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    Arrow Cattolici e laici a confronto sulla persona

    IL CONFRONTO

    Il filosofo:«Anche sul tema dei diritti dobbiamo cercare di non fermarci al semplice elemento naturale» Il teologo: «Per il pensiero dell’Occidente la razionalità è aperta alla verità e si lascia sempre misurare dalla realtà»

    Una rivoluzione per l’etica



    Di Maurizio Cecchetti



    Bodei: «L'embrione? Iniziamo a considerarlo un progetto»

    «Non si possono accettare definizioni
    come "ricciolodi materia" Occorre ricordare
    che noi tutti siamo ospiti della vita»

    Il dialogo fra credenti e non credenti sulla difesa della vita e le tecniche di procreazione assistita, coinvolgendo lo statuto dell'embrione, ha un fondamento condiviso da tutti i partecipanti alla discussione oppure no? Auspicando il dialogo, la prima cosa da stabilire dovrebbe essere l'accordo sulla definizione di vita umana. Si può parlare di persona fin dal primo istante in cui l'individuo viene concepito? Domande che sono state alla base del confronto sul referendum. Domande cui oggi non tutti danno risposte univoche, anzi. Il giudizio sul referendum del filosofo Remo Bodei è chiaro: «È stato un errore, perché ha toccato punti di polemica accesa su qualcosa che andrebbe esaminato con pacatezza. C'è da dire poi che questo referendum era sbagliato, rispetto a quelli sul divorzio e sull'aborto, anche perché riguardava una piccolissima minoranza di persone. Ci vorrà molto tempo per decantare i toni, oggi siamo molto confusi sulle risposte da dare a quelle domande fondamentali e per di più ci troviamo eredi di tradizioni vecchie che pretendono schieramenti preventivi su questioni più generali che riguardano tutti, come quella appunto dell'inizio della vita».
    Che cos'è l'embrione? È vita in senso generale, è persona, è, come qualcuno ha detto durante il referendum, «materiale umano»?
    «La risposta non sta nel dire che cosa sia l'embrione, ma come venga valutato. Penso che stabilire se l'embrione sia un essere umano subito o 14 giorni dopo il concepimento, è questione di lana caprina. D'altra parte attribuire istantaneamente al concepito la qualifica di persona mi pare eccessivo».
    Sergio Givone in un'intervista pubblicata da «Avvenire» domenica parla dell'embrione come di «qualcosa di umano». Lei che ne pensa?
    «Penso che sia un progett o di vita, ma ripeto parlare di persona per me è prematuro, anche perché immediatamente questa definizione rimanda a una tradizione di pensiero che è molto connotata dal cristianesimo. Penso a Mounier, per esempio. Credo invece che la posta in gioco sia un altra: si tratta di stabilire che cosa sia oggi la difesa della vita. C'è molto disorientamento in giro, e si sente la necessità di tornare a certe categorie metafisiche».
    La difesa della vita, secondo la Chiesa e anche secondo alcuni laici, mette in gioco il riferimento al diritto naturale. Bisogna ripartire da lì?
    «La faccenda del diritto naturale si presta facilmente a quella che chiamerei la "lotteria naturale". Non penso che si possa accettare tutto ciò che accade come eticamente positivo. Ho dei dubbi sulla positività di impiantare un embrione che sia a rischio di malformazioni soltanto perché questo è quanto la natura ha stabilito in quel caso. La grandezza del diritto non risiede nelle norme stabilite dalla natura, ma proprio nella nostra capacità di assegnare dei diritti. Oggi la Chiesa si candida a sopperire dall'interno quei valori che la democrazia ha smarrito. Per questo c'è bisogno di persone di buon senso, che ragionino senza steccati, su una rivoluzione che sta producendo molti choc, come appunto quella della bioingegneria».
    Resta la domanda di prima: l'embrione è da tutelare in quanto «progetto di vita» oppure vi sono altri soggetti in gioco che hanno più diritti di lui?
    «Credo che sia banalizzante ridurre un momento tragico come quello dell'infertilità e delle tecniche per risolverlo a una questione di procedura. La vita certo non va ridotta a supermercato, ma bisogna capire anche l'angoscia di certe coppie. Direi che in un mondo perfetto l'embrione andrebbe tutelato in quanto potenzialmente può diventare persona. Ma nel mondo imperfetto in cui viviamo questo confligge con altre esigenze che non vanno sottovalutate. Si deve tener conto di situazioni dove la perfezione n on è data. Non si può considerare l'embrione un "ricciolo di materia", direi che questo però va posto in una dimensione più ampia che ci vede come "ospiti della vita". La vita è più grande di noi, funziona e progredisce anche senza coscienza. Ecco, questo stupore verso la vita va tutelato, non bisogna farlo cadere nella mercificazione».


