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  1. #1
    Lampo
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    Predefinito Biografia di De Gasperi..

    Alcide De Gasperi nacque il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, in Trentino, un'area compattamente italiana, ad eccezione di alcune isole linguistiche tedesche, dell'Impero austro-ungarico. Fra i 360.000 abitanti si era sviluppata, dopo la formazione dello Stato unitario, una forte coscienza culturale e nazionale italiana. Da allora, i vari gruppi politici vi avevano portato avanti, con posizioni e strategie diverse, prima e dopo la stipulazione della Triplice Alleanza (1882), una battaglia autonomistica.

    De Gasperi si impegnò, da posizioni non irredentiste, nella difesa dell'identità italiana fin dal 1900 quando, non ancora ventenne, iniziò i suoi studi universitari a Vienna, all' Alma Mater Rudolphina. Nel 1904 prese parte attiva alle manifestazioni studentesche a favore di una Università italiana. Incarcerato con altri manifestanti in occasione dell'inaugurazione della Facoltà giuridica italiana a Innsbruck, dopo gravi incidenti fra studenti di lingua italiana e tedesca, venne rilasciato venti giorni dopo. Quei fatti contribuirono a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica italiana ed europea sulla condizione della minoranza italiana nell'Impero asburgico.

    Il periodo dell'Università fu decisivo per la formazione umana e politica degasperiana: vi si rintracciano la sua avversione alla propaganda nazionalistica; la sua sensibilità per la questione sociale, ispirata all'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII; il rifiuto di ogni radicalismo in politica; la sua tendenza a cogliere le questioni essenziali; un atteggiamento pragmatico e possibilista che non era mai rinuncia ai principi né passiva acquiescenza agli eventi, ma attenzione ai programmi concreti. Una fede profonda ne caratterizzerà da allora vita ed attività. Il cattolicesimo rappresentava per lui un elemento "integrale" che riguardava tutta la vita nella sua intera struttura, "una regola fìssa..., l'anima e il midollo di tutte le cose".

    Importanti furono in quegli anni la conoscenza della storia e delle vicende del partito del "Centro" germanico e del Volksverein - la più importante struttura sociale ed educativa costituita fino ad allora dai cattolici in Europa -, dell'attività e di esponenti del movimento cristiano-sociale austriaco, gli incontri avuti a Roma nel 1902 con esponenti del movimento democratico cristiano italiano.

    Dopo la laurea, ottenuta nel 1905, intensificò l'attività giornalistica, assumendo la direzione de "La Voce Cattolica", sostituita dal settembre 1906 da "II Trentino"; continuò l'attività sindacale - per la quale rivendicava una autentica autonomia - fondando per primo in Trentino una organizzazione di classe non socialista.

    In quegli anni iniziò anche il suo impegno nell'Unione Politica Popolare del Trentino (U.P.P.T.), fondata nel 1904. L'autonomia politica del laicato che distingueva il movimento cattolico trentino contribuì notevolmente alla sua formazione. Quel movimento non era, infatti, caratterizzato dall'ossequio alla regola del non expedit dettata dalla Chiesa, dalla non partecipazione, per trenta anni, alle elezioni politiche in segno di protesta per la violazione dei "diritti imprescrittibili" della Santa Sede da parte dello Stato unitario e liberale.

    L'intensa opera svolta nel campo giornalistico e sindacale cattolico, la costante difesa della italianità del Trentino in polemica con il pangermanesimo del Tiroler Volksbund favorì, nel dicembre 1909, la sua elezione nel Consiglio comunale di Trento, città autonoma dell'Impero.



    Continua.....

