AL-ZARKAWI & c. TERRORISTI MADE IN USA
di Maurizio Blondet
Il nuovo capo della CIA Porter Goss

“Al-Zarkawi è un agente americano”: così recita un editoriale apparso il 15 giugno sull’egiziano Al-Akhbar.
A rendere esplosiva la questione è il fatto che Al-Akhbar è il giornale ufficioso del regime egiziano.
Sarcastico, il giornale si chiede come mai il fantomatico Al-Zarkawi, definito dagli USA “il leader di Al-Qaeda in Irak”, si dedichi con tanto zelo non già a combattere le forze d’occupazione, bensì a massacrare iracheni: innocui cittadini, membri della ricostituita polizia e della nuova Guardia Nazionale, il nucleo dell’esercito nazionale iracheno che dovrà proteggere il Paese in futuro.
Dopo aver ricordato che anche Osama Bin Laden è stato un agente americano ed ha combattuto i sovietici in Afghanistan con armi e mezzi americani, e nell’interesse degli USA, il giornale egiziano esamina l’ultima dichiarazione emessa dal fantomatico Al-Zarkawi appena due giorni prima: il presunto terrorista islamico nemmeno vi menziona le forze occupanti in Iraq, mentre riserva tutto il suo odio agli iracheni “collaborazionisti”.

Con ogni evidenza, “il massacro di iracheni mira a rendere perpetua l’occupazione in un’area di vitale interesse per gli USA”.
Finchè Al-Zarkawi infuria, gli americani hanno una scusa per restare lì.
In quello che è il principale crocevia “per l’Asia centrale ricca di petrolio che fu sotto controllo sovietico, l’Iran, il Caspio”.
Quasi a confermare l’acuto sospetto del governo egiziano, il nuovo capo della CIA Porter Goss è tornato d’improvviso a parlare di un attacco possibile, forse imminente, di bin Laden contro l’America.
Guarda caso, proprio nei giorni in cui la popolarità di Bush e delle sue guerre crolla nei sondaggi, e fra i deputati americani (1) cresce il consenso per una “strategia d’uscita dall’Iraq”, che mette sotto pressione l’Amministrazione.
Proprio ora, assicura Goss, “Al Qaeda può colpire di nuovo gli Stati Uniti, la sua intenzione è certa”.
Fattosi intervistare (per la prima volta da quando ha assunto la carica alla CIA) dal settimanale Time, Porter Goss ha anche smentito che i servizi americani non abbiano alcuna idea di dove si nasconda bin Laden.
“Ho un’idea eccellente di dove si trovi”, ha replicato Goss, per poi aggiungere; “abbiamo degli anelli deboli nella nostra guerra al terrore, e finché non li rafforziamo, è improbabile che riusciamo a portare in giudizio bin Laden”.
Quali anelli deboli?
Goss ha farfugliato di “santuari che si trovano in Stati sovrani”, il che crea “problemi dovuti al nostro senso di lealtà nei rapporti internazionali”.
La fine allusione è al Pakistan del presidente-dittatore Musharraf, oggi nel novero degli alleati più fidati nella guerra al terrorismo globale. Osama è ritenuto celarsi nella zona tribale del Waziristan, fra Pakistan e Afghanistan.