    Coda: «Credenti e laici insieme
    per ripartire dalla ragione»

    «La riflessione sull’esistenza umana
    non è un’esclusiva cristiana E può applicarsi
    davvero solo in rapporto all’altro»

    Su che cosa si può convergere volendo dare alla difesa della vita quella priorità che le spetta? C’è un punto che unisce fin da ora laici e credenti? A queste domande il teologo Piero Coda risponde che vi sono due prospettive di cui occorre tener conto: quella soggettiva e quella oggettiva. Nel primo caso, laici e credenti possono ritrovarsi attorno a un tavolo muniti del «riferimento aperto alla forza della razionalità, non soltanto come capacità tecnica, ma anzitutto come rischiaramento dell’esistenza umana e dei suoi valori. Parlerei di fede nella razionalità umana, perché è vero che sia il laico che il credente hanno fiducia in essa, e sia Giovanni Paolo II con la Fides et ratio, sia Benedetto XVI nella propria riflessione di teologo, hanno valorizzato questo incontro tra fede e ragione».
    Il piano oggettivo, invece, che cosa implica?
    «Il riferimento alla dignità umana nella sua integrità».
    Qualcuno obietta che esistono molte razionalità, e molte visioni culturali. Come metterle d’accordo su una materia così delicata come quella della difesa della vita sin dal concepimento?
    «La razionalità è soggetta a più interpretazioni, questo è vero. Ma può, per questa ragione, essere anche soggetta a visioni di carattere ideologico. La prospettiva principale del pensiero occidentale vede la razionalità come apertura alla verità, ma soprattutto come ciò che si lascia misurare dalla realtà oggettiva. Non dunque come qualcosa che vuole imporre alla realtà una certa inclinazione».
    Si è discusso se riconoscere al concepito fin dal primo istante la qualità di persona. Alcuni laici, pur disposti a ragionare sulla difesa della vita, faticano ad accettare che si possa parlare di persona per l’embrione fin dai suoi primissimi giorni. Che cosa si intende dunque per persona?
    «Ciò che si intende per persona umana va riconosciuto nelle sue condizioni oggettive di possibilità fino dal momento in cui si manifesta come singolarità. La persona non si esaurisce nella sua capacità di coscienza e di autonomia, e perciò non va escluso da questa categoria umana chi si trova per esempio in uno stato vegetativo».
    In ragione di cosa un individuo in coma vegetativo è ancora persona?
    «Nel suo appartenere alla specie umana anche se non può esercitare certe facoltà. Vale a dire, è persona in quanto ontologicamente capace di esercitare tali facoltà anche se ora è impossibilitato a farlo».
    È una prospettiva a suo modo vertiginosa. Se non altro perché il concetto di persona non appartiene a tutte le culture sulla scena planetaria. Anzi, qualcuno ritiene che sia molto condizionato dalla tradizione del cristianesimo.
    «Certamente il concetto di persona è stato forgiato nella tradizione della rivelazione cristiana. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un ferrovecchio dei credenti, inadeguato alle sfide che oggi ci pone il progresso delle scienze umane. Al contrario, credo che sia ancora lo strumento più ricco di possibilità, che va sviluppato proprio nel confronto con le scienze umane. Anche per chi non crede, la persona indica che l’esistenza umana è in se stessa un valore non negoziabile, in un contesto di relazionalità. L’esistenza umana si dischiude nella relazione con l’altro, è anche un prendersi cura dell’altro. Provate a chiedere a una madre che abbia un figlio handicappato se non lo vede ugualmente come sua creatura e se non darebbe la vita per proteggerlo...»
    Supponiamo che la scienza ci dimostri un giorno che l’em brione non ha quella individualità che consente di definirlo una vita umana o una persona. Che cosa cambierebbe nella difesa della vita fin dal primo concepimento?
    «Nulla, credo. Anche perché mi pare difficilmente sostenibile e persino contraddittoria come probabilità. Scientificamente e filosoficamente noi intendiamo come vita umana ciò che ha una identità singolare. La difesa della vita dal primo giorno non cambierebbe perché è vita ciò viene a costituirsi come entità umana ontologicamente distinta, anche se ancora non si manifesta come singolarità».


    Avvenire - 27 giugno 2005

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  2. #2
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    INTERVISTA

    Il filosofo Enrico Berti interviene sull'embrione: «Nessun dubbio sulla tutela, interroghiamoci su come applicarla»

    Un diritto da concepire

    «L’idea di persona è accolta anche dalla Carta costituzionale europea Ma in termini insufficienti a proteggere il non nato»


