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  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Lightbulb Il cammino della libertà

    Ritratti di uomini e donne, piccoli e grandi, che hanno lasciato un segno nel grande cammino della libertà.


    Frédéric Bastiat, contro i sofismi protezionisti

    Frédéric Bastiat (1801-1850) è stato uno degli intellettuali più vivaci di un'epoca tumultuosa della vita politica e sociale della Francia, la prima metà del XIX secolo. Avversario di ogni concentrazione di potere, la sua esistenza - come quella di molti della sua generazione - è ironicamente delimitata dai fasti della famiglia Bonaparte. Bastiat appartiene a quella leva di liberali francesi post-rivoluzionari che ha sempre combattuto contro ogni forma di assolutismo e - grazie all'interesse per l'economia - contro il nuovo nemico che nasce proprio in quel paese e in quegli anni: il socialismo.

    Nato nel sud ovest della Francia in una famiglia agiata, Bastiat perde giovanissimo i genitori e viene educato da una zia e da un nonno. I suoi interesse culturali cominciano presto ad orientarsi verso l'economia in generale, e le questioni doganali in particolare. Le sue letture sono gli economisti francesi dell'epoca, segnatamente Jean-Baptiste Say, Charles Dunoyer, Charles Comte, ma la sua visione in favore della libertà del commercio internazionale è fortemente influenzata dalla battaglia condotta in Inghilterra dalla "Anti-Corn Law League" di Richard Cobden e John Bright. La Lega dei cosiddetti "manchesteriani" mira alla liberalizzazione degli scambi e all'abbattimento di tutte le barriere protettive, una battaglia coronata da successo nel 1846 con l'abolizione del dazio sul grano. Dopo l'incontro con Cobden, Bastiat sarà il traduttore e il divulgatore delle idee dei liberoscambisti d'oltre Manica in Francia. Non a caso il suo debutto nel dibattito economico nazionale avviene con un articolo pubblicato nel 1844 sul Journal des Économistes, in tema di dazî e protezionismo: De l'influence des tarifs français et anglais sur l'avenir des deux peuples. Superati i quarant'anni, questo schivo intellettuale di provincia, sempre lontano da circoli e salotti parigini, inizia una sfortunatamente breve ma incredibilmente prolifica attività di pubblicista che lo colloca al centro della vita politica e culturale francese.

    Nel 1845 pubblica la prima serie dei Sophismes économiques (la seconda è del 1848), raccolta di brevi scritti in cui - anche in forma satirica - smantella alcuni dei luoghi comuni più diffusi tra specialisti e no. L'anno seguente partecipa a Bordeaux alla creazione della "Association pour la liberté des échanges" e pubblica numerosi articoli sul libero scambio su diverse riviste, tra cui il Journal des Économistes e il Journal des Débats. Nel novembre inizia le pubblicazioni il settimanale Le Libre Échange di cui Bastiat sarà direttore fino al febbraio 1848.

    Dopo la rivoluzione del febbraio 1848 che cancella la monarchia orleanista di Luigi Filippo e instaura la seconda Repubblica, Bastiat è eletto deputato delle Landes alla Assemblea Costituente, e l'anno dopo è confermato alle legislative.

    In questo bienno escono alcuni dei più noti pamphlets di Bastiat, forse il genere che meglio si addice alle sue caratteristiche di scrittore brillante e polemico: Propriété et Loi, Justice et Fraternité, Propriété et Spoliation, L'État, Protectionnisme et communisme, Capital et rente, Paix et liberté ou le budget républicain, Les incompatibilités parlementaires, Maudit argent.

    Uomo politico e scrittore di successo, nel 1850 Bastiat tenta di sistematizzare il suo pensiero di economista con la pubblicazione di una monografia: le Harmonies économiques. Negli stessi mesi sono pronti altri pamphlets: Spoliation et Loi, La Loi, Baccalauréat et socialisme, Ce qu'on voit et ce qu'on ne voit pas, Sur la balance du commerce.

    Ma lo stato di salute peggiora. Come si usava allora, gli viene consigliato di trascorrere l'inverno in Italia. In settembre Bastiat parte, soggiorna a Pisa e a Roma dove muore la vigilia di Natale. Frédéric Bastiat riposa nella chiesa di San Luigi dei Francesi.

    Il pensiero di Bastiat è quello di un liberale coerente che ha sempre affermato i principî di libertà in ogni campo: il lavoro, lo scambio, l'iniziativa economica, la religione, l'educazione e la scuola. Egli era infatti un giusnaturalista che credeva nell'intangibilità dei diritti naturali dell'individuo e nella naturalità della società, luogo dove deve regnare la libertà, il più alto valore politico. Di conseguenza Bastiat riteneva che il governo fosse un'istituzione artificiale da limitare alle semplici funzioni della protezione dei diritti individuali: difesa, ordine pubblico e amministrazione della giustizia. In base a queste premesse, il pamphlettista francese era un anti-protezionista, un anti-colonialista, un anti-militarista. Ed era anche per le stesse ragioni un anti-socialista. Tutto si tiene, infatti, nel senso che il socialismo, il protezionismo, il militarismo e il colonialismo sono aspetti di uno stesso fenomeno, il potere arbitrario e incontrollato dello Stato. Una delle frasi più efficaci di Bastiat è dedicata proprio all'istituzione politica trionfante nella modernità: "Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti si danno da fare per vivere a spese di tutti". Aumentare la sfera di intervento pubblico nella società significa incentivare il parassitismo e la ricerca di rendite di posizione, creare il vero scontro sociale in opposizione all'"armonia" del mercato. Il mercato, infatti, è il luogo sociale di incontro dei bisogni e dell'attività per soddisfarli, dove si produce armonia e pace. La libertà permette agli uomini di conseguire i propri fini molto meglio della costrizione messa in atto dagli apparati pubblici.

