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Discussione: Appunti per riflettere

  1. #1
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    Rivoluzione Tradizionale



    Se un giorno la nostra tecnotronica civiltà arriverà ad un tale sviluppo da rendere possibile la realizzazione di una macchina del tempo, allora avremo la possibilità di udire personalmente Plotino, il filosofo greco, consigliarci: “Afele panta”, spogliati di tutto, rinuncia a quello che la società ti offre. Solo allora, finalmente, qualcuno si renderà conto di quanto sia anomala la nostra era moderna e quante siano le contraddizioni naturalmente imposte ed accettate. Tanto per cominciare noterà come quella in cui si vive è l’unica civiltà, tra le tante conosciute, che si sia sviluppata unicamente in senso materiale ed in unione a questo mostruoso sviluppo è seguita una corrispondete inevitabile regressione spirituale che ha portato gli occidentali moderni a considerarsi l’unica vera civiltà, la naturale apoteosi di un processo evoluzionistico che doveva portare dalla pietra grezza all’oro fino. Non abbiamo comunque bisogno di ulteriori scoperte scientifiche per intuire quanto sia assurdo concepire l’intelligenza come un mezzo per agire sulla materia e piegarla a scopi pratici o considerare la scienza soltanto come un insieme di “discorsi sul metodo” da applicare nell’esplorazione di nuove e conturbanti frontiere tecnologiche. Noi siamo certamente dalla parte di coloro che non credono che “Dio è morto” e che pensano, anzi, sia possibile una “negazione della negazione”, un ritorno a qualcosa di superiore che non ha nulla a che fare col mondo moderno. Ed è proprio questo il nostro compito: da un lato assumiamo una posizione nettamente antitetica nei confronti di ogni tendenza materialista e individualista, dall’altra ci proponiamo di seguire la nostra esigenza di integrale conversione a tutti quegli alti principi spirituali che questa epoca continuamente calpesta. La tendenza, che si va diffondendo di criticare quello che è moderno, e che poi spesso non fa che esaurirsi in “semplici reazioni piuttosto che in azioni”, può considerarsi tranquillamente un sintomo: sintomo di sfiducia in tutti gli pseudoideali che in voga oramai da troppo tempo cominciano a vacillare sempre più pericolosamente, palesandosi per quello che sono: chimere o pure fantasie. Stiamo ovviamente parlando di tutti quegli alibi positivi che la civiltà moderna ha forgiato ad arte in completa contrapposizione a tutto quello che aveva avuto carattere universale e che ha utilizzato per affondare le sue fondamenta di cemento armato sulle rovine di un mondo che, plasmando ogni suo pensiero e azione in nome di un ordine metafisico, trascendente le semplici facoltà umane, aveva come scopo della vita il superazionale e il superamento di tutto quello che nell’uomo è ancora “troppo umano”. Non ci si può quindi meravigliare del fatto che alcuni tra coloro che sono unanimemente considerati i padri dell’Evo moderno paragonarono gli antichi a dei bambini (Pascal, Bacone) e che altri sposarono a tal punto l’idea del progresso indefinito da assimilarlo ad una funzione matematica che tende asintoticamente all’infinito (Comte). In un tale contesto risulta facile capire come Descartes abbia potuto porre la ragione al di sopra di tutto e finalizzando l’uso di quest’ultima.al dominio sulla natura e all’utilizzazione per scopi pratici. Al complesso di idee che dominano il nostro secolo noi cercheremo di contrapporre tutto ciò che è chiamato Tradizione, ossia tutto quello che può definirsi normale-superiore e di fronte al quale l’attualità non può non apparire deviata e regressiva. La Tradizione, che non ha nulla ha che fare con conformismo e routine, è la struttura fondamentale di una civiltà organica e gerarchica in cui tutto è rito e ha un orientamento decisamente anagogico, verso l’alto. Per fare tutto questo è però necessario uno strappo: cioè bisognerà crearsi nuovi occhi e nuove orecchie che ci permettano di vedere e di sentire cose lontane e invisibili a coloro che non possono e non vogliono riportarsi ai significati che vissero prima della nascita della civilizzazione presente e della sua degenerazione. Cercare un punto assoluto di riferimento e dimostrare la tesi della natura decadente del mondo moderno è lo scopo: così si dovrà confrontare le figura tradizionale del Brahmano, sacerdote ed asceta, e dello Kshatrya, l’eroe guerriero, alla decadente figura del mercante borghese del XX secolo; mettere in risalto la naturale, virile religiosità che contrassegnava alcune epoche passate in opposizione all’apatia e all’ateismo che invade i nostri giorni; mostrare l’abisso che divide l’automatismo dell’uomo moderno dalla cosciente azione di uomini la cui essenza si risolveva in perfezione. Alludiamo ad ogni porzione della vita quotidiana, dal modo di concepire la politica, al rapporto con la natura, fino ad arrivare alla concezione dello sport e dell’atto sessuale. Per fare tutto ciò sarà necessario avviare una rivoluzione interiore, di innescare in noi stessi una reazione a catena capace di distruggere ogni residuo, ogni scoria, avviare quel processo che naturalmente ci porterà ad una crisi liberatoria nei confronti di tutto ciò che è modernismo. Diceva Evola che “non è del voltarsi da una parte all’altra in un letto d’agonia ma dello svegliarsi e del levarsi in piedi che deve trattarsi...”. Questa è la causa che noi abbiamo sposato!
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    L'imbroglio democratico



    E’ concezione tradizionale, tramandata attraverso libri sacri, simboli e uomini illuminati, quella di ritenere la quotidianità umana una illusione ed un passaggio. Tale situazione di instabilità ha però un immenso valore per l’uomo, essendo il luogo stesso della sua liberazione: lo stadio terrestre è quindi l’unico terreno propizio all’ elevazione nelle sfere superumane, il cui raggiungimento incarna la assoluta realizzazione, risolvendo l’illusione in realtà divina. La tradizione organizza l’esistenza umana armonicamente e dispone ogni frammento ed ogni fase della vita terrestre secondo un ordine che permette all’uomo di ritrovare i sentieri occulti confluenti nella grande via che conduce alla perfezione. Il mondo moderno contrappone a questa naturale armonia, una figura di uomo profondamente vincolato alla terra, necessariamente schiavo del disordine che egli stesso ha creato e succube di una condizione che lo vuole lontano dal posto che gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò in genere si traduce dicendo che è raro trovare un uomo che occupa il posto che gli si addice, in base alla sua individualità e alle sue attitudini speciali, che lo predispongono all’adempimento di una data funzione e non di un’altra. La sua funzione nella società sarà di conseguenza determinata, se non dal caso, poiché in realtà il caso non esiste, da una serie di circostanze accidentali. Risultato inevitabile e che egli sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui e meno dotato. Questa stranezza si rivede in tutti i livelli: dall’individuale si passa al sociale ove ogni normalità e stravolta con argomenti sofistici di incredibile assurdità. Primo fra tutti e lo pseudo-principio dell’uguaglianza in nome del quale si e preteso di abolire ogni sorta, di gerarchia sociale. E' palese che due esseri realmente distinti non possono essere simili sotto ogni riguardo né dal punto di vista fisico né, tantomeno, dal punto di vista spirituale. Eppure tale "dogma" è quasi unanimemente accettato, ovvero si accettano tacitamente alcune aberranti conseguenze dell’applicazione di tale idea chimerica alle sfere, ad esempio, della vita sociale. La concezione di uguaglianza porta, come detto, alla negazione di ogni tipo di gerarchia da cui si giunge necessariamente all’idea democratica. Definita come l’autogoverno del popolo la democrazia è una vera impossibilità, essendo contraddittorio ammettere che gli stessi uomini possano essere governati e governanti; in virtù di tale concezione politica il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni vera competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità e può essere, come tale, pertinenza di una minoranza. E’ quindi postulato democratico che vi sia una maggioranza che conferisce potere a qualcuno o a qualcosa. Ma il vero potere può venire solo dall’alto ed è legittimo solo attraverso la sanzione di qualcosa di superiore all’ordine sociale, cioè se è frutto diretto di una palese, superiore, autorità spirituale; è chiaro allora che, non potendo il superiore essere creato dall’inferiore, il popolo, ossia la maggioranza, non può conferire un potere che non possiede. L’illusione democratica si basa essenzialmente sul concetto di suffragio universale: diviene legge l’opinione dei più. Ci si rende immediatamente conto, però, di come sia facile dirigere e manipolare con argomenti demagogici l’opinione pubblica e provocare correnti nell’uno e nell’altro senso mediante adeguate suggestioni. "Fabbricare l’opinione" è divenuto il primo necessario passo che deve saper fare il "candidato alla poltrona" essendo indice della sua validità non l’argomento ma il modo di esporlo. Tuttavia l’errore più visibile risiede nel fatto che il parere della maggioranza rimane pur sempre l’espressione della incompetenza e del numero. Si tratta, è evidente, della santificazione della materia e della forza bruta, la stessa legge secondo la quale una massa trasportata dal proprio peso schiaccia tutto ciò che incontra sulla sua via. Nulla infatti prova che l’opinione della maggior parte sia quella ottima rispetto al giudizio di una minoranza, a meno che non si accetti di entrare nel meccanismo perverso del materialismo che fa di ogni uomo un numero o un atomo, la cui unione ad altri atomi, tutti ugualmente pesanti, forma un agglomerato capace di schiacciare e piegare ogni cosa al suo passaggio. La verità è che "il numero sta dalla parte della natura" (San Tommaso D’Aquino), ossia la legge del numero può essere valida ed utilizzata solo nel dominio delle forze fisiche. In "ambito spirituale", è l’unità che sta al sommo della gerarchia essendo il principio da cui procede ogni molteplicità. Se tale principio viene meno allora si giunge all’idea di collettività concepita come la mera somma aritmetica degli individui che la compongono: questa è la base della "verità democratica". Tale idea è naturalmente opposta alla concezione aristocratica che vuole il potere nelle mani di una ristretta cerchia di persone. Si tratta in effetti di una minoranza che vede la sua potenza ed autorità nella superiorità intellettuale: qualità, quindi, e non quantità, idea quest’ultima che fa da pilastro alla concezione democratica che pretende di fare degli individui delle equivalenze numeriche attraverso il plasma indistinto di un voto depositato sul fondo di un urna.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    In difesa delle proprie radici



    «Questa è ora la

    mia strada - dov’è la vostra?».

