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Discussione: Cosa è l'ecumenismo?

  1. #1
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    Question Cosa è l'ecumenismo?

    Ecumenismo



    816 "L'unica Chiesa di Cristo. " è quella "che il Salvatore nostro, dopo la sua Risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida [.]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste ["subsistit in"] nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui".

    Il decreto sull'Ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: "Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo Collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l'unico Corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al Popolo di Dio".

    817 Di fatto, "in questa Chiesa di Dio una e unica sono sorte fino dai primissimi tempi alcune scissioni, che l'Apostolo riprova con gravi parole come degne di condanna; ma nei secoli posteriori sono nati dissensi più ampi e comunità non piccole si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica, talora non senza colpa di uomini d'entrambe le parti". Le
    scissioni che feriscono l'unità del Corpo di Cristo (cioè l'eresia,
    l'apostasia e lo scisma) non avvengono senza i peccati degli uomini:

    "Ubi peccata sunt, ibi est multitudo, ibi schismata, ibi haereses, ibi
    discussiones. Ubi autem virtus, ibi singularitas, ibi unio, ex quo omniumcredentium erat cor unum et anima una - Dove c'è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece,regna la virtù, lì c'è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un'anima sola."

    818 Coloro che oggi nascono in comunità sorte da tali scissioni "e sono istruiti nella fede di Cristo [.] non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. [.] Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore".

    819 Inoltre, "parecchi elementi di santificazione e di verità" "si trovano fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica, come la Parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili". Lo Spirito diCristo si serve di queste Chiese e comunità ecclesiali come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla pienezza di grazia e di verità che Cristo ha dato alla Chiesa cattolica. Tutti questi beni provengono da Cristo e a lui conducono e "spingono verso l'unità cattolica".

    820 L'unità, "che Cristo ha donato alla sua Chiesa fin dall'inizio, [.] noi crediamo che sussista, senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno di più sino alla fine dei secoli". Cristo fa sempre alla sua Chiesa il dono dell'unità, ma la Chiesa deve sempre pregare e impegnarsi per custodire, rafforzare e perfezionare l'unità che Cristo vuole per lei. Per questo Gesù stesso ha pregato nell'ora della sua Passione e non cessa di pregare il Padre per l'unità dei suoi
    discepoli: ".Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21). Il desiderio di ritrovare l'unità di tutti i cristiani è un dono di Cristo e un appello dello Spirito Santo.

    821 Per rispondervi adeguatamente sono necessari:
    - un rinnovamento permanente della Chiesa in una accresciuta fedeltà alla
    sua vocazione. Tale rinnovamento è la forza del movimento verso l'unità;
    - la conversione del cuore per "condurre una vita più conforme al Vangelo",
    poiché è l'infedeltà delle membra al dono di Cristo a causare le divisioni;
    - la preghiera in comune; infatti la "conversione del cuore" e la "santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l'unità dei cristiani, si devono ritenere come l'anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale
    - la reciproca conoscenza fraterna;
    - la formazione ecumenica dei fedeli e specialmente dei sacerdoti;
    - il dialogo tra i teologi e gli incontri tra i cristiani delle differenti
    Chiese e comunità;
    - la cooperazione tra cristiani nei diversi ambiti del servizio agli uomini.

    822 "La cura di ristabilire l'unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori". Ma bisogna anche essere consapevoli "che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane". Perciò riponiamo tutta la nostra speranza "nell'orazione di Cristo per la Chiesa, nell'amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo".

    855 La missione della Chiesa richiede lo sforzo verso l'unità dei cristiani. Infatti, "le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col Battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Anzi, alla Chiesa stessa, diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità proprio nella realtà della vita.

    1271 Il Battesimo costituisce il fondamento della comunione tra tutti icristiani, anche con quanti non sono ancora nella piena comunione con la Chiesa cattolica: "Quelli infatti che credono in Cristo ed hanno ricevutodebitamente il Battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica. [.] Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo, e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore". "Il Battesimo quindi costituisce il
    vincolo sacramentale dell'unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati".

    1636 In molte regioni, grazie al dialogo ecumenico, le comunità cristiane interessate hanno potuto organizzare una pastorale comune per i matrimoni misti. Suo compito è di aiutare queste coppie a vivere la loro situazione particolare alla luce della fede. Essa deve anche aiutarle a superare le tensioni fra gli obblighi dei coniugi l'uno nei confronti dell'altro e verso le loro comunità ecclesiali. Deve incoraggiare lo sviluppo di ciò che è loro
    comune nella fede, e il rispetto di ciò che li separa.

    •   Alt 

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  2. #2
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    C'è chi ci considera dei relativisti. Qualcuno è in grado forse di trovare una affermazione che sappia lontanamente di relativismo nel testo citato, tratto dal CCC?

    Penso proprio di no.

  3. #3
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Grazie Thomas

    Vorrei contribuire al concetto di Ecumenismo espresso dalle parole dell'allora card. Ratzinger, oggi Benedetto XVI.

    C'è una interessante intervista fatta a Ratzinger (Intervista a cura di Antonio Socci. Il libro: Joseph Ratzinger, “Fede, verità tolleranza. Il cristianesimo e le religioni nel mondo”, Cantagalli, Siena, 2003, pagine 298, euro 17,50) dove si legge:

    Eminenza, c’è un’idea che si è affermata nella cultura alta e nel pensiero comune secondo cui le religioni sono tutte vie che portano verso lo stesso Dio, quindi l’una vale l’altra. Cosa ne pensa, dal punto di vista teologico?

    Direi che anche sul piano empirico, storico, non è vera questa concezione molto comoda per il pensiero di oggi. È un riflesso del relativismo diffuso, ma la realtà non è questa perché le religioni non stanno in un modo statico una accanto all’altra, ma si trovano in un dinamismo storico nel quale diventano anche sfide l’una per l’altra. Alla fine la Verità è una, Dio è uno, perciò tutte queste espressioni, così diverse, nate in vari momenti storici, non sono equivalenti, ma sono un cammino nel quale si pone la domanda: dove andare? Non si può dire che sono vie equivalenti perché sono in un dialogo interiore e naturalmente mi sembra evidente che non possono essere mezzi della salvezza cose contraddittorie: la verità e la menzogna non possono essere allo stesso modo vie della salvezza. Perciò questa idea semplicemente non risponde alla realtà delle religioni e non risponde alla necessità dell’uomo di trovare una risposta coerente alle sue grandi domande.

    In diverse religioni si riconosce la straordinarietà della figura di Gesù. Sembra non sia necessario essere cristiani per venerarlo. Dunque non c’è bisogno della Chiesa?

    Già nel Vangelo troviamo due posizioni possibili in riferimento a Cristo. Il Signore stesso distingue: che cosa dice la gente e che cosa dite voi. Chiede cosa dicono quelli che Lo conoscono di seconda mano, o in modo storico, letterario, e poi cosa dicono quelli che Lo conoscono da vicino e sono entrati realmente in un incontro vero, hanno esperienza della Sua vera identità. Questa distinzione rimane presente in tutta la storia: c’è una impressione da fuori che ha elementi di verità. Nel Vangelo si vede che alcuni dicono: “è un profeta”. Così come oggi si dice che Gesù è una grossa personalità religiosa o che va annoverato fra gli avataras (le molteplici manifestazioni del divino). Ma quelli che sono entrati in comunione con Gesù riconoscono che è un’altra realtà, è Dio presente in un uomo.