    Per l'economista francese la libertà è il più alto valore politico e anche un efficace mezzo per risolvere problemi. Questa è la grande lezione di Bastiat: amare la libertà e avere fiducia nella libertà.

    Di Frédéric Bastiat sono disponibili in italiano: Proprietà e legge, e Giustizia e fraternità, in Contro lo statalismo. Bastiat, de Molinari, a cura di Carlo Lottieri, Macerata, Liberilibri, 1994. Il potere delle illusioni, a cura di A. Falato, Napoli, Guida, 1998 (comprende Lo Stato e Ciò che si vede e ciò che non si vede). La Legge, a cura di N. Iannello e con un'introduzione di C. Lottieri, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2001. Delle Armonie economiche esiste l'edizione: Torino, Utet, 1949, fuori catalogo.

    Nicola Iannello

  2. #2
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    Ottimo il Bastiat, e per tanti versi, ancora attuale in molte ....delle sue riflessioni fondamentali.

    Shalom

  3. #3

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

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    Richard Cobden, libero scambio e questione morale

    Oggi che persino i suoi critici più accaniti sono disposti a concedere che "la globalizzazione è una realtà", sembra impossibile che un tempo fosse solo un sogno. L'uomo che la sognò più intensamente si chiamava Richard Cobden, e non era certo nato sotto i migliori auspici.
    Quarto di undici figli, Cobden vide la luce il 3 giugno 1804, figlio di un agricoltore sfortunato, William, che finì in bancarotta quando Richard era ancora bambino.

    Così, a quindici anni cominciò a lavorare come impiegato nell'impresa tessile dello zio, per poi diventare rappresentante e una dozzina di anni dopo, assieme a due soci, mettere in piedi una propria azienda (sempre nel settore tessile). A Cobden gli affari andavano a gonfie vele, aveva occhio per gli investimenti, spirito imprenditoriale. E un cuore buono: morta sua madre, fallito un altro dei suoi fratelli, il peso della famiglia ricadde interamente sulle sue spalle. Non solo se ne prese cura e diede una mano a ciascuno dei suoi parenti, ma si prodigò anche in altre opere di bene, e aprì la prima scuola del paese in cui viveva.

    Avendo compreso che lui pure necessitava di un'istruzione, cominciò a leggere voracemente i libri più diversi. S'interessava di matematica, certo, ma soprattutto di storia europea e di letteratura inglese.

    Leggeva, e scriveva. Il suo primo pamphlet è del 1835, England, Ireland and America, e in quel volumetto, fra le altre cose, egli spiega perché fosse così necessario al benessere di tutta la popolazione evitare di mettere il naso nelle guerre altrui, e guardarsi bene dall'impugnare la spada per primi. Una tesi simile è quella di Russia (1836), in cui svillaneggiava l'idea (all'epoca popolarissima) che la Russia rappresentasse una minaccia contro la quale l'Inghilterra doveva armarsi a puntino.

    Negli anni seguenti, Cobden viaggiò in Francia, in Svizzera, negli Stati Uniti, in Spagna e le sue convinzioni profonde presero pian piano corpo. Rimase sorpreso nell'osservare individui diversi per estrazione e nazionalità, che erano stati nemici implacabili solo qualche anno prima, scambiare beni e idee sul mercato, costruendo comprando e vendendo i presupposti della pace.

    Fu nel 1837 che un signore di nome John Bright chiese a Cobden di fare una conferenza sul tema dell'educazione e della scuola: e fu così che i due, i cui nomi inevitabilmente s'intrecciano sui libri di storia, si conobbero l'un l'altro. Di poco più giovane, Bright, come Cobden, aveva finito appena la scuola elementare, ma vantava una curiosità intellettuale divorante, e un amore pressoché totale per il valore eterno della libertà.

    S'erano appena incontrati, e alcuni mesi dopo Cobden e Bright già avevano in mente quell' Anti Corn Law League che è stata il più importante movimento popolare a sostegno del libero scambio. Lanciata ufficialmente nel marzo del 1839, la League si proponeva di riunire circoli culturali e persone in un'azione comune contro le Corn Laws, appunto, cioè i dazi sul grano. A spingerli era l'idea, spiega lo storico Jim Powell, che "il libero scambio potesse conquistare l'immaginario popolare come una questione morale".

    La predicazione di Cobden e Bright non lasciò mai adito a dubbi: in ballo non c'era un'idea aleatoria di efficienza, c'era un principio concreto di giustizia. E per quel principio morale, per la libertà di scambio, Cobden fu pronto a sacrificare se stesso: fino a vendere la sua quota della fabbrica che aveva contribuito a creare, un modo come un altro per raggranellare i quattrini sufficienti a lanciare una campagna in grande stile.

    Cobden fu molto abile nel presentare i suoi argomenti. In particolar modo, seppe spiazzare i suoi interlocutori dimostrando che i dazi rappresentavano un costo altissimo persino per chi ne beneficiava: riuscì a far capire, ad esempio, agli agricoltori di Chester, Glocester e Wiltshire che sì, le pesanti tariffe proteggevano il loro formaggio dalla concorrenza straniera, ma a causa degli stessi dazi essi finivano per pagare cifre spropositate per altri beni, dalla farina d'avena ai fagioli.