    Da Padova Francesco Dal Mas

    Per Enrico Berti non c'è alcun dubbio. «I filosofi devono dare finalmente una risposta a questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?». Per lui «li ha». Berti è titolare della cattedra di Storia della filosofia a Padova, socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei e componente del consiglio direttivo dell'Istituto Maritain. Numerose le opere che portano la sua firma.
    Ma come mai i filosofi sono rimasti alla finestra in occasione del referendum?
    «Per la verità, alcuni filosofi, il sottoscritto compreso, sono intervenuti. Il referendum richiede, purtroppo, risposte molto semplici e non danno l'opportunità migliore per sviscerare problemi così complessi».
    Ma in questa circostanza referendaria era in gioco la persona, con i suoi valori, il suo futuro; con la possibilità per l'uomo di essere riprodotto tecnicamente. Se i filosofi sono i custodi dell'umano, non dovevano farsi sentire con ben altra voce?
    «Il problema posto dal referendum era se abrogare o non abrogare alcuni articoli della legge 40. La parola "persona" non era presente nei testi. Per cui a rigore non era necessario mettersi a discutere il concetto di persona, sicuramente importante per la filosofia, ma anche molto controverso. Io ho preferito attenermi al testo della legge che parla dei diritti del concepito. Anziché discutere, quindi, della concezione di persona, i filosofi devono dare una risposta a questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?».
    E li ha o non li ha?
    «Certo che li ha. E siccome è possibile che il Parlamento, nonostante il risultato del referendum, riprende la discussione della legge per introdurre ritocchi o adeguamenti, inevitabilmente si riaprirà il dibattito sui diritti del concepito. E per questo è prevedibile che i filosofi siano nuovamente coinvolti».
    Magari tentando di «accomodare» l'opinione della maggioranza degli italiani?
    «Ribadisco il mio pensiero: il concepito, in quanto individuo vivente di specie umana, sicuramente ha dei diritti. Sarebbe interes sante approfondire per stabilire quali sono. Ma sicuramente li ha».
    Proviamo a tradurre questa convinzione in termini di necessaria tutela legislativa.
    «Credo che sia difendibile, dal punto di vista filosofico, la tesi che il concepito è un essere vivente di specie umana, e che come tutti gli altri esseri viventi ha dei diritti. Allora mi pare giusto che una legge che disciplina l'attività medicalmente assistita si preoccupi di salvaguardare questi diritti».
    Non significa impedire la ricerca scientifica, quella medica in particolare?
    «Assolutamente no. In ogni caso, bisogna evitare l'enfatizzazione dei rischi per l'uomo di essere prodotto tecnicamente, perché potrebbero scattare atteggiamenti negativi nei confronti della scienza e della tecnica. Noi continuamente facciamo ricorso alla medicina per curare una quantità enorme di malattie, per fare trapianti di organi. Quindi non sono condivisibili certi pregiudizi».
    Che per lei sono soltanto pregiudizi?
    «Il problema non è di ridurre l'uomo a merce perché si ricorre a delle tecniche. Il problema è di ricorrere alle tecniche senza violare i diritti. Di nessuno: né della madre, né del padre, né del concepito».
    Il clima attuale può dar ragionea Paul Ricoeur, il filosofo francese recentemente scomparso, che già nel 1983 sosteneva che muore il personalismo, ma ritorna la persona?
    «Quest'affermazione contiene una verità incontestabile. Ed anch'io lo richiamata in diversi miei scritti. Il personalismo, come corrente filosofica che metteva la persona al centro dell'intera realtà è morto. Ed è morto perché non ha saputo usare argomenti validi contro le critiche che gli venivano mosse soprattutto dalla filosofia analitica anglo-americana. Tuttavia la persona, come diceva Ricoeur, continua ad essere il miglior candidato al ruolo di titolare dei diritti umani. Anche la Carta europea approvata a Nizza nel 2000 parla della dignità della persona. La stessa Costituzione europea richiama la dignità della persona. Questo confer ma che la nozione migliore a cui si può fare ricorso per giustificare i diritti umani è ancora la nozione di persona».
    È davvero sufficiente quanto la Carta costituzionale dice della persona e della sua dignità?
    «No, per la verità dice troppo poco. Si limita a menzionare la dignità della persona, senza spiegare bene in che cosa consiste. Forse non è nemmeno il compito, questo, di buna carta costituzionale. Tuttavia c'è il pericolo che rifiutando l'idea di Europa e di una costituzione europea si rifiutino anche i valori che nella Carta sono affermati. E che sono irrinunciabili».


    Avvenire - 28 giugni 2005

  3. #3
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    DIBATTITO
    Prosegue il confronto tra intellettuali laici e cattolici sulle questioni di bioetica e di convivenza democratica sollevate dai referendum in materia di fecondazione assistita

    Separati in laboratorio



    Di Alessandro Zaccuri



    Salvatore Veca
    «Le certezze di ieri non bastano più»

    «Occorre mettere in conto il disaccordo Alla legge chiediamo di tutelare le scelte personali»



    Non è finita. Anzi, è appena cominciata. Parola di Salvatore Veca, ordinario di Filosofia politica all'Università di Pavia e autore, tra l'altro, del recente La priorità del male e l'offerta filosofica (Feltrinelli). «Il dibattito sull'embrione - osserva - si inserisce in un più ampio contesto di disagio etico, che mette in discussione le nostre responsabilità causali. È un po' come la storia della camera d'albergo di Proust...»
    E cioè?
    «Lo scrittore aveva gusti molto raffinati, se incappava in un hotel arredato in uno stile che giudicava sgradevole ne faceva una tragedia. Ecco, questo ci capita e ci capiterà sempre più spesso: ci svegliamo al mattino in una stanza che non è più la stessa in cui ci siamo addormentati alla sera».
    Fuor di metafora?
    «Le certezze sulla quali abbiamo fatto sinora affidamento risultavano dall'intersezione tra ciò che le circostanze esterne imponevano e ciò che invece noi stessi potevamo decidere. Oggi, però, abbiamo più possibilità di scelta rispetto al passato e questo crea difficoltà inedite, specie quando ci si spinge in territori che implicano visioni e progetti differenti, in potenziale conflitto tra loro».
    Come la vita?
    «Come la vita, esattamente. E guardi che il pluralismo dei punti di vista al quale mi riferisco non ha nulla a che vedere con il relativismo. Ha come obiettivo la tutela delle rispettive libertà, non l'indifferenza verso i singoli destini. Ma resta il fatto che ogni orientamento etico è in qualche modo debitore del passato e questo complica ulteriormente il quadro».
    Si riferisce alla controversia sul carattere «personale» dell'embrione?
    «Anche a quella, certo. Sinceramente ritengo che la nozione di "persona" faccia parte di un patrimonio comune. Le difficoltà insorgono nei mom enti, per così dire, di passaggio: quando si entra nella vita, e quindi non si è ancora persona, e quando se ne esce, e quindi non lo si è più. A questo punto ci muoviamo in una regione sconosciuta e iniziamo a fare confusione. Troviamo scienziati che pretendono di indicarci il momento in cui l'embrione diventa persona, incuranti del fatto che una simile espressione non ha nulla a che vedere con la terminologia descrittiva della scienza. Ma troviamo anche pensatori che giustificano le loro valutazioni facendo appello alla scienza, ossia adoperando argomentazioni che, com'è noto, sono suscettibili di trasformazioni anche brusche in periodi relativamente brevi».
    Sì, però il problema è anche politico, di convivenza, non soltanto metodologico...
    «E per questo infatti esistono le leggi, che delimitano gli spazi di liberà e di scelta. Delimitano, nel senso che pongono paletti, senza per questo tradursi in interdizioni. Credo che in questo senso i cattolici abbiano molto da imparare dallo propria tradizione novecentesca. In Maritain, per esempio, è presente con grande chiarezza l'intuizione che, anche laddove esiste un forte disaccordo teorico, è possibile trovare un accordo pratico. Nella direzione della convivenza, appunto».
    D'accordo, ma lei stesso afferma che ci muoviamo in un territorio inesplorato, dove l'esperienza del passato ha valore relativo...
    «È indubbio che in un settore come quello della bioetica ciascuno debba farsi carico di comprendere le ragioni dell'altro. Ma in termini legislativi questo, lo ripeto, non può tradursi in una mera serie di proibizioni. Dal mio punto di vista credo che debba prevalere la logica della possibilità, non dell'imposizione: se vuoi, puoi farlo. Ma non per questo devi ».
    Scusi, professore, ma sull'embrione lei come la pensa?
    «Non lo considero persona, se è questo che mi sta domandando. E proprio per questo sono persuaso che siamo soltanto agli ini zi: il disaccordo, su questi temi, è destinato a rivelarsi durevole».