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  2. #2
    Lampo
    Ospite

    Predefinito

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    L'attività svolta dai cattolici trentini sul piano sociale ed economico contribuì all'affermazione della supremazia del loro movimento, nel primo decennio del Novecento, anche su quello politico. Nelle elezioni del 1911 per il Reichsrat, i popolari - l'Unione Politica Popolare e il Partito Popolare Trentino, costituito nel 1905 - riuscirono ad eleggere sette loro candidati, fra i quali De Gasperi.
    A Vienna, De Gasperi continuò il suo impegno per difendere l'identità italiana del Trentino e i suoi valori, per l'istituzione di una Facoltà giuridica ed economica di lingua italiana nell'Università della capitale dell'Impero, per tutelare gli interessi della gente della sua terra.
    L'assassinio dell'arciduca ereditario d'Austria, Francesco Ferdinando, e di sua moglie, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, mutò tragicamente lo scenario europeo. Il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia. Nei giorni successivi scattò il meccanismo delle alleanze: alle mobilitazioni degli eserciti dei vari paesi europei seguirono le dichiarazioni di guerra. Nel giro di pochi giorni cominciò così la guerra europea, la "grande guerra". Dal 1917 vi avrebbero preso parte anche gli Stati Uniti. Senza esito rimasero gli appelli del Papa contro "l'inutile strage".
    Fra le potenze impegnate nei due opposti campi della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa, l'Italia - alleata dell'Austria e della Germania, ma in contrasto con l'Austria per la questione delle terre irredente e per contrapposti interessi nei Balcani - proclamò inizialmente, il 3 agosto 1914, la propria neutralità, avvalendosi di una interpretazione letterale del trattato della Triplice, che non aveva carattere offensivo.
    De Gasperi, che aveva considerato la Triplice Alleanza una garanzia di pace, continuò ad occuparsi del futuro del Trentino. Con la guerra la questione territoriale era divenuta di attualità. Nel periodo della neutralità italiana si incontrò così, a Roma, con l'ambasciatore austriaco, Karl Macchio, con il pontefice Benedetto XV e, in modo del tutto riservato, con il ministro degli Affari Esteri del Regno d'Italia, Sidney Sennino, con il quale valutò le condizioni del Trentino e l'esito di un eventuale plebiscito.

    L'entrata in guerra dell'Italia, il 24 maggio 1915, a fianco delle potenze della Triplice Intesa, mutò notevolmente il quadro delle alleanze e lo scenario militare, impose altri temi al dibattito politico. Anche nell'Impero austroungarico le condizioni della lotta politica furono profondamente trasformate. A Trento fu pubblicato, il 22 maggio, l'ultimo numero de "il Trentino", imbiancato dalla censura. De Gasperi decise così la sospensione delle pubblicazioni prima che il giornale venisse sequestrato.

    Negli anni del conflitto, quando il Parlamento di Vienna rimase chiuso - dal 25 luglio 1914 al 30 maggio 1917 -, De Gasperi continuò una intransigente opposizione ad ogni forma di "germanizzazione", ad un programma preordinato di "sradicamento dell'elemento italiano con metodi militari". Allo scoppio del conflitto una parte della popolazione trentina era stata infatti trasferita e condotta nei campi di internamento. Un mandato di cattura era stato emesso, il 1° marzo 1916, anche nei confronti del vescovo di Trento, mons. Endrici, poi trasferito verso l'interno del paese sotto uno stretto controllo della polizia.
    Dopo alterne vicende sui campi di battaglia, il 24 ottobre 1918, esattamente un anno dopo la disfatta di Caporetto, gli italiani passarono all'offensiva sul Grappa e sul Piave. L'impero austro-ungarico era già in piena dissoluzione. L'Assemblea politica dei rappresentanti delle minoranze nazionali dell'Impero, riunita a Praga il 17 maggio 1918, aveva chiesto per le nazionalità l'emancipazione e il diritto di autodecisione. Al Parlamento di Vienna, De Gasperi dichiarava l'il ottobre 1918 che la popolazione del Trentino si attendeva dal trattato di pace il riconoscimento del principio nazionale e la sua effettiva applicazione agli italiani che vivevano nell'Impero.
    Le truppe italiane entrarono a Trento il 3 novembre 1918, mentre De Gasperi si trovava a Berna con altri deputati del Trentino alla ricerca di aiuti alimentari per le popolazioni italiane dell'Impero e per consegnare all'ambasciatore italiano in Svizzera un promemoria con le loro richieste in vista delle trattative per l'armistizio.
    Richiamati a Roma dal governo, De Gasperi e gli altri ex deputati al Parlamento austriaco, giunsero nella capitale il 6 novembre dopo un viaggio trionfale, acclamati dalla folla che vedeva in loro il simbolo del ricongiungimento alla patria delle terre irredente.