    Così, Cobden e Bright salivano assieme sul palco per smascherare agli occhi delle masse l'iniquità truffaldina del protezionismo. Cobden parlava sempre per primo, seminando dubbi, vivisezionando con precisione chirurgica il cancro del sistema, lasciando intravedere al pubblico la sagoma della verità. Poi toccava a Bright, che ci metteva passione e zelo quasi religioso, che coltivava nella folla un senso di oltraggio, di sdegno, per l'ingordigia dei protezionisti. Cobden era la mente, Bright il cuore: girarono assieme l'Inghilterra come trottole, praticamente per dieci anni.

    A un certo punto Cobden decise di entrare in Parlamento (ce la fece al secondo tentativo, nel 1841), ma la League fu sempre il primo dei suoi pensieri. Ci fu un momento - la sua ex azienda attraversava un periodo di crisi, e sua moglie era appena morta di tubercolosi - in cui accarezzò la prospettiva di ritirarsi a vita privata. Bright lo dissuase, "non ci riposeremo mai finché le Corn Laws non saranno state abolite".

    Non si riposarono, andarono avanti al ritmo sfiancante di una conferenza ogni sera, ma ce la fecero. Il primo ministro Robert Peel annunciò l'abolizione delle Corn Laws, che vennero completamente spazzate via il primo febbraio 1849. La Camera dei Comuni passò il provvedimento con 327 a favore e 229 contrari: Macaulay e gli altri liberali si precipitarono a stringere la mano di Cobden.

    Divenne il loro nuovo beniamino: nel 1849, l'Inghilterra abolì anche gli atti di navigazione, e spalancò i suoi porti alle navi straniere. E fra il 1853 e il 1879, il primo ministro Whig William Gladstone ridusse drasticamente il numero dei dazi: da 1152 a 48.

    Non contento, Cobden dedicò il resto dei suoi anni a fare della pace una bandiera. Suggerì drastiche riduzioni alla spesa militare, e spiegò come pace e mercato sono sinonimo l'uno dell'altra.

    Morì il 2 aprile 1865. Qualche mese prima, assieme a un amico aveva visitato il cimitero della cattedra di St. Paul, che ospita così tanti eroi inglesi. "Dovresti essere sepolto qui", gli suggerì quello. "Preferirei di no", risposte Cobden, "il mio spirito non si sentirebbe a suo agio in mezzo a questi uomini famosi per le loro guerre". Il nome di Richard Cobden, l'appassionato architetto della globalizzazione, sta meglio in compagnia dei meticolosi costruttori della pace.

    Alberto Mingardi

  5. #5
    Silvioleo
    Ospite

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    Ludwig von Mises, un uomo solo contro il socialismo


    Ludwig von Mises (1891-1973) è stato per lungo tempo la figura preminente della Scuola austriaca di economia. Ma egli non è stato solamente un economista. Come tutti gli esponenti di quella tradizione di ricerca, è stato uno studioso che ha attraversato l'intero campo delle scienze sociali.

    Già in epoca anteriore alla Prima guerra mondiale, egli aveva compreso che la marea montante di idee interventiste e socialiste avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza della società liberale. Eccolo allora nel 1919, in una conferenza il cui testo sarà pubblicato l'anno successivo, sostenere l' "impraticabilità" del socialismo. E' una tesi ripresa e sviluppata nel 1922 in Gemeinwirtschaft (Socialismo), il libro in cui si trova la più completa e devastante critica mai rivolta al sistema di pianificazione economica.

    Mises ricorre dapprima a un argomento proveniente dalla teoria della conoscenza. Mette a fuoco le insormontabili difficoltà di fronte a cui si viene a trovare il pianificatore. Questi dovrebbe essere "simile a Dio". Le conoscenze e le informazioni di cui egli dovrebbe disporre sono quelle di una "divinità onnipotente e onnisciente", la quale si desse "carico delle vicende umane": perché solo una mente del genere, il cui giudizio sarebbe "infallibile", potrebbe "tenere conto di tutto ciò che può rivestire una certa importanza per la collettività", "dare una giusta valutazione delle contrade più lontane e (…) giudicare correttamente le necessità dei secoli a venire".

    Mises non si limita però a eccepire che nessun uomo, nemmeno quello socialista, può essere onnisciente. Affronta il livello operativo. E lo fa con esemplare chiarezza. Si sofferma su ciò che il socialismo vuole realizzare. E, com'è noto, l'obiettivo socialista è abolire la proprietà privata e sopprimere il mercato. Accade tuttavia che, se si rinunzia al sistema dei prezzi che dalla proprietà privata e dal mercato viene generato, ci si preclude la possibilità del calcolo economico. Non si è più in grado di misurare i costi e ricavi. E ne discende che il socialismo coincide con l' "abolizione dell'economia razionale". Il che condanna ogni atto produttivo a "brancolare nelle tenebre".

    Le conseguenze sono ovvie. Se in un sistema socialista il calcolo economico è impossibile, lo stesso socialismo è "impraticabile". I suoi esperimenti non hanno futuro, sono destinati al fallimento. Per di più, quella poca e grama vita che esso può avere è facilitata dal capitalismo. Infatti, in un mondo in cui non ci fossero i prezzi generati dal sistema capitalistico, la vulnerabilità socialista sarebbe ancora maggiore, perché mancherebbero pure i prezzi prodotti dallo scambio di mercato. E il pianificatore socialista non avrebbe alcun punto di riferimento. Non ne avrebbe di propri, giacché il socialismo è incapace di produrne; e non avrebbe quelli generati dal sistema capitalistico.