    Così rispondevo a quelli che mi chiedevano “la strada”.

    La strada - infatti - non c’è!

    Il processo di globalizzazione, inteso sia come formazione di un mercato unico a livello di scambi economici, sia come tentativo di formare una cultura omogenea per tutti i popoli, è un fatto che pare inarrestabile. Le due manifestazioni prima citate del fenomeno sono interdipendenti, potendo essere entrambe sia causa che effetto l’una dell’altra; ma mentre il fine commerciale è palesemente perseguito, l’aspetto culturale viene invece curato in maniera occulta o comunque mistificato. Infatti, su di un qualunque testo di economia aziendale si può leggere che l’obiettivo finale è la costituzione di un mercato mondiale indifferenziato che presuppone ovviamente un cliente “standard”, per fare in modo che un prodotto sia universalmente commerciabile, ma soprattutto che lo stesso passaggio promozionale possa essere efficace verso chiunque; in sintesi che una stessa pubblicità sortisca effetti in Cina come negli Stati Uniti, in Iran come in Germania. Per ottenere questo il passaggio obbligatorio ed inevitabile è la distruzione di qualsiasi specificità culturale, l’annullamento delle diverse tradizioni, degli usi e costumi delle varie nazioni, creando tramite un meticciato il cosiddetto “villaggio globale”.

    Ora questo progetto non è direttamente riconducibile a qualcuno, né palesemente teorizzato e propagandato, ma si cerca comunque di diffonderlo favorendo i processi indiscriminati di immigrazione, con continui richiami all’integrazione in nome di una tolleranza per lo più di comodo e certamente strumentale. Purtroppo facendo il punto della situazione attuale si constata che la dannosità del tentativo di preservare la propria razza è ormai un dogma; infatti la corrente di pensiero denominante, accuratamente creata e guidata, è quella di assimilare senza capire qualsiasi influsso, moda, uso o tradizione proveniente da altri popoli; e mentre tra i giovani, sempre più ingenui, l’americanizzazione è dilagante, tra gli intellettualoidi e le persone “culturalmente impegnate” sono di moda più le influenze africane ed asiatiche. Per questo si è perso l’interesse allo studio delle differenti culture, apprezzandone la diversità, per una appropriazione dannosa, indiscriminata ed inadeguata di tutto ciò che non ci è proprio. Se questa tendenza diventasse un destino ineluttabile il futuro del mondo sarebbe inevitabilmente nelle mani delle grandi lobby finanziarie che a tal fine tramano o a chi riuscirà grazie alla saldezza delle proprie tradizioni religiose e culturali a mantenere la propria specificità, ed abbiamo esempi di popoli che sebbene geograficamente non uniti, sono in realtà granitici verso l’esterno.

    Il nostro impegno ad arrestare questo processo è legato alla riscoperta ed alla diffusione della nostra Tradizione rifiutando ogni assimilazione e rimanendo come la roccia all’acqua, impermeabile a qualsiasi influenza che non ci appartiene, rifiutando o combattendo qualsiasi tentativo di omologazione.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Il malinteso concetto di uguaglianza



    Lémuri laschi, nature incompiute,

    Di tendini tessute

    E d’ossa inaridite!



    Goethe, Faust





    Il malinteso concetto di uguaglianza, infausto retaggio della rivoluzione francese, è il cuneo con cui le forze della sovversione stanno sradicando anche gli ultimi baluardi del mondo della Tradizione.

    Infatti adesso per uguaglianza non si intende più il giusto rispetto per le vite umane nelle sue molteplici forme ed espressioni, ma si vuole cercare una omogeneizzazione dello stile di vita in senso progressistico ed economico.

    Su questo punto già ricorrentemente trattato non ci soffermeremo oltre, per andare invece ad esaminare una delle conseguenze del problema suddetto.

    Sostenere e difendere la diversa specificità dell’uomo, non significa fare riferimento alle aspirazioni di realizzazione nel campo sentimentale, sociale e lavorativo che sono alla base dell’approccio psicanalitico dello studio dell’essere umano, che noi fermamente rigettiamo; significa, invece, prendere coscienza delle proprie qualità e delle proprie attitudini spirituali e cercare per tutta la vita di modellare la propria esistenza affinché, in armonia con l’ordine divino si esalti il proprio ruolo.

    E’ inevitabile come questo processo inizialmente individuale vada poi a trovare compimento in un insieme più vasto che è il proprio popolo, e questi i suoi riferimenti più profondi nella razza.

    A questo punto pare chiaro quale è il centro di ciò che vogliamo trattare, cioè la difesa della propria razza e della propria cultura, intendendo per cultura i complessi delle qualità formative essenziali, i medesimi che reggono quella diversità che contrassegna i caratteri della comunità e dei singoli.

    Tutto questo, non in un ottica conflittuale e di sopraffazione, ma di rispetto, poiché riteniamo il mantenimento di tutte le specificità razziali, ognuno con il proprio compito nella realizzazione della storia, l’unica vera forma di cultura multirazziale, e non quindi la formazione di una società dal punto di vista delle origini bastarda, poiché improduttivamente promiscua.

    E sebbene siamo sicuramente d’accordo con Evola quando sostiene che è in base all’elemento spirituale che si qualifica un uomo ; la capacità formativa dei suoi elementi da parte di un popolo non è forse una delle forme più alte di manifestazione dello Spirito ? In questo senso quindi, la questione del meticciato, non va vista tanto da un punto di vista estetico, quanto come un preoccupante segnale del tentativo di omologazione mondiale.

    Speriamo con questo scritto di aver parzialmente esposto i motivi per cui è necessario sostenere tesi a difesa della razza, senza dover essere frainteso e senza giungere fino al punto in cui politici a digiuno di capacità dialettiche hanno addirittura configurato per questo un reato.

    “ Rifiutare la mescolanza non è solo un segno che si sa quel che si vuole, non è solo un segno di fierezza, è pure un segno di rispetto per le altre razze.

    Le razze debbono essere amiche e non mescolate. Noi rifiutiamo le contaminazioni, strumenti della decadenza umana.

    La razza si definisce per un complesso coerente di pensieri , sentimenti, di tradizioni, di disposizioni intellettuali e morali che si esprimono attraverso caratteri fisici e fisiologici riconoscibili : uno stile di vita radicato nelle disposizioni del corpo” (A. Bennard, Sulla razza).

    Umberto

    L’uguajanza

    Fissato nell’idea de l’uguajanza

    un Gallo scrisse all’Aquila: - Compagna,

    siccome te ne stai su la montagna

    bisogna che abbolimo ‘sta distanza:

    perché nun è né giusto né civile

    ch’io stia tra la monnezza d’un cortile,

    ma sarebbe più comodo e più bello

    de vive ner medesimo livello.-

    L’Aquila je rispose: - Caro mio,

    accetto volentieri la proposta:

    volemo fà amicizzia? Sò disposta:

    ma nun pretenne che m’abbassi io.

    Se te senti la forza necessaria

    spalanca l’ale e viettene per aria:

    se nun t’abbasta l’anima de fallo

    io séguito a fà l’Aquila e tu er Gallo. -

    Trilussa
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
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    Comunità



    Noi non possiamo essere altrimenti: questa è la nostra vita, questo è il nostro essere.




    Una situazione diffusa e sempre più incombente è il disagio con cui l’uomo moderno vive il suo tempo. Infatti nonostante le immagini rassicuranti che i mass media vogliono trasmetterci, le cronache e le vicende quotidiane non fanno altro che testimoniare quanto “improprio” sia l’attuale contesto sociale rispetto all’uomo nella sua essenza più intima, assolutamente primordiale. Fin qui non si è detta una sconvolgente novità, ma si è riportata una verità fin troppo palese: ciò su cui si vorremmmo soffermarci sono le risposte sconsolanti che questo malessere genera.

    O ci si lascia, difatti, trasportare da questi atteggiamenti “anticonformisti” che il sistema stesso appronta come valvola di sfogo controllata, un vero e proprio meccanismo di autodifesa, oppure gli uomini, ed in particolare i giovani, ormai così lontani da un centro spirituale tradizionale, si imbarcano in esperienze devastanti perché affrontate in modo del tutto inconsapevole, in un contesto che ha tutto l’interesse a creare e mantenere informi ed imbelli consumatori, ingranaggi perfetti di un organismo perverso.

    Di fronte a questo scenario sorge improrogabile la necessità di opporsi, di creare qualcosa che sia una palestra quotidiana per vivere come un Uomo.

    Il percorso più semplice ed immediato da intraprendere, ed allo stesso tempo veramente efficace, è quello della via comunitaria: la comunità racchiude in sé, difatti, tutti i valori fondanti, è un antidoto al veleno della società moderna. Per vivere la comunità si deve rispettare innanzi tutto la gerarchia, cui ci si subordina in modo del tutto libero, consci, anzi, dell’insegnamento che tale atteggiamento riserva.

    Non si possono compiere imprese esperienze e percorsi difficili, spesso pericolosi, se non si è totalmente leali con i propri compagni di viaggio.

