I. L'ISPIRAZIONE

1.1. Per gli ebrei e per i cristiani i libri della Bibbia non sono nati soltanto dalla iniziativa degli autori umani (che sono degli "strumenti") ma anche da una implicita intenzione e volontà di Dio. La Scrittura non è soltanto il resoconto delle parole di Dio, né tanto meno contiene solo la rivelazione fatta da Dio attraverso le sue parole e i suoi gesti salvifici, ma è realmente "Parola di Dio" (non una sorta di "riassunto") espressa in parole umane. Dio è autore della Scrittura, come ne è autore l'uomo. La Sacra Bibbia è Parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione dello Spirito Santo afferma la Dei Verbum. Quando parliamo di ispirazione divina della Scrittura ci riferiamo allo speciale influsso esercitato da Dio nei confronti degli scrittori sacri, definiti "agiografi" (da agios =santo e grafo =scrivo), un influsso di tale potenza da poter definire Dio "autore" dei testi biblici consegnati alla Chiesa. Per comprendere più chiaramente la natura dell'ispirazione, si può tener presente il seguente schema:

mente illuminazione

AGIOGRAFO --->volontà mozione <--- SPIRITO SANTO

sensi assistenza

Il Vaticano I, che nel 1870 ha definito solennemente l'esistenza della ispirazione si esprime in questi termini: "La Chiesa li ritiene sacri e canonici perché, scritti per ispirazione dello Spirito Santo, sono stati ispirati da Dio". L'ispirazione divina è un mistero e una realtà soprannaturale, ragione per cui non potremo mai coglierne tutta la portata. Il nostro sforzo è cercare di capire, ma a molte domande non avremo risposta, perché le realtà divine non sono esaustive per la mente umana. Resterà cioè sempre qualcosa di oscuro. L'origine del termine è greca: JeopneustoV (da JeoV =Dio e pnew =soffio); il termine è poi passato al latino inspiratio, da cui il nostro ispirazione . Quindi la Bibbia è per così dire soffiata da Dio. In ebraico non esiste il termine "ispirazione", ma troviamo il soffio di Jahvè, la ruah.



1.2. L'ORIGINE DIVINA DELLA BIBBIA

Interroghiamo la Bibbia stessa. L'Antico Testamento non contiene una dottrina della ispirazione della Scrittura, anche se fa dei riferimenti chiari a Dio, il quale agisce sulla intelligenza dei profeti, e a volte riporta il comando di Dio al profeta affinché scriva la Sua parola. Tuttavia non abbiamo notizie esplicite sull'influsso divino sul profeta in modo che sembri essere Dio l'autore delle Scritture. Ad esempio Geremia 36,1-4: "Prendi un rotolo da scrivere e scrivici tutte le cose che ti ho detto" (Cfr. anche Es 17,14 o Ger 30,2). La dottrina della ispirazione della Scrittura, non è affermata negli scritti dell'Antico Testamento, ma nemmeno vi è negata. E' cioè implicita.

Troviamo dei passi in cui Dio influisce sulla intelligenza dello scrittore. Invece la convinzione dell'origine divina dei libri vetero-testamentari è implicita ed esplicita nei libri del Nuovo Testamento, poiché, mentre l'AT non afferma da sé di essere ispirato, il NT riferisce la sua divina ispirazione. Ad esempio il NT ci presenta Gesù introdurre una indiscutibile affermazione: "sta scritto...." (ad es. Mt 4, 4-7b); questo è un riferimento giudaico all'Antico Testamento e pertanto sottintende che l'A. T. è ispirato, che le cose dette nell'Antico Testamento sono vere in quanto "Parola di Dio". Altre volte si trova: "dice la Scrittura": Gesù e gli apostoli citano passi dell'AT senza distinzione di valore tra i diversi libri, dunque dando loro autorità divina (Cfr. Mt 4,4-10; Gv 5,39; 10,35; 19,28). Inoltre l'identificazione di Dio con la Scrittura è talmente chiara nella mente degli autori del NT che i due termini, Dio e Scrittura, si trovano posti sullo stesso piano, a volte addirittura cambiati a vicenda. Così nella lettera ai Romani (Rm 9,17) si trova: "Dice infatti la Scrittura al faraone...", dove il libro dell'Esodo riportava: "Dice Dio al faraone..." (Es 9,13 ss).