    L'insegnamento di Mises avrebbe potuto evitarci tanti errori: ma la sua tesi è stata a lungo presentata dai suoi oppositori come quella di un isolato "dottrinario". Trionfava all'epoca la certezza dell'ineluttabilità del socialismo o di altri sistemi statocentrici, tutti parimenti rivolti alla soppressione della libertà individuale. E la previsione di Mises era guardata con fastidio. La ragione critica veniva considerata una mera petulanza. E tuttavia chiunque avesse avuto la forza di accostarsi alla questione con un minimo di rigore scientifico o di semplice onestà avrebbe dovuto riconoscere la fondatezza degli argomenti utilizzati dallo studioso viennese.

    Pur nell'isolamento, Mises ha incoercibilmente continuato a portare avanti le proprie idee. Stando alla finestra del suo ufficio, che si affacciava sulla Ringstrasse, confidava a Fritz Machlup (uno dei suoi allievi): "probabilmente in questo posto crescerà dell'erba, poiché la nostra civiltà è destinata a finire". Ed è sembrato davvero, in momenti ancora più travagliati di quelli in cui Mises dialogava con i suoi allievi viennesi, che la civiltà occidentale dovesse essere sopraffatta. Saranno quelli i giorni in cui lo stesso Mises si vedrà costretto a lasciare Vienna e a stabilirsi a Ginevra, dove sarà collega, presso l'Institut des Hautes Etudes Internationales, di Wilhelm Roepke, Hans Kelsen, Paul Mantoux, Louis Baudin, Guglielmo Ferrero. E saranno i giorni in cui sarà costretto a rifugiarsi come esule politico negli Stati Uniti, dove nondimeno fino alla morte tenne un seminario dal quale uscirono brillanti intelligenze come Israel Kirzner e Murray Rothbard.

    Figura negletta e messa ai margini in vita, Ludwig von Mises venne in qualche modo riscattato dall'attribuzione del Premio Nobel, un anno dopo la sua morte, al più grande dei suoi discepoli, Friedrich A. von Hayek.

    Nemico acerrimo del socialismo e della pianificazione, Mises fu invece il più appassionato e generoso sostenitore del libero mercato e della libertà individuale.

    "Oggi nel mondo non vediamo altro che protezionismi", scrisse. "E l'aspetto grottesco di un'idea del genere (il protezionismo, cioè) sta nel fatto che tutti gli Stati pensano in tal modo di ridurre le importazioni ma di aumentare contemporaneamente le esportazioni. Ma l'unico risultato di questa politica è stata la riduzione della divisione internazionale del lavoro e quindi l'abbassamento generalizzato della produttività; e, se esso non emerge alla luce del sole, è per il semplice fatto che i progressi dell'economia capitalistica sono ancora abbastanza grandi da controbilanciarla".

    "Qualunque sia la realtà dei presupposti del commercio internazionale, i dazi protettivi possono ottenere un solo risultato: che non si produce più dove le condizioni naturali e sociali sono migliore ma altrove, cioè dove le condizioni sono peggiori. Le politiche protezioniste hanno dunque sempre per effetto la diminuzione del prodotto del lavoro umano".

    Lorenzo Infantino

  6. #6
    Silvioleo
    Ospite

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    Su Mises e la scuola austriaca vi rimando a quest'altro 3d: http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=150062

  7. #7
    Silvioleo
    Ospite

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    Murray N. Rothbard, il mercato contro il potere

    Murray N. Rothbard (1926-1995), è stato uno dei più grandi sostenitori mai vissuti del mercato, della libera iniziativa e della libertà degli scambi.

    Egli ebbe come punti di riferimento nella sua formazione sia la romanziera-filosofa Ayn Rand, sia l'economista Ludwig von Mises. Dalla prima ha ripreso il giusnaturalismo, ovvero la difesa dei diritti naturali assoluti dell'individuo; dal secondo, l'individualismo metodologico e la prasseologia (scienza dell'azione umana) propri della Scuola austriaca di economia.

    La difesa dei diritti naturali si basa sui due assiomi della self-ownership, il diritto di controllare il proprio corpo libero da coercizione, e dello homesteading, cioè il diritto del primo occupante. La proprietà, così come il lavoro, può essere data o scambiata col consenso di che ne ha diritto: è la giustificazione del libero contratto e dell'economia di libero mercato; il capitalismo è l'ordine delle cose umane che si basa su queste premesse.

    Alla centralità dei diritti naturali dell'uomo, nella filosofia politica rothbardiana si affianca l'assioma di non-aggressione: “nessun uomo o gruppo di uomini può aggredire la persona o la proprietà di alcun altro. (…) ognuno ha l'assoluto diritto di essere “libero” dall'aggressione”.

    Prasseologia e individualismo metodologico permettono a Rothbard di formulare una distinzione fondamentale tra azione violenta - omicidio, espropriazione, schiavitù - e scambio volontario - il mercato. Mentre con la prima azione qualcuno guadagna a spese di qualcun altro, nel mercato entrambe le parti di uno scambio traggono beneficio e quindi, per definizione, non può esserci sfruttamento.