    La comunità offre sempre l’esempio; se perdi la via c’è sempre chi te la indica e che la batte per te, con te. La comunità non ha regole scritte, perché l’onore non si codifica: non c’e alcun bisogno di repressione perché in un simile contesto la punizione più grande è la consapevolezza di non essere all’altezza della propria dignità. Qui nasce la vera solidarietà, autentica perché impersonale, sentita come un dovere ma non come un obbligo: nella comunità esistono solo doveri cui un uomo liberamente assolve, ma nessun obbligo. E la libertà non è una scelta facoltativa, dettata dalla convenienza e dall’opportunismo, ma dall’assoluta adesione ad uno stile di vita. Non siamo certo noi a scoprire tutto questo, ma sentiamo oggi la necessità di ribadire un concetto tante volte espresso, e cioè assolvere il compito di creare e mantenere forme di opposizione intransigente, di antagonismo vero, radicalmente antitetico a ciò che ci circonda. Ribadiamo quindi, ancora una volta, l’importanza della via comunitaria come momento formativo, ma anche come strumento politico, perché, sia nella fase della resistenza che in quella della conquista si deve partire da elementi di granitica saldezza per essere impermeabili alle lusinghe del cedimento.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Essere di Razza



    “ Di fronte al caos della modernità, unica salvezza è la forma”



    Dice no alla razza, rinnega la razza l’individuo dell’anti-razza: il bastardo nemico dell’uomo.

    Chi, avendo subito la deformazione dell’anima e lo sfiguramento del corpo, avversa le proprie origini, è un degenerato che attenta la propria razza: un autore potenziale di genocidio.

    Dice si alla razza, afferma la razza l’uomo di razza a qualsiasi razza risulti assegnato dalla provvidenza universale.

    Chi senta vivere dentro di sé come radici arcaiche i fondamenti della comunità razziale cui appartiene è razzista.

    Chi afferma il vincolo che lo richiama alla propria razza, lo avverte con i sentimenti lo testimonia con i pensieri, lo rafforza con le opere è razzista.

    Razzismo significa non disprezzo delle altre razze ma fedeltà alla propria razza, riconoscimento della specifica forma di vita che lo segna, rispetto di tutti i nessi, interiori ed esteriori, superiori e inferiori che la ordinano.

    No alle sue masse degenerate, ma alle compagini spiritualmente ed eticamente più pure della razza bianca va riconosciuto il compito di ordinare, attraverso la disuguaglianza delle razze, e di governare, mediante la differenza delle stirpi, il movimento di unificazione complessiva del genere umano.

    Se l’unità organica del genere umano è il fine di quest’ordine giustificato dalla autorità e garantito dal predominio di questi nuclei-guida della razza bianca– l’obiettivo avversario è la dissoluzione della totalità negli individualismi, il genocidio progressivo dei popoli mediante l’alterazione dei propri caratteri materiali e ideali, la degradazione delle comunità etniche che popolano la terra nelle masse informi che infestano il pianeta: il dirazzamento del genere umano attraverso lo snaturamento delle specie etniche e l’annientamento delle specificità culturali.

    Privare il vertice della razza bianca della sua funzione guida, di capo nel corpo del genere umano, indicendo con gli inganni più diversi a capitolare, ad abdicare alla sua egemonia, significa negare lìodine e affermare il caos mortifero tra le razze umane– soprattutto tradire le nostri stirpi.

    Equivale a consegnare il complesso della loro storia, la complessità della loro fisionomia etnica e culturale, di sangue e di anima, al pervertimento cosmopolita. Alla perversione della finanza mondialista, all’infezione del male universale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    LA GIOVENTU’ EUROPEA AVANGUARDIA DELLA RIVOLUZIONE

    In una società sempre più trascinata nel baratro del nichilismo e spinta verso il materialismo economico, l’identità della gioventù europea, e quindi di ogni singola nazione, viene a perdersi e confondersi, collassando su se stessa nella vuotezza di idee, progetti e battaglie che possano suonare da Nuovo Risorgimento delle proprie patrie. Manca ogni minima spinta verso qualcosa di più grande e vero, manca un’aspirazione fondamentale che possa fungere da guida spirituale di ogni giovane nel suo agire quotidiano, garantendogli compattezza d’animo e forza intellettuale ; manca, in sostanza, l’elevazione mistica verso un’ideale più bello e ardito che possa controbattere il vuoto, ideologico e culturale, dell’epoca contemporanea.
    La situazione di stasi ideologica è dovuta ad un sistema economico-culturale che ci è stato imposto da oltre-oceano; già nel 1929 per la soluzione alla crisi della borsa negli USA, Sir M.Keynes elaborò la teoria di una nuova economia che doveva spingere verso la trasformazione dell’economia liberista ad una economia basata sul consumo: si produce solo se si consuma più di quanto prodotto. Una catena, un circolo vizioso che doveva inevitabilmente coinvolgere e stravolgere l’ordine mondiale per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale, una nuova “way of life” basta sul consumo e sull’appiattimento culturale; e allora, come una macchina in piena funzione, si è proceduto al progressivo abbattimento degli ostacoli che c’erano nella circolazione delle merci, come dazi e tributi troppo esosi, e si è poi proceduto alla fase di colonizzazione e conquista del globo da parte di tale nuovo sistema economico; il risultato è stato quello di acuire il divario tra paesi più avanzati economicamente e paesi ancora in via di sviluppo dediti solo all’agricoltura che non hanno tratto alcuna ricchezza da Internet o dalla Coca Cola, ma hanno finito per essere inglobati nella sfera economica dei paesi più potenti(il c.d. imperialismo moderno). E in tutto questo l’Europa e le sue giovani generazioni non hanno mosso ciglio, e dal finire del secondo conflitto mondiale in poi si sono adeguati in modo ossequioso alla nuovo ordine imposto e si sono dedicati alla costruzione(si legga distruzione)di uno “stato” europeo, abbattendo le dogane, creando un’unica moneta e servendo con cieca(e ottusa!)fiducia chi gli impartisce ordini a migliaia di chilometri al di là dell’oceano; si è creduto alle teorie di venditori di fumo che hanno come unico obiettivo quello di rendere servo il Vecchio Continente agli USA e alla loro politica di controllo egemone sul globo: l’Europa in tutto questo gioco intricato, funge da braccio armato degli sheriff a stelle e strisce! Ecco quindi l’esigenza che siano le nuove generazioni ad urlare la loro rabbia contro un sistema che vuole creare una società di schiavi, di marionette guidate dalla mano invisibile di cui tanto parla Smith, omologati nella cultura e nei costumi: vogliono farci dimenticare le nostre tradizioni per innestarci una nuova “cultura” secondo la quale tutti parleremo una stessa lingua, hot dog e Coca Cola. E’ per questo motivo che la gioventù europea assume un valore chiave nell’abbattimento del sistema, solo un movimento di giovani che si propongano di creare un’Europa delle patrie, dove le singole identità nazionali vengano fatte salve, può essere l’avanguardia della rivoluzione che investendo il nostro continente finirà per coinvolgere tutto il pianeta; la lotta alla globalizzazione è la lotta contro ogni schema imposto dall’economia ultra-liberista che ha deformato l’idea del mercato aperto nella visione di una società in cui tutto e tutti hanno una valore economico, possibilmente valutabile in borsa; la difesa delle proprie tradizioni e il radicamento nelle proprie origini è l’alternativa alla visione globale del mondo dove ogni minima differenza(culturale non economica) tra le nazioni viene annullata, dove non c’è più l’orgoglio patrio di essere nativi della propria terra, dove si getta la propria vita alla ricerca di stabilità e certezze che il denaro non può certo dare. L’autodeterminazione dei popoli, l’idolatria per il passato, questo è ciò che può permettere la costruzione di un’Europa diversa da quella che ci è stata imposta; un’Europa che sia unita, come un unico blocco, una fortezza con 3000 anni di storia, che si opponga ad ogni forma di violazione del patrimonio storico di cui è culla, da parte di culture che fanno del profitto e del consumo l’obiettivo supremo; un’Europa delle nazioni, dove ancor prima di esser europei si è fieri di appartenere alla propria patria, consapevoli del bagaglio culturale che si ha sulle spalle. E in tutto questo è compito della gioventù europea di mobilitarsi in ogni occasione per mostrare a tutto il mondo, a tutti coloro ai quali sono chiusi nel cieco dogmatismo e in pregiudiziali di ogni genere, che i giovani europei sono l’avanguardia della rivoluzione che da Roma a Parigi ad Atene, passando per Bonn, Dublino, Madrid, Praga e Budapest incita forte alla ripresa della lotta per la propria libera autodeterminazione; non possono esserci vie di mezzo perché la rivoluzione conosce solo la vittoria totale o la disfatta…consapevoli della propria forza, la gioventù europea si scaglia contro il muro dell’omologazione e della globalizzazione, contro la Nato e gli USA, contro l’egemonia degli “sceriffi” yankee sul mondo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Uccidete i Popoli, Uccidete l'Uomo!

