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    L'Europa di Benedetto: il primo libro del Papa.

    L'Europa di Benedetto. Il primo libro del papa, con alcune anticipazioni

    di Mattia Bianchi - Serena Sartini/ 21/06/2005

    Il presidente del Senato Marcello Pera e il cardinale Camillo Ruini presentano a Roma l'ultima fatica di Benedetto XVI, scritta prima dell'elezione: una riflessione sulla crisi delle culture, il tema dell'aborto e le radici cristiane dell'Ue.



    ROMA - Un libro interamente dedicato all'Europa, un contributo che diventa ancor più attuale di fronte ai segnali di crisi degli ultimi tempi. Viene presentato stasera a Roma “L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, il primo libro del papa, scritto prima della sua elezione, quando era ancora il card. Joseph Ratzinger, uno degli intellettuali più vivaci della scena culturale del continente. All'incontro parteciperanno il cardinale Camillo Ruini e il presidente del Senato, Marcello Pera, che già in passato aveva avuto modo di confrontarsi, da laico non credente, con il futuro pontefice, scrivendo con lui il libro “Senza radici”. Il testo, di circa 150 pagine, esamina uno dei temi prediletti di Benedetto XVI, 'lo scontro di civiltà e delle culture, in particolare quella razionalista, quel tema che tante volte in passato era stato al centro del suo pensiero e che oggi ricorda senza stancarsi nei suoi primi interventi da papa: ''...al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale'', necessario per non perdere l'uomo.

    Il volume, con la prefazione dello stesso Pera, è pubblicato dalla Editrice Vaticana (che ha il copyright su tutti i testi del papa) e dalle Edizioni Cantagalli, che hanno curato in prima persona il progetto. Il ragionamento del papa teologo si sviluppa su tre grandi ambiti: il primo riguarda ''La crisi delle culture'', con una riflessione sulle culture che oggi si contrappongono e sul significato e sui limiti dell'attuale cultura razionalista, con attenzione al significato permanente della fede cristiana. Successivamente, Ratzinger esamina i temi, di particolare attualità del diritto alla vita e l'Europa con un inequivocabile capitolo dal titolo ''perchè non bisogna rassegnarsi''. Infine, la terza parte dedicata a ''che cosa significa credere'' e alla fede della vita quotidiana, definito un ''atteggiamento umano fondamentale'', con testi tratti anche da una lezione tenuta dal cardinale alla scuola di cultura cattolica di Santa Croce in Bassano. Il libro si chiude con una poesia di Massimo Lippi, ''Le due colombe'', dedicata dall'editore a Benedetto XVI.

    ''Alle origini di quella che qui Joseph Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI, chiama 'la contraddizione più radicale' sviluppatasi in Europa fu la 'grande divisione operata dalla rivoluzione scientifica'', scrive Marcello Pera nella sua introduzione. ''L'Europa - scrive Ratzinger - ha sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d'ora all'umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica''. Pera sottolinea come nel primo scritto di questo libro, Ratzinger avanza una ''proposta'' ai laici: ''Nell'epoca dell'illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide 'etsi Deus non daretur', (sebbene Dio non fosse dato), anche nel caso che Dio non esistesse... Dovremmo capovolgere l'assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via del l'accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita 'veluti si Deus daretur' (come se Dio fosse dato). La proposta è da accettare e la sfida da accogliere'', afferma Pera, che conclude la sua introduzione: ''Veluti si Deus daretur. È una scommessa che ha come posta il nostro impegno e come premio la nostra salvezza''.

    Tra i grandi temi che il papa affronta nel suo libro, c'è il terrorismo, ''questa nuova guerra senza confini e senza fronti... rimane comunque la sensazione che tutte queste precauzioni in realtà non possano mai bastare, non essendo possibile nè desiderabile un controllo globale. Meno visibili - aggiunge - ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità di automanipolazione che l'uomo ha acquisito''. Rispetto al tema della tutela della vita, Ratzinger pone una domanda polemica: ''perchè non rassegnarsi ad aver perso questa battaglia e non dedicare invece le nostre energie a iniziative che possano trovare il favore di un più grande consenso sociale?''. Citando la Genesi, il pontefice dà una risposta nettissima: ''Non esistono 'piccoli omicidi': il rispetto di ogni vita umana è condizione essenziale perchè sia possibile una vita sociale degna di questo nome; quando nella sua coscienza l'uomo perde il rispetto per la vita come cosa sacra, inevitabilmente egli finisce per smarrire anche la sua stessa identità''.

    Il riferimento all’aborto

    Il papa dedica un capitolo intero al tema dell’importanza della vita umana, in tutte le sue fasi. Spiega ai cattolici perché "non bisogna rassegnarsi" alla presenza di leggi che permettono l'aborto, la clonazione, la fecondazione assistita, violando così il "riconoscimento della sacralità della vita". Medesima riflessione arriva dal Presidente del Senato, Marcello Pera che ha steso l'introduzione del volume. "Non esistono piccoli omicidi - scrive il pontefice - il rispetto di ogni vita umana è condizione essenziale perché sia possibile una vita sociale degna di questo nome". A suo dire, questo, non è un piccolo problema o una questione secondaria "che possa essere considerata relativa in ordine al pluralismo delle opinioni nella società moderna". Quando o perché, spiega, quando "nella sua coscienza l'uomo perde il rispetto per la vita come cosa sacra, inevitabilmente egli finisce per smarrire anche la sua stessa identità". Facendo distinzione tra "il diritto della forza e la forza del diritto", Papa Ratzinger mette in discussione la prerogativa di uno Stato che si arroga il diritto di "definire chi è o chi non è soggetto di diritti e che di conseguenza riconosca ad alcuni il potere di violare il fondamentale diritto alla vita di altri". Per Benedetto XVI tutto questo non fa altro che contraddire l'ideale democratico al quale lo Stato continua a richiamarsi ma, di conseguenza, minando "le stesse basi su cui si regge. Accettando infatti, che si violino i diritti del più debole, esso accetta anche che il diritto della forza prevalga sulla forza del diritto". I limiti dell'attuale cultura razionalista portano l'uomo a giustificare qualsiasi tipo di intervento ("ciò che si sa fare si può anche fare"). Ed è proprio l'assenza di questi valori etici di riferimento a condurre gli scienziati sulla via della clonazione: "l'uomo sa usare uomini come magazzino di organi per altri organi e perciò lo fa; lo fa perché sembrerebbe essere questa un'esigenza della sua libertà" scrive ancora il pontefice. Persino il terrorismo alla fine si basa su questa modalità di "auto-autorizzazione dell'uomo, ma non sugli insegnamenti del Corano".

    Il presidente Pera nell'introduzione pone grande attenzione ai problemi della bioetica che, scrive, sono tra i "più difficili" da affrontare, e "in particolare quello di giustificare perché, con le legislazioni sull'aborto e le fecondazioni artificiali, il diritto del feto e dell'embrione a non essere lesi o soppressi, debba cedere al diritto alla libertà individuale". "La ragione non è chiara. Forse perché - si chiede la seconda carica dello Stato - feto ed embrione non sono persone? Forse perché sono 'piccoli' e la vita dei piccoli può essere sacrificata a quella degli adulti? Forse perché un 'piccolo omicidio' non è un omicidio autentico? Forse perché embrione e feto non rientrano tra quegli 'altri' che sono il limite invalicabile del diritto alla libertà individuale di 'noi'?". "Qui - sottolinea Pera - si sconta il limite della 'grande divisione'. Non è vero che la separazione delle sfere, scientifica, giuridica, morale e religiosa, garantisca sempre equilibrio e non produca mai contrasti fra esse. E' vero il contrario: che spesso - scrive - la libera azione in una sfera interagisce negativamente con la libera azione in un'altra". "Risolvere questi problemi cercando di tornare all'antica alleanza pre-galileiana di un unico sapere totale è impresa impossibile" afferma Pera il quale però aggiunge: "Richiamare i limiti della scienza, porre vincoli ai diritti è ancora possibile ed è doveroso". Bioetica, fecondazione, aborto, rapporto tra scienza e religione: nelle 25 pagine Pera si sofferma sul rapporto tra 'fides et ratio', sull'etica alla base del diritto, in ultima analisi sulla difesa dell'uomo sin dal momento del suo concepimento. Pera, filosofo di formazione popperiana, rammenta inoltre che nel primo libro scritto a quattro mani con l'allora cardinale Joeseph Ratzinger si avanza una proposta ai laici: "capovolgere l'assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell'accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita 'veluti si Deus daretur'". La proposta, conclude Pera, è da "accettare e la sfida a accogliere".