    Francesco Botturi
    «Nasconde il potere l’idolo della liberta»

    «La società ha il dovere di promuovere il bene comune,non soltanto di garantire le preferenze dell’individuo»


    Anche per Francesco Botturi, ordinario di Antropologia filosofica alla Cattolica di Milano, siamo soltanto agli inizi. E non è detto che sia un male. «Incalzati dalla tecnologia, stiamo rimettendo in discussione i princìpi fondamentali della nostra civiltà. Partendo da questioni come la bioetica, l’ambiente, la legittimità della guerra, per giungere a interrogarci sulla stessa democrazia. Ma proprio l’infittirsi di questioni intorno alla natura umana finisce, in modo indiretto, per darne attestazione. In un certo senso, quanto più ci si allontana dall’uomo, tanto più ci si interroga sull’umano. Non dimentichiamo, del resto, che la "controversia sull’humanum" ha rappresentato uno dei grandi temi del pontificato di Giovanni Paolo II, che già nel 1980 denunciava l’affievolirsi di quella che definiva, con un’espressione bellissima, "l’ambizione di essere uomo"».
    Tradotto nel linguaggio delle ultime settimane, è il tramonto della persona?
    «Sì, ma in un contesto di crisi reso ancora più complesso dal fatto che tutti i valori vengono messi in discussione, tranne uno: la libera scelta. Su questo è impossibile discutere, lo abbiamo visto bene alla vigilia dei referendum sulla fecondazione assistita, quando l’unico argomento a sostegno della cosiddetta morale etica era rappresentato appunto dalla "libertà di scelta", continuamente invocata in modo formalistico e astratto».
    Perché parla di formalismo?
    «Perché la libertà di scelta non può basarsi soltanto su se stessa, altrimenti assume caratteristiche totalitarie e, come abbiamo avuto modo di sperimentare, molto aggressive. Tutto questo accade per un motivo ben preciso: chi si appella alla libertà di scelta, ambisce in realtà al potere di scelta. La stessa t ecnologia, in ultima analisi, non è altro che un "poter fare". L’idolo della libertà è, a tutti gli effetti, l’idolo del potere».
    Con quali conseguenze?
    «Anzitutto che il più debole è considerato perdente in partenza. Il rifiuto a riconoscere all’embrione lo statuto di persona lo dimostra con estrema evidenza: c’è un desiderio sempre più forte di farla finita con l’idea di uomo così come l’abbiamo finora conosciuta. E nello stesso tempo questo impianto concettuale manifesta una straordinaria fragilità. Al di là di ogni possibile valutazione politica, rimane indubbio che in occasione dei referendum, in modo più o meno lucido, sia prevalsa un’insoddisfazione verso la pretesa di elevare la libertà di scelta a criterio decisivo».
    Una considerazione che vale soltanto per la bioetica?
    «Al contrario, si tratta di uno snodo assai delicato per la stessa democrazia. Se assumiamo la libertà di scelta come fondamento della convivenza, dimentichiamo che uno Stato democratico si basa per definizione su una visione contraria all’individualismo. A rigor di termini, anzi, qualsiasi spinta individualistica è una minaccia per il bene comune. Per ottenere il quale abbiamo l’obbligo di pervenire alla massima convergenza possibile, certo, ma senza cedere alla logica del compromesso a tutti i costi. Il tema della tutela dell’embrione ci ricorda appunto che ci sono casi in cui il compromesso è improponibile: o si è persona oppure non lo si è, impossibile uscirne altrimenti».
    Neppure invocando il criterio del «si può ma non si deve» suggerito da Veca?
    «Non mi pare che un ragionamento di questo tipo possa risultare convincente in termini giuridici. La legge infatti non ha il compito di assicurare la facoltà di esprimere una preferenza, non importa quanto legittima o bizzarra. Il suo obiettivo consiste piuttosto nel farsi carico delle conseguenze che una scelta investe per la totalità sociale. In concreto, se permettiamo di sopprimere un embrione, permettiamo che sia soppresso un esser e umano. E tutto questo in nome di un utilitarismo che non ha altra ragion d’essere se non la soddisfazione di una preferenza individuale».