    Gli ultimi avvenimenti storici, le più recenti tendenze che stanno avendo la meglio nella plurimillenaria storia dell'umanità, sembrerebbero rispondere a un imperativo, dettato da non si sa quale autorità, volto a ottenere non soltanto la sovversione di ogni regola gerarchica, ma anche lo scioglimento, fino alle estreme conseguenze, di ogni vincolo tradizionale.
    Lasciamo a politologi e sociologi di mestiere il gioco inutile di dare un nome a quest'entità: è nostro compito esaminare i fenomeni nella loro essenza, sviscerarne le motivazioni, indicarne le possibili modalità di reazione.
    Ci appare quindi chiaro che il primo attacco è stato eseguito a un macrolivello: quello inerente il concetto di Popolo, di insieme di Uomini che condividono, per condivisione di sangue, valori spirituali come l'amore per la terra patria, l'attaccamento ai riti delle divinità, il rispetto per le tradizioni.
    Il concetto di Popolo è stato preso a spallate sin dal Trattato di Yalta, con il quale le due Superpotenze dividevano essenzialmente tutto il globo in due blocchi contrapposti, su base ideologica, con la conseguente repressione di ogni tendenza nazionalistica.
    Non a caso, nel blocco sovietico, dove è stato più debole, rispetto al “mondo occidentale”, l'indottrinamento ideologico, il crollo del comunismo si è manifestato proprio con il risveglio di sentimenti di appartenenza a Popoli la cui identità il PCUS e Mosca avrebbero volentieri soppresso. Le immagini della Romania con le bandiere nazionali “bucate”, quindi senza il simbolo del partito comunista ma solo con i colori nazionali al momento della caduta di Ceasescu, sono l'emblema di questo fenomeno.
    A Ovest, nel blocco occidentale, il sentimento di appartenenza al Popolo è stato demolito attraverso il progressivo inserimento, nell'ambiente politico e culturale, di elementi di erosione: l'inserimento di basi militari straniere ma con poteri sovrani, l'introduzione di meccanismi in grado di paralizzare la reale indipendenza politica di una Nazione (c.d. Paesi a sovranità limitata), il protrarsi di divisioni ideologiche che tagliavano il Popolo su barricate ideologiche ma in realtà spesso solo partitiche.
    Inoltre, nel blocco occidentale, la propaganda, attraverso i sistemi di comunicazione, ha giocato un ruolo chiave, spingendo in tutti i modi, occulti o palesi, verso un modello di società multirazziale, sostenuto con estrema lealtà e devozione dagli intellettuali e benpensanti di mestiere.
    All'Uomo quindi si è negata l'appartenenza al Popolo, in nome dell'adesione incondizionata a un progetto che ci vorrebbe negare l'appartenenza a qualsiasi comunità geograficamente e spiritualmente definita.
    L'annientamento dell'Uomo, inteso come annullamento di ogni caratteristica che vada oltre la semplice dimensione economico-individualistica, è stata facilitata dalla negazione di ogni valore trascendente, che ha determinato un appiattimento generale, un affievolirsi delle passioni e dei sentimenti nobili, un avvicinamento quasi paradossale alla classe unica del “borghese piccolo piccolo”.

    Si ritiene di essere liberi mentre in realtà i comportamenti sono canonizzati, vincolati dal rispetto delle regole del quieto vivere, senza libertà nemmeno di vivere rapporti umani che non siano, se non atrofizzati, quanto meno meccanici.
    In tale contesto, esiste una via d'uscita, la via d'uscita dell'Uomo Libero, dell'Individuo Assoluto, non catturato nella ragnatela, capace di imporre la propria personalità e il suo spirito libero, che riconosce nella Comunità, nella sua Comunità, un Popolo, il suo Popolo, affine per sangue e spirito, Ribelle e allo stesso tempo aristocratico.
    Alla Comunità spetta l'onere della Reazione, del sovvertimento mattonella dopo mattonella dell'odierna disgregazione, con i metodi più diversi ma sempre con la stessa fierezza.
    Reazione come opposizione fiera, a testa alta, a una disgregazione dalla quale ci tiriamo fuori, pronti a rivendicare la nostra identità e la nostra vecchia vecchissima Storia…
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  9. #9
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    Predefinito I Lupi Azzurri

    I lupi azzurri


    I. Un razzismo senza razzisti è il paradosso dal quale partire. Perché nell'oggi, a fronte dei continui e allarmati richiami alla vigilanza antirazzista e della costante segnalazione di episodi e atteggiamenti considerati razzisti, resta il fatto che pressoché nessuno si definisca apertamente razzista o mostri di volersi esplicitamente richiamare a concezioni propriamente razziste, né, tantomeno, ciò accade per gruppi politici o anche solamente per associazioni culturali. Anzi, più ci si affatica nel denunciarlo più il razzista appare introvabile. Non solo: un altro cruciale «nervo scoperto» riguarda l'incertezza e la problematicità relative alla stessa definizione del razzismo (e quindi del razzista). Ad esempio, non si corre il rischio di svuotare di qualsiasi significato analitico la definizione di «razzismo» se essa viene estesa a tal punto da ricomprendere ogni tipo di discriminazione? E, d'altra parte, ricondurre il razzismo semplicemente alla categorizzazione e al rifiuto dell'estraneo non finirebbe per confonderlo con la xenofobia, che è tutt'altra cosa? Ancora: conflitti con tendenze genocidarie come quello ruandese sono collocabili in un quadro categoriale di stampo razzista? Alla luce di queste brevissime considerazioni è pertanto opportuno fissare un punto iniziale tanto evidente da risultare pressoché banale: affinchè ci sia razzismo è necessario il concetto di razza. Ma una volta che s'inizia a parlare di razza si finisce inevitabilmente per sfociare nel razzismo? E quanto sostiene Daniele Petrosino:

    «già La definizione di un qualsiasi oggetto in termini di 'razza appartiene al processo sociale e culturale che ha generato e genera il razzismo» (1).

    Dunque, con l'assunzione del concetto di razza avremmo già la «cosa» (il razzismo). Viene, così, stabilito un nesso necessario, automatico, che legherebbe razza e razzismo. Ma a questo punto diviene inevitabile chiarire come sono stati intesi i concetti di razza e razzismo.

    Schematicamente: la razza è stata generalmente definita come un criterio di classificazione e suddivisione del genere umano tendente ad assegnare

    «a qualsiasi individuo che si ritenga faccia parte di tali 'razze' delle caratteristiche che a esse si attribuiscono».

    Tale criterio, dapprima ancorato a caratteristiche prevalentemente fenotipiche (Buffon), viene via via sviluppato in senso scientifico, prima antropometrico (Cuvier, Broca, Lombroso, ecc.) poi gerarchizzante (con l'evoluzionismo darwiniano), e con l'apporto determinante della teoria dell'ereditarietà di Mendel. Parallelamente, sul versante socio-politico, il razzismo finisce per delinearsi e definirsi come superiorità e supremazia razziale (che è alla base di non poche teorie colonialistiche e imperialistiche). In realtà, già nel corso del Settecento in ambito illuminista (2) non erano mancati giudizi radicali sulla inferiorità della razza nera (Voltaire, Kant, Hume, ecc.). Ma è nell'Ottocento che, grazie ai vari de Gobineau, Vacher de Lapouge, Chamberlain, ecc., prende piede il razzismo declinato nel senso della superiorità razziale, sino al razzismo biologico-scientista dei nazionalsocialisti (3).

    Nell'oggi, cadute completamente in discredito le teorie scientifiche razziali e venuta meno la concezione del razzismo come oppressione e/o sfruttamento riconducibile a supposte superiorità razziali (4), ci si trova sempre più avviluppati in una contraddizione insormontabile.

    D. Petrosino, Razzismi, Bruno Mondadori, Milano, 1999, p. 2.

    Cfr., al riguardo, A. Burgio, L'invenzione delle razze. Studi su razzismo e revisionismo storico, manifestolibri, Roma, 1998, pp. 43-81.

    Ovviamente tale inquadramento, essendo per forza di cose sommario, non tiene conto di fenomeni altrettanto importanti per una storia del razzismo, a partire
    dall'antisemitismo e dal rapporto tra razza e nazionalismo.

    Sia il regime segregazionista negli stati del sud degli USA che l' apartheid sudafricano (per inciso: «frutti avvelenati» proprì della società multirazziale), pur perpetuandosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, affondano le loro radici in epoche precedenti. La cosiddetta «era di Jim Crow» (nome comune tra gli schiavi), ossia la segregazione de jure nel sudest degli USA, inizia sin dall'Ottocento (v. il caso Plessy vs Fergusson, del 1896, pietra miliare di questo processo). L'apartheid, compiutamente delineato durante il governo Verwoed (1958-1966), era già stato preparato da leggi quali il «Native Land Act» (1913), il «Native Urban Areas Act» (1923), il «Mines and Work Amendement Act» (1926) e il «Representation of Natives Act» (1936).


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    Da un lato, vige un assoluto «divieto di amnesia» (1) nei confronti del razzismo. Il ricordo del razzismo va costantemente riattualizzato al fine, propiziatorio, di favorire una continua presa di distanza dai «guasti» razzisti. Dall'altro, tale riattualizzazione, per non scadere in mera retorica antirazzista o in artificio strumentale-ideologico, ha bisogno, ovviamente, del razzismo. Ora, dichiarato scomparso il concetto di razza (in quanto fomite del razzismo, come segnalato sopra) e del tutto negato il concetto — sia in senso biologico che culturale — di superiorità razziale, si cade nel paradosso di un razzismo senza razze che, congiunto all'altro paradosso del razzismo senza razzisti, provoca la contraddizione cui avevamo fatto cenno. Infatti, alla continua rammemorazione degli «orrori» del razzismo e alla reiterata denuncia del fatto che tali «orrori» sembrano sempre sul punto di riemergere corrisponde 1'indecidibilità di ciò che andrebbe considerato come razzismo. Da qui lo spaesamento e l'affanno già a suo tempo registrati da Pierre-Andre Taguieff. Da qui, inoltre, il moltiplicarsi delle «retoriche del sospetto», tutte tese a «stanare» nuove, possibili (e al contempo necessarie, per alimentare il ricordo e la vulgata antirazzista) forme di razzismo.