    La riflessione sull’ingresso della Turchia nell’Ue

    Benedetto XVI invita a riflettere sul dibattito dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea, evidenziando le diverse radici culturali e religiose degli altri Paesi dell'Ue. Il Papa dedica alla spinosa questione alcune pagine del suo ultimo libro. "Si tratta di uno Stato, o forse meglio, di un ambito culturale - scrive Ratzinger - che non ha radici cristiane, ma che è stato influenzato dalla cultura islamica. Ataturk ha poi cercato di trasformare la Turchia in uno Stato laicista - ha aggiunto - tentando di impiantare il laicismo maturato nel mondo cristiano dell'Europa su un terreno musulmano". Ma per il pontefice, "soltanto le norme e i contenuti della stessa cultura illuminista potranno determinare l'identità dell'Europa e ogni Stato che fa suoi questi criteri, potrà appartenere all'Europa". Benedetto XVI si augura inoltre che "dappertutto vengano rispettati la democrazia e i diritti umani".


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    BENEDETTO XVI: “L’EUROPA DI BENEDETTO NELLA CRISI DELLE CULTURE”, OGGI A ROMA LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SCRITTO PRIMA DELLA ELEZIONE A PAPA


    “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture” è questo il titolo del libro dal card. Joseph Ratzinger, scritto prima della sua elezione a papa con il nome di Benedetto XVI, che verrà presentato oggi a Roma (sala Angiolillo di palazzo Wedekind, ore 17.30) alla presenza del card. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana e del Presidente del Senato, Marcello Pera che ne ha curato anche la presentazione. Il volume, di 143 pagine, la cui pubblicazione è curata dalla Libreria editrice vaticana e dall’editore Cantagalli di Siena, ripropone tre interventi del card. Ratzinger tenuti rispettivamente nel 1992 a Bassano del Grappa in occasione del premio “Scuola e cultura cattolica”, nel 1997 al convegno del Movimento per la Vita e il 1 aprile 2005, il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, nel monastero benedettino di Santa Scolastica, a Subiaco, dove ricevette il “Premio San Benedetto per l’Europa” assegnato dalla Fondazione sublacense Vita e Famiglia. Filo rosso che lega i tre discorsi è la crisi delle culture e la figura di san Benedetto da Norcia. A moderare l’incontro Bruno Vespa.


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    Monaci, custodi dell'unità d'Europa

    www.avvenire.it

    Al via oggi dalla Lombardia «Gli ordini monastici difensori della cultura europea», una rassegna che toccherà tutta Italia
    L'ideatore Italo Gomez: «Arte e musica nelle chiese per far cogliere alla gente il fascino delle grandi figure protagoniste di una stagione fondamentale per la cristianità»

    Da Milano Francesca Lozito

    Le antiche strade percorse dai monaci per portare il Vangelo alla gente, la preghiera nel silenzio eremitico, le visioni delle mistiche, s'intrecciano con i testimoni di Cristo dei giorni nostri, religiosi, non necessariamente monaci, ma che, come loro, hanno percorso strade, portando Cristo agli ultimi. Lontani gli scenari in cui vissero, ma una trama li tiene uniti.

    È l'Europa, in cui in tutti questi secoli la testimonianza cristiana non è mai venuta meno, anzi, è stata forza viva, portatrice di cultura.


    Una proposta per conoscere meglio queste trame prende vita oggi e lo fa attraverso la musica. Con «L'autobiografia spirituale a due voci» dedicata ad Abelardo ed Eloisa che verrà eseguita ad Almenno San Bartolomeo in provincia di Bergamo nella Chiesa di San Tommaso in Lemine ha inizio la rassegna «Gli ordini monastici difensori della cultura europea».

    Promossa dal Comitato nazionale sport e cultura per la pace, assieme ad una serie di enti - il comitato Lombardia Europa Musica 2000, la fondazione festival Autunno Musicale a Como ed Euromediterraneo culture dei mari - la manifestazione propone oltre 40 eventi in ambito nazionale ed internazionale ed è articolata in 9 sezioni, ognuna dedicata a grandi personaggi che dall'Alto Medioevo ad oggi hanno trasmesso un'idea di Europa unita.

    E si tratta di una rassegna che guarda concretamente al pubblico europeo, perché ha vissuto un prologo a Zagabria con una mostra sui luoghi della memoria scritta ed avrà delle tappe in Svezia, in Spagna, nella Repubblica Ceca ed in Albania.

    L'ideatore, il maestro Italo Gomez, vice presidente del comitato nazionale sport e cultura per la pace, la spiega così: «È fondamentale - dice - l'aspetto religioso: gli ordini monastici sono i custodi di una storia passata che è stata capace di conservare un certo tipo di cultura fino ai giorni nostri. La musica in tutto questo ha un ruolo fondamentale.

    La porteremo, infatti, nelle Chiese, la faremo interagire con i testi che verranno lett i in uno spazio acustico adatto alla musica religiosa». Alcuni dei protagonisti della rassegna sono stati essi stessi compositori. È il caso di Hildegarda von Bingen, monaca benedettina.


    Tanta musica, dunque, modo di comprensione più immediato del messaggio cristiano. Ma c'è una trama più profonda, che tiene insieme l'idea dei concerti e delle altre manifestazioni culturali. Spiega Gomez: «è la filosofia antica di cui in parte i monaci si fecero trascrittori e custodi - c'è anche un filosofo ebreo nella rassegna, Maimonide, che si definiva aristotelico - una filosofia presente nelle fonti cristiane e che aiuta a rendere i concerti come dei momenti che fanno parte di un unico viaggio».


    A proposito di viaggi, nei giorni della manifestazione, che terminerà in novembre, se ne terrà uno davvero speciale: quello della fiaccola di San Benedetto, che partirà da Mosca ed arriverà a Norcia. Un simbolo che farà tappa anche nella città natale di papa Benedetto XVI, Marktl.

    Lo spunto per un altro degli appuntamenti è nato, invece, da un viaggio di donne, che hanno fatto tappa in Albania, la terra di Madre Teresa, nuova «fondatrice» dell'Europa: «Progetto Grua, essere donna».

    È sempre un viaggio, ma questa volta letterario, quello che avverà nel cuore della Divina commedia, un viaggio «nei suoni della nostra lingua che si adatta, si piega, dà vita alle immagini del poeta». Tre tappe ad ottobre, in tre chiese, a Capo di Ponte (Brescia), a Como ed a Crema per ascoltare la musica della Schola Hungarica, tre cantiche che si ricongiungeranno in un'unica rappresentazione a Milano.


    «Gli ordini monastici difensori della cultura europea» è solo un inizio. «Proprio in questi giorni - racconta Italo Gomez - stiamo muovendo i primi passi per il progetto del 2006, in cui parleremo sempre di cultura e, nella ricorrenza del cinquecentesimo anniversario dalla morte di San Francesco da Paola, ci soffermeremo sulle congregazioni non monastiche e sull'aspetto della vicinanza di queste congregaz ioni alle persone. Il tutto, tenendo ferma un'idea precisa: continuare ad affermare l'importanza della cultura cristiana». Per avere maggiori informazioni sulla rassegna è possibile telefonare al numero 031/57.11.50.

    ****************
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  4. #4
    torquemada
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    Se il libro è stato scritto prima dell'elezione, è sbagliato dire "il primo libro del Papa".
    Sono stati ripubblicati quasi tutti i suoi scritti in queste settimane (con diverse biografie, alcune veramente deboli).

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Originally posted by torquemada
    Se il libro è stato scritto prima dell'elezione, è sbagliato dire "il primo libro del Papa".
    Sono stati ripubblicati quasi tutti i suoi scritti in queste settimane (con diverse biografie, alcune veramente deboli).
    la definizione è corretta perchè questo è il primo libro che Ratzinger, da Papa, ne ha ordinato la pubblicazione
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  6. #6
    torquemada
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    E' un libro del Card. Ratzinger, editato con la licenza di Benedetto XVI.

    Ciao, Caterina!

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Prima il Decalogo, poi la democrazia
    Joseph Ratzinger
    Il testo che proponiamo in questa pagina è stralciato da un intervento inedito su «Politica e morale» che il Prefetto della Congregazione per la fede ha inserito nel volume «Europa. I suoi fondamenti oggi e domani» appena stampato dalla San Paolo (pp. 104, euro 9,50). Il saggio è la continuazione ideale di un altro libro del cardinale Joseph Ratzinger sullo stesso argomento e per il medesimo editore, «Svolta per l'Europa?», uscito nel 1992; oggi le questioni della Costituzione europea e il dibattito sulla presenza del cristianesimo nell'identità del vecchio continente hanno imposto un aggiornamento e un approfondimento al pensiero del teologo tedesco.


