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    Omaggio al beato Pio IX

    BEATO PIO IX


    BIOGRAFIA






    Dalla nascita al sacerdozio


    Giovanni Maria Mastai Ferretti nacque a Senigallia il 13 maggio 1792, nono figlio di Girolamo Benedetto Gaspare dei conti Mastai Ferretti e di Antonia Caterina Maddalena Solazzi, del patriarcato locale. Dei figli maschi era il quarto, dopo Gabriele, Gaetano e Giuseppe. Fu battezzato il giorno stesso della nascita col nome di Giovanni Maria Battista Pellegrino Isidoro da uno zio, il canonico Angelo Mastai, poi vescovo di Pesaro.

    Era di delicata costituzione fisica, ma d’intelligenza sveglia e d’indole ottima. Appena poté, andò a messa ogni giorno con la pia mamma. Rivelò presto la sua devozione eucaristica e mariana. Fu dedito alla pratica dei "fioretti". Era stato cresimato il 6 giugno 1799 dall’Em.mo B. Honorati, vescovo di Senigallia, ed ammesso alla prima comunione nella cappella della Madonna della Speranza in cattedrale il 2 febbraio 1803.





    [size=0.5]Ritratto giovanile di Giovanni Maria Mastai Ferretti nel periodo in cui era studente a Volterra.[/size]



    I1 20 ottobre di quel medesimo anno entrò nel Collegio dei Nobili, tenuto in Volterra dai Padri delle Scuole Pie. V rimase fino al 26 settembre 1809, dando prova d’ingegno vivace e d’esemplare comportamento.

    Lo zio Paolino Mastai, canonico vaticano, l’accolse presso di sé, quando, nel 1809, Giovanni Maria lasciò Volterra e venne a Roma per gli studi superiori presso il Collegio Romano. Il giovane conte, a quell’epoca, non aveva dato ancora la sterzata decisiva alla sua vita in direzione del sacerdozio. Era ancora "in stato secolare", come egli stesso s’esprime, quel 10 aprile 1810, quando, a conclusione d’un ritiro spirituale, gettò le basi di tutta la sua futura esistenza: lotta al peccato, fuga da ogni occasione moralmente pericolosa, studio "non per l’ambizione del sapere" ma per il bene altrui, abbandono di sé nelle mani di Dio. E non mancò di rivolgere a sé stesso un’esortazione finale, per impegnarsi con tutte le sue forze all’osservanza dei suoi buoni propositi: "Eseguisci il sistema divino che hai disegnato".

    Quel programma (o "sistema divino") era sintomatico della limpidezza interiore del giovane studente, già soprannaturalmente orientato, purtroppo non eran floride le sue condizioni di salute. Soffriva d’improvvisi attacchi che qualcuno considerò epilettici, anche se non si han prove sicure al riguardo. La cosa certa è che fu per questo costretto ad interrompere gli studi. Nel 1812, la malattia gli ottenne 1’esonero dalla chiamata di leva nelle Guardie d’onore del Regno. Chiese, invece, ed ottenne nel 1815 di far parte della Guardia Nobile Pontificia; ma a causa del suo male, ne fu presto dimesso. Paradossalmente, proprio in quello scorcio di tempo, San Vincenzo Pallotti gli vaticinò il supremo pontificato e la Vergine di Loreto lo liberò, sia pure in modo graduale, dal male che l’affliggeva.

    Sempre nel 1815 fu tra i volontari che prestavano la loro opera educativo-didattica ai ragazzi del Tata Giovanni, un istituto dove prenderà poi dimora e che gli resterà caro per tutta la vita. Nel 1816 ebbe una parentesi senigalliese come catechista in una memorabile missione popolare. Poco dopo, nella Chiesa dell’Orazione e Morte, dove aveva appena finito di servire una messa, si decise per il sacerdozio, ponendo fine ad un quinquennio d’ondeggiamenti. Vesti l’abito talare, riprese gli studi, ebbe gli ordini minori il 5 gennaio 1817, il suddiaconato il 20 dicembre 1818 ed il diaconato il 6 marzo 1819. Un mese dopo, il 10 aprile, per grazia personale di Pio VII, venne ordinato prete. Ed egli, con chiara consapevolezza del suo nuovo stato, s’impegnò formalmente con se stesso ad evitare la carriera prelatizia per rimanere sempre e soltanto al servizio della Santa Chiesa. Vi rimase di fatto, anche nella carriera e nonostante gli inarrestabilì scatti di essa.


    Prete e Vescovo


    Celebrò la sua prima messa ai suoi cari ragazzi del Tata Giovanni, nella Chiesa di Sant’Anna. Nominato rettore di quell’istituto, vi si fermò fin al 1823.

    Fu subito evidente con quale spirito fosse andato incontro al sacerdozio. Assiduo alla preghiera, al ministero della parola, alle sacre funzioni, al confessionale, il prete Mastai era ormai l’uomo per gli altri, specie per i più umili e bisognosi. Univa il raccoglimento alla disponibilità più generosa, I’unione con Dio all’attività del ministero vissuto sulla breccia, la vita contemplativa alla predicazione ed a qualunque altro servizio gli richiedessero le attese e le necessità delle anime. Foglietti provvidenzialmente sfuggiti alla distruzione costituiscono la più probante testimonianza della sua vita interiore di giovane prete, dei suoi spietati esami di coscienza, del suo rifugiarsi nel Cuore sacratissimo di Gesù ed in Maria.

