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    Predefinito Costanzo Preve, Filosofia e Geopolitica

    Costanzo Preve, Filosofia e Geopolitica, edizioni all'insegna del Veltro, 2005
    :::: 6 Luglio 2005 :::: 33 T.U. :::: Segnalazione libraria :::: Tiberio Graziani
    Per gentile concessione dell'Editore, riproduciamo la Prefazione di Tiberio Graziani a:
    Costanzo Preve, Filosofia e Geopolitica, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma.


    Il saggio Filosofia e geopolitica che qui presentiamo è un primo risultato di un “ragionamento” filosofico, ancora in corso di svolgimento, che Costanzo Preve, filosofo di formazione marxista, riserva alla geopolitica quale disciplina tornata di attualità con la fine del duopolio USA-URSS e la parodistica autocandidatura dell’iperpotenza d’oltreoceano al rango di domina gentium.
    Come il lettore potrà constatare sin dal Prologo, Filosofia e geopolitica non tratta le influenze che le due materie potrebbero esercitare reciprocamente l’una sull’altra, né le possibili ed eventuali filosofie o modalità di pensiero che sarebbero alla base della geopolitica o ne costituirebbero l’impianto concettuale (1); tanto meno il saggio prende in considerazione la connessione tra la filosofia quale critica razionale dell’ideologia e la geopolitica quale disciplina e pratica a-ideologica.

    Ciò che origina la riflessione di Preve, e maggiormente lo preoccupa come filosofo, è la oggettiva e pertanto condivisibile constatazione del fatto che l’attuale espansione economica e militare degli USA, vale a dire l’esplicazione storica della sua dottrina geopolitica, comporta altresì l’espansione della forma di pensiero e di vita che contraddistingue l’imperialismo nordamericano, il cosiddetto americanismo, con il rischio concreto dell’uniformazione globale del pensiero unico di tipo americanista. Tale uniformazione, una volta compiutamente realizzatasi, secondo Preve attenterebbe alla ricerca dialogica, propria della filosofia, in quanto ne eliminerebbe le differenze particolari che la alimentano.

    Preve non prende in esame le eventuali differenze che potrebbero prodursi in un universo completamente adeguato all’americanismo e che, dunque, in via teorica potrebbero generare nuove tensioni dialettiche e tradursi in una nuova pratica dialogica razionale.
    Non le prende in esame perché il suo punto di partenza, e cioè il suo “scenario filosofico”, è quello del nichilismo - o meglio di una sua variante, che il nostro Autore reputa particolare e irripetibile, diversa da quella delineata da Nietzsche, ormai, a suo parere, tramontata come categoria filosofica - che si esprime ed afferma, quale nuova hybris postmoderna, mediante l’aspirazione della merce capitalistica alla omologazione globalizzata mondiale, e che è storicamente e socialmente espressa più o meno compiutamente dall’Occidente americanocentrico. Una risposta a tale situazione epocale è possibile e doverosa allora soltanto attraverso il contenimento del dilagamento della ambizione statunitense a governare l’intero pianeta e ad imporre su di esso un unico sistema di pensiero.

    Tale contenimento o resistenza, per potersi declinare in una efficace strategia, necessita nondimeno dell’analisi razionale (e filosofica) degli scenari geopolitici eurocentrico ed eurasiatico, per verificarne l’alterità e l’attuabilità rispetto a quello euroatlantico. Risulta evidente che l’ipotesi eurasiatica è certamente quella più promettente e risolutiva della questione filosofica posta dalla potenziale uniformazione globale all’americanismo.
    La particolare prospettiva filosofica assunta in questo saggio dall’Autore, cioè la salvaguardia della filosofia stessa, quindi del suo oggetto, del suo metodo e della sua pratica, riserva alla riflessione intorno alla geopolitica e dunque alla analisi geopolitica nel suo aspetto predittivo, un ruolo esclusivamente “strumentale”, pragmatico nonché accidentale (perché causato dal processo in corso d’opera di uniformazione all’americanismo dell’intero globo) e, dunque, storicisticamente necessario e giustificato, finalizzato alla legittima difesa.

