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  1. #1
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    Predefinito La Silicon Valley dell'antichità

    http://www.avvenire.it/
    IMPERIUM/5
    «Capacità d’innovazione e perenne cambiamento:erano queste le vere caratteristiche della civiltà romana. Che non è affatto da vedere in contrapposizione con il cristianesimo»: parla lo storico Alfredo Valvo

    La Silicon Valley
    dell’antichità

    «Stiamo attenti all'eccessiva spettacolarizzazione della Storia, come in film tipo "Il gladiatore": non può essere una scorciatoia della conoscenza». Il ricordo del maestro Albino Garzetti

    Di Paolo Cesaretti

    Quanto si è scritto in merito all'elaborazione storiografica che il nostro Novecento ha dedicato all'Impero romano, quanti giudizi sono stati pronunciati sugli storici antichi del Ventennio, quante livide liste di proscrizione, quanti distinguo tra i "puri" e gli "indegni". Di quanti contenuti ideologici sono state caricate anche le posizioni che si inscrivevano nel solco di una tradizione patriottica prima che politica. Peraltro, sono rare in ogni epoca figure come quella di Gaetano De Sanctis: se egli rifiutò il giuramento al regime fascista, e perse la sua prestigiosa cattedra di storia antica a Roma, non fu per engagement 'organico' ma per moralità individuale e cristiana. Un buon modo per uscire dallo sterile gioco delle parti sta nel guardare le cose altrimenti: fare la classica "gita a Chiasso" e domandarsi che cosa, nella produzione italiana, abbia varcato i confini e sia stato tradotto all'estero, in una possibile cartina di tornasole dell'eccellenza. Troveremmo qui, insieme alle opere di autorità come Attilio Momigliano e Santo Mazzarino, un nome da riscoprire: Albino Garzetti (1914-1998). La sua impegnativa opera L'Impero da Tiberio agli Antonini (1960) ebbe l'onore di una traduzione inglese (1974) e ancora oggi, dopo quasi mezzo secolo, molti studiosi italiani e stranieri la considerano come la più affidabile ed equilibrata introduzione ai due secoli "aurei" dell'Impero. Forse Garzetti scriveva per i posteri più che per i suoi contemporanei? Ne parliamo con Alfredo Valvo, che fu discepolo di Garzetti all'Università Cattolica di Milano e che è docente di Storia Romana presso la sede bresciana della medesima Università. Professor Valvo, nella cultura anche accademica di oggi è facile "uscire", ma è sempre più difficile "restare". Perché «L'Impero» di Garzetti, a distanza di decenni, con le sue 800 pagine, resta? «I motivi sono vari, e non basta citare una prodigiosa padronanza delle più diverse fonti (letterarie, numismatic he, epigrafiche) relative al periodo che va dalla successione di Augusto nel 14 alla morte di Commodo nel 192 dell'era cristiana. Il fatto è che Garzetti seppe rimetterle in discussione, accostandosi a esse senza pregiudizi e componendole tutte in modo equilibrato. Non cercava la novità a ogni costo; forse è per questo che spesso la trovava. Indagava soprattutto l'elemento umano intrinseco alla storia, e questo spiega la sua particolare predilezione per Tacito». Se amava Tacito, non doveva essere un ottimista ... «Garzetti conosceva la vita. La sua vicenda personale si era intrecciata con la Storia grande e di tutti. Ufficiale degli Alpini, internato in Germania nel 1943, passò venti mesi nel lager. Di quel periodo resta un suo intenso scritto, dove si leggono frasi come questa: "La scuola del dolore ci aveva insegnato l'inutilità dell'odio". Nella reclusione Garzetti aveva istituito una sorta di università per i compagni di prigionia; in lui l'individuale approfondimento della fede cristiana conviveva con la riflessione sulla cultura e con la sua trasmissione. Superava così quella che a molti intellettuali moderni è parsa una contrapposizione». Eppure Impero romano e cristianesimo appaiono spesso antitetici. Garzetti come li conciliava? «Egli trovava il punto di equilibrio nella capacità modellizzante della struttura politica romana, nella sua capacità di costruzione globale di un mondo, come ci ricorda il famoso apologo di Menenio Agrippa, per cui tutte le membra sono chiamate al buon funzionamento del corpo. Garzetti poteva così sottolineare una continuità millenaria, dai decemviri del V secolo a.C. fino agli imperatori del IV secolo cristiano. In questi termini, l'impero - e particolarmente L'Impero da Tiberio agli Antonini - poteva apparirgli un riferimento sempre attuale e operativo». Ma non immutabile... «Tanto poco immutabile da poter assorbire in sé anche il cristianesimo, come dimostra tutta la tradizione bizantina. Sempre in tema di cambiamento e innovazione: si pensi, con Garzetti, a Nerva, l'anziano senatore che fu imperatore dal 96 al 98. Quante innovazioni in due anni! Con Nerva, l'ascesa al trono cessa di essere dinastica e diventa adottiva; dopo di lui toccherà all'optimus princeps, Traiano. Se poi si pone mente al fatto che Traiano era un "provinciale" di origine ispanica, si coglie sia la portata dell'innovazione sia la forza del modello». Ingres disse che «il disegno è la verità dell'arte». Che verità c'è nella storia, e segnatamente nella storia imperiale romana, secondo Garzetti? «Lungi dai gender studies o dalla longue durée, la storia romana e imperiale di Garzetti è una storia dell'uomo nella storia. Il suo tema di fondo è morale. Per arrivare a cogliere quel fondamento morale occorre conoscenza, retta dal metodo, inteso non come valore in sé, ma come servizio reso alla umanità nella storia ... il metodo come verità del lavoro storiografico». Professor Valvo, lei si è formato nei "formidabili anni" intorno al Sessantotto... al tempo del cosiddetto incontro tra intellighenzia e masse, studentesche anzitutto. Studiare l'Impero romano allora, non era alquanto inattuale? «Il discorso è complesso. All'epoca il docente non doveva "supplire" alle carenze della formazione liceale. Esisteva un terreno comune e una omogeneità di preparazione che facilitava il dialogo con tutti i docenti; un insegnamento in cui la storia assurgesse a disciplina morale non appariva "fuori dai tempi". Il problema si pone molto più drammaticamente oggi, poiché l'apertura di tutte le facoltà universitarie a studenti delle più svariate provenienze rende irripetibili le esperienze di dialogo tra discente e docente che erano possibili allora. L'uguaglianza forzata verso il basso impedisce di riconoscere il proprio limite. Invece, sapersi limitati non umilia ma sollecita, sotto la guida di buoni maestri, a superarsi e a migliorarsi. Che è altro da una positiva ma generica curiosità per la storia antica e imperiale, innescata magari da film come Ben Hur o, più recentemente, Il gladiatore». A fronte di tanta spettacolarizzazione della storia presentata come scorciatoia per la conoscenza - se non addirittura sua sostituzione - che ne è di quelle discipline un tempo definite "ausiliarie", senza le quali la ricostruzione, per non parlare dell'interpretazione, resta monca? Penso all'epigrafia... «Le rispondo citando Mommsen: "Gli studi epigrafici hanno questo di meraviglioso, che chiamano fuori i dotti dal chiuso del loro studio negli aperti spazi destinati a tutti, e ci rammentano la comune origine della nostra umanità". Parole che ci ricordano che lo studio e la datazione delle antiche lapidi non sono mai mero esercizio tecnico. L'epigrafia giova alla comprensione del processo storico romano, soprattutto per quanto riguarda la vita quotidiana e l'amministrazione. Insieme ad altre discipline, ci ricorda dell'esistenza dei fatti, non solo delle interpretazioni». Torniamo a Garzetti. Che resta di lui nel nostro paese, sempre ansioso di disperdere la sua eredità migliore? «Resta molto, non solo nella memoria degli allievi o nelle sue pubblicazioni. Tutta la sua biblioteca storica (migliaia di volumi, fra edizioni di classici antichi, monografie moderne, fascicoli di riviste, ordinatamente annotati di suo pugno in margine) è stata donata al Comune di Brescia. E' situata in una posizione incantevole, davanti al Foro di Brescia, una città le cui lapidi ed epigrafi egli aveva tanto studiato e nella cui Piazza della Loggia potrebbe indicarsi il primo e più antico museo lapidario d'Italia (XV secolo). E se per azzardo non esistesse più Roma, le città che ci restituirebbero il maggior numero di antiche vestigia romane sarebbero a nord del Po, Aquileia, Brescia e Verona... forse dispiacerà a qualcuno?». A proposito di eredità: dopo il colloquio con Alfredo Valv o abbiamo controllato la disponibilità de L'Impero da Tiberio agli Antonini in libreria. L'edizione inglese si può acquistare, quella italiana è fuori catalogo.
    Prosit