    Non è confrontabile con le altre grandi personalità delle religioni?

    Sono molto diverse l’una dall’altra. Buddha in sostanza dice: “Dimenticatemi, andate solo sulla strada che ho mostrato”. Maometto afferma: “Il signore Dio mi ha dato queste parole che verbalmente vi trasmetto nel Corano”. E così via. Ma Gesù non rientra in questa categoria di personalità già visibilmente e storicamente diverse. Ancora meno è uno degli avataras, nel senso dei miti della religione induista.

    Perché?

    È una realtà del tutto diversa. Appartiene ad una storia, che comincia da Abramo, nella quale Dio mostra il suo volto, Dio si rivela come una persona che sa parlare e rispondere, entra nella storia. E questo volto di Dio, di un Dio che è persona e agisce nella storia, trova il suo compimento in quell’istante nel quale Dio stesso, facendosi uomo Lui stesso, entra nel tempo. Quindi, anche storicamente, non si può assimilare Gesù Cristo alle varie personalità religiose o alle visioni mitologiche orientali.

    Per la mentalità comune questa “pretesa” della Chiesa – che proclama “Cristo, unica salvezza” – è arroganza dottrinale.

    Posso capire i motivi di questa moderna visione la quale si oppone all’unicità di Cristo e comprendo anche una certa modestia di alcuni cattolici per i quali “noi non possiamo dire che abbiamo una cosa migliore che gli altri”. Inoltre c’è anche la ferita del colonialismo, periodo durante il quale alcuni poteri europei hanno strumentalizzato il cristianesimo in funzione del loro potere mondiale. Queste ferite sono rimaste nella coscienza cristiana, ma non devono impedirci di vedere l’essenziale. Perché l’abuso del passato non deve impedire la comprensione retta. Il colonialismo – e il cristianesimo come strumento del potere - è un abuso. Ma il fatto che se ne sia abusato non deve rendere i nostri occhi chiusi di fronte alla realtà dell’unicità di Cristo. Soprattutto dobbiamo riconoscere che il Cristianesimo non è un’invenzione nostra europea, non è un prodotto nostro. E’ sempre una sfida che viene da fuori dell’Europa: all’origine venne dall’Asia, come sappiamo bene. E si trovò subito in contrasto con la sensibilità dominante. Anche se poi l’Europa è stata cristianizzata è rimasta sempre questa lotta tra le proprie pretese particolari, fra le tendenze europee, e la novità sempre nuova della Parola di Dio che si oppone a questi esclusivismi e apre alla vera universalità. In questo senso, mi sembra dobbiamo riscoprire che il cristianesimo non è una proprietà europea.

    Il cristianesimo contrasta anche oggi la tendenza alla chiusura che c’è in Europa?

    Il cristianesimo è sempre qualcosa che viene realmente da fuori, da un avvenimento divino che ci trasforma e contesta anche le nostre pretese e i nostri valori. Il Signore cambia sempre le nostre pretese e apre i nostri cuori per la Sua universalità. Mi sembra molto significativo che al momento l’Occidente europeo sia la parte del mondo più opposta al cristianesimo, proprio perché lo spirito europeo si è autonomizzato e non vuole accettare che ci sia una Parola divina che gli mostra una strada che non è sempre comoda.

    Riecheggiando Dostoevskij mi chiedo se un uomo moderno può credere, credere veramente che Gesù di Nazaret è Dio fatto uomo. E’ percepito come assurdo.

    Certo, per un uomo moderno è una cosa quasi impensabile, un po’ assurda e facilmente si attribuisce ad un pensiero mitologico di un tempo passato che non è più accettabile. La distanza storica rende tanto più difficile pensare che un individuo vissuto in un tempo lontano possa essere adesso presente, per me, e sia la risposta alle mie domande. Mi sembra importante allora osservare che Cristo non è un individuo del passato lontano da me, ma ha creato una strada di luce che pervade la storia cominciando con i primi martiri, con questi testimoni che trasformano il pensiero umano, vedono la dignità umana dello schiavo, si occupano dei poveri, dei sofferenti e portano così una novità nel mondo anche con la propria sofferenza. Con quei grandi dottori che trasformano la saggezza dei greci, dei latini, in una nuova visione del mondo ispirata proprio da Cristo, che trova in Cristo la luce per interpretare il mondo, con figure come San Francesco d’Assisi, che ha creato il nuovo umanesimo. O figure anche del nostro tempo: pensiamo a Madre Teresa, Massimiliano Kolbe... È un’ininterrotta strada di luce che si fa cammino della storia e una ininterrotta presenza di Cristo e mi sembra che questo fatto – che Cristo non è rimasto nel passato ma è stato sempre contemporaneo con tutte le generazioni ed ha creato una nuova storia, una nuova luce nella storia, nella quale è presente e sempre contemporaneo, fa capire che non si tratta di un qualunque grande della storia, ma di una realtà davvero Altra, che porta sempre luce. Così, associandosi a questa storia, uno entra in un contesto di luce, non si mette in rapporto con una persona lontana, ma con una realtà presente.

    Perché, secondo lei, un uomo del 2003 ha bisogno di Cristo?

    E’ facile accorgersi che le cose rese disponibili solo da un mondo materiale o anche intellettuale, non rispondono al bisogno più profondo, più radicale che esiste in ogni uomo: perché l’uomo ha il desiderio – come dicono già i Padri – dell’infinito. Mi sembra che proprio il nostro tempo con le sue contraddizioni, le sue disperazioni, il suo massiccio rifugiarsi in scorciatoie come la droga, manifesti visibilmente questa sete dell’infinito e solo un amore infinito che tuttavia entra nella finitudine, e diventa addirittura un uomo come me, è la risposta. E’ certo un paradosso che Dio, l’immenso, sia entrato nel mondo finito come una persona umana. Ma è proprio la risposta della quale abbiamo bisogno: una risposta infinita che tuttavia si rende accettabile e accessibile, per me, “finendosi” in una persona umana che tuttavia è l’infinito. È la risposta della quale si ha bisogno: si dovrebbe quasi inventare se non esistesse…

    C’è una novità nel suo libro a proposito del tema del relativismo. Lei sostiene che nella pratica politica, il relativismo è il benvenuto perché ci vaccina, diciamo, dalla tentazione utopica. E’ il giudizio che la Chiesa ha sempre dato sulla politica?

    Direi proprio di sì. E’ questa una delle novità essenziali del cristianesimo per la storia. Perché fino a Cristo l’identificazione di religione e stato, divinità e stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo stato. Poi l’islam ritorna a questa identificazione tra mondo politico e religioso, col pensiero che solo con il potere politico si può anche moralizzare l’umanità. In realtà, da Cristo stesso troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo, non ha legioni, così dice Cristo, Stalin dice non ha divisioni. Non ha un potere mondano, attira l’umanità a sé non con un potere esterno, politico, militare ma solo col potere della verità che convince, dell’amore che attrae. Egli dice: “attirerò tutti a me”. Ma lo dice proprio dalla croce. E così crea questa distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è assoluto lo stato.

