Se ne parla molto anche se, per ora, in maniera riservata. Si tratta dell’idea di costituire - o, meglio, ricostituire - una «grande forza politica di centro». L’ipotesi nasce soprattutto dall’insoddisfazione, manifestata - questa sì, esplicitamente - da molti nei confronti del funzionamento dell’attuale sistema bipolare. Che rende difficili i compromessi, tipici dei governi della Prima Repubblica (buona parte dei provvedimenti, specie negli anni ’50 e ’60, erano frutto di accordi parlamentari tra governo e opposizione). E, al tempo stesso, provoca, date le caratteristiche del sistema politico italiano e della legislazione elettorale vigente, una accesa litigiosità all’interno delle coalizioni. Col risultato di rendere complessa quella governabilità che si voleva ottenere proprio attraverso il bipolarismo o, meglio, come direbbe Sartori, questa modalità distorta del bipolarismo.
Ma oltre che da una riflessione sul funzionamento del sistema politico, la crescente popolarità del disegno volto alla ricostruzione di una forza di centro nasce dalle potenzialità elettorali di quest’ultima. Che sono difficili da definire in astratto, ma per le quali si sono già fatte alcune ricerche. Da cui si rileva come addirittura più di un terzo dell’elettorato (34%) manifesti una decisa preferenza per un assetto tripolare. Beninteso, la maggioranza dei cittadini rimane ancora affezionata al bipolarismo. Ma si tratta di una maggioranza risicata, che supera di poco il 50%. E’ un segno evidente dell’insoddisfazione per come funzionano le cose in questi primi anni della cosiddetta Seconda Repubblica. I fautori più accesi della creazione di una forza di centro si trovano al Sud, ove questa ipotesi è valutata con interesse da quasi il 40%. Proprio il Meridione costituisce - non solo sulla base di questi dati - un’area di conquista elettorale potenziale molto significativa.
Risultano ovviamente propensi alla creazione di un partito di centro coloro che dichiarano di «sentirsi» già ora di centro. Tra costoro, l’ipotesi è sostenuta da oltre il 50%. Si trova in particolare un’attenzione per questo scenario tra gli elettori dell’Udc, della Margherita e, in misura ancora maggiore, tra quelli della Lega. Che, come si ricorderà, si è sempre considerata - ed è sempre stata definita dai politologi - come un partito, appunto, di centro. Infine, com’era prevedibile, l’idea di un partito di centro è più gettonata tra coloro che frequentano con maggiore frequenza le funzioni religiose. Ma, al di là, delle adesioni, per così dire, teoriche verso una nuova configurazione del sistema politico, quale potrebbe essere l’esito elettorale di un partito che si collochi nel centro? Sottoponendo questa scelta a quanti indicano l’opportunità di un sistema tripolare, si trova che addirittura il 43% sceglierebbe alle elezioni la nuova forza politica. Ciò corrisponde grossomodo al 17% dell’elettorato nel suo complesso. Non si tratta, evidentemente, di una previsione né di una fondata stima del seguito che un eventuale partito di centro potrebbe avere. Ma è un’indicazione dell’ampiezza potenziale per una formazione del genere. Forse, questi dati spiegano alcune delle scelte politiche e delle dichiarazioni talvolta sorprendenti (secondo alcuni scandalose) che si sono intensificate nelle ultime settimane.
Renato Mannheimer
21 giugno 2005




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