    II. Il Fronte Nazionale, fondato da Franco G. Preda nel 1990, costituisce una indubbia e forse unica eccezione rispetto a quanto detto sinora. Questo perché il Fronte Nazionale 1. ha posto al centro del suo operato politico-pedagogico l'idea di razza e 2. si è definito, esplicitamente, nei termini di un «sodalizio razzista». Ma altrettanto chiaramente sia l'idea di razza sia il razzismo del Fronte Nazionale non hanno nulla a che fare né con la razza come criterio classificatorio né con il razzismo come superiorità gerarchica di una razza sulle altre. Per il peculiare razzismo morfologico del Fronte Nazionale la razza è una arcaica «idea-forma», ossia un principio di differenziazione (2), in sé ulteriormente differenziato (le etnie).

    Riprendo questa espressione da J. Assmann, Mosè l'egizio. Decifrazione di una traccia di memoria, Adelphi, Milano, 2000, p. 24, nota 9.

    Differenziazione, va da sé, non meramente somatica ma innanzitutto «animica» e spirituale. D'altra parte, già Evola scriveva che «il razzista, dunque, riconosce la differenza e vuole la differenza. Esser differenti, esser ognuno sé stessi, non è un male, ma un bene» (J. Evola, Indirizzi per una educazione razziale, Edizioni di Ar, Padova, 1994,


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    La razza è, pertanto, «la forma a priori di una cultura», il suo specifico modo d'essere. Ecco spiegato perché «la varietà delle culture va dunque ricondotta alla varietà delle razze e delle etnie». L'idea di razza, insomma, intesa come «via regia» attraverso la quale riconquistare alla forma un mondo sempre più avviato sulla china della indifferenziazione, del trionfo dell'informe. L'idea di razza riacquista, in tal modo, un significato originario, col rimando ad una visione del mondo ordinata secondo la dottrina platonica del kosmos. Il kosmos, ovvero un universo razziale di contro all'universo del caos indifferenziato. Un pluriverso di forme (le razze) conchiuse e compiute, tra loro non omologabili e nemmeno equivalenti. Ma neppure tra loro inferiori o superiori. Secondo la dottrina del Fronte Nazionale, infatti, ogni razza vale di per sé, ogni razza è chiamata ad occupare il suo posto — differenziato — nel mondo, andando, così, a comporre appunto il kosmos.

    Da questi accenni si può agevolmente dedurre il «razzismo» del Fronte Nazionale. «Razzismo» lucidamente sintetizzato in queste poche righe:

    «chi sente vivere dentro di sé come radici arcaiche i fondamenti della comunità razziale cui appartiene è razzista. Chi conferma il vincolo che lo richiama alla propria razza, lo avverte con i sentimenti, lo testimonia con i pensieri, lo rafforza con le opere è razzista».

    Per cui e in definitiva:

    «razzismo significa non disprezzo delle altre razze ma fedeltà alla propria razza, riconoscimento della specifica forma di vita che la segna, rispetto di tutti i nessi, interiori ed esteriori, superiori ed inferiori che la ordinano».

    E allora, solo entro le singole razze sarà possibile parlare in termini di superiore ed inferiore. Ma ciò non vale nei rapporti tra razze (1). Non una ideologia della sopraffazione legittimata da presunte superiorità, dunque, ma il rispetto della propria e delle altrui razze. Questo, il «razzismo» del Fronte Nazionale.

    Una conferma a contrario: Evola stigmatizza la concezione pluralistica delle razze proprio perché avrebbe come suo esito l'impossibilità di una gerarchla in grado di distinguere un «sopra» - le razze spirituali - e un «sotto» - le razze di natura (cfr. J. Evola, Appunti per una nuova teoria della razza, in «La Vita Italiana», XXVI, settembre 1938, pp. 346-347).


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    Sin qui l'impostazione dottrinaria e metapolitica, in breve normativa. Ma dottrina non inoperante o, peggio, nostalgica. Perché tempestivamente «tradotta» in historicis. L'occasione, ossia il kairòs, il tempo debito, il momento giusto da cogliere per rendere attuale «il ciclo delle idee» è dettato dall'emergere di un fenomeno ben preciso: il flusso immigratorio extraeuropeo. E quest'ultimo il «campo di applicazione» dell'idea-forma di razza. Colto dal Fronte Nazionale quasi al suo primo manifestarsi. Nel 1990. Già allora era chiaro, per chi aveva preveggenza (1), che una immigrazione massiva e incontrollata avrebbe precipitato nell'indifferenziazione le etnie europee, primo passo verso l'edificazione della società globale (2). Lo scopo del Fronte Nazionale era, pertanto, quello di indicare, attraverso una appropriata attività politico-pedagogica, la possibilità di invertire il corso della decadenza etnica e razziale delle stirpi europee: ennesima testimonianza di quella prassi eroica, di matrice platonico-evoliana, costante punto di riferimento, pur nel mutare delle circostanze storielle, dell'operato di Freda.


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    Come testimoniato da questo dialogo: «P.M. L'attualità dell'argomento è uno dei capisaldi dell'accusa e dimostra la pericolosità del suo movimento. FREDA. Dimostra la preveggenza, la capacità di lucidità e di previsione politica. P.M. E la pericolosità politica! FREDA. Questo, cinque anni fa! Previsione e preveggenza: noi abbiamo previsto ciò che sarebbe intervenuto [...] P.M. La preveggenza gliela riconosciamo. Infatti è un requisito della pericolosità» (F. Freda, L'albero e le radici. Il processo cr_minale alle idee del Fronte Nazionale, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p. 51).

    Nell'oggi comincia finalmente a farsi strada la consapevolezza che la globalizzazione procede su più dimensioni, tra le quali, non certo ultima per importanza, proprio quella sociale. Al riguardo scrive Giddens: «la globalizzazione non è affatto un fenomeno esclusivamente economico. Limitarla al mercato globale è un errore di fondo. La globalizzazione è anche sociale, politica e culturale» (A. Giddens, Cogliere l'occasione. Le sfide di un mondo che cambia, Carocci, Roma, 2000, p. 74). Inoltre, anche rispetto alla stessa globalizzazione economica continuano a persistere errori interpretativi di non poco conto. Ad esempio: non sempre viene sottolineata la cruciale distinzione tra mercato internazionale, nel quale le diverse economie nazionali mantengono ancora un ruolo egemone, e mercato globale, che vede invece proprio la sottomissione delle singole economie nazionali ad esigenze e vincoli transnazionali. Così come l'uso generalizzato del concetto di interdipendenza per connotare una delle novità dell'economia globale è fuorviante; l'ha notato con chiarezza V.E. Parsi: «per il fatto di includere obbligatoriamente, sia pure a titolo diverso, tutte le differenti economie nazionali prescindendo dal loro grado di sviluppo, la globalizzazione riassume in sé tanto la dipendenza quanto l'interdipendenza. In altri termini, i Paesi dipendenti, entrando nel mercato globalizzato, non transitano in una fase più simile all'interdipendenza (carat_teristica dei legami tra Paesi 'ricchi'), ma restano Paesi dipendenti» (V.E. Parsi, Interesse nazionale e globalizzazione. I regimi democratici nelle trasformazioni del sistemapost-westfaliano, Jaca Book, Milano, 1998, p. 111).

    III. A completamento di quanto scritto sinora ci è sembrato opportuno comunicare al lettore che nel 1963 Freda (poco più che ventenne) pubblicò su «Tradizione» (1), uno scritto dal titolo I tre gradi della dottrina della razza, di cui si ritiene utile, per il suo carattere «sintomatico», riprodurre qui la parte iniziale:

    «Parlare oggi di razza e di razzismo assume per i più lo stesso significato dell'evocazione di potenze 'infernali'. Razzismo suggerisce alla mente persecuzioni antisemite, camere a gas, forni crematori e via dicendo: lo spirito del Male. Per chi invece non unisce a questa rappresentazione del pensiero una pregiudiziale moralistica, ma isola il fenomeno in termini esclusivamente ideologici, il razzismo viene individuato nel prodotto del subrazionale, nell'emergenza di strati psichici abnormi, condizionati più o meno dai soliti 'complessi', manie, velleitarismi anacronistici. Se si tiene presente che l'uomo di civiltà di tipo tradizionale non aveva alcun bisogno di 'teorizzare' — come dicono i moderni — la razza, appunto perché possedeva in sé le valenze proprie della razza, che si traducevano per lui in norme 'elementari' di vita — tanto appariva naturale la differenza, la delimitazione, l'appartenenza irrevocabile a una determinata 'forma —, appare ancor più terribile e grave la caduta dell'uomo moderno e la decomposizione da lui subita a tutti i livelli: fino a giungere alla negazione del senso profondo della razza, surrogandola con i 'miti' di un umanitarismo vago e informe.

    Periodico di studi e azione politica, anno I, n. 2, ottobre-novembre 1963, pp.25-30.


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    Non deve quindi destare meraviglia (perché l'intossicazione si è sviluppata entro tutti gli spazi politici) il fatto che anche l'ambiente a noi meno lontano — cioè l'ambiente neofascista — non solo si limiti a esprimere pesanti riserve sulla validità da attribuire ai prìncipi della razza, ma giunga perfino a rifiutarla radicalmente... Inoltre l'esigenza — ma oramai divenuta una 'costante' — di assumere un habitus politico 'realistico' ha indotto gli esponenti, ufficiali e non-ufficiali, dell'ambiente in questione a negare la validità, se non addirittura l'esistenza, della componente razzista nel corpus dottrinale del fascismo storico — spiegando l'esistenza di istanze razziste, nel periodo ultimo del fascismo, come la risultante di particolari contingenze stanche (l'impero e l'alleanza con il Reich nazionalsocialista). Ci è sembrato quindi opportuno sviluppare in questa rivista l'esposizione del problema del razzismo [...] a partire dalla dottrina di Julius Evola, il pensatore più importante, se non l'unico, che abbia formulato in Italia un orientamento razzista differenziato dal carattere strettamente biologistico del razzismo tedesco [...]».