    .......continua.......

  3. #3
    Lampo
    Ospite

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    La prima guerra mondiale ha costituito una grande cesura anche nella storia italiana; contribuì ad accelerare la crisi dei precedenti equilibri, del precario assetto sociale. Nel dopoguerra la crisi politica fu intrecciata così con la crisi sociale. Il mito della Rivoluzione d'Ottobre orientò il Partito Socialista su una posizione intransigente e rivoluzionaria. La classe dirigente liberale non riuscì, d'altra parte, ad innestare sul vecchio impianto istituzionale procedure tipiche di una democrazia di massa fondata sui partiti. La presenza di nuove formazioni politiche, in particolare del Partito Popolare Italiano, fondato il 18 gennaio 1919, contribuì a modificare profondamente il sistema politico.
    Nelle elezioni politiche del 1919, le prime a suffragio universale maschile e con il sistema proporzionale, la galassia liberal-democratica si trovò in minoranza nella Camera dei Deputati: la maggioranza dei seggi fu conquistata dal Partito Socialista e dal Partito Popolare, impossibilitati comunque ad allearsi per antitetiche e non componibili diversità ideologiche e programmatiche.
    De Gasperi iniziò la vita politica in Italia negli anni del "biennio rosso", della radicalizzazione dello scontro sociale, delle polemiche sulla "vittoria mutilata" e della crisi dello Stato liberale.
    Aderì fin dalle origini al Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Al primo congresso, a Bologna, il 14 giugno 1919, De Gasperi, "che rappresentava il Trentino riunito all'Italia", venne invitato a presiedere i lavori. La sua elezione alla presidenza dell'Assemblea volle significare un riconoscimento della sua attività negli anni precedenti, della storia e delle dure lotte sostenute dall'Unione Politica Popolare Trentina. Dal successivo congresso di Napoli (8-11 aprile 1920) fece parte del Consiglio Nazionale e della Dirczione del partito.
    La sua partecipazione alla vita parlamentare fu invece condizionata dalla ratifica del trattato di Saint Germain che sanciva l'annessione delle nuove provincie al Regno d'Italia, avvenuta il 26 settembre 1920. Alla Camera, così, potè essere eletto soltanto nelle elezioni del 15 maggio 1921, ma vi assunse subito un ruolo di rilievo. Nella seconda legislatura del dopoguerra, la XXVI del Regno, fu eletto Presidente del Gruppo parlamentare popolare, Presidente della Commissione permanente delle terre liberate e redente, Vice Presidente della Commissione permanente Affari Interni per l'esercizio 1921-1922.
    L'affermarsi del movimento fascista, fondato da Mussolini nel marzo 1919, e poi dello squadrismo, mutarono in quel periodo, metodi e connotati della lotta politica. La classe dirigente sottovalutò la realtà del fenomeno fascista, non comprese la portata eversiva del progetto politico mussoliniano, sia per quanto riguardava la cultura che le istituzioni liberali. Legittimato dalla inclusione nei "Blocchi nazionali" del 1921, costituiti su indicazione di Giolitti in funzione antipopolare e antisocialista, il fascismo riuscì ad organizzarsi, pur con una ridotta rappresentanza parlamentare, nella parte più progredita del paese e ad affermarsi con la violenza contro le organizzazioni del movimento operaio e contadino.