Dunque per S. Paolo (autore della lettera ai Romani), la Scrittura dell'Antico Testamento è parola di Dio, anzi Dio stesso che parla. Ancora Paolo in Galati 3,8 dice: "Le Scritture, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani......" che ricorda Ger 12,3: "In te saranno benedette tutte le genti..." dice Dio ad Abramo). Accanto a questi modi impliciti di attribuire la Sacra Scrittura a Dio, ci sono solo due testi del NT che affermano esplicitamente l'esistenza della ispirazione dell'Antico Testamento, la seconda lettera a Timoteo (2Tm 3,16) e 2 Pietro 1,21. Questi testi affermano esplicitamente che l'Antico Testamento è "Parola di Dio".

Il termine scrittura, graphè (grajh), lo troviamo ben 51 volte nella Bibbia e può indicare o una parte o tutta la Bibbia nel NT. E' l'unico passo in tutta la Bibbia, questo di 2 Tim 3, 16 dove troviamo questo termine ispirazione che è applicato a tutte le Sacre Scritture. L'ispirazione non va neppure concepita nel ritenere che Dio abbia voluto far scrivere una parte della Bibbia, quella più elevata (fatti straordinari, verità sublimi ecc.), lasciando l'altra parte all'uomo. "Non ci sono nella Scrittura brani solo di Dio e brani solo dell'uomo. Nella Bibbia tutto è di Dio e tutto è dell'uomo".



1.3. LA NATURA DELL'ISPIRAZIONE

Questa realtà non è stata mai oggetto di definizione dogmatica da parte di nessun Concilio. In altre parole, ci chiediamo in che modo Dio ha ispirato la Bibbia e in cosa consista questa ispirazione divina. L'effettiva investigazione di questo problema ha avuto inizio intorno al 1500 (col Rinascimento e la Riforma protestante) e continua ancora oggi. Una delle principali teorie dopo il Concilio di Trento (intorno alla metà del 1500), è l'"ispirazione verbale della Bibbia" o "attraverso dettatura". Secondo questa teoria, Dio avrebbe comunicato all'agiografo non solo le sue idee, ma anche le parole (le espressioni verbali della Scrittura); da qui la trama del "dettato". Ma, inteso in questo modo, il contributo umano non sarebbe stato che passivo, inattivo, per quanto cosciente. Il rappresentante più significativo di questa teoria è stato Domenico Banez (nel 1600): "Lo Spirito Santo non ispirò solo ma dettò e suggerì le singole parole mediante le quali quei contenuti venivano descritti". Egli voleva in questo modo salvare la divinità della Bibbia ma finì in effetti per negare una reale attività umana nella Scrittura sacra e rendere difficile la spiegazione delle diversità che esistono di fatto tra gli scrittori della Bibbia. Secondo lo stesso Banez, tali divergenze si spiegavano col ritenere che Dio avesse dettato ad ogni scrittore sacro le parole che meglio si adattavano alla condizione spirituale dell'agiografo.