    E a corollario delle parole di Freda non suonano certo «eccentriche» alcune riflessioni relative al razzismo evoliano. Innanzitutto, occorre sgombrare il campo da un equivoco tanto pedissequamente ripetuto da essere assurto quasi a vulgata: il razzismo di Evola è anche ma non solo spiritualistico. Perché considerare il razzismo evoliano in senso esclusivamente spiritualistico significa condannarlo senza rimedio all'astrattezza, significa ridurlo ad una formula tanto generica quanto vuota di contenuto. D'altronde, già la concezione «totalitaria» della razza propugnata da Evola indica la strada da seguire: la razza deve interessare l'intera realtà dell'uomo, dev'essere una visione totale dell'uomo. Da qui i tre gradi della dottrina razziale: corpo-anima-spirito. Ergo, il razzismo evoliano è anche biologico (1), non prescinde dal dato corporeo né lo cancella bensì lo subordina gerarchicamente all'animico e allo spirituale.

    Ad esempio, solo in questa prospettiva risulta comprensibile il favore manifestato da Evola per una eventuale legislazione di tipo eugenetico (cfr. J. Evola, Sui limiti del razzismo: il problema dell'eredità, in «La Vita Italiana», XXVIII, febbraio 1940, pp. 178-179).


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    Ciò comporta, simmetricamente, la necessità di evitare ogni appiattimento del razzismo in senso esclusivamente biologico. Posizione puntualmente confermata da Evola con le sue serrate critiche al riduzionismo biologistico tipico del nazionalsocialismo (1). Per Evola, infatti, rimanere legati al grado più basso del razzismo (il corpo) significava far propria una visione scientista, materialista e naturalistica della razza, una visione, quindi, incapace di elevazione spirituale. Dunque, essenziale coimplicazione dei tre gradi corpo-anima-spirito nel rispetto dei loro differenziati «valori» gerarchici. Con le parole di Evola:

    «per /l nostro razzismo la razza è una entità che si manifesta sia nel corpo, sia nello spirito.» (2)

    E ancora:

    «la razza esiste sia nel corpo, sia nello spirito. La razza è una forza profonda che si manifesta sia nell'ambito corporeo (razza del corpo), sia nell'ambito animico-spirituale (razza interna, razza dello spirito). La purità di razza, in senso completo, si ha quando queste due manifestazioni si corrispondono, vale a dire quando la razza del corpo è conforme alla razza dello spirito o razza interna, tanto da poterle servire come l'organo più adeguato di espressione» (3).

    Non a caso l'interesse mostrato da Evola per le SS si spiega proprio con la considerazione che alla loro «formazione e organizzazione presiedono considerazioni d'ordine biologico-razzista, etico e spirituale» (J. Evola, Le SS., guardici e «ordine» della rivoluzione crociuncinata, in «La Vita Italiana», XXVI, agosto 1938,
    p. 167). Insomma, non credo sia azzardato ipotizzare che per Evola le SS rappresentavano un tentativo, certo ancora in fieri, di superare le angustie biologistiche del nazionalsocialismo in vista dell'assunzione di uno sfondo dottrinario simile a quello da lui stesso proposto.

    J. Evola, Sui rapporti fra Razza e Nazione e sulla «storia patria», in «La Vita Italiana», XXIX, giugno 1941, p. 641.

    J. Evola, Indirizzi per una educazione razziale, cit., p. 35. Cfr, al riguardo, pure J. Evola, Sintesi di dottrina della razza, Edizioni di Ar, Padova, 1994, pp. 39-41, in particolare p. 40: «in via sia normale, sia normativa, il rapporto esistente fra i tre principi è piuttosto quello di una subordinazione gerarchica e di una espressione: attraverso le leggi del corpo si manifesta una realtà animica o psichica, la quale, a sua volta, è espressione di una realtà spirituale». Addirittura sembra che Evola vada anche oltre la concezione del corpo come mera espressione dei princìpi superiori quando scrive: «non è che noi concepiamo [...] la razza biologicamente intesa solo come effetto, manifestazione esterna e simbolo della razza spirituale. Noi abbiamo ben parlato della legge delle affinità elettive, di incontri di due tipi ben distinti di ereditarietà, l'una essendo proprio quella biologica e storica, la quale conserva una sua realtà distinta: tanto, che si è detto che, in certi casi, essa può divenire l'elemento centrale e determinante» (J. Evola, Spunti di polemica razziale, in «La Vita Italiana», XXX, giugno 1942, p. 553).


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    Per cui, a conclusione di queste brevi note, va ribadita l'insopprimibile interconnessione che lega i tre gradi della dottrina evoliana della razza e che ne garantisce l'organicità, la coerenza e la tenuta interna. Al contrario, qualsivoglia elevamento ad assoluto di uno dei tre gradi che compongono tale dottrina ne segnerà la perdita, irrecuperabile, di senso. Quindi, e giustamente, Evola sottolinea, insieme, la necessarietà dell'elemento biologico e il suo non esser sufficiente ai fini di una compiuta dottrina della razza (1). Bisogna sì affermare «la necessità e la imprescindibilità, per la razza, di un substrato biologico» (2) e rendersi conto

    «che la razza biologica deve essere senz'altro riconosciuta come criterio imprescindibile per una prima circoscrizione e separazione» (3).

    Tuttavia, per una corretta impostazione della problematica razziale, si rivelerà altrettanto necessario il rimando ai superiori princìpi animico-spirituali.

    IV. Due ultimi punti restano da chiarire: 1. il contenuto del volume e i criteri che ne hanno regolato lo sviluppo; 2. la 'giustificazione' della metafora dei «lupi azzurri».

    Riguardo al primo punto: il volume contiene praticamente tutti i documenti del Fronte Nazionale, a partire dallo Statuto fondativo, nonché una serie di testi aggiuntivi (4). Il criterio adoperato è stato di tipo genealogico-gerarchico.

    Cfr. J. Evola, Scienza, razza e scientismo, in «La Vita Italiana», XXX, dicembre 1942, p. 559.

    Ibidem.

    Ivi, p. 560.

    In questo volume, le note contrassegnate da asterisco compreso entro parentesi quadre sono del curatore.

    Ossia si è riportato in primis lo Statuto in quanto 'atto di nascita' del sodalizio. A seguire, le relazioni del reggente, dunque l'aspetto propriamente dottrinario e metapolitico del Fronte Nazionale. Le relazioni, a loro volta, riguardano sia l'impostazione 'aristocratica' del Fronte Nazionale (cfr. le relazioni dal titolo La politica e // membro), sia l'esposizione del «razzismo morfologico». I manifesti, invece, rappresentano la 'traduzione', in chiave immediatamente politico-propagandistica, delle proposizioni dottrinarie del Fronte Nazionale. I testi raccolti nel «corollario» costituiscono una ricognizione analitica delle tesi del Fronte Nazionale, mentre quelli presentati nell'appendice sono riconducibili alle vicende processuali che hanno interessato i membri del sodalizio (v. la «perizia ideologica» di Santarelli e gli scritti di Ingravalle, Taormina e del curatore), con, in più, due interventi risalenti al convegno «II diritto al diritto» che si segnalano per la loro particolare incisività.

    Relativamente al titolo del volume: la metafora «lupo azzurro» traduce letteralmente l'espressione antico-irlandese cù («lupo») glas («azzurro»), impiegata a designare il proscritto — per effetto dell'analogia semantica tra l'individuo espulso dalla propria comunità e il lupo (1).

    «Lupi azzurri» sono dunque i membri del Fronte Nazionale: messi al bando in quanto inassimilabili.

    Giovanni Damiano

    J. Haudry, Gli Indoeuropei, Edizioni di Ar, Padova, 2001, p. 81. Su cù glas e l'evoluzione del termine germanico *wargaz («lupo», «fuorilegge»), all'interno dell'analogia sopraindicata, vedi E. Campanile, Meaning and Prehistory of Old Irìsh Cu Glas, in «The Journal of Indo-European Studies», voi. 7, 1979, pp. 225-248. (Debbo alla cortesia di Fabrizio Sandrelli la cognizione di questo scritto.) Sullo strettissimo rapporto che corre tra la messa al bando e il lupo si sofferma anche G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, pp. 116-123.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Hyperborea

    Claudio Mutti

    Degli Iperborei, il popolo che dimorava nell'estremo Settentrione, si trova menzione presso numerosi autori dell'antichità latina e greca.

    La prima testimonianza risale a Ecateo di Mileto (VI sec. a.C.), che li situa all'estremo nord della terra, tra l'Oceano e i Monti Rifei.

    Dati analoghi, ma più ampi, vengono forniti da Erodoto, che scrive: «Aristea di Proconneso figlio di Castrobio, componendo un poema epico, disse di essere arrivato, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini monocoli, e al di là di questi i grifi custodi dell'oro, e oltre a questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare. Tutti costoro, eccetto gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi aggrediscono di continuo i loro vicini; e così dagli Arimaspi furono scacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti; e i Cimmeri, che abitano sul mare australe, premuti dagli Sciti, abbandonarono il paese» (IV, 13). Ecateo di Abdera (IV-III sec. a.C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci son pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca anch'egli a nord, in un'isola dell'Oceano "non minore della Sicilia per estensione". Su questa isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei Monti Rifei.

    Altre citazioni si trovano nel primo Inno a Dioniso pseudomerico, in Pindaro, in Eschilo, in Diodoro Siculo, in Luciano. Da parte sua, Strabone colloca gli Iperborei tra il Mar Nero, il Danubio e l'Adriatico: "Tutti i popoli verso nord ebbero nome, da parte degli storici greci, di Sciti o Celtosciti, ma gli scrittori dei tempi ancora più antichi, ponendo distinzioni tra loro, chiamavano Iperborei quelli che vivevano intorno al Ponto Eusino, all'Istro e all'Adriatico" (Geografia, 11, 6, 2).