    L'ascesa al potere di Mussolini, il 28 ottobre 1922, fu favorita dall'incertezza e dalle divisioni della classe dirigente liberale, dalla più generale mancata comprensione del carattere "rivoluzionario" del movimento fascista, dalla divisione del movimento operaio in tre diversi partiti, dall'impossibilità di un'alleanza fra popolari e socialisti per l'antitesi delle loro ideologie e dei loro programmi, dalla mancata firma del Re del decreto di stato d'assedio, già diramato ai comandi territoriali, alla vigilia della "marcia su Roma".
    Al suo primo governo parteciparono anche alcuni rappresentanti del Partito Popolare, due ministri e tre sottosegretari. Al gruppo parlamentare parve "urgente il sanare la larga ferita aperta nell'organismo statale", collaborare senza "nessuna confusione di dottrine" cercando di salvare gli istituti fondamentali dello Stato liberale. La collaborazione durò pochi mesi, fino al Congresso di Torino del Partito Popolare, nel 1923: la formazione della "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale", la ripresa delle violenze squadriste fasciste contro gli oppositori, gli indirizzi e i comportamenti del fascismo che intendeva stravolgere le istituzioni liberali per piegarle ad un disegno autoritario dimostrarono che la prospettiva della normalizzazione era irrealistica.
    Per assicurarsi la maggioranza del Parlamento, Mussolini propose poi una nuova legge elettorale che assegnava alla lista vincente, che avesse ottenuto il 25% dei voti, i due terzi dei seggi e alle minoranze il terzo residuo, da dividere proporzionalmente. La battaglia parlamentare alla Camera portò, nel luglio 1923, all'approvazione della riforma elettorale. De Gasperi vi si oppose senza successo. Il Partito Popolare era, in quel periodo, indebolito anche dalle dimissioni che Sturzo era stato costretto a dare da una campagna di stampa fascista e dalle pressioni dei vertici vaticani. Nella votazione, poi, il gruppo parlamentare popolare si divise, come altri gruppi di opposizione. L'approvazione del disegno di riforma della legge elettorale al Senato, nel novembre 1923, significò "il suicidio del Parlamento"; favorì la trasformazione dello Stato liberale in una dittatura.
    Nelle elezioni politiche del 1924, la lista fasciata ottenne, in un clima di violenze, il 65% dei voti. Il Partito Popolare scese da 107 a 39 seggi. L'onorevole Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, che denunciò alla Camera le violenze e le manipolazioni che avevano falsato l'espressione del voto popolare, venne sequestrato e assassinato.
    Mussolini e il fascismo sembrarono isolati nel paese. I deputati dei più importanti partiti di opposizione decisero di astenersi per protesta dai lavori parlamentari e di riunirsi separatamente. De Gasperi, diventato nel 1924 segretario del Partito Popolare Italiano, promosse e condivise, con gli altri deputati popolari, la "secessione aventiniana" - che aveva in Giovanni Amendola un leader prestigioso -, ma la prospettiva che il fascismo sarebbe finito sotto il peso della "questione morale" si rivelò illusoria, come la speranza in un intervento del Re. Nel biennio successivo il Parlamento approvò le leggi che costituirono la base giuridica della dittatura mussoliniana.
    "Bisogna tener fermo fino alla fine", sostenne De Gasperi nell'ultimo congresso del Partito Popolare, svoltosi a Roma dal 28 al 30 giugno 1925. "Ecco il nostro compito, la nostra dura battaglia. Non la si può evitare senza venire accusati dai contemporanei e dalla storia di diserzione".


    ...............continua.....................