    «Nessuno si può permettere, giustamente, di deridere ciò che è sacro per ebrei o musulmani. Ma si annovera fra i diritti dileggiare e coprire di ridicolo ciò che è sacro per i cristiani»

    Nel secolo scorso abbiamo sperimentato due grandi elaborazioni mitiche con conseguenze terribili: il razzismo con la sua falsa promessa di salvezza da parte del nazionalsocialismo; la divinizzazione della rivoluzione sullo sfondo dell’evoluzionismo storico dialettico; in entrambi i casi furono di fatto cancellate le intuizioni morali originarie dell’uomo sul bene e sul male. Tutto ciò che serve il dominio della razza, ovvero tutto ciò che serve l’instaurazione del mondo futuro, è bene – così ci veniva detto –, anche se ciò, secondo le conoscenze dell’umanità finora acquisite, fosse stato un male.
    Dopo la caduta delle grandi ideologie oggi i miti politici sono presentati in modo meno chiaro, ma esistono anche oggi forme di mitizzazione di valori reali, che appaiono credibili, proprio per il fatto che si ancorano ad autentici valori, ma appunto anche per questo sono pericolosi, per il fatto che unilateralizzano questi valori in un modo che si può definire mitico. Direi che oggi tre valori sono dominanti nella coscienza comune, la cui unilateralizzazione mitica rappresenta allo stesso tempo un pericolo per la ragione morale di oggi. Questi tre valori continuamente, miticamente unilateralizzati sono il progresso, la scienza, la libertà.

    Ma come possono essere conosciuti questi valori ultimi, che costituiscono i fondamenti di ogni politica «ragionevole», moralmente giusta e pertanto vincolano tutti al di là di ogni cambiamento delle maggioranze? La dottrina dello Stato sia nell’antichità e nel Medioevo come proprio anche nei contrasti dell’epoca moderna ha fatto appello al diritto naturale, che la recta ratio può riconoscere. Ma oggi questa recta ratio sembra non dare più una risposta, e il diritto naturale non viene più considerato come ciò che è evidente per tutti, ma piuttosto come una dottrina cattolica particolare. Questo significa una crisi della ragione politica, il che equivale a una crisi della politica come tale. Sembra che ormai esista solo la ragione partitica, non più la ragione comune a tutti gli uomini almeno nei grandi ordinamenti fondamentali dei valori.

    Ma si annovera fra i diritti di libertà fondamentali il diritto di dileggiare e di coprire di ridicolo ciò che è sacro per i cristiani.
    Nel mio dibattito con il filosofo Flores d’Arcais si toccò proprio questo punto – i limiti del principio del consenso. Il filosofo non poteva negare che esistono valori, i quali non possono essere messi in discussione anche da maggioranze. Ma quali? Davanti a questo problema il moderatore del dibattito, Gad Lerner, ha posto la domanda: perché non prendere come criterio il decalogo? E in realtà, il decalogo non è una proprietà privata dei cristiani o degli ebrei. È un’altissima espressione di ragione morale, che come tale si incontra largamente anche con la sapienza delle grandi culture. Riferirsi nuovamente al decalogo potrebbe essere essenziale proprio per il risanamento della ragione, per un nuovo rilancio della recta ratio. Qui emerge ora anche con chiarezza ciò che la fede può fare per una buona politica: essa non sostituisce la ragione, ma può contribuire all’evidenza dei valori essenziali.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    TRIESTE, venerdì, 6 maggio 2005 (ZENIT.org).– Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato dal cardinale Joseph Ratzinger nel ricevere il premio “Liberal”, in occasione delle "Giornate internazionali del pensiero filosofico" svoltesi a Trieste sul tema: "Le due libertà: Parigi o Filadelfia?", il 20 settembre del 2002.

    (il testo sarà diviso in due messaggi, si invita a non spezzarlo dal suo contesto)


    Libertà e religione nell'identità dell'Europa
    di Cardinale Joseph Ratzinger

    Per i politici di ogni partito è oggi ovvio promettere cambiamenti – naturalmente in meglio. Mentre è attualmente in ribasso il successo una volta mitico della parola rivoluzione, tanto più vengono richieste e promesse decise riforme di ampia portata. Si dovrebbe pertanto concludere che nella società moderna domina un profondo senso di insoddisfazione e questo proprio laddove benessere e libertà hanno raggiunto un livello finora sconosciuto.

    Il mondo viene sentito come difficilmente sopportabile, deve diventare migliore, e realizzare questo sembra essere il compito della politica. Poiché dunque secondo l’opinione comune il miglioramento del mondo, l’edificazione di un mondo nuovo costituisce il compito essenziale della politica, si può comprendere anche perché la parola «conservatore» è divenuta sospetta e difficilmente qualcuno vuole essere considerato come conservatore: si tratta infatti, così sembra, non di conservare la condizione attuale, ma di superarla.

    Con questo orientamento di fondo la concezione moderna della politica, anzi, della vita in questo mondo si colloca decisamente in evidente contrapposizione con le visioni di periodi antecedenti, per i quali valeva quale grande compito dell’agire politico proprio la conservazione e la difesa dell’esistente di fronte alla sua minaccia.

    Qui può essere chiarificatrice una piccola osservazione linguistica. Quando il cristianesimo cercò nel mondo romano una parola, con la quale potesse esprimere, in modo sintetico e comprensibile per tutti, cosa significava Gesù Cristo per loro, ci si imbatté nella parola Conservator, con la quale era descritto a Roma il compito essenziale e il servizio più elevato, che era necessario rendere all’umanità. Ma proprio questo titolo i cristiani non poterono e non vollero trasferire sul loro redentore; non potevano proprio tradurre in tal modo la parola Messia-Cristo, il compito del salvatore del mondo.

    Dal punto di vista dell’impero romano doveva in realtà apparire come il più importante compito quello di conservare la situazione dell’impero contro tutte le sue minacce interne ed esterne, poiché questo impero incarnava uno spazio di pace e di diritto, nel quale gli uomini potevano vivere in sicurezza e dignità. Di fatto i cristiani – già anche la generazione apostolica – hanno saputo apprezzare questa garanzia di diritto e di pace che l’impero romano offriva.

    Ai padri della Chiesa davanti al caos minacciante, che si annunciava con le invasioni di altri popoli, interessava certamente il mantenimento dell’impero, delle sue garanzie giuridiche, del suo ordinamento di pace. Nondimeno i cristiani non potevano semplicemente volere che tutto rimanesse come era; l’Apocalisse, che certamente con la sua visione dell’impero si colloca al margine del Nuovo Testamento, dimostrava chiaramente per tutti che vi era anche qualcosa che non poteva essere conservato, ma doveva essere cambiato.

    Che Cristo non potesse essere designato come Conservator, ma come Salvator, non aveva certamente alcun significato politico-rivoluzionario, ma indicava nondimeno i limiti della pura conservazione e rinviava a una dimensione dell’esistenza umana, che va al di là delle funzioni di pace e di ordine proprie della politica.

    Cerchiamo di approfondire un poco questo episodio particolare di una forma della comprensione esistenziale del compito della politica. Dietro l’alternativa, che si era a noi mostrata finora in modo piuttosto indistinto nella contrapposizione fra il titolo di Conservator e di Salvator, si evidenziano in realtà due diverse visioni di ciò che l’agire politico ed etico deve e può realizzare, in cui non solo politica e morale, ma anche politica, religione e morale appaiono reciprocamente intrecciate in diverse modalità.

    Da una parte vi è la visione statica, orientata alla conservazione, che forse si manifesta nel modo più evidente nell’universalismo cinese: l’ordine del cielo, eternamente eguale, offre il suo criterio anche all’agire terreno. È il Tao, la legge dell’essere e della realtà, che gli uomini devono riconoscere e riprendere nell’agire. Il Tao è legge sia cosmica che morale. Garantisce l’armonia di cielo e terra e così anche l’armonia della vita politica e sociale. Disordine, turbamento della pace, caos insorgono quando l’uomo si rivolge contro il Tao, vive ignorandolo o contro di esso.

    Allora contro tali turbamenti e devastazioni della vita comune deve essere restaurato il Tao e così il mondo reso nuovamente vivibile. Tutto dipende dalla conservazione dell’ordine durevole o dal ritorno a esso, qualora fosse stato abbandonato. Qualcosa di analogo è espresso nel concetto indiano del Dharma, che significa l’ordine tanto cosmico che etico e sociale, al quale l’uomo deve adeguarsi, perché la vita si sviluppi armonicamente.