    Il mercato e lo Stato sono i due poli attorno ai quali gravita l'edificio concettuale rothbardiano. L'economia si concentra sullo studio del mercato perché qui è possibile osservare il fenomeno di un ordine che scaturisce da un insieme di azioni apparentemente “anarchico” e “non pianificato. Il mercato è il luogo deputato all'incontro cooperativo e pacifico degli uomini per la reciproca soddisfazione dei bisogni; esso non è una struttura, un sistema, un'organizzazione, ma una rete di relazioni volontarie tra soggetti consenzienti; quando ci troviamo in presenza di relazioni non volontarie tra soggetti il cui consenso è stato estorto quello non è il mercato, ma, come vedremo, il campo del potere politico.

    Rothbard forgia originali categorie di analisi per comprendere gli effetti economici dell'intervento dello Stato; egli distingue tra intervento binario in cui l'invasore costringe un soggetto a uno scambio o a un dono unilaterale di un bene o servizio, e intervento triangolare in cui l'invasore costringe o proibisce uno scambio tra una coppia di soggetti. Tutti i tipi di intervento sono specie di relazione egemonica, la relazione di comando e obbedienza: quello binario tra invasore e soggetto, quello triangolare tra invasore e almeno due soggetti. Gli interventi binario e triangolare sono tipi di relazione che comportano lo scambio di beni o servizi, la prima tra due persone includenti l'invasore (l'invasore e il soggetto), la seconda tra due persone non includenti l'invasore (una coppia di soggetti che scambiano); nel primo caso ha luogo uno scambio che altrimenti non sarebbe mai avvenuto, nel secondo si influisce su uno scambio che avverrebbe altrimenti a condizioni diverse. Focalizzando la sua attenzione sull'intervento dello stato nell'economia, Rothbard considera come casi di intervento binario il bilancio del governo, la tassazione, le spese del governo, l'inflazione; come casi di intervento triangolare il controllo del prezzo e il controllo del prodotto, in cui fa rientrare anche l'analisi del monopolio.

    Il principale aggressore contro i diritti dell'uomo è lo Stato: gli esempi più drammatici di questa aggressione sono la guerra, una forma di omicidio di massa che lede il diritto alla vita, la coscrizione, una forma di schiavitù che lede il diritto alla libera disposizione del proprio corpo, la tassazione, una forma di furto che viola il diritto di proprietà privata e di dispozione dei frutti del proprio lavoro e di ciò che si è acquistato attraverso il libero consenso degli altri.

    Il fatto che gli Stati in cui viviamo in occidente siano democrazie non cambia le cose: "la maggioranza non è la società, non è ciascuno. La coercizione della maggioranza sulla minoranza è sempre coercizione". Rothbard critica sia la teoria classica, secondo la quale la democrazia è la volontà del popolo, sia la teoria moderna, secondo la quale la democrazia è la scelta dei governanti. In sostanza egli compie un'ardita critica della democrazia stessa e della definizione empirica più corrente, quella secondo la quale essa è il modo per cambiare pacificamente il governo (ballots for bullets, come dicono gli americani, ovvero voti al posto di pallottole), in quanto anche la disobbedienza civile soddisfa la definizione. Da un punto di vista libertario, la democrazia non è un valore in sé ma un metodo per altri fini desiderati; per i libertari essa può anche essere un mezzo per proteggere la gente dal governo o per promuovere la libertà individuale.

    Nicola Iannello

  8. #8
    Silvioleo
    Ospite

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    Peter Bauer, la globalizzazione contro il sottosviluppo


    La civiltà dell'immagine ci ha insegnato a valutare l'importanza, lo spessore, il "peso" di un intellettuale in base ai suoi "passaggi" televisivi. O peggio, in virtù di questa o quella patacca d'autore: "premio-Nobel" sono due parole che lasciano sempre a bocca socchiusa. Eppure ci sono studiosi che vivono in punta di piedi e il loro nome è destinato a "restare" ben più di certi parvenu dell'intelligenza, di certi presenzialisti del libro.

    Lord Peter Bauer (1916-2002), professore emerito alla London School of Economics, era uno di questi. Lord Bauer è morto la notte del 2 maggio 2002, a Londra, nel sonno: aveva ottantasei anni e da tempo una salute cagionevole. Era il profeta della globalizzazione come antidoto al sottosviluppo.

    L' "Economist" l'aveva definito "una voce per i poveri". L'occasione era quella, davvero importante, del primo premio Milton Friedman: un'iniziativa presa dall' economista americano assieme al Cato Institute, con l'obiettivo di conferire un riconoscimento (di dimensioni ragguardevoli: mezzo milione di dollari) a quanti avessero speso una vita intera a combattere per la libertà. Che è la più ingrata, e la più disinteressata delle battaglie.
    La giuria del premio era composta, tra gli altri, da Margaret Thatcher, Vaclav Klaus, Antonio Martino, Hernando de Soto.

    La scelta è caduta su Bauer (i rumors dicono che i giurati l'abbiano preferito addirittura a Mikhail Gorbaciov): ed è stata una scelta di indiscutibile saggezza. Bauer, scrive l' "Economist", avrebbe potuto vincere il Nobel, perlomeno "condividere" quello con cui era stato onorato, nel '98, il suo allievo Amartya Sen. Ma la differenza tra allievo e maestro sta nel fatto che Sen ha sempre riverito i totem del "politicamente corretto", ha spesso santificato le feste della dea del buonismo. Lord Bauer, mai.

    Sempre l' "Economist" paragona Bauer a Friedrich von Hayek, Nobel nel 1974, economista "austriaco" cresciuto alla scuola di Ludwig von Mises. Hayek più di ogni altro, dice il settimanale britannico, ci ha insegnato ad aprire gli occhi sul socialismo: così ha fatto Bauer per quel che riguarda l'ideologia terzomondista.