Dall’11 settembre, gli USA hanno profuso milioni di dollari in Pakistan; soldi alla polizia pachistana, soldi ad una rete di “informatori” nota come Spider; ed altri soldi ad un’organizzazione criminale di Karachi, il Mohajir Qaumi Movement (MQM) formata da “immigrati” musulmani dall’India (Mohajir significa “immigrato”), che spadroneggia nei quartieri ultrapopolari di Karachi dominando col terrore delle sue bande armate le altre minoranze etniche che si affollano nei miseri quartieri, soprattutto Pashtun e Bangladeshi, sfollati e fuggiaschi dai loro paesi.
Il MQM dispone di proprie milizie e persino camere di tortura; gli americani hanno pensato bene di usarlo (e finanziarlo) per “controllare e contrastare” i militanti islamici e jihadisti.
In realtà, è proprio la polizia pachistana a creare, in quei quartieri sovraffollati e miserabili, la situazione da cui nascono continuamente estremisti “islamici”, e “terroristi suicidi” (2).
Spesso, per i giovani di quei quartieri, minacciati di morte dai razzisti del MQM e dai poliziotti, non c’è altra via d’uscita: in ogni caso, li aspetta la morte.
La CIA e Porter Goss non possono ignorare che il “terrorismo islamico” è in Pakistan un fenomeno endemico, causato dalla repressione del regime e dalla sua iniquità sociale vergognosa; spesso è il solo modo di esprimere un’opposizione.
In genere, il terrorista islamico vuole colpire non già gli Stati Uniti, ma il regime del suo proprio paese, che reputa illegittimo.

E’ una delle conclusioni a cui è giunto il professor Robert Pape, dell’Università di Chicago, che guida il “Chicago Project on Suicide Terrorism”, con lo scopo di comprendere il tragico fenomeno.
Il suo gruppo ha raccolto un enorme database su tutti gli attacchi suicidi avvenuti dal 1983 fino ad oggi, in ogni paese dove il fenomeno si è prodotto, dallo Sri Lanka dove è apparso da principio (fra i guerriglieri Tamil, che sono indù e non musulmani) alla Palestina, dal Libano all’Iraq.
“Gli scopi politici dei terroristi suicidi”, ha scritto Pape, “sono generalmente più comprensbili di quanto si creda. Essi riflettono esigenze di autonomia nazionale chiare, e molto diffuse nella comunità in cui vivono”.
E la religione “è di rado la causa” dei loro atti.
Anzi, “quasi tutti gli attacchi terroristici suicidi hanno in comune uno scopo molto laico, l’indipendenza nazionale dalle potenze straniere che occupano la loro patria” (3).
Perciò, “lo stazionamento di decine di migliaia di soldati americani nella penisola arabica tra il 1990 e il 2001 ha reso gli attacchi suicidi enormemente più frequenti e probabili. E più a lungo le forze USA resteranno in Iraq e nel Golfo Persico, più diventa probabile un nuovo attacco terroristico sul suolo americano”.
La stessa tesi è esposta da Rona Fields, psicologa e sociologa a Washington, che ha condotto un’indagine durata decenni sul terrorismo suicida.
“La cosa da capire è che il terrorismo suicida non è una malattia, e non è un fenomeno religioso in sé.
E’ una scelta che alcuni fanno, quando sentono minacciato il loro gruppo umano”.
Il che equivale a dire: è la politica USA verso i Paesi islamici, di sistematica ingerenza, umiliazione e invasione, la vera causa del “terrorismo musulmano”.



di Maurizio Blondet






Note

1)Le opposizioni a Bush sono di colpo diventate più decise, dopo la diffusione di un memorandum del 2002 emanato dai servizi segreti britannici, dove il capo dell’MI-6 ammetteva che i dati e le informazioni sulle armi di Saddam, erano stati “aggiustati” per adeguarsi alla decisione previa di Bush di attaccare l’Iraq. Una trentina di deputati e senatori USA hanno formato un gruppo informale (caucus) che reclama da Bush una strategia d’uscita dall’Iraq, e mira – se possibile – fino al suo impeachment. Il capo del caucus è il senatore del Michigan John Conyers; notevole fra i ribelli la presenza di parlamentari ebrei, da Barney Frank (Massachusetts) a Jerry Nadler (New York) da Mita Lowey (New York) a Jan Schakovski (Illinois), e di due deputati del Partito Repubblicano.
2)Si veda al proposito l’ottima inchiesta di Syed Saleem Shahzad, “The making of a terrorist” (Asia Times, 18 giugno 2005) sulla “fabbrica di terroristi kamikaze” in Pakistan.
3)Georgie Geyer “Studies of suicide bombings point finger back at us”, Rense.com, 19 giugno 2005.

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