    Il buddismo ha relativizzato questa visione insieme cosmica, politica e religiosa, in quanto ha spiegato tutto quanto il mondo come un ciclo di sofferenze; la salvezza non va cercata nel cosmo, ma nell’uscire da esso. Ma non ha creato nessuna nuova visione politica, in quanto la ricerca della salvezza è concepita in modo non mondano – come orientamento al Nirvana; per il mondo in quanto tale non vengono proposti nuovi modelli.

    Diversamente la fede d’Israele. Anch’essa in realtà con l’alleanza stretta da Dio con Noè conosce qualcosa come un ordine cosmico e la promessa della sua stabilità. Ma per la fede dello stesso Israele l’orientamento verso il futuro diventa sempre più evidente. Non l’eternamente immobile, l’oggi sempre uguale a se stesso, ma il domani, il futuro non ancora presente appare come il luogo della salvezza.

    Il libro di Daniele, la cui redazione si colloca per altro nel corso del Secondo secolo avanti Cristo, offre due grandi visioni storico-teologiche, che divennero di enorme significato per l’ulteriore sviluppo del pensiero politico e religioso. Nel secondo capitolo si trova la visione della statua, che è costituita in parte d’oro, in parte d’argento, in parte di ferro e infine anche di argilla. Questi quattro elementi indicano una successione di quattro regni.

    Alla fine tutti vengono distrutti da una pietra che si stacca da una montagna senza partecipazione di mano d’uomo e che riduce il tutto in polvere, così che il vento ne porta via i resti e di essi non ne rimane più alcuna traccia. La pietra invece diventa una grande montagna e riempie tutta quanta la terra – simbolo di un regno, che il Dio del cielo e della terra erigerà e che non verrà meno per l’eternità (2,44).

    Nel settimo capitolo del medesimo libro appare con un simbolismo forse ancora più impressionante la successione dei regni come il susseguirsi di quattro belve, sulle quali alla fine Dio – presentato come «vegliardo» – esercita un giudizio. Le quattro belve – i grandi imperi della storia del mondo – erano salite dal mare, che rappresenta il simbolo della potenza di minaccia contro la vita per mezzo della morte e dei suoi poteri; dopo il giudizio tuttavia giunge dal cielo l’uomo («un figlio d’uomo»), e gli vengono consegnati tutti i popoli, le nazioni e le lingue per un regno, che è eterno, intramontabile e che mai passerà.

    Mentre nelle concezioni del Tao e del Dharma gli ordinamenti eterni del cosmo hanno un ruolo, l’idea di «storia» quindi non appare affatto, qui ora la «storia» è concepita come una realtà specifica, non riconducibile al cosmo, e con questa realtà antropologica e dinamica precedentemente non avvertita si inaugura una visione totalmente diversa.

    È evidente che una tale rappresentazione di una successione storica di regni, che sono belve voraci in forme sempre più spaventose, non poteva formarsi in uno dei popoli dominatori, ma presuppone quale suo supporto sociologico un popolo che ha coscienza di essere esso stesso minacciato dalla voracità di queste belve e ha anche sperimentato un susseguirsi di potenze che gli hanno conteso il diritto all’esistenza.

    È la visione degli oppressi, che guardano a una svolta della storia e non possono essere interessati alla conservazione dell’esistente. Nella visione di Daniele la svolta della storia si realizza non per un’azione politica o militare – a questo fine mancano semplicemente le forze necessarie. Essa subentra solo per un intervento di Dio: la pietra, che distrugge i regni, si stacca da una montagna «non per mano di uomo» (2,34).

    I Padri della Chiesa videro qui un misterioso preannuncio della nascita di Gesù dalla Vergine, solo per la potenza di Dio; in Cristo essi vedono la pietra, che alla fine diventa montagna e riempie la terra. Nuovo rispetto alle visioni cosmiche, nelle quali semplicemente il Tao o il Dharma stesso si presentano come la potenza del divino, come il «divino», è dunque non solo l’apparire della storia non riducibile al cosmo, ma questa terza realtà e allo stesso tempo prima: un Dio che agisce, al quale si rivolge la speranza degli oppressi.

    Ma già con i Maccabei, che sono da collocare all’incirca nella stessa epoca delle visioni di Daniele, anche l’uomo stesso deve prendere in mano la causa di Dio con un’azione politica e militare; in alcune parti della letteratura di Qumran la fusione di speranza teologica e di azione propriamente umana diventa ancora più evidente. Infine la lotta di Bar Kocheba ha il senso di una chiara politicizzazione del messianismo: Dio si serve per la svolta di un «Messia», che per incarico e con l’autorità di Dio introduce la novità per mezzo di un’azione politica e militare.

    Il Sacrum imperium dei cristiani sia nella sua variante bizantina che in quella latina non ha potuto né voluto riprendere tali concezioni, tanto più in quanto impegnato nuovamente nella conservazione dell’ordine mondiale fondato ora cristianamente, con la convinzione per altro che si era nella sesta epoca della storia, nell’età della vecchiaia e poi sarebbe venuto l’altro mondo, che come ottavo giorno di Dio già correva parallelamente alla storia e quindi sarebbe a questa definitivamente subentrato.

    Continua.....................
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  9. #9
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    In realtà l’apocalittica – come si definisce la corrente della speranza critica della storia, al cui inizio sta il libro di Daniele – non è mai del tutto scomparsa. Essa emerge nuovamente con crescente virulenza a partire dall’illuminismo e diviene ora a partire dal Diciannovesimo secolo in forma secolarizzata e in variazioni contrastanti, la visione politica dominante. La sua forma radicale si trova nel marxismo, che si ricollega a Daniele in quanto valuta negativamente tutta la storia precedente come storia di oppressione e inoltre presuppone come supporto sociologico la classe degli sfruttati, degli operai innanzitutto privati di ogni diritto e dei contadini dipendenti.

    Con un capovolgimento sorprendente, sui motivi del quale non si è ancora riflettuto abbastanza, è però poi divenuto sempre più la religione degli intellettuali, mentre i lavoratori erano giunti per mezzo di riforme a diritti che rendevano per essi superflua la rivoluzione – la grande evasione dall’attuale forma storica. Per essi non era più necessaria la pietra che distruggeva i regni: puntavano piuttosto sull’altra figura di Daniele, quella del leone, che fu messo sui due piedi come un uomo e al quale fu dato un cuore di uomo (7,4).

    Ma dobbiamo forse esaminare ancora un poco più da vicino la fisionomia del nuovo messianismo secolare, come esso si è manifestato nel marxismo, perché esso si aggira ancora come uno spettro in forme diverse nelle anime di molti. Il fondamento di questa nuova concezione della storia è costituito da una parte dalla teoria dell’evoluzione trasferita sulla storia, dall’altra – non senza un legame con la precedente – dalla fede nel progresso nella versione che Hegel le aveva dato.

    Il collegamento con la teoria dell’evoluzione significa che la storia è vista in modo biologistico, anzi, materialistico e deterministico: essa ha le sue leggi e il suo corso, contro il quale si può lottare, ma che alla fine non può essere arrestato. L’evoluzione è subentrata al posto di Dio. «Dio» significa ora: sviluppo, progresso. Ma questo progresso – qui entra Hegel – si realizza in movimenti dialettici; anch’esso ultimamente è compreso in forma deterministica. L’ultima tappa dialettica è il salto dalla storia dell’oppressione nella definitiva storia della salvezza – il passaggio dalle belve al figlio dell’uomo, si potrebbe dire con Daniele. Il regno del Figlio dell’uomo si chiama ora «società senza classi».

    Sebbene da una parte i salti dialettici come eventi naturali avvengano necessariamente, concretamente essi si verificano di fatto attraverso un cammino politico. Il corrispondente politico del salto dialettico è la rivoluzione. Esso è l’opposto della riforma, che si deve respingere, poiché essa in realtà suscita l’impressione che alla belva sia dato un cuore d’uomo e non sia più necessario combatterla. Le riforme distruggono lo slancio rivoluzionario; pertanto si collocano contro la logica interna della storia, sono un’involuzione invece di un’evoluzione, quindi alla fine nemiche del progresso.

    Rivoluzione e utopia – la nostalgia di un mondo perfetto – sono collegate: sono la forma concreta di questo nuovo messianismo, politico e secolarizzato. L’idolo del futuro divora il presente; l’idolo della rivoluzione è l’avversario dell’agire politico razionale in vista di un concreto miglioramento del mondo. La visione teologica di Daniele, dell’apocalittica in genere, è applicata alla realtà secolare, ma allo stesso tempo mitizzata. Infatti entrambe le due idee politiche portanti – rivoluzione e utopia – sono, nel loro legame con l’evoluzione e la dialettica, un mito assolutamente antirazionale: la smitizzazione è urgentemente necessaria, perché la politica possa svolgere la sua opera in modo veramente razionale.