    L'uno e l'altro hanno sfidato il conformismo in anni bui, quando l'ortodossia era Keynes e Gailbraith e perfino Franz Fanon. Epperò la storia ha dato ragione ai bastiancontrario.
    Bastiancontrario, Bauer lo era fino in fondo. I suoi studi sulla piccola impresa nell'industria malaysiana della gomma, e sull'importanza dei commerci su piccola scala nell'Africa occidentale l'avevano convinto delle potenzialità dei Paesi "in via di sviluppo". Si può creare ricchezza anche in quei contesti, diceva: a patto che le forze del mercato vengano lasciate lavorare. Sono i monopoli e il protezionismo il cancro che attanaglia il terzo mondo.
    E gli aiuti "in moneta". Se oggi è un missionario coraggioso come Padre Gheddo a spiegarci che "non si tratta di distribuire il benessere, ma di educare i popoli a produrre il proprio benessere", Lord Bauer è stato per anni l'unico a sussurrare una verità impronunciabile. Rubare ai poveri dei Paesi ricchi per dare ai ricchi dei Paesi poveri: è tutta qui, spiegava, la ratio di quegli interventi che vengono puntualmente sbandierati dai governi come una nuova panacea e poi si risolvono in nulla.

    Non hanno alcun effetto perché non sono le élite politiche (spesso criminose) quelle da aiutare. E' la popolazione, è la gente, sono gli individui quelli che devono imparare a camminare sulle proprie gambe: e non lo potranno mai fare se l'Occidente insegna loro il parassitismo.

    Una cosa che Bauer diceva spesso, e questa è veramente scandalosa, è che il terzo mondo non esiste. E' un concetto fasullo, serve soltanto agli scopi di chi vuole legittimare l'affluire di quattrini "occidentali" in quei Paesi. Ma, ed ecco un altro punto di convergenza tra l'economista Bauer e il missionario Gheddo, più che quattrini serve la comunicazione, serve lo scambio.

    I Paesi poveri sono poveri perché non hanno alle spalle la nostra storia plurimillenaria di viaggi, di contatti, di commerci: sono restati fuori da quelle rotte, non hanno potuto beneficiare di quel processo di "condivisione del sapere" che è il libero mercato.
    A merito di Bauer, va ricordato un altro punto importante: egli non si schierò mai al fianco dell'intellighenzia "laica" occidentale, che coltiva sapientemente il mito del controllo delle nascite. Lord Bauer ci ha spiegato che fare figli, in Paesi ad economia sostanzialmente agricola e ad alta mortalità infantile, è razionale. Non solo: ha soprattutto puntualmente denunciato l'arroganza di chi crede di poter decidere quanti bambini una famiglia può avere, come se si trattasse di bestie d'allevamento.

    Ho incontrato il professor Bauer un paio di volte in vita mia e ne ricordo la gentilezza, la cortesia, la disponibilità assoluta nei confronti di chiunque l'avvicinasse. Il suo fermo attaccamento ai principi gli ha negato un Nobel: poco importa, gli è valso un posto nella storia.

    Alberto Mingardi

  9. #9
    Silvioleo
    Ospite

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    Bjørn Lomborg, l'ambientalista pentito


    Ha 37 anni, piace alle donne e parla un inglese impeccabile. Docente di Statistica nell'Università di Aarhus (Danimarca), Bjørn Lomborg (http://www.lomborg.org) si definisce "di sinistra", è vegetariano e fino a non molto tempo fa era un attivista di Greenpeace. Poi, nel 1997, in viaggio negli Stati Uniti, lesse su Wired un'intervista all'economista Julian Simon, che puntava l'indice contro il "catastrofismo ambientalista" e difendeva a spada tratta le capacità creative dell'uomo.

    Di ritorno in patria, Lomborg organizzò un gruppo di studio allo scopo di vagliare le tesi del collega americano - convinto di poterle facilmente smentire. Invece, man mano che la ricerca procedeva, lo studioso danese si rese conto che non solo molte delle sue convinzioni affondavano le fondamenta nella sabbia, ma addirittura la maggior parte delle affermazioni ecologiste venivano puntualmente smentite da quegli stessi numeri cui i "verdi" amano richiamarsi per dimostrare che il genere umano si trova ormai sull'orlo del baratro.

    Fu così che, nel 1998, vide la luce in Danimarca il poderoso volume Verdens Sande Tilstand. L'effetto sul dibattito culturale e politico fu, come è facile immaginarsi, dirompente: Lomborg negava sistematicamente tutte le previsioni che avevano fatto la fortuna degli ecologisti, ne criticava le terapie, sosteneva addirittura che da alcuni presunti "problemi" gli uomini avrebbero potuto trarre beneficio. Tale e tanto fu il polverone sollevato che Oxford University Press mise gli occhi sul ghiotto boccone.

    La bomba sarebbe esplosa nell'estate del 2001: la prestigiosa casa editrice britannica pubblicava un libro di oltre 500 pagine, 3000 note e 1800 titoli in bibliografia. Il titolo è un programma: The Skeptical Environmentalist, cioè l'ambientalista scettico. Lomborg ama la natura, certo, ma prima di zecche e pidocchi, foche monache e rinoceronti bianchi - afferma - viene l'uomo. I paesi civilizzati non hanno il diritto di imporre assurdi vincoli alla crescita economica del Terzo Mondo in nome di un ambientalismo modaiolo e snob. Né, all'interno dell'opulento Occidente, i fighetti ecologisti possono costringere la società a sostenere spese assurde in nome di una crociata contro i mulini a vento - si chiami essa "effetto serra" o "elettrosmog", "cibi transgenici" o "esaurimento delle risorse". Tutti questi cavalli di battaglia (e i molti altri dell'arsenale verde) sono zoppi: non hanno alcuna giustificazione scientifica, spesso rispondo a precisi interessi economici, ideologici o politici e quasi sempre le cure proposte rischiano di essere peggiori del male.