    Nel 1823 parve prender concretezza il suo sogno segreto: farsi missionario. I1 3 luglio lasciò Tata Giovanni per accompagnare in Cile il Nunzio Apostolico S. E. Mons. Giovanni Muzi e vi restò fin al 1825. Per tale missione, il Segretario di "Propaganda Fide" l’aveva così presentato: "E’ difficile ritrovare persone che riuniscano tutti i requisiti che s’incontrano in questo rispettabilissimo sacerdote. Pietà singolare e soda, dolcezza di carattere, prudenza ed avvedutezza non ordinarie, zelo grandissimo accompagnato dalla scienza che in lui bene si trova in abbondanza,...desiderio di servire Dio e di essere utile al prossimo per le missioni presso gli infedeli".

    La madre ne fu profondamente addolorata, soprattutto per l’incognita della salute. Ma né la costernazione materna, né altre contrarietà fermarono l’ardente "missionario’`.

    La missione si rivelò più difficile del previsto e richiese soprattutto saggezza, prudenza e spirito di Fede. Eran le doti precipue del giovane Mastai, le uniche armi ch’egli impugnò per il bene della società cilena e l’onore di Dio. Non era un diplomatico; non lo sarà mai in tutta la vita. Era un prete. E come tale si comportò anche in un contesto diplomatico come quello della missione cilena.

    Sarebbe rimasto molto volentieri in quella terra ormai da lui amata. Ma Roma lo reclamò per altri e non meno delicati servizi. Obbedì serenamente.

    Nel 1825 fu eletto preside dell’Ospizio Apostolico di San Michele: un’opera complessa e grandiosa, ma per non pochi motivi non più all’altezza dei suoi compiti e bisognosa perciò di seria riforma. E’ quel che fece il Mastai con oculatezza pari all’intraprendenza. Gli esiti furon lusinghieri.

    Ma il campo nel quale egli prodigava i tesori di natura e di grazia di cui era straordinariamente dotato, restò sempre quello pastorale. Fu un vero apostolo.

    Aveva appena 35 anni, quando Leone XII, il 3 giugno 1827, lo destinò all’arcidiocesi spoletina. Il novello Pastore vi fece solenne ingresso il 7 luglio. L’obbedienza al successore di Pietro ne vinse la non formale resistenza, non si sentiva meritevole di tanto e soprattutto era convinto d’essere impari a quanto la responsabilità episcopale gli avrebbe richiesto. Ma il Papa fu fermo nel suo disegno e fece di lui, in quell’occasione, il seguente elogio: "Uomo commendevole per gravità, prudenza, dottrina, rettitudine di costumi, esperienza delle cose".

    L’elogio rivelava la grande fiducia del Pontefice nel suo collaboratore, il quale lo ripagò da par suo: a Spoleto fu un prodigio di zelo pastorale, che vinse diffidenze ed ostilità di prevenuti, questi a sé conciliando ed assimilando a quanti lo stimavano amavano e seguivano.

    Il suo zelo, peraltro, fu fecondato anche da non poche sofferenze. La rivoluzione nel febbraio del 1831, imperversò in tutta 1’Umbria, dopo aver preso le mosse dai ducati di Parma e di Modena, lasciando il segno del suo passaggio a Bologna e perfino a Roma. A Spoleto trovò la strada spianata da frodi e tradimenti, che resero ancor più pesante la difficile situazione sul cuore dell’Arcivescovo. Questi segui la vicenda, rivivendone intimamente il dramma. Con dolore acconsentì alla difesa, ma non allo spargimento di sangue fraterno. E quando la calma fu ristabilita, elargì a tutti, anche a chi non lo meritava, il suo paterno perdono.

    Dopo Spoleto l’attendeva un’altra non facile diocesi. Il vecchio card. Giacomo Giustiniani non aveva potuto far altro che dimettersi dalla guida della diocesi di Imola. E Gregorio XVI nulla di meglio intravide che trasferire ad essa lo zelante ed affermato vescovo di Spoleto: era il 22 dicembre 1832.

    Il compito, difficile oltre ogni ragionevole sospetto, non sgomentò il Mastai, il quale, della sua nuova diocesi, fece il teatro della sua fede invitta, della sua carità senza limiti, del suo instancabile zelo. Ad Imola, infatti, si confermò uomo di profonda preghiera, predicatore facondo e suasivo, col cuore aperto a tutti, di ogni ordine e ceto; ricercatore indefesso del bene soprannaturale, ma anche materiale, dei suoi diocesani; difensore strenuo della giustizia contro ogni intemperanza e sopruso; promotore d’opportune forme d’educazione giovanile; spiritualmente e materialmente vicino ai monasteri di vita contemplativa, alla cui importanza ed alle cui esigenze sarà anche in seguito sensibilissimo; infiammato per la devozione al Sacro Cuore di Gesù e alla Madonna; tutto premure, se pur fermo sui principi, per i suoi preti ed il suo seminario.




    [size=0.5]Ritratto del Cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pietro Gobbetti, sec. XIX)[/size]


    Aveva appena 48 anni, quando, il 10 dicembre 1840, gli fu conferito 1’onore della sacra porpora.



    Papa


    Pur rifuggendo dagli onori per indole e per decisione, si trovò presto sotto il loro peso, tanto più grave quanto più alto fosse l’onore stesso.

    Il 1 giugno 1846 morì Gregorio XVI; due settimane dopo, il 14, cinquantadue cardinali si riunirono in conclave per eleggerne il successore. Sulla sera del 16, il card. Giovanni Maria Mastai Ferretti era già papa con il nome di Pio IX. Rimarrà sul soglio di Pietro per 32 anni, dando vita al più lungo pontificato della storia.