Questa categoria del dettare era stata applicata dal Concilio di Trento solo alle tradizioni verbali, poiché le ritiene dettate dallo stesso Cristo oralmente e conservate con correzioni continue nella Chiesa cattolica. In questo senso però la "dettatura" non può assumere il valore di una dettatura verbale, poiché si tratta di tradizioni orali, è sinonimo di ispirazione. Questa formula del dettato è stata ripresa dalla enciclica Provvidentissimus Deus di Leone XIII del 1893, ma anche dalla Spiritus Paraclitus di Benedetto XV del 1920 che la estendono anche agli scritti con riferimento alla dottrina di San Girolamo. Quest'ultimo, parlando della lettera ai Romani, scrive: "E' così involuta e oscura che per capirla occorre l'aiuto dello Spirito Santo che quelle cose ha dettato per mezzo dell'apostolo" ("qui per apostulum haec ipsa dictavit"). L'espressione "ha dettato", non è priva di equivoci se mal presa. Non significa che l'attività attribuita allo Spirito Santo sia da intendere nel senso di una dettatura verbale; infatti il verbo "dictare", nella lingua latina ha molti usi, che vanno dalla dettatura strettamente intesa, al comando e al semplice suggerimento. Questa formula del dettare non deve essere intesa con una lettura secondo la nostra categoria, non va cioè forzata per cercare di spiegare la natura dell'ispirazione, ma deve mantenere lo scopo che ha nei Padri, dove viene usata per accentuare la priorità dell'azione di Dio e dello Spirito Santo nella origine -genesi - del libro Sacro. Tuttavia la formula non è stata più ripresa (nei Concili Vaticano I e Vaticano II e nella Divino Afflante Spiritu). Anche la categoria patristica della Scrittura, considerata come una lettera di Dio mandata agli uomini è più una categoria pastorale, non tecnica. Sant'Agostino scrive: "Da quella città, rispetto alla quale siamo pellegrini ci sono pervenute delle lettere, sono le stesse Scritture".

Altra teoria che ha segnato un pezzo di storia della ricerca è quella della Ispirazione come "approvazione e assistenza negativa". Alcuni teologi scolastici, non contenti della teoria del Banez, hanno preso una direzione opposta, sostenendo una ispirazione limitata ai contenuti della lettura, non estesa ai modi verbali dei medesimi. Il gesuita Lessio (1623) è dell'avviso che un libro, scritto con mezzi puramente umani e in seguito approvato dallo Spirito Santo, è da ritenersi ispirato. Spingendosi avanti nella stessa direzione, il teologo ed esegeta Bonfrère incomincia a sostenere che alcune parti dei Libri storici della Sacra Scrittura sono stati scritti sotto l'assistenza negativa dello Spirito Santo, il quale avrebbe cioè impedito che gli scrittori umani cadessero in errore (assistenza negativa). La teoria dell'assistenza negativa viene assunta nel XIX° secolo da Jahn e viene estesa a tutta la Bibbia (non solo ad alcune parti come voleva Bonfrère), facendone l'equivalente del carisma della infallibilità. L'ispirazione ha agito sugli scrittori sacri solo quando questi hanno rischiato di cadere in errore, lasciando tutto il resto. Infine, verso la metà del XIX° secolo, il benedettino Haneberg sostenne che alcuni dei libri biblici sono stati scritti con mezzi puramente umani e che la loro ispirazione consiste nell'essere stati, in seguito, approvati dalla Chiesa. Il Vaticano I interviene (il 24 aprile 1870) promulgando la Costituzione dogmatica sulla "Fede cattolica" e nel capitolo 2 (la Rivelazione), a proposito della Sacra Scrittura, sancisce che non è la Chiesa che riconosce l'ispirazione, respingendo quindi l'assistenza negativa e sottolineando il ruolo positivo dello Spirito Santo nella composizione di questi libri. Celebre è l'"Ispirazione formale di Franzelin" (formale, non materiale), un gesuita che, nella seconda metà del XIX° secolo, sostiene un'altra teoria dell'ispirazione. Questo Cardinale aveva partecipato al Vaticano I e nel 1870 pubblica il suo "Trattato della ispirazione e tradizione divina". Insiste sul concetto di Dio come autore letterario, Dio quindi è Autore delle Sacre Scritture. Nella composizione di un testo, sostiene Franzelin, si giocano due elementi:

- 1) elemento "formale"

- 2) elemento "materiale"

-1) sono le idee, i concetti (le cose pensate)

-2) le parole, le espressioni che servono ad esprimere l'idea, il concetto, ciò che serve a tradurre le idee.