    Il sottotitolo del libro di Lomborg, poi, è un autentico affronto all'estabilishment ambientalista: Measuring the Real State of the World fa il verso al rapporto che, dal 1984 ogni anno, la potente organizzazione ecologista Worldwatch Institute pubblica (intitolato, appunto, The State of the World). The Skeptical Environmentalist ha fatto davvero tremare le gambe del colosso d'argilla ambientalista: al punto che tutte le associazioni verdi si sono scagliate, istericamente e violentemente, contro lo studioso danese. Addirittura, due colossi come il WWF e il World Resources Institute hanno diffuso, tramite i propri siti internet, un comico avviso ai giornalisti: "Girate alla larga dal libro eretico!". Contro Lomborg si è schierata perfino Scientific American, che ha pubblicato quattro articoli dei più noti scienziati ecologisti americani con una arrabbiata premessa del direttore John Rennie. Il titolo, un po' presuntuoso, della sezione era nientepopodimenoché "Science Defends itself Against the Skeptical Environmentalist".

    Le Scienze, edizione italiana della rivista americana, ha ospitato invece un commento estremamente positivo di Gilberto Corbellini, secondo cui "la prospettiva è quella dello statistico e dell'economista. Il suo obiettivo è quello di valutare comparativamente i costi e i benefici dei diversi interventi che potrebbero risolvere i problemi all'orizzonte: che non sono catastrofi ma, appunto, problemi". In effetti, il più forte argomento impiegato da Lomborg è che gli uomini debbono essere capaci di stabilire una scala di priorità. In un mondo di risorse scarse, non tutti i problemi possono essere risolti contemporaneamente. Bisogna in primo luogo decidere quali affrontare per primi e, secondariamente, trovare il modo più efficiente ed efficace per porvi un rimedio. Inoltre, non ha senso drammatizzare la realtà e dipingerla con suggestive ma fuorvianti tinte fosche: gli uomini, come mostrano tutte le statistiche, sono più ricchi, meglio nutriti, godono di una migliore salute e hanno una prospettiva di vita più lunga che mai; l'aria è più pulita e le acque sono più pure che in qualunque momento del passato. Soprattutto, in quasi ogni campo si osserva un trend positivo e non vi è ragione di pensare che, presto o tardi, esso si invertirà.

    Questo non significa, naturalmente, che le cose vadano bene in senso assoluto; ma senza dubbio vanno meglio di prima ed è lecito aspettarsi che in futuro miglioreranno ulteriormente. Non bisogna dunque stupirsi se Lomborg è divenuto la bestia nera dei verdi. Per chi considera il genere umano una sorta di malattia che infesta il pianeta Terra e non vede l'ora di suonare le trombe dell'Apocalisse, un uomo che affermi che la fine del mondo non si vede neppure col binocolo è un emissario dell'inferno. Gli ambientalisti indossano gli occhiali rossi dell'ideologia e quelli verdi degli interessi inconfessabili che si nascondono dietro la loro schiena: col suo sonoro pernacchione, l'ambientalista scettico li ha seppelliti.

    Carlo Stagnaro

  10. #10
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    Bruno Leoni : Un pensatore coraggioso al servizio della libertà individuale

    (Ancona 1913 - Torino 1967)

    All’interno della filosofia del diritto del ventesimo secolo, Bruno Leoni è lo studioso che con maggiore rigore e coerenza ha interpretato la tradizione del liberalismo classico. Per tale motivo, la sua è sempre stata una presenza originale e stimolante, capace di andare controcorrente e mettere in discussione i dogmi più consolidati.

    Nato ad Ancona il 26 aprile 1913, egli trascorse la sua vita tra Torino (dove visse ed esercitò; la professione di avvocato), Pavia (nella cui università; insegnò; dal 1945 sino alla tragica scomparsa, nel novembre del 1967) e la Sardegna (regione con cui ebbe profondi legami familiari ed affettivi).

    Allievo di Gioele Solari, di cui fu pure assistente volontario, nel 1942 divenne professore straordinario di Dottrina dello Stato all’ateneo pavese, ma la guerra per qualche anno lo tenne lontano dagli studi e dall’insegnamento. Nel corso del conflitto, in effetti, fece parte di A Force, un’organizzazione segreta alleata incaricata di recuperare i prigionieri e salvare soldati.

    Solo nel 1945, a guerra finita, egli poté iniziare la sua attività accademica, che lo vedrà insegnare anche Filosofia del Diritto e durante la quale ricoprirà l’incarico di preside della facoltà di Scienze Politiche (dal 1948 al 1960).

    Fondatore della rivista Il Politico, Leoni svolse ugualmente un’intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per il quotidiano economico 24 Ore. Membro della Mont Pélerin Society (di cui sarà segretario e poi presidente), lo studioso torinese fu pure molto impegnato nel Centro di Studi Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”.

