Non chiedetemi di cantare l'inno
Di Ron Holland
La domenica del 4 luglio scorso, non sono andato a messa. In generale mi piace: tutte le domeniche dell’anno, quando sono in città, tranne quella del 4 luglio. In quest’occasione, infatti, puntualmente il coro intona l’inno nazionale americano. Vorrei farlo anch’io, proprio come voglio cantare allo stadio, ma non ci riesco.
Ogni volta mi alzo in piedi, tentando di non attirare l’attenzione, come accade tra le migliaia di persone nelle gradinate, ma è difficile farlo se sei alto più di un metro e ottanta; 180 persone, tra cui mia moglie e le mie tre figlie, mi fisseranno, e so cosa staranno pensando: “Oh no, lo farà anche quest’anno e ci metterà in imbarazzo”.
Mi dico sempre: “Quest’anno canterò l’inno, non è una grande fatica, lo fanno tutti”. La canzone verrà annunciata e tutti, me compreso, si alzeranno. Prenderò il testo come l’anno scorso, ma nessun suono uscirà dalla mia bocca. La mia famiglia mi guarderà storto, ci sarà qualche risatina dietro di me e le mie figlie mi bisbiglieranno: “sei matto!”. Ma non potrò aiutarle. Alla fine, l’inno terminerà e mi siederò velocemente sulla panca come un anno fa.
Perché non riesco a celebrare il 4 luglio o cantare l’inno nazionale? Sono un orgoglioso americano del sud e c’è molto della storia americana di cui vado fiero. Mi piace-rebbe commemorare il 4 luglio 1776, quando il Congresso continentale si riunì a Filadelfia e proclamò la Dichiara-zione di indipendenza delle 13 colonie.
Tutti sappiamo come comincia: “Quando, nel corso degli umani eventi, si rende necessario ad un popolo di progre-dire da quello stato di subordinazione in cui era fino ad allora rimasto ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per legge natu-rale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale mutamento”.
Il mio problema è un altro 4 luglio, 139 anni fa, quando il destino degli Stati Confederati d’America, che avevano dichiarato la propria indipendenza in base alle stesse ra-gioni del documento appena citato, venne decretato con le due sconfitte sudiste a Gettysburg e Vicksburg. Quando leggo le parole della canzone a proposito della battaglia a Fort McHenry nel porto di Baltimora: “O’er the ramparts we watched, were so gallantly streaming. And the rockets red glare, the bombs bursting in air”.
Penso ai diecimila civili costretti nelle gallerie a mangiare ratti a causa del bombardamento dell’esercito unionista del generale Grant ai danni dei cittadini innocenti di Vi-cksburg (Mississippi). La guerra di Lincoln contro l’indipendenza del Sud ha fatto carta straccia della dichia-razione del 1776. E poi penso ai coraggiosi difensori di Charleston (South Carolina), e a come la flotta federale abbia distrutto, salva dopo salva, non solo l’ex ufficio fe-derale delle imposte a Fort Sumter nel porto, ma anche la città stessa uccidendo centinaia di civili nel corso di un assedio durato tre anni, più dell’aggressione tedesca a Le-ningrado.
Quando il coro canta: “And where is that band who so vauntingly swore That the havoc of war and the battle's confusion A home and a country should leave us no more?”
Allora io penso alla carica di Picket a Cemetery Ridge, ai cannoni e al disastro a Little Ground Top, quando le no-stre forze ruppero le righe nella confusione della battaglia. Non posso farci niente, non riesco a non pensare a ciò che l’America ha perso con quelle due sconfitte sudiste. Il no-stro governo originale, celebrato nella canzone, una re-pubblica costituzionale creata dai nostri Padri Ffondatori (originari del Sud) come Thomas Jefferson, Washington e Madison, sono stati sacrificati nell’aggressione incostitu-zionale di Lincoln. Tutti gli americani hanno perduto quel che crediamo di affermare nel nostro inno nazionale.
Siamo entrati nella guerra di Lincoln con due repubbliche. Con la sconfitta del Sud, entrambe sono state mangiate da un Impero americano che vive ancora oggi, nella sua guer-ra non dichiarata con il mondo islamico all’estero e nel suo tentativo di rubare i nostri beni e di controllare ogni aspetto della nostra vita privata all’interno. Penso anche che la mia regione, Dixie, per un breve tempo fu indipen-dente e mi chiedo: “Verrà un giorno in cui il nostro paese non ci abbandonerà più?”. Una volta il generale Robert E. Lee pregò, chiedendo al Signore “di affrettare il momento in cui la guerra, con le sue sofferenze e pianti, sarà finita, ed Egli ci darà un nome e un posto tra le nazioni della ter-ra”. L’inno prosegue: “Then conquer we must, when our cause is just, And this be our motto: "In God is our trust"; And the star-spangled banner in triumph shall wave O’er the land of the free and the home of the brave”.
No, anche domenica 4 luglio scorso ho messo ancora una volta in imbarazzo mia moglie e la mia famiglia. Non ho cantato l’inno nazionale, né celebrerò la festa dell’Impero fino al giorno in cui queste grandi parole di libertà e indi-pendenza saranno di nuovo la verità di un’America rinata e di un Sud libero, quando i nostri capi si affideranno a Dio e seguiranno il saggio consiglio di George Washington: “La grande regola di condotta per noi, riguardo alle nazioni straniere, è quella di estendere le nostre relazioni commerciali avendo con loro il minor legame politico possibile. La nostra vera politica consiste nell’evitare alle-anze permanenti con qualsiasi parte del mondo straniero”.
Quando saremo di nuovo una repubblica e “la terra dei liberi e la casa dei coraggiosi”, come venne deciso il 4 luglio 1776, sarò fiero di cantare l’inno nazionale. Fino ad allora, starò in piedi zitto, la domenica mattina, finché la canzone non sarà finita.




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il libertario
era andato negli U$A in università del South anni fa e incontrò degli studenti secessionisti che gli dissero che la guerra non era finita e continuava.