  4. #4
    Lampo
    Ospite

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    Nel gennaio 1925 il fascismo diventava una dittatura a viso aperto. I provvedimenti presi nei mesi successivi contro i giornali d'opposizione ridussero la già limitata libertà di stampa. Vennero inoltre sciolti i partiti e i sindacati, ad eccezione di quelli fascisti, creando le premesse di un regime a partito e a sindacato unico; nei Comuni i sindaci elettivi furono sostituiti con podestà nominati dall'alto. La distruzione delle autonomie locali venne completata con la riforma dell'amministrazione provinciale. La legge sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo e quella sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche trasformarono l'ordinamento statale accentuando la svolta autoritaria e dittatoriale del paese.
    Quando poi riaprì la Camera dei deputati, il 9 novembre 1926, il Governo fece dichiarare la decadenza, con un provvedimento illegittimo sul piano costituzionale, di 120 deputati di opposizione, fra cui De Gasperi. All'inizio di quell'anno era stato costretto anche a lasciare la direzione de "il nuovo Trentino". Dovette subire in seguito nuove campagne di denigrazione e un sequestro da parte dei fascisti che lo sottoposero a un "processo" politico nella sede della Federazione fascista di Vicenza.
    L'11 marzo 1927 venne poi arrestato, alla stazione di Firenze, insieme alla moglie Francesca, e accusato di "tentato espatrio clandestino". Trasferito nel carcere romano di Regina Coeli fu processato e condannato a quattro anni di carcere e al pagamento di 20.000 lire di multa (una pena ridotta in appello a due anni di carcere e a 16.666 lire di multa). Rimase agli arresti fino ai primi di agosto del 1928, quando gli fu concessa la grazia anche in seguito alle iniziative prese dal vescovo di Trento, monsignor Endrici, che si era rivolto pure al Re perché venisse scarcerato. Per circa un anno fu sottoposto ad una rigida sorveglianza; venne pedinato, la sua casa piantonata.
    L'amarezza della solitudine era resa più acuta dall'impossibilità di svolgere una qualsiasi attività politica, che continuava a sentire come una missione, comunque impossibile da riprendere, in quel tempo. Il regime fascista risultava infatti rafforzato dopo la firma dei Patti Lateranensi e lo svolgimento del plebiscito del marzo 1929.
    De Gasperi riuscì a essere assunto in quell'anno nella Biblioteca Vaticana come impiegato soprannumerario; vi rimase fino al 1943, dopo esserne stato nominato, nel '38, segretario. Continuò, in quel periodo, a studiare e a scrivere. Pubblicò, con pseudonimi diversi, saggi sulla formazione e sulla evoluzione dei partiti promossi dai cattolici nell'età moderna, sull'organizzazione politica del "Centro" tedesco, studi sul corporativismo - distinguendo la concezione corporativa cattolica dal sistema fascista, asservito alla dittatura del partito unico. Su "L'Illustrazione Vaticana", fra il 1933 e il 1938, quando la rivista cessò le pubblicazioni, scrisse Quindicina Internazionale, cronache di politica internazionale. Le riflessioni storiografiche e le valutazioni espresse sul totalitarismo, richiamando la dottrina sociale della Chiesa, e più in generale sulle più importanti vicende tra le due guerre, consentono una migliore comprensione della cultura politica di De Gasperi e dei suoi orientamenti successivi.
    La "lunga vigilia" terminò soltanto con la fine del fascismo, dopo una lunga e tragica guerra nella quale Mussolini, alleandosi con la Germania nazista, aveva trascinato l'Italia.

    ..............continua....

  5. #5
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    De Gasperi si definiva "un trentino prestato all'Italia"

    Si dice che indicò lui agli americani gli obbiettivi da colpire su Roma in occasione del primo bombardamento aereo.

    De Gasperi negò all'Istria, Dalmazia e al Quarnaro la possibilità di svolgere un referendum popolare quando questo gli fu offerto perfino dai russi e dagli slavi. (De Leonardis)

    De Gasperi disse nel bel mezzo degli infoibamenti "che l'istriano doveva adoperarsi in senso jugoslavo" (De Leonardis)

    De Gasperi rifiutò la possibilità di subentrare agli Angolamericani nella gestione del Governo Militare alleato di Trieste.

    De Gasperi fermò Brosio e Pella che volevano far intervenire esercito e carabinieri in soccorso degli oltre 350 mila esuli italiani delle terre strappate dai comunisti all'Italia.

    De Gasperi non protestò per Briga e Tenda sottratte all'Italia dalla Francia.

    De Gasperi tradì Umberto II, mantenendo libertà di voto agli elettori DC, rischiando pertanto, in caso di vittoria comunista nel 1948, la dittatura comunista in Italia.

    De Gasperi non sconfisse per merito suo i comunisti nel 48.
    La Dc non avrebbe mai vinto senza Gedda e l'Azione Cattolica.