    Avvenire - 1 luglio 2005

  4. #4
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    Botturi la sa lunga, è anche abbastanza tomista. Tra l'altro non insegna antropologia filosofica, ma filosofia morale.

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    IDEE
    Il pensiero, la vita e l'embrione: prosegue il dibattito dopo il referendum. Replica sul pericolo del funzionalismo

    Filosofi sospesi fra anima e Dna

    Di contro a chi sostiene che è una certa «funzione»
    a fare la persona, va ricordato che nel patrimonio genetico c’è scritto quel che sarà



    Di Vittorio Possenti

    A qualche tempo dal referendum gli animi sono forse più disponibili a riprendere la riflessione con pacatezza: la condizione della bioetica, nonostante il convergere su di essa di tante attenzioni, appare precaria per la difficoltà a fare emergere evidenze condivise. L'urgenza di trovare soluzioni ai dilemmi suscitati dal progresso delle tecnologie, ha il suo peso nell'indirizzare verso elaborazioni precipitose. In questo quadro assume valore emblematico il tema dell'embrione umano, in cui si combinano la sua inapparenza, il suo ridursi a qualcosa di quantitativamente minimo, e il costituire un crocevia imprescindibile, perché in esso ne va della comprensione dell'uomo e della vita. E con la questione dell'embrione la domanda sulla persona. Se l'idea che si debba rispettare la persona risulta universalmente accettata (è una sorta di valore ecumenico), occorre ammettere che non di rado si è d'accordo solo a parole, in quanto nella ricerca sulla identificazione della persona, particolarmente complessa nei casi di confine, ne vengono ritagliati concetti tra loro distanti. Non pochi, seguendo il funzionalismo, presentano idee molto varie di persona a seconda che l'accento venga posto su questa o quella funzione: la memoria, la libertà, l'autocoscienza, il senso morale, l'esistenza nel soggetto di flussi psichici, la capacità di comunicazione. L'idea funzionalistica di persona è un concetto nel quale raccolgo un certo numero di proprietà e funzioni, che possono (e di fatto sono) variabili secondo le assunzioni stipulate. Puntando su diverse funzioni, si va incontro alla spiacevole conseguenza che esser persona secondo un certo carattere A non comporta l'esserlo secondo un altro carattere B: dunque esisterebbero diverse classi di persone. Se assumiamo che i flussi psicologici siano essenziali per l'esser persona, si determina una classe di persone più ampia di quella stabilita dall'autocoscienza, dal senso morale, eccetera. Riducendo la persona ad un certo numero di funz ioni, l'esser-persona avrà dei gradi a seconda dell'ampiezza con cui eserciterà quella funzione; potrà anche passare dallo stato personale a quello non-personale se quella funzione per un certo tempo scompare, e poi ridivenir persona. Ovvia è la problematicità di una simile posizione che introduce una discriminazione fra gli esseri umani sulla base del possesso di certe funzioni. In vari articoli Giovanni Sartori si è schierato per una determinazione funzionalistica dell'esser-persona, forse sottostimando quante assunzioni occorra premettere. Domandando quale sia la differenza fra vita in generale e vita umana, risponde che «l'uomo è caratterizzato da autocoscienza, dal sapere di sé. Questa risposta laica (o filosofica) ha molte varianti sulle quali non mi voglio dilungare». Aggiunge che la risposta religiosa è diversa: «l'uomo è tale perché caratterizzato dalla presenza dell'anima». Risposta curiosa poiché l'anima non è un concetto solo religioso ma prima filosofico, e non è propria solo dell'uomo ma di ogni vivente (l'anima come forma di qualsiasi corpo è idea lungamente elaborata da Aristotele). Secondo Sartori la vita diventa propriamente umana, e dunque vi è persona, solo quando si «esce dall'utero della madre», quando l'individuo umano «comincia ad esistere in indipendenza, da solo» (Corriere della Sera, 16 aprile, pagina 9). Aggiunge che «la tesi che l'embrione è già un essere umano…è razionalmente insostenibile» (perciò l'embrione non solo non è persona, ma non appartiene neppure alla specie umana). Della riflessione sostanzialistica sulla persona l'illustre politologo tace completamente, rifugiandosi in una definizione secondo i caratteri suddetti, che è convenzionale perché potrei definire la persona come presenza di flussi psichici, di rapporto con l'altro, che non coincidono con l'autocoscienza. In questo modo egli ritaglia un dominio di soggetti cui attribuisce la qualità di persone, e un altro dominio dove stanno i "non ancora persone", che forse non sono neanche esseri umani. Il prezzo é molto pesante, in quanto l'attribuzione dell'esser-persona all'appena nato («si è persona quando si esce dall'utero della madre») entra in flagrante contraddizione rispetto alla determinazione appena introdotta ("è persona chi è autocosciente e sa di sé stesso"): ovviamente il neonato non è né autocosciente né sa di se stesso. Gli attribuisco l'esser-persona mentre glielo tolgo. Fa inoltre capolino il mutamento del significato dell'omicidio che, invece di significare "non uccidere l'essere umano", diventa forse: "non uccidere la persona". In genere fra i seguaci del funzionalismo scarsa è l'attenzione all'elemento corporeo e genetico dell'uomo, forse considerato "basso". Ma è una via in salita. La corporeità umana non è qualcosa di estrinseco e di separabile dall'uomo. Il Dna e il nostro individuale patrimonio genetico portano molte informazioni sul nostro futuro: non ci predeterminano, perché anche l'ambiente conta, ma ci orientano. L'identità genetica è qualcosa di importante per l'esser persona: segna l'appartenenza dello zigote alla specie umana sin dal concepimento.

