Vivace scambio di idee tra Soru e Nicola Tanda sulla lingua sarda

di Francesco Fresi

Fonte del contrasto la relazione introduttiva del presidente del ''Pemio Ozieri'' - Il presidente della Regione ha detto che sulla lingua sarda e sui premi letterari, se ne sarebbe andato più confuso di quando era arrivato

Ogni giorno ha la sua storia, piccola o grande che sia. E non è detto che sia sempre quella prevista, relativa a ciò che in quel giorno doveva essere fatto o detto.
È quello che è successo quest'anno a Ozieri, il giorno della premiazione dell'omonimo premio letterario in lingua sarda. L'argomento principe non è stato proprio la poesia (e, detto per inciso, speriamo non accada più quello che non era mai accaduto e che è successo quest'anno proprio riguardo alla poesia: per questioni di tempo, delle poesie premiate se n'è dovuta leggere solo la metà e in qualche caso anche meno), ma la lingua sarda in genere, oggetto di un vivace scambio di idee tra due presidenti: della regione, Renato Soru e del Premio, Nicola Tanda.
Fonte del contrasto la passionale relazione introduttiva di Tanda, tutta a favore di una lingua sarda intesa come risultato della produzione creativa e comunicativa dei linguaggi verbali e non verbali che la stessa lingua ha veicolato da tempo. L'illustre relatore, in perfetta lingua italiana, sciorina con abilità da prestigiatore le sacre carte dei “saperi”; accenna, da padrone di casa, all'immenso patrimonio della lingua sarda, destinato a dare nuovi orizzonti di senso alla cultura creativa di ogni pur piccola comunità; chiama in causa Dante, e se la prende con toni a dir poco decisi con chi si sente in diritto di portare da lontano in Sardegna modelli eterogenei alla nostra storia, che niente hanno a che fare con l'isola: ad esempio, il regista americano in procinto di girare un film su Eleonora D'Arborea, lei sì sarda a tutti gli effetti.
Alla fine del discorso, il presidente Soru, che lo ha ascoltato con grande attenzione, seduto in prima fila, invitato ad intervenire, esordisce dichiarando senza mezzi termini che sarebbe meglio, in una festa dei poeti come il premio Ozieri, dare più spazio a loro che ai politici o ai presidenti; e che, per essere sincero, sa che se ne andrà più confuso, sulla lingua sarda e sui premi letterari, l'Ozieri compreso, di quando è arrivato.
Elenca di seguito le cose più importanti, a proposito di lingua sarda, di cui, secondo il suo parere, si deve tener conto. Si dovrebbe non parlare sempre di più, e in tanti modi, di lingua sarda, ma parlare di più in sardo. Uno degli errori da non fare è quello di chiuderci in sé stessi con il pretesto di salvare la nostra lingua. Trasformare ogni premio o occasione d'incontro che interessino la lingua sarda, in qualcosa che riguardi solo noi, senza aprirci agli altri nell'isola e fuori, è un altro grave errore. E non si capisce, – continua il presidente Soru – perché Tanda parli in italiano, citando Dante e non Montanaru, o Peppino Mereu, o Benvenuto Lobina, o Grazia Deledda. In sardo si può parlare di ogni cosa, si può comunicare con chiunque. Lo stesso fatto che la lingua sarda sia la lingua della confidenza e della poesia non vuol dire, se non vogliamo decretarne la morte, che la si debba utilizzare solo per queste cose. Come non vuol dire che dovremmo usare, per queste stesse cose, di meno l'italiano, il mezzo di comunicazione più diffuso. Non ci può essere conflitto tra le due lingue. È chiaro che per il presidente Soru, all'interno della lingua sarda la distinzione avviene nel momento in cui si parla di lingua della confidenza e di lingua del Palazzo. Lui vorrebbe che non si perdesse l'occasione di utilizzare tutte le varietà linguistiche dell'isola, tutte preziose, preziosissime: e che anche nella pubblica amministrazione ognuno potesse usare, “in entrata”, la sua. Ma è necessario trovare “una lingua della pubblica amministrazione”, che non vorrà assolutamente dire prendere una decisione sul “sardo”.
Il presidente Soru parla della sua lingua, quella di suo nonno, del campidanese di Sanluri; e ci si accorge benissimo che sta pensando proprio a quella perché la pubblica amministrazione se ne serva “in uscita”: il suo vero nome, limba de mesanìa , non lo pronuncia, ma è chiaro che a quello sta pensando.
Il lungo discorso del governatore viene interrotto ogni tanto da qualche poeta che grida il suo malcontento per non aver potuto leggere, o sentirsi leggere dagli addetti, la sua poesia; e dal presidente del Premio che ripropone le sue convinzioni, tra le quali una che non può essere contraddetta: che la lingua sarda va sì parlata, ma anche tutelata e valorizzata. E che questo è compito dei politici