    Dove si colloca ora però, prescindendo da Daniele e dal messianismo politico, la fede cristiana? Qual è la sua visione della storia e per quanto riguarda il nostro agire storico? Prima che io possa tentare di formulare un giudizio complessivo, dobbiamo dare uno sguardo ai più importanti testi del Nuovo Testamento. Qui si possono, senza grandi analisi, distinguere facilmente due gruppi di testi: da una parte vi sono i testi dei Vangeli e degli Atti degli apostoli, che al massimo da lontano lasciano intravedere legami con l’apocalittica; dall’altra parte vi è l’Apocalisse di Giovanni, che – come già dice il nome – appartiene alla corrente dell’apocalittica.

    È noto che i testi delle lettere degli apostoli – in consonanza con la visione tratteggiata nei Vangeli – non sono affatto toccate dal pathos della rivoluzione, anzi, vi si oppongono chiaramente. I due testi fondamentali di Rom 13,1-6 e di 1 Petr 2,13-17 sono molto chiari e da sempre una spina nell’occhio per tutti i rivoluzionari. Romani 13 chiede che «ciascuno» (letteralmente: ogni anima) stia sottomesso alle autorità costituite, perché non c’è alcuna autorità se non da Dio. Un’opposizione all’autorità sarebbe pertanto un’opposizione contro l’ordine stabilito da Dio. Ci si deve sottomettere quindi non solo per costrizione, ma per ragioni di coscienza.

    In modo del tutto analogo la prima Lettera di Pietro richiede sottomissione alle autorità legittime «per amore del Signore»: «Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia...». Né Paolo né Pietro esprimono qui un’esaltazione acritica dello Stato romano. Sebbene essi affermino l’origine divina degli ordinamenti giuridici statali, sono ben lontani da una divinizzazione dello Stato.

    Proprio perché essi vedono i limiti dello Stato, che non è Dio e non si può presentare come Dio, riconoscono la funzione dei suoi ordinamenti e il suo valore morale. Si collocano così in una buona tradizione biblica – pensiamo a Geremia, che esorta gli israeliti esiliati alla lealtà nei confronti dello Stato oppressore di Babilonia, nella misura in cui questo Stato garantisce il diritto e la pace e così anche il relativo benessere di Israele, che è la condizione della sua restaurazione come popolo.

    Pensiamo al Deutero-Isaia, che non ha paura di designare Ciro come l’unto di Dio: il re dei persiani, che non conosce il Dio d’Israele e fa ritornare il popolo in patria per considerazioni puramente pragmatico-politiche, agisce nondimeno, dal momento che si impegna per il ristabilimento del diritto, come strumento di Dio. In questa linea si muove la risposta di Gesù ai farisei e agli erodiani in merito alla questione delle tasse: ciò che è di Cesare, deve essere dato a Cesare (Mc 13,12–17).

    Nella misura in cui l’imperatore romano è garante del diritto, egli può esigere obbedienza; naturalmente l’ambito del dovere di obbedienza viene allo stesso tempo ridotto: esiste ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. Laddove Cesare si innalza a Dio, ha superato i suoi limiti e l’obbedienza sarebbe allora rinnegamento di Dio. Sostanzialmente è in questa linea anche la risposta di Gesù a Pilato, nella quale il Signore proprio di fronte al giudice ingiusto riconosce tuttavia che il potere per l’esercizio del ruolo di giudice, del servizio al diritto, può essere dato solo dall’alto (Gv 19,11).

    Se si considerano queste correlazioni, appare una concezione dello Stato molto sobria: non è determinante la credibilità personale o le buone intenzioni soggettive degli organi dello Stato. Nella misura in cui garantiscono la pace e il diritto, corrispondono a una disposizione divina; con una terminologia di oggi diremmo: rappresentano un ordinamento creaturale.

    Lo Stato è da rispettare proprio nella sua profanità; è necessario a partire dall’essenza dell’uomo come animal sociale et politicum, si fonda su questa natura umana e così è corrispondente alla creazione. In tutto questo è allo stesso tempo contenuta una delimitazione dello Stato: esso ha il suo ambito, che non può superare; deve rispettare il più alto diritto di Dio. Il rifiuto dell’adorazione dell’imperatore e in genere il rifiuto del culto dello Stato è in fondo semplicemente il rifiuto dello Stato totalitario.

    Nella prima lettera di Pietro si manifesta molto chiaramente questa linea di demarcazione, quando l’apostolo dice: «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (4,15s). Il cristiano è vincolato all’ordine giuridico dello Stato come a un ordinamento morale. Qualcosa di diverso è quando egli soffre «come cristiano»: laddove lo Stato punisce l’essere cristiano come tale, non esercita il potere come garante, ma come distruttore del diritto. Allora non è vergogna, ma un onore, essere puniti.

    Chi soffre per questo motivo, si pone proprio nella sofferenza nella sequela di Cristo: il Cristo crocifisso indica i limiti del potere statale e mostra ove hanno fine i suoi diritti e la resistenza nella sofferenza diventa una necessità. La fede del Nuovo Testamento non conosce il rivoluzionario, ma il martire: il martire riconosce l’autorità dello Stato, conosce però anche i suoi limiti. La sua resistenza consiste nel fatto che egli fa tutto ciò che è al servizio del diritto e della comunità organizzata, anche se proviene da autorità estranee o ostili alla fede, ma egli non obbedisce laddove gli viene ordinato di fare il male, cioè di mettersi contro la volontà di Dio. La sua resistenza non è la resistenza della violenza attiva, ma la resistenza di colui che è pronto a soffrire per la volontà di Dio: il combattente della resistenza, che muore con l’arma in mano, non è un martire nel senso del Nuovo Testamento.

    La medesima linea si rivela anche se guardiamo ad altri testi del Nuovo Testamento, che prendono posizione nei confronti del problema dell’atteggiamento cristiano davanti allo Stato. Tito 3,1 dice: «Ricorda loro di essere sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona...». Molto indicativo è 2 Tess 3,10-12, laddove l’apostolo si rivolge contro coloro che – certamente con il pretesto dell’attesa cristiana del ritorno del Signore – non lavorano e non vogliono fare niente di utile. Essi vengono invece esortati a lavorare pacificamente, perché «chi non lavora, non mangia». L’escatologia entusiasta viene fortemente richiamata a ridimensionarsi.

    Un aspetto importante appare anche in 1 Tim 2,2, dove i cristiani vengono esortati a pregare per il re e per tutte le autorità, «perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla». Due cose appaiono qui chiaramente: i cristiani pregano per il re e per le autorità, ma non adorano il re. Il testo data o dal tempo di Nerone – se ne è autore Paolo – o, se è da collocare più tardi, all’incirca dal tempo di Domiziano, quindi due tiranni ostili ai cristiani.

    Nondimeno i cristiani pregano per colui che governa, perché egli possa adempiere il suo compito. Naturalmente qualora egli si faccia Dio, gli rifiutano obbedienza. Il secondo elemento consiste nel fatto che viene formulato il compito dello Stato in una forma straordinariamente sobria, che sembra quasi banale: deve preoccuparsi della pace interna ed esterna. Ciò può, come detto, suonare piuttosto banale, ma in realtà vi è espressa una istanza essenzialmente morale: la pace interna ed esterna sono possibili solo quando sono assicurati i diritti essenziali dell’uomo e della comunità.

    Cerchiamo ora brevemente di inserire queste indicazioni nelle prospettive che abbiamo incontrato in precedenza. A me sembra che si potrebbero dire due cose. La visione storica dinamicizzata dell’apocalittica e delle speranze messianiche fa la sua apparizione solo indirettamente; il messianismo è essenzialmente modificato dalla figura di Gesù. Esso rimane politicamente rilevante, in quanto indica il punto in cui il martirio diventa necessario e così viene precisato il limite dei diritti dello Stato.

    Ogni martirio tuttavia sta sotto la promessa del Cristo risorto e che ritornerà; in questo senso rinvia al di là del mondo presente a una nuova, definitiva comunione degli uomini con Dio e fra di loro. Ma questa delimitazione dell’ambito dello Stato e questa apertura dell’orizzonte a un futuro mondo nuovo non dissolve gli attuali ordinamenti statali che sulla base della ragione naturale e della sua logica devono continuare a governare e sono ordinamenti validi per il tempo della storia. Un messianismo entusiasta escatologico-rivoluzionario è assolutamente estraneo al Nuovo Testamento.