L'autore di un libro secondo il gesuita Franzelin è tale anche se si limita ad offrire i pensieri e i contenuti del libro e lascia l'impresa della formulazione scritta ad un suo collaboratore, affidando a quest'ultimo le idee che aveva. Così Dio sarebbe autore della Bibbia, anche se la sua ispirazione riguarderebbe solo la parte formale. L'agiografo ha ricevuto da Dio solo l'elemento formale, ma l'espressione verbale (l'elemento materiale) è lasciato alla capacità dello stesso agiografo. Questa tesi ha riscosso inizialmente un grande consenso. Presto però è stata abbandonata in quanto implica una divisione, una scissione artificiale della intima unità che esiste tra il pensiero ed il linguaggio nella produzione di opere letterarie (obiezione di Lagrange).

Non è concepibile, sostiene Lagrange, una separazione tra pensiero e linguaggio, dato che uno scrittore non concepisce pensieri se non in un determinato linguaggio, ben determinato. L. Alonso Schökel -un esegeta dei nostri giorni, maestro di intere generazioni di biblisti- sostiene che l'impostazione del Franzelin è superata perché suppone una concezione del linguaggio e dello stile che non si ritrova nella realtà. E' dunque una distinzione speculativa di laboratorio, che pecca di unilateralismo (come se esistessero solo le idee). A nostro avviso, la sintesi migliore viene dalla teologia di L.A. Schökel, il quale concepisce l'ispirazione come un carisma che riguarda primariamente e direttamente l'opera letteraria.. Infatti, la creazione di un'opera letteraria può essere sintetizzata in tre momenti: esperienza, intuizione ed espressione.

1) L'esperienza, propria o altrui, forma un materiale che si accumula nella coscienza dello scrittore, ma non appartengono ancora alla genesi dell'opera e dunque non cadono ancora, necessariamente, sotto l'ispirazione biblica;

2) Intuizione: tutti gli uomini vivono delle esperienze, ma solo alcuni hanno il dono dell'intuizione poetica. Solo Osea, tra tanti uomini che soffrono il tradimento, ha l'intuizione che gli fa scoprire in quella vicenda l'amore di Dio, sempre deluso, verso il suo popolo. Negli agiografi, questa facoltà, l'intuizione, è sotto l'impulso dello Spirito Santo;

3) Espressione: è il livello del vero scrittore o poeta, quando i sentimenti o le esperienze, si fanno espressione in alcune forme significative. Il processo di formulazione letteraria è un momento creativo che avviene interamente sotto l'azione dello Spirito Santo.



1.4. DALLA "PROVVIDENTISSIMUS DEUS" ALLA "DIVINO AFFLANTE SPIRITU"

L'Enciclica Provvidentissimus Deus (Leone XIII, 1893) è il primo documento del magistero ordinario che tenta una descrizione della natura dell'Ispirazione riprendendo il famoso "schema tripartito" di Franzelin: "Lo Spirito Santo illumina l'intelletto, muove la volontà, assiste le facoltà esecutive dell'agiografo affinché non sbagli". E' il primo tentativo di definire la natura dell'Ispirazione.

L'Enciclica Spiritus Paraclitus (Benedetto XV, 1920) scrive: "L'influsso ispirativo, mentre impedisce all'agiografo di sbagliare, d'altra parte non impedisce allo stesso di esprimersi secondo il proprio genio e la propria cultura (forma mentis)". Si sottolinea in questo modo l'apporto originale dell'agiografo. La Spiritus Paraclitus si limitò ad asserire che la storia biblica non era scritta "secundum apparentias" e che gli autori biblici non si sono limitati a riferire la verità soltanto come era formulata nel loro tempo. Incoraggiò inoltre a non esagerare con teorie come quelle delle "citazioni implicite", del "senso pseudostorico" e "tipi di letteratura", chiarendo che il vero senso della Scrittura è quello letterale, cui appartengono anche le metafore.