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    INTERVISTA
    Monsignor Maggiolini: «La difesa della vita ci chiede l'uso del buon senso: sull'embrione serve prudenza»

    In principio è la persona

    «Ai laici dico: lo Stato etico inizia quando viola l’etica,
    non quando la fa propria»


    Di Pierangelo Giovanetti

    Se chiedete a monsignor Sandro Maggiolini, vescovo di Como, se l'embrione sia persona al pari della madre, non aspettatevi una risposta secondo i canoni del politically correct, per non urtare nessuno. «Chi sostiene che lì non c'è il bambino, lo fa per non essere accusato di ucciderlo», vi sentirete dire. E se gli chiedete quale, tra il diritto della madre e quello del concepito, sia prevalente, la risposta non consente dubbi: «Tra la vita del nascente e la vita già nata, ha più diritto di vivere la vita nascente». Per non parlare di chi tira in ballo lo "Stato etico", se in una società pluralista dentro uno Stato laico il bene morale viene stabilito per legge. La replica di Maggiolini è secca: «Lo Stato etico inizia quando viola l'etica, non quando la fa propria».
    Monsignor Maggiolini, il problema nasce perché la scienza non è tutta d'accordo nel ritenere l'embrione persona umana, al pari della madre.
    «La scienza non ha nulla da dire al riguardo, né sull'umanità dell'embrione, né su quella della persona nella sua fase ultima. La scienza pesa, misura. Non s'interroga circa l'intelligenza e la libertà della persona. Non può spingersi fino all'affermazione o alla negazione della personalità».
    Se la scienza non ha voce in scelte come queste, a chi spettano? Al filosofo, al teologo, al politico?
    «Al filosofo, al teologo, al politico, ma senza tanti ragionamenti. Bisogna affidarsi al buon senso: se c'è un inizio che contiene già tutto e si evolve e diviene persona, basta e avanza. Anche chi non è convinto, nel dubbio deve far prevalere il principio di precauzione».
    C'è chi obietta che il principio di precauzione è una facoltà del singolo, e non può essere imposta per legge. Fumare può far morire, ma non per questo viene vietato a tutti il fumo.
    «Fumare una sigaretta è un conto, ammazzare una persona è un altro. Se io non so se dietro il cespuglio c'è una lepre o un bimbo che sta giocando, non posso sparare».
    Stabilire per legge un «bene morale» trasforma lo Stato laico in Stato etico?
    «Ma neanche per sogno. Lo Stato etico inizia quando viola l'etica, non quando la fa propria. Se in ballo c'è la difesa della persona, non c'è Stato etico che tenga. Lo Stato ha il dovere di rispettare la persona. Se no, come sostiene Marcello Pera, lo Stato attribuisce valore morale a dei capricci, a dei desideri smodati».
    Ma come si fa in una società pluralista, a stabilire per legge una verità etica che non è da tutti condivisa?
    «Lo si fa per il bene morale anche di chi non crede in quei principi. E poi, diciamo come stanno le cose: chi sostiene che lì non c'è il bambino, lo fa per non essere accusato di ucciderlo. Hanno fatto così anche con l'aborto. Per coerenza bisognerebbe dire che ci si vuole sbarazzare del bambino, non dire che non è un bambino».
    Alcuni laici, ma anche teologi moralisti come Giannino Piana, hanno sostenuto in questi mesi che l'insorgenza della vita umana passa attraverso un processo per fasi successive, e che l'individualizzazione non avviene all'atto della fecondazione ma al momento dell'annidamento. Inoltre richiamano la dimensione relazionale della persona, cioè il rapporto fra madre e bimbo nel grembo. Quindi, secondo loro, l'embrione non può avere uno status giuridico di persona, al pari della madre.
    «D'accordo, l'embrione ha bisogno di annidarsi nella mucosa uterina. Ma chi si annida? L'embrione. Non c'è un passaggio dal niente all'essere. C'è il passaggio da un essere che ha bisogno di svilupparsi ad un essere sviluppato. Quanto al secondo argomento, cioè che il bimbo deve essere accettato dalla madre, è una cosa bellissima. Però stiamo attenti, perché allora vale per tutti. E i bambini anormali che non vengono accettati, che ne facciamo? Li sopprimiamo? E i vecchi che danno fastidio, li abbattiamo?».
    Quando ci sono due diritti giuridicamente contrapposti, quello del concepito e quello della madre, qual è il più forte e predominate?
    «Tra la vita nascente e la vita già nata, ha più diritto di vivere la vi ta nascente. In caso di contrasto fra i due diritti a vivere (per quanto sia raro), la madre certo deve essere salvata. Ma non con l'uccisione del bimbo che porta in grembo. La malattia va curata. Se poi questo comporta l'uccisione del bimbo, questa è conseguenza indiretta».
    In questa battaglia referendaria la Chiesa ha parlato di difesa della vita in nome del diritto naturale. Ma il diritto naturale non ha un'interpretazione univoca per tutti. Chi stabilisce cosa è diritto naturale, e cosa no?
    «Diritto naturale è quello che chiamiamo anche "rispetto della persona". Non si tratta quindi di un campo valido solo per il credente, ma per ogni uomo di buona volontà».
    Si è parlato spesso di contrapposizione fra etica laica ed etica cattolica. È possibile su questi temi raggiungere delle evidenze etiche che siano razionalmente accettate dalla maggioranza? O si tratta di questioni su cui la fede porta a letture diverse da chi si muove su posizioni laiche?
    «In teoria ogni uomo è capace di raggiungere la verità morale. Di fatto questo non avviene perché per comprendere l'evidenza etica occorre una conoscenza vergine. E invece l'uomo è solito approcciarsi ai temi etici avendo già pronta la soluzione che più gli fa comodo».