    La storia è per così dire il regno della ragione; la politica non instaura il Regno di Dio, ma certamente deve preoccuparsi per il giusto regno dell’uomo, ciò vuol dire: creare i presupposti per una pace interna ed esterna e per una giustizia, nella quale tutti «possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità» (1 Tim 2,2). Si potrebbe dire che qui è espresso anche il postulato della libertà di religione, come viceversa si ritiene la ragione capace di conoscere i fondamenti morali essenziali dell’essere umano e di realizzarli politicamente. In questo senso vi è una vicinanza con le posizioni che il Tao o il Dharma propongono a fondamento dello Stato.

    Per questo i cristiani potevano guardare positivamente all’idea stoica della legge morale naturale, che proponeva analoghe concezioni nel contesto della filosofia greca. La dinamicizzazione della storia, particolarmente visibile nel libro di Daniele, che non considera la storia semplicemente in modo cosmico, ma la interpreta come dinamica di bene e male in movimento progressivo, rimane presente attraverso la speranza messianica.

    Essa evidenzia i criteri morali della politica e indica i limiti del potere politico; grazie all’orizzonte della speranza, che lascia intravedere al di là della storia e in essa dà il coraggio per il retto agire e per il retto soffrire. In questo senso si può parlare di una sintesi della visione cosmica e storica. Io credo che a partire di qui si può perfino definire esattamente dove corre il confine fra l’apocalittica cristiana e quella non cristiana, gnostica.

    L’apocalittica è cristiana allorquando mantiene il legame con la fede nella creazione; laddove la fede nella creazione, la sua permanenza e la sua fiducia nella ragione vengono abbandonate, là si compie il trapasso dalla fede cristiana alla gnosi. All’interno di queste opzioni di fondo vi è senza dubbio una grande possibilità di variazioni, ma certamente una opzione di fondo comune.
    Un’analisi dei testi, che qui non è possibile, potrebbe mostrare che l’Apocalisse di Giovanni, per quanto il suo pathos di resistenza la distingua dagli scritti apostolici, resta molto chiaramente all’interno dell’opzione cristiana.


    * * *



    Cosa ne consegue da tutto questo per il rapporto fra visione politica e prassi politica oggi? Sull’argomento ci sarebbe senza dubbio da fare una discussione molto ampia, per la quale io non mi sento competente. Ma in due tesi vorrei brevemente raccogliere indicazioni per la traduzione di questi elementi nell’oggi.

    1. La politica è l’ambito della ragione, e più precisamente non di una ragione semplicemente tecnica-calcolatrice, ma morale, poiché il fine dello Stato e così il fine ultimo di ogni politica è di natura morale, cioè la pace e la giustizia. Ciò significa che la ragione morale o – forse meglio – il discernimento razionale di ciò che serve alla giustizia e alla pace, e quindi è morale, deve essere continuamente esercitato e difeso contro oscuramenti che diminuiscono la capacità di discernimento della ragione.

    Lo spirito di parte, che si accompagna al potere, produrrà continuamente miti in diverse forme che si presentano come la vera via della realtà morale nella politica, ma in verità sono mascheramenti e rivestimenti del potere. Nel secolo scorso abbiamo sperimentato due grandi elaborazioni mitiche con conseguenze terribili: il razzismo con la sua falsa promessa di salvezza da parte del nazionalsocialismo; la divinizzazione della rivoluzione sullo sfondo dell’evoluzionismo storico dialettico; in entrambi i casi furono di fatto cancellate le intuizioni morali originarie dell’uomo sul bene e sul male. Tutto ciò che serve il dominio della razza, ovvero tutto ciò che serve l’instaurazione del mondo futuro, è bene – così ci veniva detto –, anche se ciò, secondo le conoscenze dell’umanità finora acquisite, fosse stato un male.

    Dopo la caduta delle grandi ideologie oggi i miti politici sono presentati in modo meno chiaro, ma esistono anche oggi forme di mitizzazione di valori reali che appaiono credibili, proprio per il fatto che si ancorano ad autentici valori, ma appunto anche per questo sono pericolosi, per il fatto che unilateralizzano questi valori in un modo che si può definire mitico. Direi che oggi tre valori sono dominanti nella coscienza comune, la cui unilateralizzazione mitica rappresenta allo stesso tempo un pericolo per la ragione morale di oggi. Questi tre valori continuamente miticamente unilateralizzati sono il progresso, la scienza, la libertà.

    Il progresso è da sempre una parola mitica, che si impone come norma dell’agire politico e umano in generale e appare come la sua più alta qualificazione morale. Chi guarda anche solo al cammino degli ultimi cento anni, non può negare che sono stati raggiunti progressi enormi nella medicina, nella tecnica, nella conoscenza e nello sfruttamento delle forze della natura e progressi ulteriori possono essere sperati. Nondimeno permane di attualità anche l’ambivalenza di questo progresso: il progresso comincia a minacciare la creazione – la base della nostra esistenza; esso produce disuguaglianze fra gli uomini e produce anche sempre nuove minacce al mondo e all’umanità. In questo senso orientare il progresso secondo criteri morali è indispensabile. Secondo quali criteri? Questo è il problema.

    Innanzitutto però deve essere chiaro che il progresso si estende al rapporto dell’uomo con il mondo materiale ma non dà luogo in quanto tale – come il marxismo e il liberalismo avevano insegnato – all’uomo nuovo, alla nuova società. L’uomo come uomo resta uguale nelle situazioni primitive come in quelle tecnicamente sviluppate e non cresce di livello semplicemente per il fatto che ha imparato ad adoperare strumenti meglio sviluppati. L’essere uomo ricomincia da capo in ogni essere umano. Perciò non può esistere la definitivamente nuova, progredita e sana società, nella quale non solo hanno sperato le grandi ideologie, ma che diviene sempre più – dopo che la speranza nell’aldilà è stata demolita – l’obiettivo generale da tutti sperato.

    Una società definitivamente sana presupporrebbe la fine della libertà. Poiché però l’uomo rimane sempre libero, ricomincia a ogni generazione, pertanto si deve anche di nuovo operare per la forma giusta di società nelle sempre nuove condizioni. L’ambito della politica pertanto è il presente e non il futuro – il futuro solo nella misura in cui la politica odierna cerca di creare forme di diritto e di pace che possano valere anche domani e invitare a corrispondenti riforme, che riprendano e continuino ciò che si è raggiunto. Ma non possiamo garantirlo. Io penso che è molto importante tenere presenti questi limiti del progresso ed evitare false scappatoie nel futuro.

    Al secondo posto vorrei menzionare il concetto di scienza. La scienza è un grande bene, proprio perché è una forma di razionalità controllata e confermata dall’esperienza. Ma vi sono anche patologie della scienza, stravolgimenti delle sue possibilità in favore del potere, in cui allo stesso tempo viene intaccata la dignità dell’uomo. La scienza può anche servire alla disumanità, se pensiamo alle armi di distruzione di massa o agli esperimenti umani o al commercio di persone per l’esplantazione di organi ecc. Pertanto deve essere chiaro che anche la scienza deve sottostare a criteri morali e la sua vera natura va sempre perduta allorquando invece che della dignità dell’uomo si mette al servizio del potere o del commercio o semplicemente del successo come unico criterio.

    Infine vi è il concetto di libertà. Anch’esso nell’epoca moderna ha assunto diversi tratti mitici. La libertà non di rado viene concepita in modo anarchico e semplicemente antistituzionale e così diviene un idolo: la libertà umana può essere sempre solo la libertà del giusto rapportarsi reciproco, la libertà nella giustizia, altrimenti diventa menzogna e conduce alla schiavitù.

    2. Il fine di ogni sempre necessaria smitizzazione è la restituzione della ragione a se stessa. Qui però deve ancora una volta essere smascherato un mito che solo ci mette davanti all’ultima decisiva questione di una politica ragionevole: la decisione a maggioranza è in molti casi, forse nella maggioranza dei casi, la via «più ragionevole» per giungere a soluzioni comuni. Ma la maggioranza non può essere il principio ultimo; ci sono valori che nessuna maggioranza ha il diritto di abrogare. L’uccisione degli innocenti non può mai divenire un diritto e non può essere elevato a diritto da alcun potere. Anche qui si tratta ultimamente della difesa della ragione: la ragione, la ragione morale, è superiore alla maggioranza.

    Ma come possono essere conosciuti questi valori ultimi, che costituiscono i fondamenti di ogni politica «ragionevole», moralmente giusta e pertanto vincolano tutti al di là di ogni cambiamento delle maggioranze? Quali sono questi valori? La dottrina dello Stato sia nell’antichità e nel Medioevo come anche nei contrasti dell’epoca moderna ha fatto appello al diritto naturale che la recta ratio può riconoscere. Ma oggi questa recta ratio sembra non dare più una risposta e il diritto naturale non viene più considerato come ciò che è evidente per tutti, ma piuttosto come una dottrina cattolica particolare. Questo significa una crisi della ragione politica, il che equivale a una crisi della politica come tale.