    Quindi non c’è potere o politica o ideologia che possa rivendicare per sé l’assoluto, la definitività, la perfezione

    Questo è molto importante. Perciò sono stato contrario alla teologia della liberazione, che di nuovo ha trasformato il Vangelo in ricetta politica con l’assolutizzazione di una posizione, per cui solo questa sarebbe la ricetta per liberare e dare progresso… In realtà, il mondo politico è il mondo della nostra ragione pratica dove, con i mezzi della nostra ragione, dobbiamo trovare le strade. Bisogna lasciare proprio alla ragione umana di trovare i mezzi più adatti e non assolutizzare lo stato. I padri hanno pregato per lo stato riconoscendone la necessità, il suo valore, ma non hanno adorato lo stato: mi sembra proprio questa la distinzione decisiva. Ma questo è uno straordinario punto d’incontro tra pensiero cristiano e cultura liberal-democratica. Io penso che la visione liberal-democratica non potesse nascere senza questo avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, così creando pure una nuova libertà. Lo stato è importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l’ultimo potere. La distinzione tra lo stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo stato. I martiri sono una testimonianza per questa limitazione del potere assoluto dello stato. Così è nata una storia di libertà. Anche se poi il pensiero liberal democratico ha preso le sue strade, l’origine è proprio questa.

    I sistemi comunisti europei sono crollati. Ma lei, nel suo libro, non esclude che il pensiero marxista possa comunque ripresentarsi in altre forme nei prossimi tempi.

    E’ una mia ipotesi, ma mi sembra cominci già a verificarsi perché il puro relativismo che non conosce valori etici fondanti e quindi non conosce realmente neanche un perché della vita umana, anche della vita politica, non è sufficiente. Perciò per un non credente che non riconosce la trascendenza, resta questo grande desiderio di trovare qualcosa di assoluto ed un senso morale del suo agire.

    I sommovimenti noglobal di questi anni sono di nuovo una trasposizione della sete d’assoluto in un obiettivo politico?

    Direi di sì. È sempre questa sete, perché l’uomo ha bisogno dell’assoluto e se non lo trova in Dio lo crea nella storia.

    Sempre a proposito del tema del relativismo. Tutti gli usi e i costumi e le civiltà debbono comunque essere sempre rispettate a priori oppure c’è un canone minimo di diritti e doveri che deve valere per tutti?

    Ecco, questo è l’ altro aspetto della medaglia. Prima abbiamo constatato che la politica è il mondo dell’opinabile, del perfettibile, dove si devono cercare con le forze della ragione le strade migliori, senza assolutizzare un partito o una ricetta. Tuttavia è anche un campo etico, la politica, perciò non può alla fine comportare un relativismo totale dove, per esempio, uccidere e creare pace hanno la stessa legittimità. Abbiamo in diversi documenti della nostra Congregazione sottolineato questo fatto, pur riconoscendo totalmente l’autonomia politica.

    Dunque non tutto è permesso…

    Abbiamo sempre detto che neanche la maggioranza è l’ultima istanza, la legittimazione assoluta di tutto, in quanto la dittatura della maggioranza sarebbe ugualmente pericolosa come le altre dittature. Perché potrebbe un giorno decidere, per esempio, che vi sia una “razza” da escludere per il progresso della storia, aberrazione purtroppo già vista. Quindi, ci sono limiti anche al relativismo politico. Il limite è delineato da alcuni valori etici fondamentali che sono proprio la condizione di questo pluralismo. E sono quindi obbligatori anche per le maggioranze.

    Qualche esempio?

    Sostanzialmente il Decalogo offre in sintesi queste grandi costanti.

    Torno a un altro aspetto del “relativismo culturale”. Anche fra i cattolici c’è chi considera la missione quasi una violenza psicologica nei confronti di popoli che hanno un’altra civiltà.

    Se uno pensa che il cristianesimo sia solo il suo proprio mondo tradizionale evidentemente sente così la missione. Ma si vede che non ha capito la grandezza di questa perla, come dice il Signore, che gli si dona nella fede. Naturalmente, se fossero solo tradizioni nostre, non si potrebbero portare ad altri. Se invece abbiamo scoperto, come dice San Giovanni, l’Amore, se abbiamo scoperto il volto di Dio, abbiamo il dovere di raccontare agli altri. Non posso mantenere solo per me una cosa grande, un amore grande, devo comunicare la Verità. Naturalmente nel pieno rispetto della loro libertà, perché la verità non s’impone con altri mezzi che con la propria evidenza e solo offrendo questa scoperta agli altri - mostrando cosa abbiamo trovato, che dono abbiamo in mano, che è destinato a tutti – possiamo annunciare bene il cristianesimo, sapendo che suppone l’altissimo rispetto della libertà dell’altro, perché una conversione che non fosse basata sulla convinzione interiore – “ho trovato quanto desideravo” – non sarebbe una vera conversione.

    Di recente è venuto alla luce sulla stampa un fenomeno doloroso: la conversione di tanti immigrati che provengono dall’islam, e che – oltre a trovarsi in pericolo – si ritrovano soli, non accompagnati dalla comunità cristiana.

    Sì, ho letto e mi addolora molto. E’ sempre lo stesso sintomo, il dramma della nostra coscienza cristiana che è ferita, che è insicura di sè. Naturalmente dobbiamo rispettare gli stati islamici, la loro religione, ma tuttavia anche chiedere la libertà di coscienza di quanti vogliono farsi cristiani e con coraggio dobbiamo anche assistere queste persone, proprio se siamo convinti che hanno trovato qualcosa che è la risposta vera. Non dobbiamo lasciarli soli. Si deve fare tutto il possibile perché possano in libertà e con pace vivere quanto hanno trovato nella religione cristiana.


    [Parti di questa intervista sono state trasmesse in “Excalibur” del 20 novembre 2003 e pubblicate in “Il Giornale” del 26 novembre 2003)
    Fraternamente Caterina
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  4. #4
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    Predefinito Enciclica Ut unum sint

    Gilbert

  5. #5
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    Il Santo Padre presiede nella Basilica Vaticana la solenne Celebrazione dei Vespri
    nel XL anniversario della promulgazione del Decreto conciliare "Unitatis redintegratio"

    Non c'è vero ecumenismo senza interiore conversione


    "Ecumenismo vero non c'è senza interiore conversione e purificazione della memoria, senza santità di vita in conformità con il Vangelo, e soprattutto senza un'intensa ed assidua preghiera che faccia eco alla preghiera di Gesù". Con queste parole Giovanni Paolo II si è rivolto ai partecipanti alla solenne Celebrazione dei Vespri presieduta nel pomeriggio di sabato 13 novembre, nella Basilica di San Pietro, nel XL anniversario della promulgazione del Decreto conciliare "Unitatis redintegratio". "Ricercare l'unità è fondamentalmente aderire alla preghiera di Gesù - ha detto tra l'altro il Papa all'omelia -. Il Concilio Vaticano II, che ha fatto suo questo desiderio di nostro Signore, non ha creato una novità. Guidato ed illuminato dallo Spirito di Dio, esso ha posto in rinnovata luce il senso vero e profondo dell'unità e della cattolicità della Chiesa. La via ecumenica - ha sottolineato il Santo Padre - è la via della Chiesa".


