Rivoluzione Tradizionale
Se un giorno la nostra tecnotronica civiltà arriverà ad un tale sviluppo da rendere possibile la realizzazione di una macchina del tempo, allora avremo la possibilità di udire personalmente Plotino, il filosofo greco, consigliarci: “Afele panta”, spogliati di tutto, rinuncia a quello che la società ti offre. Solo allora, finalmente, qualcuno si renderà conto di quanto sia anomala la nostra era moderna e quante siano le contraddizioni naturalmente imposte ed accettate. Tanto per cominciare noterà come quella in cui si vive è l’unica civiltà, tra le tante conosciute, che si sia sviluppata unicamente in senso materiale ed in unione a questo mostruoso sviluppo è seguita una corrispondete inevitabile regressione spirituale che ha portato gli occidentali moderni a considerarsi l’unica vera civiltà, la naturale apoteosi di un processo evoluzionistico che doveva portare dalla pietra grezza all’oro fino. Non abbiamo comunque bisogno di ulteriori scoperte scientifiche per intuire quanto sia assurdo concepire l’intelligenza come un mezzo per agire sulla materia e piegarla a scopi pratici o considerare la scienza soltanto come un insieme di “discorsi sul metodo” da applicare nell’esplorazione di nuove e conturbanti frontiere tecnologiche. Noi siamo certamente dalla parte di coloro che non credono che “Dio è morto” e che pensano, anzi, sia possibile una “negazione della negazione”, un ritorno a qualcosa di superiore che non ha nulla a che fare col mondo moderno. Ed è proprio questo il nostro compito: da un lato assumiamo una posizione nettamente antitetica nei confronti di ogni tendenza materialista e individualista, dall’altra ci proponiamo di seguire la nostra esigenza di integrale conversione a tutti quegli alti principi spirituali che questa epoca continuamente calpesta. La tendenza, che si va diffondendo di criticare quello che è moderno, e che poi spesso non fa che esaurirsi in “semplici reazioni piuttosto che in azioni”, può considerarsi tranquillamente un sintomo: sintomo di sfiducia in tutti gli pseudoideali che in voga oramai da troppo tempo cominciano a vacillare sempre più pericolosamente, palesandosi per quello che sono: chimere o pure fantasie. Stiamo ovviamente parlando di tutti quegli alibi positivi che la civiltà moderna ha forgiato ad arte in completa contrapposizione a tutto quello che aveva avuto carattere universale e che ha utilizzato per affondare le sue fondamenta di cemento armato sulle rovine di un mondo che, plasmando ogni suo pensiero e azione in nome di un ordine metafisico, trascendente le semplici facoltà umane, aveva come scopo della vita il superazionale e il superamento di tutto quello che nell’uomo è ancora “troppo umano”. Non ci si può quindi meravigliare del fatto che alcuni tra coloro che sono unanimemente considerati i padri dell’Evo moderno paragonarono gli antichi a dei bambini (Pascal, Bacone) e che altri sposarono a tal punto l’idea del progresso indefinito da assimilarlo ad una funzione matematica che tende asintoticamente all’infinito (Comte). In un tale contesto risulta facile capire come Descartes abbia potuto porre la ragione al di sopra di tutto e finalizzando l’uso di quest’ultima.al dominio sulla natura e all’utilizzazione per scopi pratici. Al complesso di idee che dominano il nostro secolo noi cercheremo di contrapporre tutto ciò che è chiamato Tradizione, ossia tutto quello che può definirsi normale-superiore e di fronte al quale l’attualità non può non apparire deviata e regressiva. La Tradizione, che non ha nulla ha che fare con conformismo e routine, è la struttura fondamentale di una civiltà organica e gerarchica in cui tutto è rito e ha un orientamento decisamente anagogico, verso l’alto. Per fare tutto questo è però necessario uno strappo: cioè bisognerà crearsi nuovi occhi e nuove orecchie che ci permettano di vedere e di sentire cose lontane e invisibili a coloro che non possono e non vogliono riportarsi ai significati che vissero prima della nascita della civilizzazione presente e della sua degenerazione. Cercare un punto assoluto di riferimento e dimostrare la tesi della natura decadente del mondo moderno è lo scopo: così si dovrà confrontare le figura tradizionale del Brahmano, sacerdote ed asceta, e dello Kshatrya, l’eroe guerriero, alla decadente figura del mercante borghese del XX secolo; mettere in risalto la naturale, virile religiosità che contrassegnava alcune epoche passate in opposizione all’apatia e all’ateismo che invade i nostri giorni; mostrare l’abisso che divide l’automatismo dell’uomo moderno dalla cosciente azione di uomini la cui essenza si risolveva in perfezione. Alludiamo ad ogni porzione della vita quotidiana, dal modo di concepire la politica, al rapporto con la natura, fino ad arrivare alla concezione dello sport e dell’atto sessuale. Per fare tutto ciò sarà necessario avviare una rivoluzione interiore, di innescare in noi stessi una reazione a catena capace di distruggere ogni residuo, ogni scoria, avviare quel processo che naturalmente ci porterà ad una crisi liberatoria nei confronti di tutto ciò che è modernismo. Diceva Evola che “non è del voltarsi da una parte all’altra in un letto d’agonia ma dello svegliarsi e del levarsi in piedi che deve trattarsi...”. Questa è la causa che noi abbiamo sposato!