    Studioso poliedrico (giurista e filosofo, ma al tempo stesso appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che della storia delle dottrine politiche), nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta Leoni ha svolto una fondamentale azione di promozione delle idee liberali all’interno della cultura italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive del tutto inedite ad una concezione della società che ponga al centro la proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l’indice della rivista da lui diretta per molti anni, Il Politico, in cui diede spazio ad autori spesso a quel tempo poco noti e destinati a segnare in profondità le scienze umane.

    Con i suoi studi, inoltre, Leoni ha aperto la strada a molti orientamenti: dalla Public Choice all’Economic Analysis of Law (filoni di ricerca che esaminano la politica ed il diritto con gli strumenti dell’economia), fino all’indagine interdisciplinare di quelle istituzioni – tra cui il diritto – che si sviluppano non già sulla base di decisioni imposte dall’alto, ma grazie ad un’intrinseca capacità di autogenerarsi ed evolvere dal basso.

    Dopo la morte, però, per lungo tempo egli è stato quasi dimenticato: soprattutto in Italia. E' sufficiente dire che il suo capolavoro, Freedom and the Law (pubblicato in lingua inglese nel 1961, ma frutto di lezioni tenute in California nel 1958), è stato tradotto in lingua italiana con più di trent’anni di ritardo. Per alcuni decenni, d’altra parte, il suo pensiero ha suscitato più attenzioni ed interessi al di là dell’Atlantico che non nel suo stesso Paese.

    Tutto ciò, in verità, non può sorprendere se si considera che l’individualismo integrale di Leoni risulta ben poco in sintonia con la cultura europea del suo tempo, mentre al contrario appare tanto vicino alla tradizione civile degli Stati Uniti e soprattutto delle sue correnti più libertarie. Il liberalismo dell’autore di Freedom and the Law è pervaso da quella cultura anglosassone che egli seppe assimilare in profondità; grazie all’intensa frequentazione di alcuni tra i maggiori studiosi di quell’universo intellettuale.

    Inoltre, egli seguì sempre con il massimo interesse i protagonisti della Scuola austriaca (Mises e Hayek, soprattutto) che – anche se europei – proprio in America hanno dato alcuni dei loro maggiori contributi e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi, all’interno delle quali spiccano certamente i nomi di Murray N. Rothbard e Israel M. Kirzner.

    In questo senso, bisogna certo rilevare che il percorso intellettuale di Bruno Leoni sarebbe stato molto differente senza la Mont Pélerin Society, nei cui convegni egli ebbe l’opportunità di entrare in contatto con intellettuali e scuole di pensiero quanto mai estranei al clima dominante nell’Italia di allora. Per molti decenni, in effetti, l’associazione fondata da Hayek ha rappresentato un’irrinunciabile occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercavano interlocutori radicati nella cultura del liberalismo classico. Se fosse rimasto confinato al dibattito italiano (all’epoca in larga misura dominato dal marxismo, dal neopositivismo, dal crocianesimo e dal solidarismo cattolico), Leoni non avrebbe potuto elaborare le proprie tesi e non avrebbe conquistato quell’originalità che, invece, ancora oggi ci spinge a leggerlo e a trarre notevoli benefici dalla sua riflessione.

    Per alcuni decenni dimenticato o quasi in Italia, il pensiero di Leoni ha continuato a vivere – fuori dei nostri confini – grazie alle iniziative, ai libri e agli articoli dei suoi amici americani e, oltre a loro, all’interesse che i suoi lavori hanno saputo suscitare nelle nuove generazioni di studiosi liberali.

    A partire dalla metà degli anni Novanta, però, la situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione in lingua italiana de La libertà e la legge (per merito di Raimondo Cubeddu, che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana), studiosi di vario orientamento sono tornati a riflettere sulle pagine del giurista torinese, dando vita ad una vera e propria Leoni Renaissance che sta producendo numerosi frutti e grazie alla quale si va finalmente riconoscendo a tale pensatore la sua giusta posizione tra i massimi scienziati sociali del ventesimo secolo.

    In questo senso, è interessante rilevare che perfino intellettuali lontani dalle posizioni liberali e libertarie di Leoni avvertano sempre più il carattere innovativo del suo pensiero, che nell’ambito della filosofia del diritto ha saputo offrire una prospettiva del tutto alternativa ai modelli kelseniani del normativismo dominante e all’ispirazione socialdemocratica che ancora prevale all’interno delle scienze sociali.

    In particolare, mentre nel corso degli ultimi due secoli il diritto è stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al potere, uno dei contributi maggiori di Leoni è da rinvenire nel fatto che nei propri studi egli ha indicato un altro modo di guardare alle norme, sforzandosi di cogliere ciò che vi è oltre la volontà dei politici e ben oltre quella stessa legislazione tanto spesso destinata a restare lettera morta.

    Le riflessioni di Leoni sul diritto, così, aiutano pure a comprendere le straordinarie potenzialità della tradizione “austriaca” delle scienze sociali, che ha avuto origine con Carl Menger e ha poi trovato in Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek e Murray N. Rothbard le sue formulazioni più compiute. Utilizzando in ambito giuridico l’individualismo metodologico, le analisi sull’origine evolutiva delle istituzioni e la teoria del valore soggettivo, Leoni ha evidenziato come non soltanto l’economia, ma l’intera riflessione sulla società possa trarre enormi benefici dagli insegnamenti fondamentali della Scuola viennese.

    Quella di Leoni, per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più di uno studioso a parlare di Freedom and the Law come di un classico della tradizione libertaria, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che restiamo ben lontani dall’aver compreso e sviluppato in tutte le loro potenzialità.

 

 
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