    Avvenire - 6 luglio 2005

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    INTERVISTA
    Il filosofo Michele Lenoci: «Il referendum ha sconfitto l’indifferenza dei valori che segna la cultura di certi non credenti chiedendo una neutralità dello Stato che non è mai esistita»

    Quando il laico è senza risposte



    Di Edoardo Castagna




    Nata in ambito cristiano, l'idea di persona ha poi trovato un percorso autonomo lungo la storia del pensiero. «Un bell'esempio dei contributi della teologia cristiana al dibattito filosofico», commenta il filosofo Michele Lenoci. Ma il dibattito che ha accompagnato la recente campagna referendaria si è concentrato, soprattutto da parte laica, sul reale significato del termine, con molti che riducono l'essenza umana all'insieme delle funzioni - la coscienza, la memoria - che ci caratterizzano.
    Invece, professor Lenoci, come dobbiamo intendere la persona?
    «È un concetto che implica un'ontologia, una struttura che viene prima di tutto. Le singole funzioni si sviluppano soltanto dopo, a partire da questa struttura ontologica senza la quale non esisterebbero. È una forma che unisce anima e corpo, caratterizzata dall'autonomia e dall'individualità. Dal pensiero laico viene la spinta, di per sé condivisibile, a considerare l'uomo nella sua totalità, abbandonando i vecchi steccati cartesiani tra anima e corpo. Poi però non si capisce come facciano a ridurre alle sole funzioni la definizione dell'umano: è contraddittorio».
    Tra gli attacchi contro la Chiesa per la sua battaglia in difesa dell'embrione bisogna registrare anche quelli di chi l'accusa di aver privilegiato troppo gli argomenti razionali sulla "legge naturale", accantonando la trascendenza...
    «Non ha senso, negli scritti di Ratzinger o di Ruini sono sempre stati centrali la gratuità dell'offerta di salvezza e la libertà dell'accettazione da parte dell'uomo. La fede completa la natura umana, non la distrugge. Non esiste alcuna contrapposizione tra la ragione e la trascendenza, anzi: è la divisione tra fideismo e razionalismo ciò che impoverisce. L'uomo non deve rinunciare alla ragione per essere credente. Nella sua struttura naturale ci sono caratteri e tendenze che possono essere la base di un discorso etico, ma ragionare su questa base non significa proporre una teologia "come s e Dio non ci fosse". La tradizione cristiana non ha mai visto la natura come qualcosa a se stante: l'ha sempre riferita all'atto creatore, provvidente e salvifico».
    Nessun eccesso di teologia razionale, quindi?
    «Il Papa non annuncia una filosofia, ma la salvezza. Se, per favorire il dialogo con i non credenti, ci si aiuta con la ragione, allora tanto meglio: già in Giovanni Paolo II l'impostazione filosofica era stata centrale. Ma il cristianesimo non si esaurisce certo qui».
    Così il dialogo con gli "atei devoti" è una ricchezza?
    «I non credenti che hanno appoggiato le battaglie della Chiesa in difesa della persona hanno capito che oggi dobbiamo recuperare quei valori, in gran parte cristiani, sui quali si fonda l'Occidente. Manca ancora, da parte loro, una vera fondazione filosofica di questo recupero, ma la convergenza tra laici e cattolici sull'uomo è un fatto positivo».
    Non si tratta di un'alleanza politica strumentale?
    «Per nulla. Ricorda invece l'accordo che si era creato ai tempi della stesura della Costituzione, quando posizioni teoriche diverse approdarono alle stesse decisioni. Oggi, finite le ideologie, è positivo vedere come non si segua più la pericolosa china del pensiero debole ma si recuperino i valori. L'attenzione della Chiesa verso i non credenti è naturale, è il suo istinto missionario. Magari qualcuno non apprezza perché non vede di buon occhio una Chiesa, come quella italiana di oggi, capace di unire tutti i cattolici. Si rimpiange la frammentazione, che alla fine altro non era che inaridimento e insoddisfazione».
    È stato evocato lo spettro dello Stato etico, che imporrebbe a tutti le scelte morali di una parte...
    «In uno Stato etico il rapporto tra morale e diritto è appiattito sulla morale e si assolutizza lo Stato. Va senz'altro rifiutato, ma non per questo si deve pretendere uno Stato neutrale a tutti i costi, in tutti i casi. Una volta anche Sartori scriveva che la neutralità dello Stato consiste nel fatto che le leggi valgono per tutti, non nel fatto che ogni cosa sia indifferente. Tra vittime e carnefici, per esempio, lo Stato non è neutrale: è con le vittime. Ecco, è l'indifferenza a dover essere respinta: secondo i modi della democrazia, si decide a maggioranza».
    Allora da dove vengono le paure di tanti laici?
    «I loro timori sono comprensibili. La Chiesa ha grandi contenuti, loro non ne hanno più: così vorrebbero abolirli, con il pretesto di tutelarli tutti. La Chiesa offre una visione totale - anche se non totalizzante - della realtà, e questo fa paura. Eppure possedere questa ricchezza non significa volerla imporre. I laici vorrebbero una visione complessiva e organica dell'uomo, e poi hanno paura di una proposta articolata e coerente come quella della Chiesa. Il problema è di chi non ha risposte, non di chi ne ha».
    Un terreno di accordo potrebbe essere il liberalismo classico?
    «Dal nostro punto di vista non è la peggiore delle dottrine. Il cristiano deve individuare interlocutori con i quali siano possibili passi comuni, senza privilegiarne uno solo come in passato si era fatto con i marxisti. Tra liberalismo e cristianesimo restano differenze importanti, per esempio il diverso accento posto su individuo e società, ma mi sembra che in questo caso le affinità siano più profonde di quelle che c'erano con il marxismo. In particolare, è comune l'idea che i diritti della persona precedano il suo essere cittadino: allo Stato spetta il compito di riconoscerli, non quello di attribuirli».


