Gaetano Gifuni
GIFUNI LASCIA IL QUIRINALE
E Don Gaetano farà il Grande Consigliere
di Barbara Palombelli
«Non andrò ai giardinetti. Sarò a disposizione di Giorgio, che mi aveva chiesto di restare e, naturalmente, del mio successore. Che poi, forse, sarà un mio grande amico (l'allusione è per Donato Marra che fu il braccio destro di Napolitano alla presidenza della Camera e ora è segretario generale in pectore, ndr).
Dopo 51 anni e mezzo di servizio allo Stato, oggi mi sono tanto commosso», dice Gaetano Gifuni «Ma forse è anche ora che mi conceda qualche momento di tranquillità, con mia moglie Adriana e con figli e nipoti. Non mi tirerò indietro, se potrò dare consigli li darò, ma posso garantire tutti sulla mia discrezione: non mi impiccerò, non mi intrometterò...». Gifuni trova il tempo di telefonare, chiarire: «Ho sentito strane voci, qualcuno pensa che Giorgio mi abbia chiesto di restare un anno, due anni. Voglio smentirlo: mi aveva confermato per l'intero mandato, questa è la verità». Avrà un ufficio a palazzo sant'Andrea, «dov'era il ministero della Real Casa», e svolgerà una funzione inedita: segretario generale onorario della presidenza della Repubblica. Un trasloco, comunque, l'aspetta: torna in Prati, nella casa di via Valadier, mentre le migliaia di libri e di carte accumulati negli anni negli uffici e nella foresteria di via della Dataria troveranno posto nella dimora famigliare a Lucera, in Puglia. Più complicato il trasporto dei portafortuna del superstiziosissimo don Gaetano, detto anche «Parolina», «Prudenziano», «Flauto magico». Sono tanti: una scimmietta soprammobile, sulla scrivania, diversi ferri di cavallo, un'infinità di corni rossi, dono degli amici (che non devono mai essere tredici a tavola). Un cornetto, speciale, sempre in tasca insieme al gobbo, al dado e al chiodo storto che dovrebbero allontanare gli spiriti maligni. Sarà più lontana, in compenso, l'anziana miciona nera — decana di una colonia di felini nullafacenti — che gode, insieme ai ferocissimi gabbiani, dei meravigliosi giardini del Quirinale. Autisti e scorte hanno avuto per 14 anni l'ordine di inchiodare le auto al suo passaggio, nonostante Alberto Gozzi - direttore delle cucine e gattofilo assoluto - le abbia, dicono, dipinto personalmente col bianchetto una macchiolina bianca sul collo, per garantirle l'immunità. «Sono molto superstizioso — conferma Gifuni —, ho ereditato il vizio da mio padre Giambattista e dal suo maestro Benedetto Croce». Dicono che tenga molto alla differenza fra menagramo e iettatore, che spiega così: «Il menagramo è inconsapevole della sua energia negativa, lo iettatore invece lo sa e la usa... a questi ultimi, quando chiedono "come va?" bisogna sempre rispondere: "Né bene, né male, siamo nelle mani di Dio"».
Cattolico e liberale, crociano, Gaetano Gifuni ha la politica nel sangue: suo padre, storico e antifascista, lo ha cresciuto sommergendolo di libri e di passione per le libertà e le regole del Parlamento. Al concorso per entrare al Senato, arriva preparatissimo: aveva seguito personalmente moltissime sedute. La carriera-lampo la deve ad Amintore Fanfani, che lo volle anche come ministro — soltanto tre mesi — nel suo sesto governo, nella primavera del 1987. Racconta Ignazio Contu, allora portavoce del capo dc: «Gaetano racconta sempre che quando presiedeva Fanfani, lui poteva anche dormire, tanto era abile nei regolamenti e nella direzione dell'assemblea. Lavorare con il leader democristiano era come combattere in Vietnam: dovevamo fare diecimila cose insieme, essere sempre in trincea e a disposizione 24 ore su 24. Fra me e Gaetano è nata una grande amicizia: da 18 anni andiamo in vacanza insieme, a San Candido, dove lui ha una piccola casa sul corso. Giochiamo a biliardo, a burraco, passeggiamo nei boschi. L'unico problema è la sua paura per tutto ciò che è sospeso in aria: non è mai salito su una seggiovia, non prende aerei e sale raramente sull'elicottero». La paura di volare e la paura degli spifferi sono le due uniche paure di un uomo che ha scelto — nella sua lunga vita da burocrate onnipotente e molto ascoltato — di considerare il potere come un fattore interno alle istituzioni, un fattore che trascende perfino gli uomini e i partiti, qualcosa di superiore che ha la forza dell'immanenza. Amato e odiato, rispettato e temuto, ha guardato e diretto dall'alto mille giochi, mille carriere, centinaia di scontri e incontri. Spostando un dito. A lui, per 14 anni, è bastato premere uno dei 40 tasti del centralino di Stato e accendere la luce corrispondente sul tavolo dei grandi burocrati, i veri potenti del Paese (raccontano che il suo squillo fosse diverso da tutti gli altri, tanto era imperioso). Lui, un foglietto fisso in mano, ascoltava e annotava le parole dei suoi interlocutori. Poi passava tutto a Claudia, la più efficiente capo-segreteria d'Italia, e a fine serata sistemava le sue carte.
Lavoratore infaticabile, sembra che non abbia mai rinunciato alla pennichella fra le tre e le quattro del pomeriggio. Aspetto bonario e fermezza sono il mix che ha consentito al numero due del Colle di tenere rapporti in ogni direzione: è lui che, dopo anni di guerre combattute sulla stampa, ha riconciliato Ciampi e Cossiga. È lui che — grazie alla consuetudine con Gianni Letta — ha retto il difficile equilibrio fra Berlusconi e due Capi di Stato. Nel privato, i Gifuni sono persone riservate, con gli stessi amici di sempre: Damiano Nocilla, quasi un fratello minore, Gabriella Castiello, vedova di Mario, il più caro amico di don Gaetano, e la sorella Fortunata, Titti, vedova Cassano.
Chi li frequenta sa che è proprio Adriana il temuto consigliere del consigliere, in apparenza timida ed emozionata alle prime teatrali e cinematografiche del figlio attore, Fabrizio (l'altro, Giovanni, ha seguito la strada del nonno ed è uno dei più capaci bibliotecari della Camera). Dinanzi alla quiete estiva delle vacanze sulle Alpi, alle passeggiate con Indro Montanelli e il cardinale Achille Silvestrini, resteranno sorprendenti le loro presenze ai compleanni di Anna La Rosa, sempre molto affollati di celebrità dagospiate. «Eccezioni che confermano la regola della sobrietà e della grande intesa della coppia Gifuni: sono stata molto onorata dalla loro amicizia», spiega la direttrice dei servizi parlamentari Rai. Appassionato delle commedie di Eduardo, che cita a memoria, e di musica leggera, amico personale di Renzo Arbore, foggiano e quasi compaesano, Gifuni ieri ha pianto come un bambino al momento dei saluti al personale. Eppure, nessuno di loro crede si sia trattato di un vero addio.
Gaetano Gifuni | Claudio Caprara




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