GLI IRACHENI NOVELLI INDIANI?
L'Indipendente, 22 ottobre 2005
di Guglielmo Piombini
Paralleli arditi. Kaplan e le somiglianze tra le guerre contro i pellerossa e l'esportazione della democrazia
Davvero, come ha scritto il neoconservatore Robert Kaplan nel suo nuovo libro Imperial Grunts recensito dal Corriere della Sera, si possono tracciare dei paralleli tra le guerre indiane nella Frontiera americana di fine Ottocento e le attuali guerre “di esportazione della democrazia” nel mondo, in quanto entrambe sarebbero giustificate dalla necessità di portare la pace e l’ordine “imperiale” laddove vi era violenza e “anarchia”? In realtà questo tentativo di Kaplan di fornire una giustificazione ideologica alle politiche militari interventiste decise a Washington non regge ad una attenta analisi e si rivela del tutto controproducente, perché finirà con il fornire nuovi argomenti all’antiamericanismo militante di destra e di sinistra, che non perderà questa occasione per puntare il dito contro l’innato e incorreggibile imperialismo a stelle e strisce.
Beninteso, Kaplan fa bene a ridimensionare l’accusa di genocidio e a smontare i miti politicamente corretti sugli indiani. Nella vulgata antiamericana, i pionieri vengono immancabilmente rappresentati come usurpatori avidi, violenti, razzisti e antiecologici, mentre gli indiani vengono descritti secondo tutti gli stereotipi del buon selvaggio: pacifici, leali, generosi, tolleranti, spiritualisti e rispettosi della terra, degli animali e della natura. Non ha torto Kaplan a ricordare come tra i pellerossa la guerra rappresentasse da sempre lo stato normale dei rapporti tra le tribù, e come il trattamento riservato ai nemici e ai prigionieri fosse ispirato alla massima ferocia.
Anche per quanto riguarda l’entità del supposto genocidio, il massimo esperto in materia, lo studioso Rudolph Rummel, nella sua opera Stati assassini recentemente tradotta in Italia dall’editore Rubbettino giudica esagerato parlare di olocausto indiano, perché in tutto l’Ottocento gli indiani uccisi in guerra non furono più di quattromila. Se si aggiungono però le morti indirette causate dalle terribile condizioni di vita imposte dalle deportazioni, dai confinamenti, dalle malattie, dalla fame e dal freddo il numero delle vittime indiane sale fino a diecimila, o al massimo venticinquemila.
Sono altre le considerazioni che rendono assai discutibile la tesi di Kaplan. Risulta infatti che nei primi tempi della colonizzazione del Nordamerica le relazioni tra pionieri e indigeni fossero prevalentemente pacifiche, ma che tutto si guastò quando intervenne il governo federale di Washington. Il primo Giorno del Ringraziamento dei Padri Pellegrini, ad esempio, avvenne in un’atmosfera di pace e mutua collaborazione con gli indiani. La comunità inglese del Rhode Island venne fondata da Roger Williams acquistando pacificamente le terre dagli indiani. Altre comunità preoccupate di rispettare i diritti degli indiani furono quelle degli olandesi, degli svedesi e dei quaccheri. Nel 1623 gli olandesi acquistarono l’isola di Manhattan per 60 fiorini, una somma che corrispondeva al reale valore della terra a quei tempi. Anche i quaccheri non si macchiarono mai le mani con il sangue di indiani innocenti, perché il loro capo, William Penn, era solito tacitare ogni possibile rivendicazione acquistando e riacquistando anche più volte la stessa terra dagli indiani che vantassero delle pretese. Già prima del suo arrivo in Pennsylvania, la terra destinata alla colonia quacchera era stata acquistata dagli indiani secondo le sue istruzioni.
Queste esperienze dimostrano che la colonizzazione europea del continente americano sarebbe potuta avvenire nel rispetto dei diritti di tutti, con vantaggio reciproco sia dei bianchi sia dei pellerossa, i quali avrebbero potuto cedere a buon prezzo terre che avevano in abbondanza, e trarre vantaggi dal commercio con i mercanti europei. Questo sistema basato sugli accordi pacifici al posto della conquista violenta si interruppe però bruscamente quando il governo federale cominciò a mantenere un forte esercito permanente, che molti Padri Fondatori, come Thomas Jefferson, avevano avversato. L’autore della Dichiarazione d’Indipendenza dichiarò sempre di voler riconoscere ogni diritto dei nativi sul suolo americano; durante la sua presidenza, dal 1800 al 1809, non vi fu nessuna battaglia con gli indiani, e furono stipulati ben trenta trattati. Purtroppo però dopo la guerra con il Messico, ma soprattutto dopo la guerra di secessione, l’uso dell’esercito divenne il principale mezzo di risoluzione dei conflitti d’interesse con gli indiani, e nessun trattato venne più concluso negli ultimi tre decenni del XIX secolo.
Questo cambiamento si ebbe, secondo lo studioso americano Terry Anderson, soprattutto per opera delle spinte provenienti dalla burocrazia militare, interessata ad espandere il proprio ruolo e ad assicurarsi incarichi di prestigio, possibilità di carriera, opportunità di promozioni. L’intervento del governo di Washington, che puntava tutto sulla guerra, impedì quindi alle due società dei pionieri e dei pellerossa, entrambe prive di un apparato statale centralizzato e quindi impossibilitate a provocarsi l’un l’altra danni di vaste proporzioni, di regolare in maniera probabilmente più pacifica i reciproci interessi.
A differenza di quanto sostiene Robert Kaplan, la verità è che, proprio come oggi in Iraq, l’intromissione del governo federale nei rapporti della società civile non ha portato l’ordine e la pace, ma ulteriori escalation di violenza e caos. I neocon americani, da buoni hobbesiani, confidano nel potere del Leviatano di creare un ordine artificiale dall’alto, attraverso la coercizione. Ma non si rendono conto che questa soluzione rappresenta l’esatto opposto della più autentica tradizione americana di self-government: un vero e proprio tradimento di quello spirito americano che affascinò Tocqueville, quando nei suoi viaggi oltreatlantico notò l’incredibile capacità degli americani di perseguire ogni genere di obiettivo associandosi e cooperando dal basso, senza far ricorso ad alcun governo centralizzato.




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sì,arditi... a mio parere però anche infondati, semplice...