    (©L'Osservatore Romano - 19 Novembre 2004)
    Fraternamente Caterina
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  6. #6
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    IL DIBATTITO
    La «Gaudium et spes» 40 anni dopo: non più cambiare la Chiesa, ma evangelizzare il mondo

    www.avvenire.it del 4.12.2004

    Dalla riforma all'annuncio


    Da Roma Riccardo Maccioni

    L'immagine che viene subito in mente è quella della tavola imbandita.
    Un banchetto ideale in cui ciascuno porta se stesso e la sua originale chiave di lettura. Il dibattito, il confronto sono tappe centrali nei Forum del progetto culturale. A maggior ragione quando, come ieri, il tema guida è l'attualità di quella svolta teologica e pastorale che è stato il Concilio Vaticano II. Si tratta di coniugare il vissuto con l'avvenire, chiedendo alla memoria di recuperare il passato per leggere il presente e intercettare le domande di futuro.


    «In questa stagione di travaglio - riflette il patriarca di Venezia cardinale Angelo Scola - la Chiesa è chiamata a testimoniare che le ragioni della fede sono le ragioni della libertà e del desiderio intesi nella loro pienezza e verità. Non si tratta di impegnarsi in una battaglia culturale ma di rigenerare il popolo di Dio. Per riuscirci occorrono comunità dall'appartenenza forte, distribuite capillarmente, nate dall'Eucaristia e dalla logica dell'incarnazione».

    Sulla scia della Gaudium et spes, il rapporto con la società contemporanea, la capacità di «interpretare» la modernità sono elementi chiave del dibattito.
    «La Costituzione conciliare - commenta Lorenzo Chiarinelli vescovo di Viterbo - mette a tema il ruolo della Chiesa non di fronte ma "nel" mondo contemporaneo. Una riflessione che diventa domanda sulla situazione attuale». Un segno di continuità va sicuramente cercato nella categoria del mutamento, sottolineata dalla Gaudium et spes sin dall'esposizione introduttiva e indispensabile anche per leggere l'oggi. «Dopo il Concilio si svilupparono forti istanze antiistituzionali e antidogmatiche - ricorda Lorenzo Ornaghi rettore dell'Università cattolica -, si è davvero sicuri che quella fase si sia esaurita? Non bisogna dimenticare la crescente disaffezione per le istituzioni che si registra in Occidente».
    Il mutamento riguarda gli aspetti fondanti delle società contemporanea. Non ultimo il bisogno di Dio che vive del contrasto tra la voglia di Assoluto e l'incapacità di esprimerlo.

    «Dobbiamo tornare all'alfabetizzazione della religione - spiega il fisico Paolo Blasi - perché è inutile seminare se non c'è terreno fertile. In questo vedo una differenza rispetto al Vaticano II in cui quella della fede era dimensione condivisa. Credo che bisognerebbe rendere obbligatoria l'alfabetizzazione religiosa, che non va confusa con il catechismo».

    La discontinuità con il Concilio riguarda però anche altri aspetti. «Il Vaticano II considerò centrale la riforma della Chiesa al suo interno - commenta lo storico Andrea Riccardi moderatore del dibattito - mentre non mise a tema l'urgenza dell'evangelizzazione che in quel momento non era sicuramente centrale».
    Parallelamente cresceva però nel mondo intellettuale laico la convinzione che l'esperienza religiosa individuale e comunitaria fossero, sotto l'impulso delle nuove istanze culturali, destinate a venir meno, per così dire ad esaurirsi. Pur in presenza di un cristianesimo minoritario sappiamo che non è andata così. Questa constatazione che non deve però farci dimenticare che «la Chiesa non è per se stessa ma in funzione di - aggiunge la teologa Cettina Militello -. Se non assumiamo la lingua, i contesti, i problemi, le condizioni degli uomini e delle donne di oggi, rischiamo di cadere nel non senso».

    E tra i parametri che definiscono la contemporaneità c'è la ricerca scientifica, sul cui bisogno di eticità si è soffermato il matematico Giandomenico Boffi. «Occorre sensibilizzare gli scienziati a pensare le conseguenze delle loro scoperte - spiega il fisico Ugo Amaldi -. Penso a ricercatori, come avvenuto negli Stati Uniti sul tema dell'ingegneria genetica, che chiedano un contributo di riflessione ai colleghi e poi alla politica e all'opinione pubblica, purché competente su quei temi».

    Di nuovo torna la dimensione del mutamento che non sempre è sinonimo di discontinuità.
    «C'è da domandarsi se i tempi sono così diversi che la simpatia con l'uomo disegnata dalla Gaudium et spes non è più possibile o se sia cambiato il modo di leggere la realtà - si è chiesto il teologo Severino Dianich -. C'è un'unica posizione su cui la Chiesa sarà sempre sola: l'annuncio della resurrezione».

    Nella riflessione del rettore della Pontificia università lateranense Rino Fisichella il cuore della Gaudium et spes è il richiamo al mistero. «Nel mistero del Verbo incarnato trova ragione il mistero dell'uomo. Nella vita della Chiesa il mistero è all'origine del nostro riflettere e del nostro stesso annuncio».
    Stamani nella quiete romana del Centro Villa Aurelia è in programma la seconda parte dei dibattito che chiuderà questo VI Forum del Progetto culturale.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    La presenza di Cristo nella storia umana trova concordi anche islamici ed ebrei

    Si è svolto a Roma il 22 e 23 ottobre il nono Congresso internazionale sul “Volto di Cristo”

    ROMA, domenica, 23 ottobre 2005 (ZENIT.org).- Si tratta di un appuntamento annuale organizzato dall’“Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo” e che quest’anno ha avuto come tema “Il Volto di Cristo e la sua presenza nella storia”.

    Nell’introduzione al convegno il Cardinale Fiorenzo Angelini, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha voluto sottolineare che questo Congresso si colloca “tra le iniziative che contrassegnano la conclusione dell’Anno Eucaristico” perché “l’Eucaristia rende capaci di riconoscere nel nostro prossimo il Volto di Cristo”.

    Il porporato ha sostenuto che “la partecipazione alla mensa eucaristica, secondo l’esempio dei santi” permette di diventare “trasparenza del Volto di Cristo”.

    “Cristo è segno di contraddizione nella storia umana ma – ha aggiunto il Cardinale Angelini –, obbligato traguardo di confronto per chiunque cerca la via, la verità, la vita”.

    Il Cardinale Gorge Marie Martin Cottier, Proteologo della Casa pontificia, è intervenuto al Congresso spiegando che “l’Eucaristia è una manifestazione della carità di Cristo, il quale ha assunto per la nostra salvezza un corpo umano”.

    Per il porporato “Cristo ci ha promesso la sua presenza corporale come ricompensa, alla fine dei tempi, ma nel frattempo, nel nostro pellegrinaggio non ci ha privati della sua presenza”, ed in questo sacramento “in virtù del corpo e del sangue si è unito a noi”.