    [size=0.5]Ritratto di PIO IX (Alessandro Capalti 1817-1868)[/size]


    Non è stato, e non è facile, per l’incrocio di circostanze varie e segnatamente per la presenza di passioni politiche, darne un giudizio univoco. Qualcuno definì Pio IX una "figura complessa", c’è perfino chi lo giudica mediocre e non adatto all’altissimo compito, gli uni e gli altri dando prova di non poca superficialità e di scarsa informazione. Come ieri, così anche oggi la passione e l’emotività sono spesso una griglia deformante nei riguardi della sua figura e del suo operato. Il pontificato di Pio IX fu indubbiamente difficile, tra i più difficili in tutto l’arco della storia ecclesiastica; il santo Pontefice lo visse tutto raccolto nella sua autocoscienza di Vicario di Cristo, che non gli consenti mai né transazioni né compromessi, pagando di persona la sua coerenza.

    Sta qui, in gran parte, la spiegazione delle difficoltà da lui incontrate e delle obiezioni che gli vennero mosse. Al di sopra delle une e delle altre, giganteggia il suo animo di prete, di pastore e di padre.

    I1 16 luglio 1846, dimostrando per 1’ennesima volta il sentire cristiano che l’animava, promulgò l’amnistia per tutt’i detenuti politici. Di qualche mese dopo è la sua prima enciclica: la Qui pluribus, del 9 novembre, un documento impressionante per la sua chiarezza, il suo realismo, la sua ampia visione degli incombenti pericoli e dei necessari rimedi. "In nuce" c’era già tutto Pio IX, almeno sul piano magisteriale. I punti essenziali del Vaticano I vi erano anticipati; gli errori di fondo eran nettamente percepiti e condannati; la delimitazione tra verità ed errore in materia di fede e della sua traduzione morale era decisamente segnata ed altrettanto quella tra Chiesa e società segrete.

    Che non si trattasse di miopia culturale e di spirito reazionario è comprovato dal fatto che, poco dopo, il 13 marzo 1847, concesse per decreto ampia e sorprendente liberta di stampa.

    1l 5 ottobre fu la volta della Guardia civica, nel quadro di altre aperture liberali Pio IX si rivelava in tal modo un sovrano saggio ed aperto, capace d’indiscussa fedeltà alla tradizione, ma non per questo meschinamente ottuso dinanzi alla cultura emergente. Il suo acuto discernimento, pur intuendone i pericoli, ne colse anche i pregi. Ed a tale discernimento restano legati i suoi primi atti di governo, i più difficili proprio perché i primi: I’istituzione del Municipio, del Consiglio comunale e della Consulta di Stato, rappresentativa di tutte le province, ed infine dello Statuto. Ben nota e fin da allora non ben capita fu l’allocuzione del 10 febbraio 1848, che conteneva l’implorazione: "Benedite, Gran Dio, I’Italia e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la Fede".

    Un’altra allocuzione, di portata storica, fu quella del 29 aprile. Confermando in essa il suo "paterno amore" per tutt’i popoli e non per quello italiano soltanto, Pio IX si alienò l’animo dei più accaniti liberali. A poco valse la sua convinta difesa dell’indipendenza italiana in un dispaccio all’imperatore d’Austria; per non pochi, più facinorosi e prevenuti che patrioti, egli fu semplicemente un traditore. Ed anche in seguito perfino nei libri di scuola, non gli han perdonato un tradimento che non c’era mai stato.

    Il 15 novembre fu ucciso il capo del governo, Pellegrino Rossi, nove giorni dopo lo stesso Pio IX si vide costretto a lasciare la sua Roma, rifugiandosi a Gaeta.

    Le cose in effetti si facevano ogni giorno più difficili. Il 9 febbraio 1949 venne proclamata la Repubblica Romana. L’augusto Esule prima si trasferì a Portici (4 settembre), quindi rientrò nell’Urbe e si stabili in Vaticano (12 aprile 1850), dando da allora in poi un’ancor più definita impronta pastorale al suo pontificato. Tutte le genti e tutti i non prevenuti sentivano d’aver in Lui un vero padre, così come, per i suoi sudditi, fu un sovrano amabilissimo.

    Subito riordinò il Consiglio di Stato (12 settembre 1850), istituì la Consulta per le Finanze, elargì una nuova e più ampia amnistia. Il giorno 20 ristabilì la regolare gerarchia cattolica in Inghilterra; altrettanto fece, tre anni dopo, per l’Olanda.

    L’11 marzo l853 condannò le dottrine gallicane ed il 28 giugno fondò il Seminario Pio. Anche le Catacombe, nel maggio del 1854, furon oggetto della sua generosa sollecitudine; nello stesso tempo istituì la Commissione d’Archeologia Cristiana e ne nominò il presidente nella persona del grande Giovanni Battista de’ Rossi. E’ poi doveroso aggiungere che il 1854 sarebbe rimasto scolpito a caratteri d’oro nella storia personale di Pio IX ed in quella della Chiesa cattolica per la solenne proclamazione dogmatica dell’Immacolato Concepimento di Maria (8 dicembre); in questo dogma, oltre che in quello sull’infallibilità papale (18 luglio 1870), il magistero di papa Mastai raggiunse il suo vertice. E non basta, il 1854 è degno di nota anche per la ricostruita Basilica di San Paolo, distrutta dall’incendio del 15 luglio 1823.

