ci si chiederà chi sorregge la guerriglia afgana, e qui affrontiamo il secondo punto.
Riteniamo che la Cina, ad esempio, non sia felicissima d’avere alla propria frontiera (un tratto esiguo, ma presente, che conduce al Sinkjang cinese) i Berretti Verdi, tanto meno la Russia, che vede nella (eventuale) penetrazione americana, dalle valli del Panshir, una minaccia al nuovo tentativo egemonico nei confronti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. In pratica, la strategia del Cremlino – riportare “a zero” la penetrazione americana in Asia Centrale, i “tossici” (per Mosca) accordi dell’era Yeltsin – percepisce gli USA come una minaccia.
Quindi, riassumendo, la guerriglia viene rifornita da chi (anche altri Paesi del Patto di Shangai) non desidera avere rompiscatole in casa, e le condizioni del teatro bellico sono estremamente favorevoli ai difensori.
In questo contesto, Obama decide (almeno, così parrebbe) di rilanciare per una vittoria finale. Domanda: è fesso?
No, Omaba non è assolutamente fesso: è un’aquila al confronto di Bush, così come Brzezinski – da solo – ne fa venti dei grandi “strateghi” di Bush, i vari Rumsfeld e Cheney. Difatti, Powell – che militare era sul serio – se ne andò discretamente: grazie, sono repubblicano, non fesso.
Obama – da uomo intelligente qual è – ha compreso che la via afgana conduce direttamente alla Saigon del 1975: bandiere arrotolate, elicotteri gettati in mare, fuga. A differenza di Kissinger, però, Brzezinski non ha pronto un “Piano B” – al tempo Timor Est e l’Indonesia – per ricreare una “cintura” di protezione per la strategia USA. E, oltretutto – per stessa ammissione del Presidente – i soldi scarseggiano, non ci sono più le risorse di un tempo.
Che fare, con il poco che rimane?
Quella che Obama si prefigge non è una “vittoria” afgana – sa benissimo che è fuori della sua portata – ma una strategia di “stabilizzazione” del Paese sul modello iracheno.
Parentesi: la situazione irachena, però, è strettamente legata agli equilibri in Afghanistan, dunque si tratta pur sempre di tentativi con moltissimi punti interrogativi. Anche perché, nei fatti, l’Iraq non è “stabilizzato” per un cacchio.
La via, però, è quella e non ne esistono altre: lasciamo agli allocchi le farneticazioni sul Pakistan, la cattura di Al-Zawahiri (la vera “mente” di Al-Qaeda) ed altre fanfaluche. Ciò che conta per Obama è giungere al prossimo appuntamento elettorale del 2012 con una situazione non troppo deteriorata, almeno presentabile dal punto di vista mediatico. Chissà, se si sarà fatto dare qualche consiglio da un tizio il quale, in Italia, non sa fare altro?
Chi dovrebbe avvertire un po’ di bruciore al sederino è il “sindaco di Kabul” – Ahmid Karzai – il quale (provvidenzialmente?) ha già comprato casa ad Abu-Dhabi. La “nuova” strategia di Obama prevede, in pratica, di riportare al potere – sotto mentite spoglie – i Taliban e l’etnia pashtun. Addirittura, “contatti con il Mullah Omar”.
Karzai corre seri rischi, perché in Afghanistan non usa deporre un Presidente con l’applauso finale e tanti ringraziamenti, bensì appenderlo al gancio di un carro-attrezzi, dopo avergli infilato i testicoli in bocca [5] . Consiglieremmo, al più presto, un trasferimento nei dorati esili del Golfo Persico.
Perciò, non confondiamo le mire strategiche USA con quello che raccontano: oramai, la politica internazionale si fa più con gli annunci che con i fatti. I veri “fatti” sono altri a compierli, come le numerose collaborazioni militari ed industriali interne al Patto di Shangai, oppure l’aggressiva politica estera cinese nei confronti dei Paesi produttori di materie prime. Solo che, i cinesi, non mandano nemmeno uno schioppo: preferiscono comprare (per ora) con i dollari. Ne hanno forzieri colmi: questa è la vera “penetrazione” a livello internazionale, quella che nel tempo genera frutti, non le bombe.
Ahmadinejad, altro furbacchione, ha subito compreso che gli USA saranno terribilmente affaccendati nel cercare di giungere almeno ad una soluzione onorevole, per evitare una seconda Saigon: logicamente, ne approfitta. Oltretutto, sa benissimo che, in cambio di un placido “disinteresse” iraniano per l’Afghanistan, Obama sarà costretto a chiudere entrambi gli occhi, le porte della Casa Bianca e le chiappe.
[...]
Carlo Bertani
Fonte: Carlo Bertani




Rispondi Citando
