Renato Soru ha rilanciato il confronto sulla presenza di basi, caserme e poligoniServitù militari: la lotta è di tutti, non di un uomo solo
Il rapporto fra Stato e Sardegna sulle "servitù militari" (una dicitura che è già tutto un programma) è in stallo. Il che non significa che la situazione sia ferma: parole, viaggi e sit-in si susseguono ciclicamente. Eppure è innegabile il sentimento di una stasi di fondo: una impasse dovuta da un lato alle ambivalenze e ai travagli degli attori in campo e, dall'altro lato, alla portata politica della questione stessa, ai fondamenti che essa mette in questione. Il primo attore in panne è lo Stato, o meglio, quello Stato moderno che si fonda sul monopolio della violenza, l'uso legittimo della forza, il controllo del territorio: principi applicati con più solerzia ed evidenza nelle sue periferie riottose, inquiete o semplicemente diverse. La sua presenza militare, la sua libertà a disporre del territorio usandolo come gli pare, sono i segni concreti di questi principi. Eppure oggi, proprio su questo, lo Stato "tratta", anzi, scongiura perché si tratti e ci si accordi in fretta: per cattiva coscienza, opportunismo, simulazione o partenalistica magnanimità? Chissà, forse per queste ragioni, ma forse anche per debolezza e per paura. Il clima infatti sta mutando e a questo punto è meglio patteggiare piuttosto che lasciare all'opinione pubblica sarda la possibilità di farsi venire dei dubbi e chiarirsi le idee: non è mai bello imporre "servitù" e non si fa bella figura ad ammettere che le si è imposte. Del resto per lo Stato l'importante è salvare il fondamento: a decidere che le basi ci siano o se ne vadano deve essere sempre e comunque lo Stato. Si chiama, la chiamano, "sovranità nazionale". Renato Soru ha iniziato una battaglia contro le basi statunitensi e oggi si trova a cozzare contro lo Stato italiano: ironica sorte per chi non perde occasione per dire che a far da "Stato" ormai è l'Europa. Aveva iniziato partendo dal classico principio quantitativo dell'"abbiamo già dato abbastanza" e oggi si trova a far i conti con gli aspetti qualitativi della questione: "questa presenza è giusta o no? E chi decide se è giusta o meno, se devono restare o andare?". Questo mutamento è evidente nella contemporanea resa sulla questione dei pescatori e nel supposto rilancio della battaglia che si annida nel duro richiamo ad una "resistenza passiva" che però, per ora, sembra essere ad esclusivo appannaggio di un uomo solo. Insomma, Soru sembra voler fare da capo di Stato senza che la Sardegna lo sia e lancia battaglie collettive circondato dal silenzio degli alleati e dall'assenza di un popolo. I pescatori, dal canto loro, subiscono l'ingiustizia di non poter lavorare nel loro mare e, data la loro condizione di precarietà economica ed esistenziale, sono ricattati e ricattabili dalla politica: tuttavia nel momento in cui rinunciano ad una lotta di lungo periodo per la riappropriazione del territorio e preferiscono puntare agli indennizzi non fanno che accettare ed aggravare il loro stato di debolezza e servitù. I sardi, infine, ci sono? E cosa vogliono? Ritengono quello delle "servitù militari" un problema generale, di tutti, per cui vale la pena impegnarsi o sono in fondo convinti che si tratti di una questione di alcuni politici, alcuni pescatori, alcune zone della Sardegna? Sentono la presenza militare su quei territori come un'espropriazione, come una minaccia alla loro salute, alla loro sicurezza, alla loro libertà di decidere nuove forme di economia, di decidere e incidere sul futuro, o in fondo sono contenti così? In definitiva, sentono o no che questa situazione non è giusta, al di là di qualsiasi ragionamento economico ed utilitaristico? In Portorico la battaglia sulle servitù militari è stata vinta dopo anni di lotte popolari e mobilitazioni collettive. Evidentemente i portoricani avevano chiare le domande e le risposte. Franciscu Sedda
26/06/2005




Rispondi Citando