    Le iniziative magisteriali, contestualmente a quelle sociali e politiche, si succedevano con ritmo incalzante, confermando insieme la prudenza e l’apertura del grande Pio. I1 3 aprile 1856 egli approvò il piano della strada ferrata nello Stato pontificio la cui prima attuazione (tratta Roma-Civitavecchia) venne inaugurata il 24 aprile 1859. Il Papa visitò i suoi territori dal 4 maggio al 5 settembre 1857, ovunque accolto da popolazioni in tripudio. Tra il 1855 ed il 1866 inviò missionari tra gli Esquimesi ed i Lapponi del Polo nord, in India, in Birmania, in Cina ed in Giappone. Intensificò le relazioni diplomatiche in Europa e nel mondo. Continuò la sua carità, ora alla luce del sole, ora nascosta, quotidiana, minuta ma significativa. Giorno dopo giorno, era al suo posto, con il cuore e con le mani aperte per chiunque, persone ed opere, avesse avuto bisogno di Lui.

    L’orizzonte però s’ottenebrava. I moti risorgimentali, le annessioni piemontesi che smantellavano lo Stato pontificio, l’usurpazione delle Legazioni con discutibili plebisciti e vessazioni anche più sottili perché giuridicamente camuffate da alta e responsabile considerazione per la Chiesa e per la Sede Apostolica, obbligarono Pio IX a porsi sulla difensiva a tutela della libertà e dei diritti inalienabili dell’una e dell’altra. Mantenne sempre, peraltro, il suo sguardo attento al bene delle anime come "suprema legge" del suo e d’ogni altro ministero ecclesiastico. Nel 1862 eresse un dicastero speciale per gli affari con i cristiani di rito orientale e 1’8 dicembre 1864 emanò una delle sue più famose encicliche, la Quanta cura seguita dal non meno famoso Syllabus, per condannare l'insieme degli errori moderni.

    Le sempre crescenti difficoltà politiche avevan l’effetto d’impegnarlo ancora di più, se possibile, nella cura pastorale. I1 29 giugno 1867 celebrò con straordinaria solennità il XVIII centenario del martirio di Pietro e Paolo. I1 2 maggio 1868 approvò la "Società della Gioventù Cattolica Italiana", fondata il 29 giugno 1867 da M. Fani e G. Acquaderni. L'11 aprile 1869, ricorrendo il suo giubileo sacerdotale, ebbe dal mondo intero uno straordinario omaggio di gratitudine e d’attaccamento alla sua venerata persona.

    C’è, tra i suoi fasti, un avvenimento d’eccezione: il Concilio Ecumenico Vaticano I, ch’Egli apri il 7 dicembre 1869 e chiuse il 18 luglio 1870.

    Con la caduta di Roma (20 settembre 1870) e la perdita dello Stato, amareggiato ma non domo Pio IX si chiuse in volontaria prigionia in Vaticano. Resistette alla Legge per le Guarentigie, celebrò il giubileo del suo pontificato (23 agosto 1871), approvò 1’"Opera dei Congressi" (1874), consacrò la Chiesa al Sacro Cuore di Gesù (16 giugno 1875), disciplinò la partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica (29 gennaio 1877), restaurò la regolare gerarchia in Scozia (29 gennaio 1878).

    Già minato nella sua salute, tenne il suo ultimo discorso ai parroci dell’Urbe il 2 febbraio 1878. Pochi giorni dopo, esattamente il 7, a 85 anni, spirò piamente.

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    Il Sillabo


    Il 9 giugno 1862, ad un buon terzo dell’episcopato mondiale convenuto a Roma per la beatificazione di 26 martiri giapponesi, Pio IX tenne una ben nota allocuzione sui "terribili mali" che affliggevano la Chiesa e la stessa società civile. Fu, da parte sua, l’ennesima denuncia del razionalismo, del panteismo, dell’ateismo e di ciò che tra breve sarebbe stato chiamato modernismo. In particolare eran direttamente colpiti quanti giudicavano la divina rivelazione "imperfetta e soggetta ad un progresso continuo ed indefinito, conforme al progressivo sviluppo della ragione umana". Pio IX colpiva inoltre chi riduceva a favole i miracoli e le profezie dei Libri Sacri, chi nei misteri della Fede null’altro vedeva che il risultato d’investigazioni filosofiche, chi dava per scientificamente accertato che Antico e Nuovo Testamento contenessero soltanto dei miti e che lo stesso Cristo fosse "mito e finzione".

    Come si chiamassero i colpiti da Pio IX era implicito nelle sue parole: David F. Strauss in Germania; Emesto Renan in Francia; altri seguaci dell’uno e dell’altro. Il Papa voleva impedire che i loro errori si propagassero nei Seminari e nelle Università, magari sotto il titolo di progresso scientifico.

    Era insomma un Sillabo "in nuce". Del resto il Sillabo, cioè l’elenco dei principali errori del tempo, era cominciato prima di Lui. Pur tacendo altri nomi, una menzione va fatta per Gregorio XVI, anch’egli invitto difensore della Fede contro l’attacco portatole dal razionalismo illuministico, dal secolarismo e dall’ateismo di varia estrazione. Pio IX ne segui le orme già con la sua prima enciclica (Qui pluribus del 9 novembre 1846), autentico anticipo della Quanta cura e dello stesso Sillabo. Chi non fa questo collegamento corre il rischio di fermarsi ad un’immagine di Pio IX che intraprende il suo pontificato con sentimenti e propositi difformi dalla sua spiritualità e non in linea con le sue preoccupazioni pastorali. Al contrario, l’alba di questo pontificato, con la Qui pluribus, s’illuminava di quella severa vigilanza magisteriale che, già presente nell’animo del giovane prelato a Roma, in Cile, a Spoleto e ad Imola, accompagnerà il suo non facile pilotaggio del naviglio petrino e si evidenzierà in modo speciale proprio con il Sillabo.