    Saluti.
    (Scusate l'enfasi ma adoro la storia!)
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  6. #6
    Lampo
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    Il successo dello sbarco in Sicilia dei primi contingenti anglo-americani (10 luglio 1943) e la loro rapida avanzata nell'isola, gli effetti dei pesanti bombardamenti aerei alleati sulle città italiane accelerarono la crisi del regime fascista, indebolito da una lunga serie di insuccessi militari, dalle drammatiche esperienze di tre anni di guerra fatte dal paese e dalla diffusione del malcontento. Un sintomo allarmante per il regime erano stati, nel marzo 1943, gli scioperi avvenuti nelle più importanti città del centro-nord.
    Nella notte fra il 24 e il 25 luglio, Mussolini venne messo in minoranza in una seduta dal Gran Consiglio del Fascismo e arrestato per ordine del Re. La formazione di un nuovo governo, presieduto dal Maresciallo Pietro Badoglio - composto da funzionar! e da tecnici, senza rappresentanti dell'opposizione antifascista - non portò al ripristino delle libertà costituzionali anche se venne sciolto il Partito Nazionale Fascista e fu abolito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. I partiti, che si stavano allora costituendo o riorganizzando, che avrebbero poi creato i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), organizzato la Resistenza e animato la lotta politica, erano ancora illegali, in quel periodo.
    Una svolta nelle vicende militari e politiche fu rappresentata dalla firma, il 3 settembre, di un armistizio con gli anglo-americani. Un secondo e più oneroso armistizio, noto come "Lungo Armistizio", venne firmato a Malta il 29 settembre. L'annuncio dell'armistizio, dato l'8 settembre, fu seguito dall'abbandono di Roma da parte di Vittorio Emanuele III e di Badoglio mentre veniva ufficialmente comunicato: "la guerra continua". L'esercito venne lasciato senza guida, mentre gli Alleati sbarcavano nella piana di Salerno. Il 13 ottobre il Re si convinse a firmare la dichiarazione di guerra alla Germania. L'Italia venne allora tagliata di fatto in due: a sud c'era il "Regno del Sud" - il vecchio Stato monarchico che sopravviveva esercitando la sua sovranità sotto il controllo alleato -; al centro (fino all'estate del 1944) e al nord, l'occupazione tedesca. Nell'Italia occupata dai tedeschi, Mussolini, da loro liberato dalla prigionia, organizzò la Repubblica Sociale Italiana.
    Nella Roma occupata dai nazisti, i partiti avevano cominciato intanto a riorganizzarsi, clandestinamente. Fra il 1942 e il '43 era stata fondata la Democrazia Cristiana da diverse iniziative convergenti. Il nuovo partito che si presentò come l'erede della migliore tradizione dei cattolici in campo politico, in una stagione profondamente diversa da quella in cui era stata elaborata la proposta di don Sturzo, impostò in modo del tutto innovativo il rapporto tra i cattolici e lo Stato. Nei primi documenti clandestini De Gasperi definì i motivi programmatici fondamentali che caratterizzeranno la DC nel dopoguerra: un partito di massa dei cattolici, laico, interclassista, antifascista, che considerava la libertà e la democrazia politica elementi fondamentali del nuovo sistema politico da costruire, con un senso cristiano dello Stato senza volere uno Stato cristiano.

    De Gasperi riuscì con la Democrazia Cristiana a garantire l'unità politica dei cattolici, ad inserirli nello Stato democratico e a farli diventare i più importanti garanti di un sistema pluralista. Il sostegno dato all'iniziativa di De Gasperi dal sostituto della Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini, fu decisivo per orientare la maggior parte dei quadri cattolici nella DC e per assicurare al nuovo partito l'appoggio dell'istituzione ecclesiastica; De Gasperi non rinunciò mai, tuttavia, al principio dell'autonomia e delle responsabilità civili e politiche.
    De Gasperi - che per i primi quattro mesi dell'occupazione nazista di Roma si era rifugiato nel Seminario Lateranense, con altri componenti del Comitato di Liberazione Nazionale, da lui costituito insieme ai rappresentanti degli altri partiti antifascisti, e poi nel palazzo di Propaganda Fide - assunse fin da allora la leadership della nuova formazione politica.
    In questo periodo drammatico della guerra in Italia, era stato formato nel frattempo a Salerno - la "capitale provvisoria" del Regno del Sud, dove il Re si era trasferito da Brindisi - il primo governo di unità nazionale, presieduto ancora dal Maresciallo Badoglio, ma comprendente i rappresentanti dei partiti del CLN, come ministri senza portafoglio: fra gli altri, Benedetto Croce, Carlo Sforza, Palmiro Togliatti, che con la "svolta di Salerno" del partito da lui guidato aveva reso possibile la formazione di quel ministero.
    La liberazione del paese procedeva intanto lentamente: l'Italia era considerata un fronte di importanza secondaria dopo l'apertura di quello nuovo e decisivo in Normandia. Soltanto il 4 giugno 1944 gli Alleati erano riusciti a liberare Roma. Il giorno successivo, il principe Umberto veniva nominato Luogotenente; Vittorio Emanuele III lasciava così la scena politica, ma non abdicava. Il compito di formare un nuovo governo - non più "emanazione diretta del Re", ma espressione "dei partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale" - venne affidato a Ivanoe Bonomi. De Gasperi ne fece parte come ministro senza portafoglio. Fu il suo primo incarico ministeriale.
    Il 1° ministero Bonomi aprì una fase nuova della politica del paese, non ancora interamente liberato. Con il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 - la cosiddetta "Costituzione provvisoria" - fu stabilito infatti che "dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali" sarebbero state scelte da una Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto, cui era affidato anche il compito di approvare una nuova Costituzione. Il ministero ebbe tuttavia una vita breve: si dimise ai primi di dicembre del 1944 per dissensi fra i partiti sulla questione dell'epurazione e sul ruolo del CLN. Ma fu ancora l'ex Presidente del Consiglio del primo dopoguerra, ora esponente della Democrazia del Lavoro, ad essere incaricato della formazione del nuovo ministero (12 dicembre 1944-21 giugno 1945). Alcide De Gasperi vi assunse l'incarico di ministro degli Affari Esteri.