    Sembra che ormai esista solo la ragione partitica, non più la ragione comune a tutti gli uomini almeno nei grandi ordinamenti fondamentali dei valori. Lavorare al superamento di questa situazione è un compito urgente di tutti coloro che hanno nel mondo responsabilità per la pace e la giustizia – e questo in definitiva lo siamo di fatto noi tutti. Questo impegno non è affatto senza prospettive, non lo è proprio per il fatto che la ragione si fa continuamente sentire contro il potere e lo spirito di parte. Esiste oggi un canone dei valori mutato, che praticamente non è messo in discussione, ma in realtà resta troppo indeterminato e mostra zone oscure.

    La triade pace, giustizia, integrità della creazione è universalmente riconosciuta, ma dal punto di vista del contenuto totalmente indeterminata: che cosa è al servizio della pace? Che cosa è la giustizia? Come si protegge nel modo migliore la creazione? Altri valori universalmente praticamente riconosciuti sono l’uguaglianza degli uomini in opposizione al razzismo, la pari dignità dei sessi, la libertà di pensiero e di fede.

    Anche qui vi sono mancanze di chiarezza dal punto di vista dei contenuti, che possono perfino diventare di nuovo minacce per la libertà del pensiero e della fede, ma gli orientamenti di fondo sono da approvare e sono importanti. Un punto essenziale resta controverso: il diritto alla vita per ciascuno, che sia un essere umano, l’inviolabilità della vita umana in tutte le sue fasi. In nome della libertà e in nome della scienza vengono inferte ferite sempre più gravi nei confronti di questo diritto: laddove l’aborto è considerato un diritto di libertà, la libertà di uno è posta al di sopra del diritto alla vita dell’altro. Laddove esperimenti umani con embrioni vengono reclamati in nome della scienza, la dignità dell’uomo viene negata e calpestata nell’essere più indifeso.

    Qui si deve dare spazio alle smitizzazioni dei concetti di libertà e di scienza, se non vogliamo perdere i fondamenti di ogni diritto, il rispetto per l’uomo e per la sua dignità. Un secondo punto oscuro consiste nella libertà di deridere ciò che è sacro per altri. Grazie a Dio presso di noi nessuno si può permettere di deridere ciò che è sacro per un ebreo o per un musulmano. Ma si annovera fra i diritti di libertà fondamentali il diritto di dileggiare e di coprire di ridicolo ciò che è sacro per i cristiani. E infine vi è un ulteriore punto oscuro: matrimonio e famiglia sembrano non essere più valori fondamentali di una società moderna. È richiesto con urgenza un completamento della tavola dei valori e una smitizzazione di valori miticamente alterati.

    Nel mio dibattito con il filosofo Paolo Flores d’Arcais si toccò proprio questo punto – i limiti del principio del consenso. Il filosofo non poteva negare che esistono valori, i quali non possono essere messi in discussione anche da maggioranze. Ma quali? Davanti a questo problema il moderatore del dibattito, Gad Lerner, ha posto la domanda: perché non prendere come criterio il Decalogo? E in realtà il Decalogo non è una proprietà privata dei cristiani o degli ebrei. È un’altissima espressione di ragione morale che come tale si incontra largamente anche con la sapienza delle altre grandi culture. Riferirsi nuovamente al Decalogo potrebbe essere essenziale proprio per il risanamento della ragione, per un nuovo rilancio della recta ratio.

    Qui emerge ora anche con chiarezza ciò che la fede può fare per una buona politica: essa non sostituisce la ragione, ma può contribuire all’evidenza dei valori essenziali. Attraverso la concretezza della vita nella fede conferisce a essi una credibilità, che poi illumina e risana anche la ragione. Nel secolo trascorso – come in tutti i secoli – proprio la testimonianza dei martiri ha posto dei limiti agli eccessi del potere e ha così contribuito in modo decisivo al risanamento della ragione.

    *fine*
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  10. #10
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    Il testo integrale della prima intervista di Benedetto XVI data a Radio Vaticana

    Padre Santo, il 25 aprile lei ha detto: sono contento di andare a Colonia. Contento, perchè?

    Risposta
    Per molte ragioni. Prima di tutto, ho passato degli anni molto belli in Renania, e mi fa piacere di poter condividere di nuovo l'indole della Renania, di questa città aperta al mondo, e tutto quanto ad essa è legato. E poi perchè‚ la Provvidenza ha voluto che il mio primo viaggio all' estero fosse proprio in Germania: mai avrei osato organizzarlo io stesso!, ma se poi è proprio il Buon Dio a disporre così, certo, abbiamo il diritto di gioirne! Ed anche il fatto che questo primo viaggio all estero sia proprio un incontro con i giovani di tutto il mondo ... Incontrare i giovani è sempre bello, perchè‚ magari hanno anche tanti problemi, ma sicuramente portano con s‚ tanta speranza, tanto entusiasmo, tante aspettative: nei giovani c è la dinamica del futuro! Da un incontro con i giovani si esce sempre con una carica nuova, più allegri, più aperti. Ecco, questi sono alcuni dei motivi che poi, con il passare del tempo, hanno ulteriormente rafforzato, e non certo diminuito la mia gioia.

    Santità, quale il messaggio specifico che Lei vuole portare ai giovani che da tutto il mondo vengono a Colonia? Qual è la cosa più importante che lei vuole trasmettere loro?

    Vorrei fare capire loro che è bello essere cristiani! L idea genericamente diffusa è che i cristiani debbano osservare un immensità di comandamenti, divieti, principi e simili e che quindi il cristianesimo sia qualcosa di faticoso e oppressivo da vivere e che si è più liberi senza tutti questi fardelli. Io invece vorrei mettere in chiaro che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello ma sono ali e che è bello essere cristiani. Questa esperienza ci dona l ampiezza, ci dona però soprattutto la comunità, il fatto cioè che come cristiani non siamo mai soli: in primo luogo c è Dio, che è sempre con noi; e poi noi, tra di noi, formiamo sempre una grande comunità, una comunità in cammino, che ha un progetto per il futuro: tutto questo fa sì che viviamo una vita che vale la pena di vivere. La gioia di essere cristiano: è bello ed è giusto, anche, credere!

    Santo Padre, essere Papa significa essere costruttore di ponti pontifex, appunto. La Chiesa poggia su una saggezza antica, e Lei si trova oggi ad incontrare una gioventù che sicuramente ha tanto entusiasmo, ma in quanto a saggezza ha ancora molta strada da fare ... Come è possibile costruire un ponte tra questa antica saggezza compresa anche quella del Papa, che ha una certa età e la gioventù? Come si fa?

    Staremo a vedere quanto il Signore sarà disposto ad aiutarmi, in questa opera! Comunque, la saggezza non è quella cosa che ha un po il sapore di stantìo in tedesco, a questa parola si associa un po anche questo sapore! Piuttosto, intendo per saggezza la comprensione di quello che è importante, lo sguardo che coglie l essenziale. E ovvio che i giovani devono ancora imparare a vivere la vita, vogliono scoprirla da soli, non vogliono trovarsi la pappa pronta . Ecco, qui forse si potrebbe vedere un po la contraddizione. Al contempo, però, la saggezza aiuta ad interpretare il mondo, che è sempre nuovo perchè‚, sia pur calato in nuovi contesti, riporta sempre e comunque all essenziale e a come, poi, l'essenziale possa essere messo in pratica. In questo senso, credo che parlare, credere e vivere partendo da qualcosa che è stato donato all umanità e le ha acceso dei lumi, non sia una pappa pronta stantìa , ma sia invece adeguato proprio alla dinamica della gioventù, che chiede cose grandi e totali. Ecco cos è la saggezza della fede: non il fatto di riconoscere una gran quantità di dettagli, caratteristica necessaria invece in una professione, ma riconoscere, al di là di tutti i dettagli, l essenziale della vita, come essere Persona, come costruire il futuro.

    Santità, Lei ha detto, e questa Sua affermazione è stata ripresa: La Chiesa è giovane , non è una cosa vecchia. In che senso?

