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INTERVISTA
Parla Wole Soyinka, scrittore nigeriano, premio Nobel: il continente deve amministrarsi da sé, con cambi di «leadership»
L'Africa si salva da sola
scenari
«Ma ci sono governi che stanno facendo disastri, ci vuole più democrazia»
«Nuovi percorsi già iniziati, che danno il via, secondo alcuni, a un "Rinascimento africano": l’hanno chiamato così,ma non è ancora avvenuto»
Da Milano Anna Pozzi
«Rimettere i destini dell'Africa nelle mani delle popolazioni africane». Non è un slogan, piuttosto una sorta di impegno programmatico. Dagli slogan, del resto, rifugge con abilità Wole Soyinka, nigeriano, 71 anni, premio Nobel per la letteratura nel 1986. Scrittore, poeta, drammaturgo, professore, da sempre affianca all'attività letteraria un impegno forte per la difesa dei diritti e della democrazia. Nel suo Paese, la Nigeria, ma non solo. Lo ribadisce al convegno internazionale organizzato ieri da Unidea-UniCredit Foundation, dedicato a "Strategie di sviluppo e aiuto internazionale. Le proposte africane". La sua di proposta va dunque in questa direzione: rimettere l'Africa nelle mani degli africani. Quali però? «È evidente - risponde - che c'è un problema di leadership in Africa, di governi che stanno facendo disastri, coperti dal silenzio del resto della comunità dei governanti africani. L'interesse degli africani passa in secondo piano rispetto alla sopravvivenza di una certa classe dirigente». Si tratta di un'élite esigua, potente e prepotente, dedita all'autoconservazione, punteggiata da alcuni impresentabili "dinosauri" della politica, presidenti a vita, che si sono emendati le Costituzioni, per dare una parvenza di legalità a regimi personalistici e interminabili. «Certo sarebbe sconveniente - ironizza Soyinka - pensare a manifestazioni di piazza perché questi personaggi, che sono pure longevi, prima o poi muoiano!». Occorre, dunque, porre seriamente il problema delle leadership africane e promuovere iniziative di ristrutturazione democratica della società che vadano oltre gli slogan e si traducano in strutture atte a migliorare concretamente le condizioni di vita della popolazione. «Per fare questo - aggiunge - occorre senso del dovere, gli uni verso gli altri, a livello locale e internazionale, e senso di responsabilità, di tutti e di ciascuno, in Africa e nel mondo. Da qui si costruisce il futuro, si rivalorizza la vita delle persone, si migliora la qu alità della loro esistenza sociale». La storia dell'Africa è una storia di cambiamenti e adattamenti. Certo la situazione attuale, tra guerre, fame, Aids e malattie varie, offre materiale su cui si sbizzarriscono i soliti afro-pessimisti. Non è il caso di Soyinka, che, pur lucido e caustico nella critica, prova ad offrire qualche spunto ottimistico. Senza enfasi, però. Come sul Nepad, il progetto di nuova partnership africana «che non può avere una mera valenza economica, ma deve essere occasione di analisi e critica dell'odierna situazione politica del continente». Passa dunque da qui, da una cambiamento di prospettiva - e di politica - da una partecipazione più vera, reale, alla vita democratica della gente, la possibilità di costruire percorsi condivisi che partano e arrivino dalla e alla popolazione africana. «Percorsi già iniziati - tiene a sottolineare Soyinka - che stanno dando vita a una nuova trasformazione sociale e politica, che qualcuno chiama, forse in maniera un po' iperbolica, "Rinascimento africano", come se fosse già avvenuto. Non penso che dobbiamo aspettarci un miracolo come in Sudafrica, ma piuttosto dobbiamo tagliare il cordone ombelicale per mostrare al mondo che siamo in grado di risolvere i conflitti e di ribellarci a certe forme di governo». «L'Africa - ricorda lo scrittore, che ha pagato per il suo impegno civile con la prigione e la condanna a morte in contumacia, sotto il regime di Sani Abachi - ha vissuto stagioni di lotta e di speranza, a volta brevi, soffocate da politiche di esclusione opportunistica, dalla creazione di nemici fittizi per giustificare il controllo e la gestione del potere a tutti i costi». Concetto che esprime anche nel suo ultimo libro appena pubblicato in Italia, Clima di paura (Codice Edizioni), dove sottolinea l'uso strumentale del timore e del senso di insicurezza - in Africa e altrove - come mezzo di controllo e sottomissione della società civile. «Esistono vere cause di paura - precisa ancora Soyinka - ch e i governi dovrebbero cercare di ridurre il più possibile, ma esiste anche una manipolazione della paura per promuovere azioni anche illegali, per persuadere la gente, limitarne le libertà, facendo del timore una parte integrante della vita conscia e inconscia. È un nemico occulto, la paura, un quasi-Stato, che non riconosce leggi e responsabilità. Un potere. L'Africa, il mondo, hanno invece bisogno di maggiore oggettività e responsabilità». È in un orizzonte globale che il Nobel nigeriano colloca le problematiche africane e non potrebbe essere diversamente. Sia nel senso delle responsabilità che delle prospettive. E allora quando parla di donne, di fuga di cervelli, di Aids è sempre guardando alle cause endogene ed esogene, nonché a prospettive globali nell'indicare percorsi di cambiamento. Come quando fa riferimento al debito estero: «I debiti si pagano - dice - sia quelli individuali, che quelli collettivi. Ma se guardiamo ai rapporti tra Africa e Occidente, siamo reciprocamente indebitati gli uni con gli altri. E allora trovo presuntuoso che si parli di cancellazione, è un porsi ancora una volta in un atteggiamento di superiorità nei confronti dell'Africa. Piuttosto che si ricominci da zero, che si faccia tabula rasa e si cerchi di impostare in maniera diversa e costruttiva i reciproci rapporti». «Oggi più che mai - avverte Soyinka - occorre essere molto vigilanti, perché si cammina su una linea molto sottile. Democrazia e potere, libertà e dittatura sono termini che continuano a interpellare gli africani, con cui si confrontano ogni giorno, per cui continuano a lottare». Come aveva fatto, dieci anni fa, Ken Saro Wiwa, scrittore nigeriano e difensore dei diritti del popolo ogoni, nel Delta della Nigeria, che, nel novembre 1995, veniva condannato a morte e impiccato. La sua morte non è stata inutile. «La battaglia collettiva per la libertà continua». Parola di Wole Soyinka.
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