    Tra i latini, troviamo questo passo di Virgilio: "tale è la gente selvaggia che sotto l'iperboreo Settentrione viene sferzata dal vento rifeo e si avvolge il corpo in fulve pellicce di animali" (Georgiche, 3, 381-383). Ma la testimonianza più ricca è quella di Plinio il Vecchio: "Poi ci sono i Monti Rifei e la regione chiamata Pterophoros per la frequente caduta di neve, a somiglianza di piume, una parte del mondo condannata dalla natura ed immersa in una densa oscurità, occupata solo dall'azione del gelo e dai freddi ricettacoli dell'Aquilone. Dietro quelle montagne e al di là dell'Aquilone, un popolo fortunato (se crediamo), che hanno chiamato Iperborei, vive fino a vecchiaia, famoso per leggendari prodigi. Si crede che in quel luogo siano i cardini del mondo e gli estremi limiti delle rivoluzioni delle stelle, con sei mesi di chiaro e un solo giorno senza sole; non, come hanno detto gl'inesperti, dall'equinozio di primavera fino all'autunno: per loro il sole sorge una volta all'anno, nel solstizio d'estate, e tramonta una volta, nel solstizio d'inverno. È una regione luminosa con clima mite, priva di ogni nocivo flagello. Hanno per case boschi e foreste, venerano gli dèi profondamente e in comune, la discordia e ogni malattia sono loro ignote. Non c'è morte, se non per sazietà di vita, dopo i banchetti e nella vecchiaia colma di conforto; si gettano in mare da una rupe: questo tipo di sepoltura è il più felice (..). Non si può dubitare di quel popolo: tanti autori tramandano che essi sono soliti inviare a Delo, ad Apollo, da loro venerato tra tutti, le primizie delle messi. Le portavano alcune fanciulle, venerate per alcuni anni dall'ospitalità dei popoli, finché, essendo stato violato il patto, essi decisero di deporre le sacre offerte sui confini degli abitanti più vicini, affinché questi le passassero ai loro vicini, e così fino a Delo" (Naturalis Historia, IV, 88-91).

    A nostro parere, un'eco del tema iperboreo potrebbe essere individuata nella stessa Odissea. Come è stato osservato, "il primo autore classico in cui l'idea di Settentrione sembra assumere connotazioni riducibili a termini reali è l'autore dell'Odissea i cui versi danno un'idea precisa di che cosa significasse il Nord per i Mediterranei. Quando Ulisse scende agli inferi ne trova l'ingresso nel paese dei Cimmeri, oscuro e gelido. Sia della Cimmeria che di Lestrigonia, dove d'estate regna la luminosità continua, Omero aveva avuto notizia tramite i mercanti che frequentavano i porti del Mar Nero settentrionale, dove i Greci si erano stabiliti a partire dall'VIII secolo" (1). In realtà, di ciò che accade nelle zone settentrionali del globo terrestre i Greci poterono avere notizia già in età micenea, quando importavano l'ambra dal Baltico. Ma non è escluso che il decimo libro dell'Odissea abbia custodito un elemento relativo all'originario stanziamento dei popoli indoeuropei nella zona artica e subartica, così come elementi analoghi sono stati conservati dagli inni vedici, secondo quanto ha dimostrato Bâl Gangâdhar Tilak (2).

    A Telepilo Lestrigonia infatti, secondo quanto dice l'aedo, "rientrando il pastore chiama il pastore, e questo uscendo risponde. Qui un uomo insonne (àypnos) riscuoterebbe due paghe: una pascolando buoi, l'altra pascolando candide greggi; infatti sono vicini i sentieri della Notte e del Dì" (Od., X, 82-86). In altre parole, un pastore che fosse in grado di rimanere continuamente sveglio potrebbe svolgere un doppio turno di lavoro, perché nella terra dei Lestrigoni la durata della luce diurna è di circa ventiquattro ore. (L'immagine dei sentieri del Dì e della Notte si chiarisce in questo senso, se la confrontiamo con Esiodo, Theog., 746 ss.).

    Il fenomeno descritto da Omero trova riscontro in ciò che effettivamente avviene nell'estremo Settentrione; e anche il nome di Lamo (Làmos), citato nel brano in questione, richiama curiosamente, come è stato osservato, quello di Lamøy, un'isola vicina alle coste settentrionali della Norvegia (3). Infine, non bisogna trascurare il fatto che "Telepilo Lestrigonia" potrebbe benissimo significare "Lestrigonia Porte-Lontane", nel qual caso avremmo un sintagma analogo ad "ultima Tule".


    --------------------------------------------------------------------------------

    Un antico testo taoista, il Lieh-tzu o Vero libro della sublime virtù del cavo e del vuoto, contiene una lunga descrizione di un paese, il regno dell'Estremo Settentrione, che si trova a nord del mare settentrionale, "non so a quante migliaia o decine di migliaia di li dalle province centrali". Questo paese, in cui le condizioni climatiche sono miti ("non c'è vento e pioggia, gelo e rugiada"), "non dà vita ad uccelli e ad animali, ad insetti e a pesci, ad erbe e ad alberi". La geografia di questo paese richiama, per alcuni versi, certe descrizioni del paradiso: "Tra i quattro lati è completamente piatto ed è circondato da ripide colline. Nel mezzo del regno c'è una montagna a forma di orcio, chiamata Hu-ling, sulla cui sommità c'è un orificio a forma di braccialetto rotondo, detto Antro dell'Abbondanza, dal quale zampilla un'acqua chiamata Polla Sovrannaturale: ha un odore più forte di quello delle orchidee e delle spezie, un sapore più forte di quello del mosto. Questa sola sorgente, dividendosi, forma quattro corsi d'acqua, che fluiscono verso il basso della montagna e scorrono ad irrigare tutto il paese".

    Gli abitanti dell'Estremo Settentrione, prosegue il Lieh-tzu, vivono una vita felice. "Essendo di carattere gentile e compiacente, non litigano e non contendono; avendo il cuore molle e le ossa deboli, non sono alteri né servili; vivendo separati anziani e giovani, non hanno principi né sudditi; andando frammisti uomini e donne, non hanno paraninfi e sponsali; vivendo in vicinanza dell'acqua, non arano e non seminano; essendo il clima mite e uniforme, non tessono e non si vestono. Muoiono a cent'anni, senza morti premature o malattie; il popolo si moltiplica a iosa, gode di piaceri e di gioie e non conosce decadimento e vecchiaia, tristezza e dolore. Per costume sono amanti della musica e, prendendosi per mano, cantano a turno senza mai smettere per tutto il giorno. Quando hanno fame e sono stanchi, bevono alla Polla Sovrannaturale e ne sono rinfrancati nelle forze e nella volontà, se eccedono si ubriacano e tornano sobri dopo dieci giorni. Bagnandosi nella Polla Sovrannaturale, la loro pelle diviene liscia e lucida e la fragranza svanisce solo dopo dieci giorni" (4).


    --------------------------------------------------------------------------------

    I temi del paradiso iperboreo e dell'origine polare, attestati nelle forme tradizionali più antiche, si ripresentano congiuntamente, in modo definitivo, nella forma tradizionale più recente, quella islamica, la quale ha situato nell'estremo Settentrione la "terra celeste" di Hûrqalyâ. Questa dottrina, esposta nell'età contemporanea dalle scuole sciite shaykhî e ishrâqî, riprende il tema mazdaico della "Terra trasfigurata": infatti il geografo Yaqût affermava che il monte Qâf, la "madre di tutte le montagne" da cui parte la via polare verso Allâh, un tempo si chiamava Alborz. Henry Corbin, da parte sua, avverte che l'Oriente di cui parla la cosmologia di Avicenna deve essere cercato nella "dimensione polare", e non nell'est indicato dalle nostre carte geografiche. "Infatti - spiega Corbin - questo Oriente è il polo celeste, il 'centro' di ogni orientamento concepibile. Bisogna cercarlo nella direzione del Nord cosmico, quella della 'Terra di luce'" (5). Nel suo Libro dell'Uomo Perfetto (Kitâb al-insân al-kâmil), cAbd al-Karîm al-Jîlî (1365-1403) parla di un luogo che in Corano, VII, 44 e 46 è designato col nome di al-Acrâf ("le Altezze") e in LIV, 55 è definito "soggiorno di verità, presso un re potente". Chi dimora in questo luogo è un "desto", un "vegliante" (in arabo yaqzân, equivalente all'omerico àypnos); d'altronde il vicino paese dell'angelo Yûh, sul quale regna Sayyidn`â al-Khidr, è il paese del sole di mezzanotte, nel quale non vige l'obbligo della preghiera rituale della sera (salât al-maghreb), perché ivi l'alba precede il tramonto.