    ................continua.................

  7. #7
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    In origine postato da Gilbert I
    De Gasperi si definiva "un trentino prestato all'Italia"

    Si dice che indicò lui agli americani gli obbiettivi da colpire su Roma in occasione del primo bombardamento aereo.

    De Gasperi negò all'Istria, Dalmazia e al Quarnaro la possibilità di svolgere un referendum popolare quando questo gli fu offerto perfino dai russi e dagli slavi. (De Leonardis)

    De Gasperi disse nel bel mezzo degli infoibamenti "che l'istriano doveva adoperarsi in senso jugoslavo" (De Leonardis)

    De Gasperi rifiutò la possibilità di subentrare agli Angolamericani nella gestione del Governo Militare alleato di Trieste.

    De Gasperi fermò Brosio e Pella che volevano far intervenire esercito e carabinieri in soccorso degli oltre 350 mila esuli italiani delle terre strappate dai comunisti all'Italia.

    De Gasperi non protestò per Briga e Tenda sottratte all'Italia dalla Francia.

    De Gasperi tradì Umberto II, mantenendo libertà di voto agli elettori DC, rischiando pertanto, in caso di vittoria comunista nel 1948, la dittatura comunista in Italia.

    De Gasperi non sconfisse per merito suo i comunisti nel 48.
    La Dc non avrebbe mai vinto senza Gedda e l'Azione Cattolica.


    Saluti.
    (Scusate l'enfasi ma adoro la storia!)

    quoto tutto tranne il fatto, che degasperi, non lascio libertà di voto, ma anzi...si schierò apertamente in favore della repubblica.
    La sua lettera a Falcone (ministro della Real Casa il 4/6/46), fu un chiaro esempio di doppiogiochismo ed ipocrisia di cui quest'uomo era capace.

    Defasperi non sconfisse il PCI nel 1948, in quanto l'allarme era falso, e basato su dati falsi dovuti al doppio broglio "referemdum + Costituente" del 2/6/46
    Il PCI e le sinistre, dovendo contare davvero i voti nel 48, non poterono più sommare gli oltre 2.500.000 di voti falsi della precedente tornata elettorale !

    ...insomma, quest'uomo è stato una nullità deleteria !!

    Ciao

  8. #8
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    ma vergognati

  9. #9
    Lampo
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    In origine postato da Conterio
    si schierò apertamente in favore della repubblica.
    Che c'è di male ?

    L'unico doppiogiochista era il re.....

  10. #10
    Lampo
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    In origine postato da Gilbert I
    De Gasperi si definiva "un trentino prestato all'Italia"
    Guarda che De Gasperi a Vienna ha più volte difeso gli italiani al Parlamento in cui lui era stato eletto...

 

 
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