Da 'Il culto della parola antica', di Manuela Maddamma, Il Foglio 4 novembre 2006
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Di qui la fascinazione, o forse l'ossessione, di Cristina Campo per la liturgia ecclesiale, nella quale scorgeva non soltanto un lievito e un nutrimento dell'anima, ma anche uno dei più efficaci argini da opporre allo sfrenarsi delle forze del caos che minacciano continuamente lo svolgersi della vita nella città degli uomini.
La sua era stata una conversione, più che semplicemente tardiva, progressiva e misteriosa. Veniva da una famiglia di intellettuali tiepidamente cattolici, ma la curiosità, la sofferenza causata dal cuore malato fin dalla nascita, e l'amore, avevano presto fatto affiorare in lei un'originale vena mistica. Complici gli incontri con le pagine di Hoffmannsthal e delle Weil, e la conoscenza di padre Vannucci, di Bazlen, di Ernst Bernhard e infine di Elèmire Zolla, con gli anni passò da una curiosità puramente intellettuale verso l'impatto iniziatico di certa religiosità, all'interesse sempre più profondo verso le abbazie e il monachesimo, sia orientale che occidentale, fino alla frequentazione assidua dei benedettini di Sant'Anselmo, in compagnia della madre. Nel 1965, infine, dalla prostrazione della malattia cronica e dalla solitudine in cui era crollata dopo la morte dei genitori, come disse l'abate Zanella della conversione di Manzoni nella chiesa di san Rocco: Si levò da terra credente.
Il suo tortuoso percorso di fede ebbe esiti originali. La sua religiosità, radicata nel fervore del cristianesimo delle origini, si potrebbe definire spiritualmente carnale: in Sensi soprannaturali, stupefacente articolo apparso sulla rivista Conoscenza religiosa fondata da Zolla nel 1969, Cristina parla addirittura di teofagia: Per essere divorati, assimilati dalla divinità, divorarla dunque. Per essere fatti a Dio cibo e bevanda, cibarsene e berne.
Come la Maria Stuarda di Schiller, è nella carnalità della liturgia, luce per intelletti e sensi, che una tale religiosità può trovare il massimo momento di comunione. Iniziatrice sovrana, interiore movimento delle ore, la liturgia diviene presto per lei la chiave che dà senso a ogni momento: lodi, ore terza sesta e nona, vespri, soprattutto compieta, 'che contiene tutto, assolutamente tutto quanto occorre per affrontare la notte'. Il lungo corteo di salmi e invocazioni scandisce il tempo, facendolo ruotare intorno al sacro come intorno a un sole immobile. E' una disciplina complessa, che la affascina come tutto quanto ha a che fare con il rito.
Si direbbe che avesse accolto l'idea di René Guenon di una grande muraglia che protegge il mondo dalle spinte distruttive che puntavano ad aprire delle brecce. In questa visione drammatica la liturgia sarebbe uno dei più vigorosi puntelli che sostengono quelle mura.
Nella fede dunque, con il suo soccorso di una liturgia millenaria, Cristina trova sicura difesa in un mondo di cui già mezzo secolo fa Eliot mostrò, in uno spaccato atroce, quelle case, quelle stanze della non-vita di dove il cumulo orrendo dei giornali, il grammofono, la costernante casualità dei gesti avevano bandito ogni spazio per il destino e l'eros stesso era già uno spettro senza testa: unreproved, undesired.
L'otto dicembre del 1965 il Concilio Vaticano Secondo serra però i battenti. Le conclusioni, esposte in quattro Costituzioni, sono di tenore moderato, ma già sono nell'aria i primi segnali di un nuovo corso, negli anni immediatamente successivi il partito dei modernizzatori prenderà il sopravvento sulla tradizione. L'aspetto più innovativo del Concilio riguardava proprio la liturgia: bisognava rendere più comprensibile il rito (palesemente una contraddizione in termini), coinvolgere maggiormente i fedeli. Entro qualche anno la messa sarebbe stata celebrata in italiano.
L'abbandono della messa in latino, del solenne e magnifico canto gregoriano, il volgersi del sacerdote celebrante non più verso l'altare e quindi verso Dio, ma verso l'assemblea dei fedeli, costituivano dunque per lei molto più che ferite inferte al corpus delle osservanze liturgiche. Pativa tali innovazioni carnalmente, come fossero state inflitte direttamente a lei.
Non poteva restare indifferente alla lebbra della messa in volgare - microfoni da per tutto, discussioni penose là dove era silenzio e sorriso - e aderì quindi all'associazione Una Voce che si proponeva di opporsi a ogni stravolgimento della liturgia cattolica tradizionale. Ma per Cristina tale impegno polemico non risultò meno avvilente. Le sue lotte erano interiori, e non meno pericolose. Sta di fatto che, sul piano personale, la liturgia sovvertita non poteva più soddisfare l'anelito di spiritualità che era necessario alla vita dell'anima come l'ossigeno lo è a quella del corpo.
Così, con felice intuzione si rivolse a oriente. Abbandonò la fortezza di Sant'Anselmo e, catturata dagli splendori dell'ortodossia, cominciò a frequentare una chiesa di rito russo-bizantino in via Merulana, Sant'Antonio Eremita, sede del Pontificio Collegio 'Russicum'. Il Russicum di oggi non è diverso da quello di allora. La immagino, anima desolata, graffiata da continue morti e rinascite - e la mia valle rosata dagli uliveti / e la città intricata dei miei amori / siano richiuse come breve palmo, / il mio palmo segnato da tutte le mie morti - entrare nel santuario con il lungo mantello nero che era solita usare, procedere verso il centro avvolta dagli incensi, investita dall'azzurro e dall'oro delle icone inginocchiarsi per abbandonare il mondo sensibilie e cercare la cura, il contatto immediato della guarigione. Qui la dimensione del tempo è abbattuta, il passato e il futuro fluiscono l'uno nell'altro, qui si è nel tempo istantaneo nell'invisibile, e come Pavel Florenskij testimonia, gli sguardi delle icone sono gli sguardi benedetti e sfolgoranti dei santi così come la finestra attraverso la quale passa la luce è la luce o l'alga odorosa testimonia il mare ed è il mare. La vedo, Cristina, di fronte a tanta bellezza, assetata di sapienza e d'amore, assorbire tutta la perfezione dei gesti di quei monaci dai volti bizantini e gli occhi penetranti, baciare con devozione e passione le icone: e la fiamma sboccia come il bacio all'icona / e il bacio sboccia come la rosa all'icona.
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Non sapremo mai quali conflitti si svolsero nell'anima di Cristina e da quali forze si sentisse minacciata. Ma forse la muraglia che difendeva la sua anima e che lei puntellava facendo anche ricorso alla imperitura ierofania dei riti tradizionali, un giorno di fronte a qualche più massiccio assalto dovette cedere e il cuore di Cristina con essa (...).




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