    Sembra che il suggerimento di catalogare e condannare pubblicamente gli errori moderni sia stato rivolto a Pio IX per la prima volta, già nel 1849, dal card. Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII: un collegamento significativo, che annulla sul nascere troppo precipitose contrapposizioni dei due Pontefici. Nel 1851 toccò ad un laico di Torino Emiliano Avogadro della Motta, a sollecitare dal Papa la pubblica condanna dei numerosi e perniciosi errori moderni. E nel maggio di quel medesimo anno, Pio IX ordinò un primo sondaggio su vasta scala in ordine ad una tale prospettiva.

    Nuove indagini vennero condotte tra il 1859 ed il 1860. L’esito si concretò in 79 proposizioni condannabili, raccolte sotto il titolo "Syllabus errorum in Europa vigentium". La prospettiva andava verso il suo epilogo; ma il cammino non era stato ancora percorso per intero.

    L’episcopato, nella sua grande maggioranza, assecondava Pio IX e procedeva nella stessa direzione. E’ nota la pastorale di Mons. Gerbert, vescovo di Perpignano: una nuova raccolta di errori. Pio IX, anzi, decise di rifarsi ad essa per la redazione del suo Sillabo, cioè di quello ufficiale. Nominò nel maggio del 1861 una commissione speciale perché esaminasse le 85 proposizioni di Mons. Gerbert. La commissione lavorò alacremente e, dopo decine di sedute, il documento ufficiale era pronto. Il Papa l’esaminò e lo fece consegnare ai vescovi presenti in Roma per la già ricordata beatificazione dei martiri giapponesi.

    Come si vede, Pio IX non era l’uomo dei "colpi di testa". Prudente e rispettoso delle idee altrui fino allo scrupolo, chiedeva ai vescovi ch’esprimessero liberamente il loro pensiero su un problema di tanta importanza e di tanta incidenza nell’atmosfera culturale del tempo. E circa un terzo dei vescovi interpellati, pur d’accordo sull’essenziale, giudicò inopportuna l’iniziativa.

    Nel contempo, e precisamente nel dicembre del 1862, visto 1’aggravarsi della situazione in ambito teologico e filosofico, il Papa condannò l’abate Jacob Frohschammer, professore di filosofia all’università di Monaco, perché accordava "alla ragione umana forze che non le competono affatto", traendone la conseguenza d’una libertà senza freni, con pregiudizio per "i diritti, le funzioni e l’autorità della Chiesa". Tale condanna s’inseriva nel contesto d’altre severe prese di posizione nei confronti di tutta la corrente liberaloide tedesca, ma anche francese e belga. Il tempo era ormai maturo per una condanna a più vasto raggio, la qual cosa avvenne 1’8 dicembre 1864 con 1’enciclica Quanta cura e con il Sillabo. Questo, anche perché non datato, seguiva l’enciclica come un suo allegato. Ne faceva parte, dunque.

    L’enciclica richiamava ancora una volta l’attenzione del mondo cattolico sui pericoli che correva la Fede cristiana a causa del propalarsi, a livelli sempre meno controllabili, d’errori gravissimi. Ancora una volta era messo a fuoco il naturalismo, che sopprime ogni legame tra società e religione; la libertà di coscienza e di culto, che già sant’Agostino aveva definito "libertà di perdizione"; l’estromissione della Chiesa da ogni compito educativo nei confronti dei giovani, che veniva riservato soltanto allo Stato; la sottomissione di essa, privata dei suoi nativi diritti temporali, allo Stato stesso; la negazione della divinità di Cristo. Pio IX parlava a tale riguardo d’ "insolenza criminale" e di "cospirazione...contro il Cattolicesimo e la Sede Apostolica".

    Il Sillabo, richiamandosi ai precedenti atti papali d’analogo contenuto, condensava in 80 proposizioni, queste distinguendo in 10 settori, tutte riguardanti la "cospirazione" sopra accennata. In particolare cadevano sotto condanna:

    - il naturalismo, il panteismo ed il razionalismo assoluto;

    - il naturalismo moderato, con riferimento a Gunther, Frohschammer, Dollinger ed altri;

    - l’indifferentismo ed il latitudinarismo;

    - il socialismo, il comunismo, le società segrete ed altre società clerico-liberali;

    - le idee eversive della natura della Chiesa e negatrici dei suoi diritti;

    - gli errori sulla natura della società civile, specie su quello che asservisce la Chiesa allo Stato;

    - gli errori relativi alla morale naturale e cristiana;

    - gli errori sul matrimonio cristiano;

    - gli errori sul potere temporale del Romano Pontefice;

    - gli errori che sottopongono il Papa e la Chiesa al progresso, al liberalismo, ed alla moderna civilizzazione.

    Come si sa, tanto l’enciclica quanto e soprattutto il suo elenco degli errori moderni suscitarono (e tuttora suscitano) un’infinità di critiche. Ne risenti la stessa causa di beatificazione, almeno nel senso che anche tali critiche contribuirono ad allungarne smisuratamente i tempi. Dico smisuratamente, perché le critiche si son poi rivelate, tutto sommato, infondate. A giustificarle non era certo sufficiente il taglio netto dell’espressione formale e meno ancora qualche sbrigativa ricostruzione delle posizioni condannate. Era ed è del pari riduttivo il giudizio sul Sillabo inteso come forma puramente negativa del magistero di Pio IX. Gli elementari criteri d’ermeneutica insegnano che da una dottrina condannata si desume la vera, d’altra parte, di magistero al positivo è pieno il pontificato di papa Mastai.