    Intanto, in senso strettamente biologico, perchè‚ ad essa appartengono molti giovani; ma essa è anche giovane perchè‚ la sua fede sgorga dalla sorgente di Dio, quindi proprio dalla fonte dalla quale viene tutto quello che è nuovo e rinnovatore. Non si tratta quindi di una minestra rifatta, scaldata e riscaldata, che ci viene riproposta da duemila anni. Perch‚ Dio stesso è l origine della giovinezza e della vita. E se la fede è un dono che viene da Lui è l acqua fresca che sempre ci viene donata quella che poi ci consente di vivere e che poi noi, a nostra volta, possiamo immettere come forza vivificatrice nelle strade del mondo, vuol dire allora che la Chiesa ha la forza di ringiovanire. Uno dei Padri della Chiesa, osservando la Chiesa, aveva considerato che, con il passare degli anni, sorprendentemente essa non invecchiava ma diventava sempre più giovane, perch‚ essa va sempre più incontro al Signore, sempre più incontro a quella sorgente dalla quale sgorga la giovinezza, la novità, il ristoro, la forza fresca della vita.

    Lei conosce la Chiesa tedesca meglio di me. Una delle questioni fondamentali è l ecumenismo, l'unità della Chiesa soprattutto tra la Chiesa cattolica e le Chiese evangeliche. Forse esiste anche l utopica speranza che la GMG possa imprimere una svolta all ecumenismo. Quale posto riveste l ecumenismo a Colonia?

    Esiste in quanto il compito dell'unità permea tutta l'entità della Chiesa e non è un compito qualsiasi, a margine. Quando poi la fede è vissuta e trattata in maniera centrale , essa stessa rappresenta un impulso all'unità.
    Ovviamente, il dialogo ecumenico come tale non è all'ordine del giorno a Colonia, perchè‚ Colonia è sostanzialmente un incontro tra giovani cattolici di tutto il mondo e anche con quei giovani che non sono cattolici ma che vogliono sapere se da noi possono trovare una risposta alle loro domande. Quindi, immagino che questa dimensione dell'ecumenismo possa essere presente piuttosto negli incontri tra i giovani: i giovani non parlano soltanto con il Papa ma sostanzialmente si incontrano anche tra di loro. Io avrò un incontro con i nostri fratelli evangelici: purtroppo, non avremo molto tempo perchè‚ il programma del giorno è fittissimo; ma sarà sufficiente per riflettere su come vogliamo andare avanti. Ricordo molto bene e con piacere la prima visita di Giovanni Paolo II in Germania: a Magonza, erano seduti allo stesso tavolo, lui ed i rappresentanti della Comunità evangelica, a ragionare su come procedere. In seguito a quell incontro fu istituita quella Commissione dalla quale è scaturita poi la Dichiarazione di Augusta sulla Giustificazione. Credo che sia importante che noi tutti abbiamo sempre, costantemente presente l unità, proprio nella centralità del nostro essere cristiani e non solo nell occasione di determinati incontri; per questo, qualunque cosa possiamo fare a partire dalla nostra fede, avrà comunque un significato ecumenico.

    Santità, purtroppo proprio nei nostri Paesi ricchi del Nord, si manifesta un allontanamento dalla Chiesa e dalla fede in generale, ma soprattutto da parte dei giovani. Come ci si può opporre a questa tendenza? O meglio, come si può dare una risposta alla ricerca del senso della vita Che senso ha la mia vita? da parte dei giovani, per far sì che i giovani dicano: Ehi, ecco quello che fa per noi: è la Chiesa!

    Ovviamente, stiamo tutti cercando di presentare il Vangelo ai giovani in maniera che essi comprendano: Ecco il messaggio che stavamo aspettando! . E vero anche che nella nostra società occidentale moderna ci sono molte zavorre che ci allontanano dal cristianesimo; la fede appare molto lontana, anche Dio appare molto lontano ... La vita invece piena di possibilità e di compiti ... e tendenzialmente il desiderio dei giovani è di essere padroni della propria vita, di viverla al massimo delle sue possibilità ... Penso al Figliol Prodigo che considerava noiosa la sua vita nella casa paterna: Voglio vivere la vita fino in fondo, godermela fino in fondo! . E poi si accorge che la sua vita è vuota e che in realtà era libero e grande proprio quando viveva nella casa di suo padre! Credo però che tra i giovani si stia anche diffondendo la sensazione che tutti questi divertimenti che vengono offerti, tutto il mercato costruito sul tempo libero, tutto quello che si fa, che si può fare, che si può comprare e vendere, poi alla fine non può essere il tutto . Da qualche parte, ci dev essere il di più ! Ecco allora la grande domanda: Cos è quindi l essenziale? Non può essere tutto quello che abbiamo e che possiamo comprare! . Ecco allora il cosiddetto mercato delle religioni che però in qualche modo torna ad offrire la religione come una merce e quindi la degrada, certamente. Eppure indica che esiste una domanda. Ora, occorre riconoscere questa richiesta e non ignorarla, non scansare il cristianesimo come qualcosa di ormai concluso e sufficientemente sperimentato, e contribuire affinch‚ esso possa essere riconosciuto come quella possibilità sempre fresca, proprio perch‚ originata da Dio, che cela e rivela in s‚ dimensioni sempre nuove ... In realtà, il Signore ci dice: Lo Spirito Santo vi introdurrà in cose che io oggi non posso dirvi! . Il cristianesimo è pieno di dimensioni non ancora rivelate e si mostra sempre fresco e nuovo, se la domanda è posta dal profondo; in un certo senso, la domanda che già c è si imbatte con la risposta che viviamo e che noi stessi, proprio attraverso quella domanda, riceviamo sempre di nuovo. Questo dovrebbe essere l evento nell incontro tra l annuncio del Vangelo e l essere giovani.

    Domanda: Ho la sensazione che l Europa stia rinunciando a se stessa, ai suoi valori, a quei valori fondati sul cristianesimo e anche i valori umani, che questi contino sempre meno. Noi europei viviamo con una certa stanchezza, mentre ad esempio cinesi e indiani mostrano una grande vitalità. Parliamo delle radici cristiane, in riferimento anche al Trattato costituzionale dell Unione Europea. L Europa è in crisi. Ora, un evento come la Giornata mondiale della Gioventù, alla quale è previsto che partecipi quasi un milione di persone, può dare un impulso a ricercare le radici cristiane, soprattutto da parte dei giovani, affinchè‚ possiamo tutti continuare a vivere in maniera umana?

    Ce lo auguriamo, perchè‚ proprio un incontro del genere, tra persone che vengono da ogni continente, dovrebbe dare un impulso nuovo anche al continente vecchio , che lo ospita; dovrebbe aiutarci a non guardare solo a quanto vi è di malato, di stanco, di mancato nella storia europea non dimentichiamo che ci troviamo in una fase di auto-commiserazione e auto-condanna. Ma in tutte le storie c è stato qualcosa di malato , anche se nella nostra, che pure ha sviluppato possibilità tecniche così grandi, questo assume un significato ancora più drammatico. Dobbiamo però guardare anche alle cose grandi che sono nate in Europa! Diversamente non sarebbe possibile, oggi, che tutto il mondo vivesse in qualche modo della civiltà che in Europa si è sviluppata, se questa civiltà non avesse radici molto profonde! Oggi noi abbiamo solo queste da offrire; succede invece che raccogliendo questa civiltà, ma cercando altre radici, alla fine si cade in contraddizione. Credo che questa civiltà, con tutti i suoi pericoli e le sue speranze, possa essere dominata e condotta alla sua grandezza solo se essa imparerà a riconoscere le sorgenti della sua forza; se riusciremo di nuovo a vedere quella grandezza, in modo che restituisca l orientamento e l importanza alla possibilità di essere Uomo, così minacciata; se riusciremo di nuovo a gioire del fatto di vivere in questo continente che ha determinato le sorti del mondo nel bene e nel male. Proprio per questo noi abbiamo il dovere costante di riscoprire la verità, la purezza, la grandezza e di determinarne il futuro, per porci quindi in maniera nuova e magari migliore al servizio dell' umanità intera.

    Un'ultima domanda. Lo scopo ideale da raggiungere con la Giornata mondiale della Gioventù di Colonia: se proprio tutto andasse nel migliore dei modi ...

    Sicuramente che passi un vento di nuova fede sulla gioventù, sopratutto sulla gioventù della Germania e dell'Europa. In Germania ci sono tuttora grandi istituzioni cristiane, i cristiani compiono ancora molte opere di bene, ma c è anche tanta stanchezza. Siamo talmente impegnati a risolvere questioni strutturali che ci mancano poi l entusiasmo e la gioia che vengono dalla fede. Se questa ventata riuscisse a far rivivere in noi la gioia di conoscere Cristo, e riuscisse a imprimere un nuovo slancio alla Chiesa che è in Germania e in tutta Europa, penso che potremmo dire che la Giornata mondiale della Gioventù ha raggiunto il suo scopo.

    Santità, La ringraziamo di cuore per questo colloquio, Le auguriamo ogni bene e la Benedizione di Dio per i giorni belli seppur faticosi che La aspettano a Colonia.

    Grazie!

    ***************************
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 
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