  2. #2
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    Predefinito Re: La Silicon Valley dell'antichità

    In Origine postato da Fernando
    [ Aquileia, Brescia e Verona...
    in provincia di brescia il maggior numero di reperti romani si trova a Cividate Camuno oltre cividate tranne un pezzo di un ponte, vi è meno del nulla...

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: La Silicon Valley dell'antichità

    In Origine postato da Elendil
    in provincia di brescia il maggior numero di reperti romani si trova a Cividate Camuno oltre cividate tranne un pezzo di un ponte, vi è meno del nulla...
    A Brescia vi e' in via dei Musei un tempio ricostruito in gran parte
    ma di effetto a vedersi e vicino al teatro un Teatro in restauro !
    le colonne di un tempio stanno poi incastonate nella facciata di un palazzo vicino ed altri resti nelle vicinenze.Dentro al Museo del Monastero di santa Giulia un venti metri di strada romana completa di selciato.

    A Desenzano i resti di villa romana con bei mosaici.A Sirmione resti grandiosi della Villa Imperiale dove visse Catullo.

    Mii incuriosisce Cividate Camuno.Ci andro'.

  4. #4
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    il teatro è ridoto così male perchè è stato utilizzato fin a metà ottocento, ma è stato più volte rimaneggiato e ristrutturato

  5. #5
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    per cividate http://www.civitascamunnorum.com/civ...a/percorso.htm

    cmqw la silicon valley dell' antichità è da considerarsi alessandria d' egitto...

 

 

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