    Avvenire - 8 luglio 2005

  8. #8
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    CULTURA E SOCIETÀ


    Cacciari: «La ricerca deve trovare da se stessa i propri limiti»


    «Tutti devono interrogarsi, ma ogni barriera politica, filosofica o religiosa rischia di fallire»



    Di Pierangelo Giovanetti

    La scienza è il nuovo Moloch della modernità, ma pretendere di limitarlo dall’esterno, con la politica, la religione o l’etica non serve, perché è inefficace. Occorre suscitare reazioni e contraddizioni al suo interno che obblighino la scienza ad autoriformularsi». Per il filosofo Massimo Cacciari ogni tentativo di porre limiti etici alla scienza è destinato al fallimento, se non sarà la scienza stessa a porseli. E sulla legiferazione politica in nome di valori etici, afferma: «L’etica della convinzione è importante, ma non porta da nessuna parte se non ammette l’etica della responsabilità».
    Professor Cacciari, di fronte agli sviluppi della scienza che si è impadronita delle origini della vita, è possibile pensare ancora al progresso tecnico-scientifico prescindendo da considerazioni etiche?
    «La potenza del progetto tecnico-scientifico è tale, ed è misurata dal suo stesso successo, da sradicare ogni possibilità di regolamentazione esterna. La grandiosità e la tragicità del mondo moderno e contemporaneo si regge sull’autonomia del progetto tecnico-scientifico, iniziata dall’autonomia del progetto politico con la nascita dello Stato moderno. Non c’è niente da fare: a mio parere ogni tentativo di limitazione della scienza a livello politico, filosofico o religioso è destinato all’insuccesso in quanto ineffettuale. Qualsiasi limite della scienza è immanente al progetto stesso, non può essere imposto dall’esterno».
    E se la scienza non si pone dei limiti? Se il suo sviluppo illimitato minaccia la sopravvivenza stessa dell’uomo?
    «È il dramma della nostra epoca rispetto alle epoche precedenti dove ogni progetto scientifico era regolato da norme che lo trascendevano. L’idea di poter controllare nel mondo moderno la scienza trascendendola, ripete uno schema ideologico e rischia di non avere alcun effetto. O nascono norme autonome proprie del progetto scientifico, o non c’è niente da fare».
    La tecnologia, anche nella sua applicazione politica di volontà di dominio sulla natura e sugli altri uomini, non pone in crisi i fondamenti del conoscere, chiedendo la ridefinizione del rapporto stesso fra sapere scientifico e filosofia umanistica?
    «Può darsi che si arrivi al momento in cui la problematicità e le contraddizioni che questo progetto porta con sé, e soprattutto la sua straordinaria carica innovativa rispetto alle nostre capacità di assimilarne il senso, facciano emergere tutta una serie di aporie e di contraddizioni che obbligano il progetto scientifico al suo interno a riformularsi».
    Nel frattempo l’umanità non può stare inerte.
    «Deve interrogarsi, ma non in maniera ideologica o nostalgica, perché altrimenti non farà che rafforzare la scienza nella sua volontà di potenza. Solo interrogandosi può suscitare reazioni e contraddizioni dentro la scienza».
    Scendendo sul piano pratico, è possibile trovare un’intesa etica fra laici e cattolici da porre alla base del convivenza civile?
    «Certo, ma solo se chi si muove da un’etica della convinzione - importantissima e apprezzabile - riconosce che nella politica è possibile solo un’etica della responsabilità, che tiene presente la pluralità delle posizioni esistenti. Il politico legifera erga omnes, ed è quindi necessariamente politeista. Se questo viene ignorato, il dialogo è impossibile. Anche chi crede deve sapere che in politica si agisce etsi dei darentur, non etsi deus daretur».
    Nemmeno se il cristianesimo si riduce a religione civile, valido quindi per tutti a prescindere dalla fede?
    «La religione civile è un idolo che il cristianesimo ha sempre combattuto. A cominciare da quando ha combattuto l’impero romano nella sua pretesa di essere religione civile».
    Eppure la religione sta tornando con forza in Occidente, anche dentro la politica.
    «Il bisogno di orizzonti di senso dell’uomo e lo stesso conflitto di civiltà spingono tutti ad interrogarsi. La religione sarà tema sempre più centrale, per l’orientamento anche elettorale dell’opinione pubblica. Il cristianesimo, però, ci ha sempre insegnato a riconoscere l’autonomia della politica e la distinzione dei piani».


    Avvenire - 9 luglio 2005

  9. #9
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