    Padre Paolo Re, OSJ, Rettore del Santuario di San Giuseppe di Asti, ha rilevato che “una delle aspirazioni più profonde del cuore umano è quella di vedere Dio. Ma solo Gesù il Verbo incarnato ci rivela il Volto di Dio, anzi Lui è il volto visibile del padre”.

    Padre Re ha ricordato che nel Vangelo i due discepoli di Emmaus “lo riconobbero allo spezzare il Pane”.

    “E’ dunque il Mistero Eucaristico – ha affermato il Rettore del Santuario di Asti – che ci offre la possibilità di contemplare nella fede il Volto Santo di Cristo, Volto e Mistero di luce è dunque l’Eucaristia”.

    Alain Elkann, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, scrittore e giornalista di religione ebraica, ha invece affermato: “Non è credo un caso che Gesù fosse ebreo, perciò gran parte del cammino degli ebrei e dei cristiani è un cammino comune che per entrambi si svolge nei luoghi santi descritti dalla Bibbia”.

    Alla domanda su qual è il significato della presenza di Gesù nel mondo di oggi, Elkan ha risposto: “Penso che sia uno dei grandi messaggi di pace dell’umanità, una grande risposta di come dovrebbe essere condotta una vita umana per essere il più possibile e serena possibile”.

    “Gesù è un grande messaggio di speranza e di solidarietà per il mondo che oggi ne ha molto bisogno e la sua Chiesa ha dimostrato e dimostra di saper essere ancora di più una formidabile organizzazione di pace, di carità e d’amore. Il Papa è un instancabile difensore del bene, della pace dei giovani, dei malati e dei bisognosi, Gesù poi è etica, giustizia, poesia e ispirazione”, ha aggiunto.

    Niyazi Oktem, Professore di Filosofia del Diritto all’Università di Bilgi a Istambul (Turchia) ha sostenuto che nonostante le divergenze “il fatto che tutti i profeti menzionati nelle Sacre Scritture siano riconosciuti dai Musulmani e soprattutto che la Vergine Maria e suo figlio godano di una considerazione del tutto speciale, rappresenta una fattore di incontro tra la teologia cristiana e quella musulmana”.

    Il professore turco ha ricordato che i musulmani “ammettono anche i miracoli di Gesù di cui si parla nel Nuovo Testamento” ed ha sottolineato che “gli atti e i comportamenti di Gesù Cristo riferiti dal Nuovo Testamento sono di indole universale e servono come modelli di retta condotta e di verità”.

    Il professor Oktem ha quindi argomentato che “il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo riconoscono tutti e tre un solo creatore che ha creato l’Universo”. Il Creatore per le tre religioni “è misericordioso, benigno, ama e perdona” e tra le sue creature “l’uomo è quello che a Lui più assomiglia”.

    “Tutte e tre le religioni monoteiste credono nell’inferno e nel paradiso, negli angeli e nel demonio, nella vita nell’aldilà, nel giudizio finale, nella Resurrezione. In tutte e tre le religioni, primi esseri umani sono Adamo e Eva”, ha constatato.

    Il professore turco ha concluso auspicando che “l’incontro delle tre religioni monoteiste sui valori che hanno in comune possa essere la via maestra della pace”.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Da..... Le 50 proposizioni del Sinodo sull’Eucaristia.... riportiamo:

    Proposizione 41

    Ammissione dei fedeli non cattolici alla Comunione

    Sulla base della comunione di tutti i cristiani, che l’unico Battesimo già rende operante, anche se non ancora in maniera completa, la separazione alla mensa del Signore è sperimentata giustamente come dolorosa. Sia dentro la Chiesa cattolica come da parte dei nostri fratelli e sorelle non cattolici, viene avanzata di conseguenza molto spesso la richiesta urgente della possibilità di Comunione eucaristica tra i cristiani cattolici e gli altri. Si deve chiarire che l’Eucaristia non designa e opera solo la nostra personale comunione con Gesù Cristo, ma soprattutto la piena communio della Chiesa. Perciò chiediamo che i cristiani non cattolici comprendano e rispettino il fatto che per noi, secondo l’intera tradizione biblicamente fondata, la Comunione eucaristica e la comunione ecclesiale si appartengono intimamente e quindi la Comunione eucaristica con i cristiani non cattolici non è generalmente possibile. Ancor più è esclusa una concelebrazione ecumenica.

    Parimenti dovrebbe essere chiarito che in vista della salvezza personale l’ammissione di cristiani non cattolici all’Eucaristia, al sacramento della Penitenza e all’Unzione dei malati, in determinate situazioni individuali sotto precise condizioni è possibile e perfino raccomandata (UR 8, 15; Direttorio Ecumenico 129-131; CIC 844 § 3 e 4; CCEO 671 §4; Lettera enciclica Ut unum sint 46; Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia 46). Il Sinodo insiste perché le condizioni espresse nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1398-1401) e nel suo Compendio (293), siano osservate.

    Il Sinodo insiste perché le condizioni espresse nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1398-1401) e nel suo Compendio (293), siano osservate.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  9. #9
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    Predefinito Ratzinger a Messori

    Cap. XI del libro J. RATZINGER - V. MESSORI, Rapporto sulla fede
    Postato il Sunday, 24 October @ 1248 CEST di admin

    http://www.ratzinger.it/modules.php?...article&sid=15

    Parliamo ora di ecumenismo, di rapporti tra le varie confessioni cristiane.

    Cittadino di un Paese multiconfessionale come la Germania, Joseph Ratzinger ha scritto in proposito, in anni passati, cose notevoli. Oggi, nella sua nuova posizione, il problema ecumenico non gli è di certo meno presente


    Dice: "Lo sforzo ecumenico, in questo periodo della storia della Chiesa, è parte integrante dello sviluppo della fede". Anche qui, però - e tanto più quanto più i temi sono importanti - c'è in lui un bisogno di chiarezza.
    Osservava una volta: "Quando si è sulla via sbagliata, più si corre e più ci si allontana dal traguardo". Per quanto è in lui, dunque, vigila, esercita la sua " funzione critica " convinto che - come ovunque altrove - "anche in campo ecumenico equivoci, impazienze, facilonerie allontanano la mèta più che avvicinarla". E' convinto che "le definizioni chiare della propria fede servono a tutti, anche all'interlocutore". E che "il dialogo può approfondire e purificare la fede cattolica, ma non può cambiarla nella sua vera essenza".

    Comincio con una "provocazione": "Eminenza, c'è chi dice che sia in atto un processo di "protestantizzazione" del cattolicesimo".

    La risposta, come al solito, accetta in pieno la battuta: "Dipende innanzitutto da come si definisce il contenuto di " protestantesimo ". Chi oggi parla di "protestantizzazione" della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un'altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista".

    Ma perché proprio il protestantesimo - la cui crisi non è certo minore di quella cattolica - dovrebbe oggi attirare teologi e fedeli che sino al Concilio erano restati fedeli alla Chiesa di Roma?