    Bisogna inoltre capir bene che cosa Pio IX intendesse colpire: non il sacrario inviolabile della coscienza, ma l’indifferentismo religioso e non si riesce a spiegare come e perché un teologo del calibro di Y. Congar, senza calarsi nell’atmosfera piana, abbia messo in antitesi il Sillabo e la dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano 2. Chi infatti si colloca nell’ottica di Pio IX, non solo non contrappone i due documenti, ma potrebbe perfino individuare un passaggio logico (alludo alla "logica della Fede") dall’uno all’altro.

    E’ doveroso infine osservare un’altra fondamentale legge interpretativa: nessuno è autorizzato a leggere con gli occhi d’oggi i fatti di ieri. Lo storico in questo si distingue dal cronista: ricupera la mentalità e la cultura del periodo studiato e dei protagonisti in esso operanti. Se qualcuno non lo fa, il suo Pio IX resta sospeso all’alea della manomissione, dell’incomprensione, ed in ultima analisi della falsificazione.

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    [size=0.5]Foto di Enrico Battista Canè, 1877. Dall'album conservato nel Museo Pio IX al Palazzo Mastai di Senigallia.[/size]

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    L'Immacolata Concezione



    Era ancora a Gaeta, esule e vittima della prepotenza politica, quando mise in moto il progetto relativo alla definizione dogmatica dell’immacolato concepimento di Maria. Non si trattava d’un fatto puramente devozionale e non era in gioco il suo personale trasporto per la Vergine Santa. Si trattava di sapere se Maria fosse stata concepita senza peccato originale e se ciò facesse parte della rivelazione cristiana.

    Una consultazione mondiale fu allora promossa con l’enciclica Ubi primum. I vescovi di tutto il mondo dovevan pronunciarsi sulla legittimità e sull’opportunità o meno d’una definizione dogmatica a tale riguardo. 593 furon le risposte, delle quali 8 soltanto negative, 2 incerte, 35 favorevoli con riserva e tutte le altre, cioè la stragrande maggioranza, pienamente a favore.

    Che Maria fosse stata concepita senza peccato originale era solo una pia credenza, diffusa peraltro in tutta la Chiesa, ma priva del vincolo dogmatico. Presente nella preghiera liturgica, variamente intesa dai grandi teologi del passato dei quali alcuni non ne erano stati entusiasti, accolta ed approfondita dalla scuola francescana, garantita per così dire da un avallo preternaturale (le apparizioni a S.ta Caterina Labouré) e successivamente confermata da un altro evento preternaturale (le apparizioni a S.ta Bernadette Soubiroux) la pia credenza s’apprestava a rivestirsi di portata dogmatica, quando il parere quasi unanime dei vescovi confortò il progetto di papa Mastai.

    Più di sei anni, tuttavia, furono ancora necessari, sei anni di preghiera, di studio e di riflessione, prima che con l’Ineffabilis Deus Pio IX promulgasse il nuovo dogma mariano. Ad una preliminare commissione teologico-consultiva, altre 4 ne seguirono di cardinali, vescovi e teologi per trattare adeguatamente l’argomento da tre distinti punti di vista: la definibilità, I’opportunità, la redazione del testo.

    Anche in tale occasione, Pio IX rivelò una prudenza pari alla fermezza del suo intento. Sottomise al giudizio di 16 teologi il primo abbozzo del testo, redatto da G. Perrone. Altri 7 vennero di volta in volta preparati analizzati e valutati. Bisognava che ci fosse provata chiarezza non solo sull’esistenza "ab antiquo" della pia credenza nella Chiesa universale, ma anche sul tenore delle risposte ricevute e delle obiezioni prima ed allora sollevate. In particolare, occorreva superarne due, senza dubbio gravi: il silenzio neotestamentario e l’universalità del peccato originale.

    I lavori delle commissioni e dei singoli teologi furono intensi, accompagnati dall’interessamento personale del Papa e dalla sua ininterrotta preghiera. Con Lui pregavano tante altre persone, alle quali Egli stesso s’era rivolto; in particolare, le claustrali. A quattro giomi dalla proclamazione, il testo non era ancora perfettamente a posto e si deve ai suggerimenti diretti di Pio IX il superamento definitivo delle difficoltà.

    8 dicembre 1854. Con una solennità inaudita, nella patriarcale basilica di S. Pietro in Vaticano, alla presenza di 53 cardinali, 43 arcivescovi e 99 vescovi, accorsi appositamente per testimoniare il consenso della Chiesa universale, il Santo Padre, non senza commozione, definì come dogma di fede l’immacolato concepimento della Vergine Maria. Tre anni dopo il Papa stesso rievocò quel momento paradisiaco: "Quando iniziai a leggere il decreto...sentii la mia voce incapace di farsi capire dall’immensa moltitudine che riempiva la basilica vaticana. Ma quando arrivai alla formula, Dio donò alla voce del suo Vicario una forza tale e tale vigore soprannaturale, da farla risuonare in tutta la basilica. Ero così impressionato d’un tale divino soccorso, che dovetti interrompermi un momento per dar libero sfogo alle mie lacrime".

    Questo dogma, sia ben chiaro, s’impone all’attenzione critica e alla Fede della Chiesa non per le lacrime di Pio IX, ma per il suo contenuto pienamente conforme alla Fede e per il valore dottrinario della sua formulazione. Pio IX capiva l’interconnessione dell’Immacolata con le altre verità rivelate ed ebbe il coraggio, la fermezza e la coerenza d’insistere su una siffatta connessione per far diventare dogma una pia ed antichissima credenza. Aveva anche capito che l’Immacolata s’articolava direi organicamente con l’Assunta, questa dipendendo da quella; ma a chi lo sollecitava per procedere anche alla definizione dogmatica di Maria assunta corpo ed anima nella gloria celeste, rispose di non esserne degno, anche se sicuro che ciò si sarebbe avverato più tardi.

