Fonte: Area
Sì all'Europa, ma rivediamo il metodo
Il risultato del referendum francese del 29 maggio, non è, a mio avviso, un no all’Europa, bensì un giudizio sul metodo. Ritengo che quasi tutti siano consapevoli della necessità che le nazioni che costituiscono l’Unione europea, si provvedano di una strategia comune per affrontare alcune delle grandi sfide della globalizzazione. Sono anzi certo che, in tutta onestà, la maggioranza dei francesi - e di tutti i cittadini europei - percepiscano l’inevitabilità che un grande soggetto politico continentale venga a costituirsi e si imponga sullo scenario politico ed economico mondiale.
Il problema è come. L’esistenza di una Costituzione è imprescindibile alla creazione di uno Stato, senza la prima non può esserci il secondo. Ma questo non giustifica la frettolosità con la quale la Costituzione è stata redatta e ratificata; e l’impressione di tutti, non solo dei francesi, è che il tutto sia stato realizzato ai vertici e imposto ai cittadini obtorto collo. Purtroppo questa moda del decisionismo verticista sta dilagando come “uno spettro che si aggira per l’Europa”, il che, in un continente che è, non solo la culla della democrazia, ma anche quella di tutte le critiche e le revisioni della stessa, è un atteggiamento che non paga.
E in una nazione ad altissima alfabetizzazione politica come la Francia , il risultato era prevedibile.
La Costituzione si può fare a tavolino, gli europei no. Che piaccia o no, siamo in democrazia e quindi le persone non possono essere trascinate per i capelli nelle scelte politiche di pochi, come hanno fatto con noi Prodi ed Amato in questa ed altre vicende.
Si rifletta bene, dunque, per ripartire col piede giusto. Il rifiuto dei francesi non può essere preso sottogamba, perché la Francia è stata fino ad ora - e non che la cosa ci piacesse - uno dei due pilastri dell’asse forte intorno al quale il progetto europeo è andato realizzandosi.
Concordo - come sempre d’altronde sull’argomento - con l’analisi e le proposte espresse da Sergio Romano sul Corriere della sera all’indomani del referendum: non si può archiviare oggi il progetto europeo sin’ora perseguito, per quattro ottime ragioni. La prima è che non si può dare alla Francia l’impressione che abbia una sorta di diritto di veto; la seconda è che, non avendo interrotto il processo in seguito al voto negativo in Danimarca ed Irlanda, daremmo uno schiaffone alla dignità di questi due stati membri; la terza è che daremmo uno schiaffone altrettanto poderoso a quegli Stati che hanno già ratificato la Costituzione. La quarta ragione, ultima ma non certo per importanza, è che non possiamo dare alla Gran Bretagna la scusa per protrarre ad libitum il proprio atteggiamento ibrido nei confronti della scelta europeista.
Cosa fare quindi? Ribadire senz’altro la scelta europea, ma cercando di coinvolgere i cittadini del nostro continente - a partire da quelli della nostra nazione - non già in un progetto di “dismissione” delle appartenenze nazionali, come sinora fatto, in particolare dalle forze del centrosinistra, ma bensì in una missione di potenza stabilizzatrice nel pianeta, di bilanciamento costruttivo nei confronti dell’unilateralismo americano e di rappresentanza di un modello alternativo di sviluppo che faccia dell’addizione delle specificità e delle differenze - anziché della loro distruzione - la carta vincente per il futuro.
I nostri lettori sanno quanta energia e quanto spazio abbiamo dedicato negli anni all’argomento della “Somma Europea”, quante proposte concrete sono apparse su queste pagine, proposte rivolte direttamente a coloro che dovevano, di volta in volta, rappresentare la nostra nazione ed il nostro governo ai tavoli continentali. Abbiamo evidenziato più volte come l’attuale Costituzione non desse risposte ai problemi, sollevati da più Stati membri, come il processo di integrazione, l’equità della rappresentanza e l’equilibrio tra autonomia amministrativa e centralità delle scelte politiche.
Un lavoro ancora tutto disponibile e - alla luce dei recenti eventi - attualissimo.




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