    La geopolitica quale disciplina - o meglio, in questo caso - quale complesso sistema multidisciplinare, si presta a tale “strumentalizzazione”, poiché essa è certamente, nel suo aspetto “operativo”, “prassi prima di essere dottrina” (2); tuttavia occorre precisare (ed è proprio Preve a darcene l’opportunità allorché afferma, a ragione, che l’ideologia americana si autointerpreta come luogo della possibilità illimitata) che l’illimitatezza delle possibilità individuali, non solo esprime – filosoficamente - un aspetto dell’attuale nichilismo, la negazione dello spazio (lo spazio simbolico delle possibilità individuali illimitate non tollera l’alto e il basso, ma solo la libera fluttuazione infinita, scrive acutamente Preve), e dunque di orientamento e di gerarchia, rendendolo più compiuto, ma anche – secondo una prospettiva “speculativa” della geopolitica – esprime la continua erosione e ridefinizione del concetto di limite, confine, frontiera; continua erosione che, costituendo la cifra che connota e qualifica le dottrine geopolitiche nordamericane, ha votato la repubblica statunitense a un destino espansionista sin dalla sua nascita (rivoluzione del 1776). A tal riguardo si considerino criticamente la mitopoiesi del Far West, la Dottrina Monroe (1823), il Manifest Destiny (1845), la dottrina della Porta aperta (1899-1900), il corollario rooseveltiano del 1905 alla Dottrina Monroe, la Dottrina Wilson, la Dottrina Truman, fino ad arrivare ai nostri giorni con le pratiche geopolitiche attuate dalle amministrazioni Carter, Reagan, Bush senior, Clinton e Bush junior, finalizzate alla edificazione del New World Order.

    Tutte le dottrine sopra citate a mo’ di esempio sono contrassegnate da un’espansionismo vorace, fine a se stesso e non giustificabile da alcuna reale necessità “geopolitica” (rapporto popolazione / estensione territoriale; risorse naturali / popolazione; salvaguardia del proprio spazio vitale; eccetera), ma razionalmente comprensibili se decifrate attraverso la chiave di lettura che Preve ci offre e ci induce a sviluppare. Queste dottrine infatti traducono in atto, nel contesto geopolitico, proprio la illimitatezza individuata da Preve, e codificano il concetto pratico di “frontiera mobile” (3).

    Se sul piano speculativo la corruzione concettuale del limite in quanto misura, già intuita da Nietzsche nella sua descrizione della modernità (4), comporta contemporaneamente e logicamente la corruzione della forma (un suo annichilamento), su quello, più pratico, delle relazioni tra stato e stato, tra nazione e nazione, tra organizzazione umana e organizzazione umana, tra uomo e uomo tale corruzione rende impossibile la costruzione di un rapporto basato sulla appartenenza, sulla distribuzione e dunque sulla regola, in definitiva sul nomos schmittianamente inteso (5). Da qui la incapacità dell’imperialismo statunitense a fondare un nuovo ordine internazionale, nonché la sua illegittimità a pretenderlo e la sua responsabilità quale elemento di perturbazione permanente a livello globale.

    Il disfacimento concettuale del limite, declinantesi geopoliticamente in frontiera mobile e negazione del confine e della forma politica e sociale, e la “liberalizzazione” dello spazio, posta quale principio delle dottrine geopolitiche nordamericane, non sono esclusive degli Stati Uniti, (benché in essi paiano sostanziarsi in forma più compiuta), ma si riscontrano nella prassi di tutte le potenze che hanno posto a fondamento della propria Weltanschauung e del proprio sviluppo l’aspetto commerciale ed economico dell’esistenza ed hanno, a tal fine, privilegiato quale “luogo” ideale il mare (lo spazio fluido), operando in tal modo una contrapposizione irriducibile all’interno del rapporto tra mare e terra.

    A tal proposito, è doveroso qui registrare, poiché trattiamo di un saggio “filosofico”, che la riduzione all’aspetto economico dell’intera esistenza, vale a dire all’aspetto materiale - misurabile e quantificabile -, è rintracciabile, nell’ambito della cultura antica, quale deviazione (6) dal corretto intendimento di ratio e di limes. Una deviazione che ha costituito, nel suo processo storico di “compimento” e di “uniformazione” dell’esistente, una progressiva e manifesta dissoluzione del suo stesso senso, fino ad arrivare alla negazione della filosofia e della razionalità stessa.
    È su questo tema della razionalità - che spesso, a nostro parere, viene evocata da Costanzo Preve quale criterio di confronto “egualitario” - che auspichiamo un suo corollario a Filosofia e Geopolitica.