    A scanso d’equivoci, sembra ora opportuno sostare dinanzi al testo per coglierne il significato autentico.

    Esso s’apre con l’appello all’autorità che dà garanzia dogmatica al magistero papale: "Per l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e nostra". Anche dal punto di vista della formulazione tecnica, si è di fronte ad un esordio magisteriale. L’intervento del Papa si giustifica in base al fatto ch’esso dipende non da una decisione privata del Pontefice stesso (e per tale motivo ho tradotto "nostra" invece che "la nostra"; quell’articolo indicativo potrebbe in effetti distinguere l’autorità del Papa da quella di Cristo e degli Apostoli Pietro e Paolo, mentre si tratta della medesima ed unica autorità), ma da una decisione "pubblica", dovuta cioè alla sua "persona pubblica", ovvero al suo ufficio magisteriale di Capo Maestro e Pastore supremo della Chiesa, al quale lo Spirito Santo assicura l’autorità stessa di Cristo capo Maestro e Pastore.

    "Noi dichiariamo affermiamo e definiamo". Linguaggio classico, che troverà conferma, poco dopo, nella "Pastor aeternus" del Vaticano I. Nel "noi" non risuona un semplice plurale maiestatico, ma la limpida coscienza dell’ufficio papale: pertanto, non la sola rappresentatività di tutta la Chiesa, ma la responsabilità universale che tutta la coinvolge, in ogni tempo, in ogni dove, nella professione del dogma mariano.

    "Che la dottrina, secondo la quale la Beatissima Vergine Maria. fin dal primo istante in cui venne concepita, per singolare grazia e privilegio di Dio, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia del peccato originale, è da Dio rilevata ed è pertanto fermamente e costantemente". Sta qui il contenuto dottrinale della definizione piana, dove peraltro occorre far una distinzione: il contenuto rigorosamente dogmatico è quello relativo alla dottrina in quanto rivelata e perciò "credenda"; la specificazione di tale dottrina indica i limiti di ciò che fu rivelato e che bisogna credere: non al di sopra, non al di sotto di essi. Da notare anche la contraddizione di qualche antica e moderna traduzione del "praeservatam immunem" con "affrancata"; se affrancata dal peccato, Maria non ne sarebbe stata immune.

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    Il Concilio Vaticano I

    Procedo per sommi capi, impossibile essendo, ora, un’esposizione analitica completa sul magistero di Pio IX. Sarebbe di grande interesse il soffermarsi sul peso magisteriale delle sue non poche encicliche; ma è di gran lunga maggiore l’interesse che collega il peso suddetto all’evento epocale la cui sola memoria basta ad immortalare il grande Pontefice: parlo del Concilio Ecumenico Vaticano I.

    Ne parlo non per tesserne la storia, ormai investigata in ogni suo più piccolo particolare, ma per documentarne quel peso magisteriale al quale prima accennavo, e che ridonda in ultima analisi a merito di Colui che quel Concilio volle, aprì, diresse e promulgò.




    [size=0.5]Apertura del Concilio Vaticano I del 1869[/size]


    Anche il progetto d’un Concilio ecumenico nacque a Gaeta nel 1849. Nel 1863 fu il card. Wiseman a parlarne con Pio IX. E questi, il 6 dicembre 1864, confidò la sua speranza ai 15 cardinali della Congregazione dei Riti. L’anno successivo entrò in azione una commissione cardinalizia. E così, di commissione in commissione, di consulta in consulta, non assenti nemmeno alcune contromanovre da parte sia di circoli massonici ed anticlericali, sia d’ecclesiastici d’avanguardia, s’arrivò all’apertura del Concilio: 7 dicembre 1869.

    Fu davvero un Concilio Ecumenico: 55 cardinali, 6 patriarchi, sei abati "nullius", 24 abati generali, 29 generali di ordini e congregazioni religiose, 964 vescovi. E’ risaputo che non tutto il materiale preparato venne di fatto discusso ed approvato. I venti di guerra e le condizioni politiche italiane determinarono la chiusura precoce del Concilio (18 luglio 1870) e due sole furono le Costituzioni dogmatiche approvate: la "Dei Filius" e la "Pastor aeternus".

    L’una fu discussa per oltre un mese e concluse il suo itinerario con miglioramenti e varianti di carattere formale e teologico. Altrettanto avvenne per l’altra, anche se l’incerto clima politico ne condizionò almeno in parte la discussione.

    La "Dei Filius", approvata in sessione plenaria il 24 aprile 1870, fu promulgata seduta stante da Pio IX, evidentemente compiaciuto e grato al Signore. Nel prologo si passavano in rassegna i principali errori dell’epoca moderna, con particolare riferimento a quelli sull’esegesi biblica, sul razionalismo e sul naturalismo, donde si cade "nell’abisso del panteismo, del materialismo e dell’ateismo". In evidenza, ovviamente, venivan messi anche gli errori teologici che confondevano i confini della natura e della grazia e si discostavano dall’insegnamento tradizionale della Chiesa

    Dopo il prologo, quattro brevi capitoli sulla genuina Fede cattolica: Dio Creatore dell’universo; La Rivelazione divina, la Fede, la Fede e la ragione. Il contenuto di questi quattro capitoli trova poi la sua formulazione dogmatica in 18 canoni che infliggono la scomunica a chiunque osi negarne il contenuto dottrinale, diffondendo e sostenendo dottrine ad esso contrarie.