    "Non è certamente una cosa facile da chiarire. Si impone tuttavia la seguente considerazione: il protestantesimo è nato all'inizio dell'epoca moderna ed è pertanto molto più apparentato che non il cattolicesimo con le idee-forza che hanno dato origine al mondo moderno. La sua attuale configurazione l'ha trovata in gran parte proprio nell'incontro con le grandi correnti filosofiche del XIX secolo. E' la sua chance ed insieme la sua fragilità questo suo essere molto aperto al pensiero moderno. Così può nascere l'opinione (proprio presso teologi cattolici che non sanno più che fare della teologia tradizionale) che nel "protestantesimo" si possano trovare già tracciate le vie giuste per l'intesa fra la fede e il mondo moderno".

    Quali principi hanno qui maggiore attrattiva?

    "Un ruolo di primo piano spetta ieri come oggi al principio della Sola Scriptura. Il cristiano medio di oggi deriva da questo principio che la fede nasce dall'opinione individuale, dal lavoro intellettuale e dall'intervento dello specialista; ed una simile visione gli sembra più "moderna" ed "evidente" che non le posizioni cattoliche. Da una simile concezione deriva logicamente che il concetto cattolico di Chiesa non è più realizzabile e che si deve cercare un nuovo modello da qualche parte, nel vasto ambito del fenomeno "protestantesimo"".

    Dunque ritorna in ballo, come di consueto, l'ecclesiologia.

    "Sì. Perché per il moderno uomo della strada è assai più comprensibile un concetto di chiesa che in linguaggio tecnico si direbbe "congregazionalista" o di "chiesa libera" (Freechurch). Ne consegue che la chiesa è una forma che può variare, a seconda di come gli uomini organizzano le realtà della fede, così che corrisponda il più possibile a ciò che la situazione del momento sembra esigere. Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena di ritornarci: è quasi impossibile per la coscienza di molti, oggi, capire che dietro una realtà umana sta la misteriosa realtà divina. Che è il concetto cattolico di Chiesa, come sappiamo; e che è assai più arduo da accettare di quello ora delineato; il quale del resto non è neppure semplicemente quello "protestante", ma si è venuto formando nel quadro del fenomeno "protestantesimo"".

    Alla fine del 1983 - anno in cui ricorreva i quinto centenario della nascita di Martin Lutero -, visto l'entusiasmo di qualche celebratore cattolico, le male lingue hanno insinuato che oggi il Riformatore potrebbe insegnare le stesse cose di allora, ma occupando indisturbato una cattedra di un'università o di un seminario cattolico. Che ne dice il Prefetto?
    Crede che la Congregazione da lui diretta inviterebbe ancora il frate agostinìano per qualche colloquio informativo"?

    Sorride: "Sì, credo proprio che si dovrebbe parlare con lui molto seriamente e che ciò che egli ha detto allora anche oggi non potrebbe essere considerato come "teologia cattolica". Se fosse diversamente, non ci sarebbe bisogno del dialogo ecumenico, che cerca appunto un dialogo critico con Lutero e si studia di vedere come si possa salvare ciò che vi è di grande nella sua teologia e di superare in essa ciò che non è cattolico".

    Sarebbe interessante sapere su quali argomenti farebbe leva contro Lutero la Congregazione per la Dottrina della fede per intervenire anche oggi.

    La risposta non esita: "A costo di essere noioso, penso che ci appoggeremmo ancora una volta al problema ecclesiologico. Alla disputa di Lipsia, il contraddittore cattolico di Martin Lutero gli dimostrò in modo irrefutabile che la sua "nuova dottrina" non si opponeva soltanto ai papi ma anche alla Tradizione così come chiaramente espressa dai Padri e dai Concili. Lutero fu costretto ad ammetterlo e dichiarò allora che anche dei Concili ecumenici avrebbero sbagliato. In questo modo, l'autorità degli esegeti fu collocata al di sopra dell'autorità della Chiesa e della sua Tradizione".

    Dunque, in quel momento si realizzò lo "strappo" decisivo?

    "In effetti credo che quello fu il momento decisivo, perché in questo modo si abbandonava l'idea cattolica di una Chiesa interprete autentica del vero senso della Rivelazione. Lutero non poteva più condividere quella certezza che nella Chiesa riconosce una coscienza comune superiore all'intelligenza e alle interpretazioni private. Così la relazione fra la Chiesa ed il singolo, fra la Chiesa e la Bibbia era radicalmente mutata. Su questo punto quindi la Congregazione dovrebbe parlare con Lutero, se egli vivesse ancora; o detto meglio: su questo punto noi parliamo con lui nei dialoghi ecumenici. Del resto questo problema sta in modo considerevole al fondo anche dei nostri colloqui con teologi cattolici: la teologia cattolica deve interpretare la fede della Chiesa; ma là dove essa passa direttamente dall'esegesi biblica ad una ricostruzione autonoma del teologo, si fa qualcosa di diverso".

    Cardinal Ratzinger: continuiamo nella "provocazione", continuiamo dunque ad esaminare le insinuazioni delle male lingue.... Per esempio: c'è chi dice che, in questi anni, l'ecumenismo è stato spesso a senso unico. Scuse e richieste di perdono - spesso, intendiamoci, giustificatissime - da parte cattolica; ma, da parte protestante, riaffermazione delle proprie ragioni e scarsa propensione (almeno in apparenza) a riesaminare criticamente origini e vicende della Riforma.

    "Può essere in parte vero - risponde -. L'atteggiamento di certo ecumenismo cattolico postconciliare è stato segnato da un certo masochismo, come da un bisogno un po' perverso di riconoscersi colpevoli di tutti i disastri della storia. Parlando tuttavia della situazione tedesca, che conosco dall'interno, devo dire di essere amico di protestanti davvero spirituali.
    Avendo una vita cristiana veramente profonda, queste persone hanno anche la
    profonda consapevolezza della colpa di tutti i cristiani nelle divisioni che li lacerano. C'è davvero, anche da parte protestante, un nuovo interesse nei riguardi di elementi fondamentali della realtà cattolica".

    Che cosa, soprattutto, è oggetto di revisione da parte riformata?

    "C'è la riscoperta della necessità di una Tradizione, senza la quale la Bibbia è come sospesa in aria, diventa un vecchio libro tra tanti altri.
    Questa riscoperta è favorita anche dal fatto che i protestanti sono, assieme agli ortodossi, nel Consiglio Ecumenico di Ginevra, l'organismo che raccoglie una grande parte delle Chiese e delle Comunità cristiane. Ora: dire "ortodossia orientale" significa dire "Tradizione"".

    "Del resto - aggiunge - questo accanimento sul Sola Scriptura del protestantesimo classico non poteva sopravvivere e oggi è più che mai messo in crisi proprio dall'esegesi "scientifica" che, nata e sviluppatasi in ambito riformato, ha mostrato come i vangeli siano un prodotto della Chiesa primitiva; anzi, come la Scrittura intera non sia che Tradizione. Tanto che, rovesciando il loro motto tradizionale, alcuni studiosi luterani sembrano convergere nell'opinione delle Chiese ortodosse d'Oriente: non, dunque, Sola Scriptura ma Sola Traditio. C'è poi anche, da parte di alcuni teologi protestanti, la riscoperta dell'autorità, di una qualche gerarchia (cioè di un ministero spirituale sacramentale), della realtà dei sacramenti".