    Note
    1)Un impianto concettuale singolarmente assai ricco, se si pensa che, come scrive il geopolitico nonché segretario del Partito comunista russo, Gennadij Zjuganov, la “geopolitica in quanto scienza è nata a cavallo dei secoli XIX e XX e alla confluenza di tre approcci scientifici: la concezione morfologica del divenire storico, le diverse teorie basate sul determinismo geografico e gli studi strategici militari. Le caratteristiche peculiari di queste fonti della geopolitica definiscono la specificità dell’oggetto di quest’ultima e il suo apparato concettuale”. (G. Zjuganov, Il futuro geopolitico della Russia, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. II, n. 2, aprile-giugno 2005).
    2)“La geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla”. (Ernesto Massi, Processo alla Geopolitica, “L’ora d’Italia”, 8 giugno 1947).
    3)“Nella tradizione americana, la frontiera non separa uno Stato dall’altro. Essa separa semplicemente le terre colonizzate dalle terre ignote, ma in cui ci si installerà nel futuro. E’ una frontiera di “popolamento”. Al di qua della frontiera, c’è il mondo americano, l’american way of life. Al di là non c’è un altro mondo, un altro popolo, un altro modo di vita, ma semplicemente il vuoto. Per gli americani, la frontiera delimita così del tutto naturalmente un mondo manicheo in cui i Buoni, (che leggono la Bibbia), castigano i cattivi, aprendo le vie del Signore e del progresso”. (Giorgio Locchi, Alain de Benoist, Il male americano, Lede, Roma 1979, p. 37).
    4)Massimo Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano 1994, p.109.
    5)Carl Schmitt, Il Nomos della terra, Adelphi, Milano 1991, p.54 e ss.
    6)Sulle origini della "deviazione occidentale", come direbbe Guénon, confronta di questo autore le seguenti opere: Oriente e Occidente, La crisi del mondo moderno, e Il Regno della quantità e i segni dei tempi. Il fatto che quest'ultimo libro di Guénon indichi fra i tratti caratteristici dell'epoca attuale "la falsificazione di tutte le cose" (Adelphi, Milano 1995, p. 205) ci offre il destro per rilevare come, tra le nozioni geopolitiche, sia in particolare quella di impero ad essere oggetto di una parodistica contraffazione, sicché è diventata quasi generale la confusione tra "imperiale" e "imperialistico". L'impero, se vogliamo restituire alla parola il significato che ad essa compete, non è soltanto "il più grande corpo politico conosciuto dall'uomo" (Philippe Richardot, Les grandes empires. Histoire et géopolitique, Marketing, Paris 2003, p. 5): a caratterizzarlo in maniera essenziale è la funzione regolatrice e anagogica che esso svolge, funzione che corrisponde a una visione spirituale condivisa dai diversi popoli del grande spazio imperiale. Non a caso, infatti, Costanzo Preve applica ripetutamente agli imperi absburgico ed ottomano l'aggettivo "benemerito", che non è un mero epiteto esornativo, ma un qualificativo intimamente legato al concetto di impero, in quanto ogni autentico impero si acquista merito operando per il bene comune dei suoi popoli. È ovvio dunque che il sistema egemonico statunitense, checché ne dicano Luttwak e Toni Negri, non deve essere definito "imperiale", bensì "imperialista", con l'indispensabile aggiunta che l'imperialismo non è solo la "fase suprema del capitalismo", ma costituisce l'aspetto geopolitico della contraffazione di cui si parlava più sopra. Uno scolastico direbbe perciò che, come Satana è simia Dei, così l'imperialismo è simia imperii. Diciamo tutto ciò per avvertire il lettore che nel sintagma "impero americano", adoperato talvolta da Preve, bisogna vedere semplicemente una concessione, più o meno involontaria, al linguaggio corrente. Ma non è questa, nel libro, l'unica concessione al linguaggio e al pensiero ufficialmente vigenti. Ad esempio, la posizione storicamente assunta dal nazionalsocialismo nei confronti degli ebrei viene liquidata dall'Autore nei termini di una "metafisica giudeofobica" che avrebbe dato luogo a un "programma sterministico", anche se poi, in relazione a quest'ultimo punto, Preve dichiara di non voler affatto pregiudicare il lavoro degli storici revisionisti. Porteremmo vasi a Samo (o nottole ad Atene), se citassimo al prof. Preve quei brani del giovane Marx che configurano - quelli sì! - una vera e propria "metafisica" del giudaismo (Karl Marx, La questione ebraica e altri scritti giovanili, Editori Riuniti, Roma 1969 ; oppure: La questione ebraica, Newton Compton, Roma 1975). Il fatto è che Marx, prima ancora di Hitler, ha posto all'ordine del giorno l'esistenza di una Judenfrage, cioè di una "questione" che non può, in omaggio agli idola fori, essere ignorata o scambiata per fobia

    www.eurasia-rivista.org

  2. #2
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    Preve dev'essere uno dei nostri punti di riferimento.
    Non ha niente da condividere con la sinistra

  3. #3
    Comandante
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    Veramente Preve rimane un filosofo marxista, ma si distingue per lucidità e a-dogmatismo. Nonostante esistano ancora nicchie che si richiamano a tradizioni politiche di destra e di sinistra (con cui bisogna fare i conti..), C.P. va oltre tali categorie e nel suo percorso intellettuale raccoglie consensi ovunque.

 

 

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