    Non mancarono, qua e là, delle critiche: vescovi poco convinti, teologi d’ispirazione liberale e neogallicana, storici il cui metro per valutare la vita della Chiesa prescindeva dal soprannaturale. La maggior parte dei destinatari, però, gioì con Pio IX perché il Concilio aveva raggiunto uno dei suoi scopi principali: aveva non solo condannato gli errori, ma a questi aveva contrapposto la verità immutabile della rivelazione divina.

    La seconda Costituzione dogmatica del Vaticano I, la "Pastor aeternus", è comunemente conosciuta come la costituzione sulla Chiesa; in realtà i tempi ristretti dei lavori conciliari furon la causa del loro "cursus in fine velocior". I Padri stessi, o alcuni di essi, non vedevan l’ora di far ritorno alle loro sedi. Ne fecero le spese soprattutto i temi ecclesiologici, dei quali si discusse ed approvò solo una piccola parte (il cap. XI dello schema "de Ecclesia"), riguardante la dottrina del Romano Pontefice. La si articolò in tre capitoletti, ai quali fu poi aggiunto il cap. IV sull’infallibilità papale.

    In quella fase conciliare, infallibilisti ed antinfallibilisti misero in atto sottili ed accorte manovre, capaci di portare la questione dell’infallibilità al centro dell’interesse conciliare. Come sempre in casi del genere, le posizioni andavano dal si al no passando attraverso sfumature varie, il cui scopo era quello di mediare gli estremi.

    Il 6 marzo 1870 fu consegnato un progetto, frutto di lunghe discussioni, che s’aggiungeva al cap. XI poco sopra ricordato e che ebbe subito il massimo interesse dei Padri conciliari. Proseguiva intanto la discussione del cap. XI sull’ufficio primaziale del vescovo di Roma. 139 furono gli emendamenti proposti e poi discussi ed approvati. Alla fine, il testo ebbe il gradimento comune circa la dottrina che stabiliva come dogma di Fede che al solo Pietro il Signore donò il primato sulla Chiesa universale; che tale primato è per divina disposizione transpersonale, da trasmettere cioè ai legittimi successori del principe degli Apostoli; e che esso consiste non in una supervisione o nella posizione del "primus inter pares", ma in una vera e propria giurisdizione.

    La questione di fondo rimaneva, tuttavia, quella del progetto aggiuntivo sulla infallibilità papale. Le proposte s’accavallavano a vicenda. Quelle favorevoli incontravano la resistenza d’una minoranza teologicamente agguerrita e non incline al facile cedimento. Nuovi gallicani e frange non indifferenti di conciliarismo mitigato pretendevano almeno questo: che prima di procedere ad una definizione dogmatica, nella quale pertanto fosse impegnata l’infallibilità dell’asserto, il Papa avesse l’assenso dei vescovi, per la ragione che essi concorrono con Lui al governo della Chiesa. La maggioranza rispondeva che all’esercizio dell’ufficio petrino, uno ed indiviso, non ha parte l’episcopato, con la conseguenza che il Papa di per se stesso, e non mediante il consenso dei vescovi o della Chiesa, è capace di definizioni infallibili.

    Il 4 luglio, per la sesta volta in quattro mesi, fu proposta una formula aperta ad alcuni emendamenti, ma ferma sulla sostanza. Una maggioranza schiacciante l’approvò il 13; ma la minoranza non si dette per vinta. Valendosi dell’ampia libertà concessa da Pio IX a chiunque volesse o avesse da eccepire, Mons. Dupanloup suggerì al Papa d’approvare, si, come decisione conciliare la dottrina dell’infallibilità sulla quale confluiva il parere della maggior parte dei Padri, ma d’astenersi dal promulgarla per non turbare gli spiriti già molto preoccupati. Insomma, si voleva metter la mordacchia a Pio IX, il quale non era affatto disposto a lasciarsela mettere.

    Arrivò il 18 luglio. Su 535 presenti, 2 soltanto si dissero contrari, una quarantina di vescovi aveva lasciato Roma, un po’ per la precarietà della situazione politica, un po’ per non partecipare alla plenaria. Non senza commozione ma fermo sulle sue posizioni, Pio IX rassicurò i confratelli nell’episcopato sui rapporti tra l’episcopato stesso e l’infallibilità, nel senso che questa suprema prerogativa dell’autorità papale, anziché schiacciare quella episcopale, è a tutela e garanzia di essa.

    In realtà, non si trattava della divinizzazione d’un uomo né dell’assorbimento, da parte sua, delle responsabilità e prerogative dei vescovi. Il Papa, chiunque fosse, anche dopo la definizione dogmatica della sua infallibilità restava l’uomo che era e come era: con i suoi pregi ed i suoi difetti. In quanto dottore privato, può sempre cadere in errore come ogni altro privato dottore. Ma in quanto Capo supremo, Maestro e Pastore di tutta la Chiesa, in ciò che riguarda le verità da credere e da incarnare nel tessuto quotidiano, gode d’uno speciale carisma, cioè di quell’infallibilità che rende le sue decisioni irreformabili di per sé e non per il consenso della Chiesa.

    Tale formula entrò come quarto capitolo nella "Pastor aeternus". Ognuno dei quattro capitoli venne quindi specificato da un canone dogmatico. Si chiudeva in tal modo, con una evidentissima vittoria della Divina Provvidenza che guida i passi degli uomini verso i suoi traguardi, oltre che con l’oscurarsi dell’orizzonte politico internazionale ed italiano, il Concilio Ecumenico Vaticano I. Esso fu pure, in ultima analisi, la vittoria di Pio IX. A me piace considerarlo, per le sue due Costituzioni dogmatiche, una perla del magistero piano.

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