    Sorride, come soprappensiero: "Sino a quando queste cose le dicevano i cattolici per i protestanti era difficile farle proprie. Dette dalle Chiese d'Oriente sono state accolte e studiate con maggior attenzione, forse perché si diffidava meno di quei cristiani, la cui presenza al Consiglio di Ginevra si rivela dunque provvidenziale".

    Dunque, c'è un muoversi anche da parte protestante; dunque, c'è un convergere su posizioni che potrebbero un giorno rivelarsi comuni.

    Ratzinger, da buon realista, è lontano da ogni ottimismo ingenuo: "Sì, c'è un movimento, quindi un riconoscimento di infedeltà a Cristo da parte di tutti i cristiani, non solo da parte cattolica. Resta però come limite finora invalicabile quella diversa concezione della Chiesa. A un riformato riuscirà sempre difficile, se non impossibile, accettare il sacerdozio come sacramento e come condizione indispensabile per l'eucaristia. Perché, per accettare questo, bisognerebbe accettare la struttura della Chiesa basata sulla successione apostolica. Semmai - almeno per ora - possono arrivare a concedere che quel tipo di Chiesa è la soluzione migliore; non che è l'unica, l'indispensabile".

    E ancora per questo concetto di Chiesa più "facile", più "ovvio" -, almeno secondo la mentalità attuale che, là dove convivono protestanti e cattolici, sarebbero questi ultimi a rischiare di più di passare sulle posizioni dell'altro. "Il cattolicesimo autentico - dice - è un equilibrio delicato, è un tentativo di far convivere aspetti che sembrano contrastanti e che invece assicurano la completezza del Credo. Il cattolicesimo, poi, esige l'accettazione di una mentalità di fede spesso in radicale contrasto con l'opinione oggi dominante".

    Come esempio, mi cita il rinnovato rifiuto di Roma a concedere "l'intercomunione", cioè la possibilità per un cattolico di partecipare all'eucaristia di una Chiesa riformata. Dice: "Molti cattolici stessi pensano che questo rifiuto sia l'ultimo frutto di una mentalità intollerante che dovrebbe aver fatto il suo tempo. "Non siate così severi, così anacronistici!" ci gridano in tanti. Ma non è questione di intolleranza o di ritardo ecumenico: per il Credo cattolico, se non c'è successione apostolica non c'è sacerdozio autentico, dunque non può esserci nessuna eucaristia sacramentale in senso vero e proprio. Noi crediamo che così sia stato voluto dal Fondatore stesso del cristianesimo".

    Si è già accennato, in modo indiretto, alle Chiese ortodosse dell'Oriente europeo. Come procedono i rapporti con loro?

    "I contatti sono apparentemente più facili, ma in realtà presentano gravi difficoltà. Quelle Chiese hanno un insegnamento autentico ma statico, come bloccato: restano fedeli alla Tradizione del millennio cristiano, mentre respingono tutti gli sviluppi successivi, perché i cattolici avrebbero deciso senza di loro. Per essi, in materia di fede può decidere solo un Concilio davvero ecumenico, quindi allargato a tutti i cristiani. Pertanto non giudicano valido quanto è stato dichiarato dai cattolici dopo la divisione: in pratica sono d'accordo con molto di quanto si è stabilito, ma lo considerano limitato alle Chiese che dipendono da Roma, non normativo anche per loro".

    Almeno qui, l'ecclesiologia costituisce un problema meno insormontabile?

    "Sì e no. Certo, hanno in comune con noi la nozione della necessaria successione apostolica; il loro episcopato, la loro eucaristia sono autentici. Ma conservano anche questa idea profonda dell'autocefalìa per la quale le Chiese, pur unite nella fede, sono al contempo indipendenti l'una dall'altra. Non riescono ad accettare che il vescovo di Roma, il Papa, possa essere il principio, il centro dell'unità pur in una Chiesa universale intesa come comunione".

    Dunque, chiedo, neppure con l'Oriente è ipotizzabile, a tempi non remoti, un inizio di riunione?

    "Non vedo, a viste umane, come sia possibile un'unione completa, al di là di una praticabile (e già praticata) fase iniziale. Questa difficoltà, però, è a livello teologico. Sul piano concreto, vitale, le relazioni sono più facili: lo constatiamo dove cattolici e ortodossi sono a contatto (e condividono magari la stessa persecuzione). Se le ecclesiologie restano divise per la teologia, nella esistenza concreta le Chiese sperimentano un interscambio vitale, visto che c'è reciprocità sacramentale e l'intercomunione (a determinate condizioni) è possibile, a differenza di quanto avviene con i protestanti".

    Gli anglicani si sono sempre considerati the bridge-church, la chiesa ponte tra mondo protestante e cattolico; ci fu un tempo (e piuttosto vicino) in cui sembrò che si fosse a un passo dalla riunione.

    "E' vero. Ma ora almeno una parte degli anglicani si è bruscamente riallontanata con le nuove norme sui divorziati risposati, sul sacerdozio alle donne e su altre questioni di teologia morale. Sono decisioni che hanno riaperto un solco non solo tra anglicani e cattolici ma anche tra anglicani e ortodossi, che anche qui condividono in genere il punto di vista cattolico".

    Qualcuno, dopo il Concilio, aveva annunciato che sarebbe bastato alla Chiesa cattolica mettersi sulla via delle " riforme " per ritrovare l'unità con i fratelli separati. Ho qui invece un recente documento sull'ecumenismo di parte protestante, viene dalle chiese italiane valdesi e metodiste. Vi si legge: "Cattolicesimo e protestantesimo, pur richiamandosi allo stesso Signore, sono due modi diversi di intendere e vivere il cristianesimo. Questi diversi modi non sono complementari ma alternativi".

    Che ne dice il cardinal Ratzinger?

    "Dico che la realtà è purtroppo ancora questa. Non bisogna scambiare le parole con la realtà: qualche progresso sul piano teologico, qualche documento comune non significano un avvicinamento davvero vitale.
    L'eucaristia è vita e questa vita non possiamo finora condividerla in presenza di un concetto di Chiesa e di sacramento così diverso. C'è qualche pericolo in un ecumenismo che non si ponga in modo realistico davanti a questa difficoltà, per ora insuperabile agli uomini. C'erano del resto anche dei pericoli - si intende - nella situazione preconciliare, contrassegnata dalla chiusura e dalla intransigenza che lasciavano poco spazio alla fraternità".

    Qualche passo si è tentato di compierlo proponendo delle traduzioni della Bibbia fatte in comune tra diverse confessioni. Che ne pensa Ratzinger di queste edizioni ecumeniche?

    "Ho studiato solo la traduzione interconfessionale tedesca. E' stata concepita soprattutto per l'uso liturgico e per la catechesi. In pratica, è successo che la impiegano quasi soltanto dei cattolici, non la usano invece molti luterani che preferiscono tornare alla "loro" Bibbia".

    Sarebbe forse un altro caso di ecumenismo "a senso unico"?