    --------------------------------------------------------------------------------

    "Dov'era, dove non era, di là dai sette paesi e un settimo, di là dalla Montagna di Vetro, di là dal mare di Operencia, c'era una volta..." (6) Nel motivo dei "sei paesi e un settimo" (hetedhétország) o dei "sette mondi" (hétvilág), che compare nel consueto incipit delle fiabe popolari ungheresi, il folclore magiaro ha conservato il residuo fossile di un elemento di dottrina tradizionale ampiamente diffuso nelle culture dell'Eurasia. I "sette paesi" o "sette mondi" della tradizione magiara trovano infatti riscontro nella geografia sacra dei Purâna indù, che parlano di sette dwîpa, cioè di sette "isole" continentali emerse l'una dopo l'altra. Ma il motivo delle "sette terre" è presente anche nella geografia tradizionale iranica, la quale distingue sette keshvar (avest. karshvar), sette "climi", che sono in realtà sette zone della Terra. Il keshvar centrale, che rappresenta lo spazio terrestre attualmente accessibile agli uomini, è stato a sua volta suddiviso (per esempio da al-Bîrûnî) nelle sette regioni seguenti: 1) India, 2) Arabia e Abissinia, 3) Siria ed Egitto, 4) Iran, 5) Bisanzio e mondo slavo, 6) Turkestan, 7) Cina e Tibet. Nell'esoterismo islamico, le "sette terre" rappresentano sette diverse categorie (tabaqât) dell'esistenza terrena: ciascuna è governata da un Polo (Qutb) e i sette Poli sono subordinati al Polo Supremo (al-Qutb al-Ghawth). Ai sette Poli dell'Islam (ai sette rsi dell'India, ai sette saggi dell'antichità greca ecc.) corrispondono i sette Magyar (hetumoger) di cui parlano le Cronache medioevali, i hét vezér delle tribù ugriche guidate da Árpád.

    Di là dai "sette paesi", di là dai "sette mondi", tra gli altri personaggi fiabeschi c'è anche il Forte Giovanni (Erös János, Erös Jancsi). In questo personaggio (che corrisponde al Batyr Ivan delle favole ciuvasse e allo Starker Hans di quelle tedesche) troviamo il riflesso fiabesco di tutta una serie di mitici "fanciulli divini", alla quale, come ha mostrato Károly Kerényi (7), appartengono anche il Kullervo del Kalevala e il Mir-susne-hum della mitologia vogula. Alcune favole raccontano che il Forte János è figlio di una vedova, come Parsifal, come Mani; altre dicono che non ha né padre né madre: come Melchisedec (Ebrei, 7, 3), che alcuni identificano con Sayyidnâ` al-Khidr. D'altronde, la figura del "fanciullo divino" allude anch'essa a un'arché; e spesso a questa arché si accompagnano riferimenti "polari" ed iperborei.

    In una favola il Forte János si fa obbedire da un orso che egli ha trovato nella foresta; alcune varianti spiegano l'eccezionale forza fisica del ragazzo attribuendone la paternità ad un orso. E' noto che il simbolo dell'orso corrisponde, in una delle sue valenze, al Nord: ce lo ricorda l'Orsa Maggiore, ma anche la terminologia geografica ed astronomica relativa al Nord, che in varie lingue trae origine dal greco àrktos ("orso"). Ma, secondo la tradizione indù, la settentrionale "terra dell'orso" era stata precedentemente la "terra del cinghiale", Vârâhî, perché il cinghiale (in sanscrito varâha) simboleggia la terza "discesa" di Vishnu nell'attuale manvantara, ossia nel presente ciclo di umanità. Tale cambiamento di denominazione, spiega René Guénon, sarebbe l'effetto di una rivolta della casta guerriera contro quella sacerdotale, rivolta alla quale pose termine il sesto avatâra di Vishnu, Parashu-R`âma.

    Ora, se il Forte János si limitasse a sottomettere l'orso, il suo ruolo sarebbe identico a quello di Parashu-Râââââ`ma e l'eroe della favola ungherese sarebbe una variante folclorica della figura dell'avatâra. Anzi, per rimanere in ambito ugrofinnico, János si identificherebbe con Mir-susne-hum, che insegue l'orso e lo sconfigge. Ma János riunisce intorno alla propria persona sia l'orso sia i cinghiali, quasi a dimostrazione del fatto che "i due simboli del cinghiale e dell'orso non appaiono sempre necessariamente in opposizione o in lotta, ma, in certi casi, possono anche rappresentare l'autorità spirituale e il potere temporale, o le due caste dei druidi e dei cavalieri, nei loro rapporti normali e armonici" (8). Dunque, se l'abbinamento dei simboli in questa favola non è casuale, essa dovrebbe alludere a un'epoca remota in cui tra le due funzioni esisteva ancora una perfetta armonia.

    Infine, un'osservazione sul nome del protagonista. Nel suo studio sulla "Dacia iperborea" (9), Geticus (alias Vasile Lovinescu) ha riportato il nome Ion (Giovanni), che secondo la sua interpretazione designa il "Re del Mondo" nella tradizione popolare romena, al nome di Janus, il dio che regnò sul Lazio nell'età dell'oro. Ma si potrebbe aggiungere che il latino Janus, indipendentemente da ogni considerazione propriamente etimologica, presenta una curiosa assonanza anche con l'ungherese János; e a questa fortuita analogia fonetica tra i due nomi si aggiunge una analogia sostanziale tra le due figure, perché tanto il bifronte Janus quanto lo János dominatore di orsi e cinghiali rappresentano un'unità primordiale non ancora dissociata nella dualità.

    La tesi di Geticus-Lovinescu è nota. A suo parere la Dacia sarebbe stata, in un certo periodo dell'antichità, la sede di un centro spirituale di origine iperborea; in altri termini gl'Iperborei, spostandosi dall'originaria sede settentrionale verso il sud, avrebbero sostato nel territorio compreso tra il Danubio e i Carpazi e ne avrebbero fatto una loro sede secondaria. Al fine di suffragare un tale assunto, l'autore della Dacia iperborea passa in rassegna un vasto materiale documentario, desunto sostanzialmente dall'opera di Densuçianu (10): il folclore, la toponomastica, la numismatica, le fonti greche e latine, la stessa storia dei Principati romeni secondo Geticus-Lovinescu avvalora l'ipotesi per cui la tradizione dacica sarebbe sopravvissuta fino a tempi relativamente recenti.

    Geticus-Lovinescu espose tali vedute in una serie di articoli che apparvero su "Études Traditionnelles" tra il 1936 e il 1937. Questi scritti hanno avuto più ampia risonanza cinquant'anni più tardi, quando, in seguito all'edizione italiana del 1984 e a quella francese del 1987, Vintil[ Horia ne parlò con ammirazione, mentre in Romania Virgil C`ndea ebbe modo di richiamare l'attenzione sull'immagine della Dacia arcaica tracciata da "B.P. Hasdeu, Nicola Densuçianu, Mihail Sadoveanu, Matila Ghyka, Mircea Eliade, Mihai V`lsan, Mihai Avramescu, Vasile (e anche Horia) Lovinescu, Nichita St[nescu, per citare soltanto quegli autori scomparsi che hanno coltivato la philosophia perennis con mezzi, ambizioni e risultati differenti" (11). L'edizione francese, in particolare, destò l'interesse di studiosi quali Charles Ridoux e Paul Georges Sansonetti; quest'ultimo, allievo di Henry Corbin e Gilbert Durand, tenne alla Sorbona un corso sulla "Dacia iperborea".

    Le indicazioni contenute nella Dacia iperborea hanno ricevuto un certo sviluppo in Russia, negli scritti di Aleksandr Dugin, che già nel 1991 faceva circolare in samizdat una sua Giperborejskaja teorija (12). Scrive Dugin: "La 'Dacia iperborea' di Geticus rappresenta il polo comune di due circoli opposti: il circolo meridionale mediterraneo e il circolo settentrionale (..) russo-slavo (nel quale rientrano anche le componenti balto-scandinave). (..) Comunque sia, la 'Dacia iperborea' rappresentava il limite meridionale della Gardarika-Russia iperborea, concentrando in sé le energie sacrali del Nord e i motivi mitici iperboreo-solari. Però, la sua posizione intermedia tra i due circoli suddetti fa sì che essa svolga una funzione davvero particolare all'interno della 'economia del sacro', sicché si spiega in parte il radicarsi delle tendenze iperboree sul territorio romeno" (13). Sempre in Russia, nel 1997 Valerij Diomin ha guidato una spedizione scientifica nella Penisola di Kola, dove sono stati scoperti i resti di una civiltà che dovrebbe risalire a ventimila anni fa. Riferendosi ai risultati di quella spedizione, la stampa russa annunciava che l'Iperborea, "culla di tutti i popoli indoeuropei (..) non soltanto è esistita, ma si trovava sul territorio del Settentrione russo" (14).

    Note

    Luigi De Anna, Conoscenza e immagine della Finlandia e del Settentrione nella cultura classico-medievale, Turun Yliopisto, Turku 1988, pp. 17-18.
    Bâl Gangâdhar Tilak, The Arctic Home in the Vedas, trad. it. La dimora artica nei Veda, Ecig, Genova 1986.
    Felice Vinci, Homericus nuncius. Il mondo di Omero nel Baltico, Solfanelli, Chieti 1993, p. 45.
    Testi taoisti, trad. di F. Tomassini, Utet, Torino 1977, pp. 275-276.
    Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Adelphi, Milano 1986, p. 94.
    Cfr. Anikó Steiner, Sciamanesimo e folclore, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1980, p. 26.
    Carl G. Jung e Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri, Torino 1972.
    René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Torino 1975, pp. 150-151.
    Geticus, La Dacia iperborea, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 1984.
    Nicolae Densusianu, Dacia preistorica, editia a II-a, studiu introductiv si note de Manole Neagoe, Editura Meridiane, Bucuresti 1986.
    Virgil Cândea, Viziuni ale Daciei arhaice în perspectiva istoriei ideilor, "Viata Româneasca", nn. 2, febbraio 1990, p. 41.
    Edizione a stampa: Aleksandr Dugin, Giperborejskaja teorija, Arktogeja, Moskva 1993.
    Alexandr Duguin, Rusia. El misterio de Eurasia, Grupo Libro 88, Madrid 1992, pp. 67-72.
    Vittorio Strada, Scoperta Iperborea. Nuova linfa per i neonazisti russi, "Corriere della Sera", 19 aprile 1998.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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