    "Il fatto è che anche qui non è lecito abbandonarsi a illusioni soverchie. La Scrittura vive in una comunità e ha bisogno di un linguaggio. Ogni traduzione è anche, in qualche misura, interpretazione. Ci sono passi (tutti gli studiosi sono ormai d'accordo) in cui a parlare più che la Bibbia è il suo traduttore. Ci sono parti della Scrittura che esigono una scelta precisa, una presa di posizione netta; non si può mescolare o tentare di nascondere le difficoltà con degli espedienti. Qualcuno vorrebbe far credere che gli esegeti, con i loro metodi storicocritici, avrebbero trovato la soluzione "scientifica", dunque al di sopra delle parti. Mentre non è così, ogni "scienza" dipende inevitabilmente da una filosofia, da una ideologia. Non può esserci neutralità, tanto meno qui. Del resto, io posso ben capire perché i luterani tedeschi sono tanto attaccati alla Bibbia di Lutero: essa, proprio nella sua forma linguistica, è la vera forza unificante del luteranesimo; abbandonarla significherebbe di fatto toccare il nucleo dell'identità. Questa traduzione ha dunque nella sua comunità un ruolo completamente diverso da quello che una qualsiasi traduzione può avere presso noi cattolici. Grazie all'interpretazione che include, in un certo senso la traduzione di Lutero ha limitato le conseguenze del principio del Sola Scriptura ed ha reso possibile una comprensione comune della Bibbia, un "patrimonio ecclesiale" comune".

    Aggiunge: "Dobbiamo avere il coraggio di ridire chiaro che, presa nella sua totalità, la Bibbia è cattolica. Accettarla come sta, nell'unità di tutte le sue parti, significa accettare i grandi Padri della Chiesa e la loro lettura; dunque, significa entrare nel cattolicesimo".

    Una simile affermazione, azzardo, non rischia di suscitare la diffidenza di chi la consideri "apologetica"?

    "No - replica -, perché non è mia ma di non pochi esegeti protestanti contemporanei. Come, ad esempio, di uno tra i discepoli prediletti del luterano Rudolf Bultmann, il professor Heinrich Schlier. Questi, portando alle logiche conseguenze il principio della Sola Scriptura, si è accorto che il "cattolicesimo" è già nel Nuovo Testamento. Perché già lì c'è il concetto di una Chiesa vivente alla quale il Signore ha lasciato la sua Parola viva. Certamente non c'è, nella Scrittura, l'idea che essa stessa sia un fossile archeologico, una raccolta disparata di fonti da studiare da archeologo o da paleontologo! Con coerenza Schlier è così entrato nella Chiesa cattolica. Altri suoi colleghi protestanti non sono arrivati a tanto ma la presenza della dimensione cattolica nella Bibbia stessa non è ormai quasi più messa in discussione".

    E lei, cardinal Ratzinger (da ragazzo o da giovane seminarista o magari da teologo) non è mai stato attratto dal protestantesimo, non ha mai pensato di cambiare confessione cristiana?

    "Oh no! - esclama -. Il cattolicesimo della mia Baviera sapeva far posto a tutto ciò che è umano: alla preghiera ma anche alla festa, alla penitenza ma anche all'allegria. Un cristianesimo gioioso, colorato, umano. Può anche essere che ciò avvenga perché mi manca il senso del "purismo" e perché fin dall'infanzia ho respirato il barocco. Di fatto, pur con tutta la stima per amici protestanti, semplicemente, sul piano psicologico, non ho mai avvertito un'attrattiva di questo tipo. Neppure sul piano teologico: il protestantesimo poteva certamente dare l'impressione di una "superiorità", poteva sembrare avere una maggiore "scientificità". Ma la grande tradizione dei Padri e dei maestri del Medio Evo era per me più convincente".

    Lei è stato bambino, poi adolescente e giovane (aveva 18 anni nel 1945) nella Germania del nazismo. Come ha vissuto, da cattolico, quel tempo terribile?

    "Sono venuto su in una famiglia molto credente, praticante. Nella fede dei miei genitori, nella fede della nostra Chiesa, ho avuto la conferma del cattolicesimo come roccaforte della verità e della giustizia contro quel regno dell'ateismo e della menzogna che fu il nazismo. Nel crollo del regime ho visto nei fatti che la Chiesa aveva intuito giusto".

    Ma Hitler veniva dall'Austria cattolica, il partito fu fondato e prosperò nella cattolica Monaco...

    "Tuttavia sarebbe affrettato presentarlo come prodotto del cattolicesimo. I germi velenosi del nazismo non sono il frutto del cattolicesimo dell'Austria o della Germania meridionale, ma semmai dell'atmosfera decadente e cosmopolita della Vienna alla fine dell'impero, nella quale Hitler guardava con invidia alla forza e alla risolutezza della Germania del Nord: Federico II e Bismarck erano i suoi idoli politici. Nelle decisive elezioni del 1933 notoriamente Hitler non ha avuto nessuna maggioranza nei Länder cattolici a differenza di quanto avvenuto in altre regioni tedesche".

    Come spiega questo?

    "Devo premettere innanzitutto che il nucleo credente della Chiesa protestante ha avuto un ruolo di primo piano nella resistenza contro Hitler. Vorrei ricordare ad esempio la dichiarazione di Barmen del 31 maggio 1934, con la quale la "Chiesa confessante" prese le distanze dai filonazisti "Cristiani tedeschi" e compì così l'atto fondamentale di resistenza contro la pretesa totalitaria di Hitler. Dall'altra parte il fenomeno dei "Cristiani tedeschi" mette in luce il tipico pericolo al quale si trovava esposto il protestantesimo nel momento della presa del potere a parte dei nazisti. La concezione di un cristianesimo nazionale, cioè germanico, anti-latino, offrì a Hitler un punto di aggancio; così come la tradizione di una Chiesa di Stato e la fortissima sottolineatura dell'ubbidienza nei confronti dell'autorità, che è di casa nella tradizione luterana. Proprio per questi aspetti il protestantesimo tedesco, soprattutto il luteranesimo, fu all'inizio molto più facilmente esposto all'aggressione di Hitler; un movimento come i "Cristiani tedeschi" non si sarebbe potuto formare nell'ambito del concetto cattolico di Chiesa".

    Ciò non toglie che anche i protestanti si segnalarono nella lotta al nazismo.

    "Questo è fuori discussione. Proprio perché la situazione era così come l'ho descritta, da parte dei protestanti era richiesto un coraggio più personale per intraprendere la resistenza contro Hitler. Karl Barth ha espresso molto chiaramente questo stato di cose, rifiutandosi di prestare il giuramento richiestogli nella sua funzione. Ecco perché proprio il protestantesimo ha potuto vantare personalità di grande rilevanza nella resistenza. Si capisce però anche, da quanto ho detto sopra, perché fra i comuni fedeli i cattolici si trovassero più facilitati a resistere nel rifiuto delle dottrine di Hitler. Si vide anche allora ciò che la storia ha sempre confermato: come male minore, la Chiesa cattolica può venire tatticamente a patti con sistemi statali anche oppressivi, ma alla fine si rivela una difesa per tutti contro le degenerazioni del totalitarismo. Non può infatti, per sua natura, confondersi con lo stato e si deve opporre a uno stato che costringa anche i suoi fedeli in una sola visione. E' quanto ho constatato io stesso, da giovane cattolico, nella Germania nazista".
    Gilbert

 

 

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