La Divino Afflante Spiritu richiama l'idea di strumentalità cara a San Tommaso e sottolinea che le caratteristiche personali dell'autore umano non vengono eliminate né ridotte dall'influsso dello Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, nel testo della Dei Verbum n.11 usa l'espressione "Autore" applicata a Dio. Inoltre viene fatto proprio il collegamento che il Vaticano I aveva operato tra Dio autore e l'ispirazione, indicando nell'azione dello Spirito Santo il motivo per cui Dio può dirsi, ed è realmente Autore della Sacra Scrittura. Dio è autore perché ha ispirato la Sacra Scrittura. Viene conservata anche l'idea di strumentalità applicata agli scrittori sacri: "Agendo Egli in essi e per loro mezzo"; ma gli agiografi non sono strumenti ma suoi autori. Il Concilio ha preferito lasciare ampio spazio alla investigazione teologica, ma al tempo stesso ha fissato alcuni limiti, entro i quali deve muoversi ogni possibile riflessione teologica.



1.5. L'ISPIRAZIONE DI DIO

Le direttive della Chiesa in questo campo sono molto generiche e lasciano il problema aperto. Fino ad oggi, una riflessione teologica degna di rilievo non è pervenuta. Una cosa è certa: l'Ispirazione divina non è altro che Dio stesso, che opera per produrre un determinato effetto, la Sacra Scrittura. Poiché l'effetto è una realtà distinta da Dio, l'Ispirazione va classificata come una delle operazioni di Dio diretta all'esterno (operationes ad extra ). La Bibbia infatti non è qualcosa che cambia Dio, e non è Dio, ma solo un prodotto della sua ispirazione. E' una azione compiuta all'esterno, dovuta quindi a tutte e tre le persone della Trinità, anche se per attribuzione la definiamo solo in rapporto allo Spirito Santo, così come in 2Pietro 1,21. Nella composizione della Scrittura il fattore divino e quello umano vivono un rapporto di causa principale e strumentale e, come abbiamo detto, la causa strumentale contribuisce in modo dinamico, attivo, all'effetto prodotto. Per quanto l'uomo sia un fattore reale ed importante nella produzione della Bibbia, questa rimane però principalmente e propriamente "Parola di Dio", in quanto è il riflesso dell'Autore Principale, vale a dire Dio. Praticamente la Bibbia è attribuita alla causa principale proprio come un dipinto è attribuito all'artista che lo crea e non in rapporto agli strumenti che egli usa. Un'ultima osservazione: in tutti gli schemi di causalità principale-strumentale che fanno parte dell'esperienza di ogni giorno, eventuali difetti dell'agente principale li ascriviamo agli agenti strumentali sia a tutte e due (agente strumentale e agente principale). Nei nostri schemi quindi i difetti possono essere dovuti sia alla causa principale che a quelli secondari. Nel caso della Sacra Scrittura, nessun limite e nessuna imperfezione può essere attribuita a Dio; le eventuali deficienze sono di genesi umana (altrimenti Dio sarebbe limitato e quindi non sarebbe Dio).



1.6. L'ISPIRAZIONE NELL'AUTORE UMANO.

Il problema consiste nel cercare di considerare l'effetto che l'attività ispiratrice di Dio produce sulle facoltà dei compositori della Scrittura. Un tempo, prima della esplosione della critica Biblica, la composizione umana dei libri sacri era concepita in modo molto semplice: ogni libro era visto come prodotto che un suo autore aveva composto sotto l'influenza dell'azione divina. Attualmente, è dato per certo che almeno una buona parte di libri sacri è il prodotto di un lungo periodo di formazione, di gestazione, implicante a volte anche secoli di precedenti tradizioni orali e scritte (è il caso ad es. del Pentateuco). Con una tale moltitudine di compositori e redattori diventa difficile stabilire l'effetto preciso dell'azione ispiratrice di Dio su tutte le persone che hanno contribuito alla formazione di un determinato libro. L'unica possibile soluzione è supporre che, anche quando si trattava di più compositori, su ciascuno di essi ci sia stato un influsso analogo, simile a quello esercitato su una singola intelligenza. L'influsso dell'ispirazione divina sullo scrittore incomincia con la sua vita, l'agiografo è stato chiamato (un po' come Geremia) dal grembo materno, ossia ha ricevuto da Dio le capacità creative ed emozionali per fargli scrivere il testo, e tutto lo sviluppo del suo lavoro è naturalmente e soprannaturalmente sotto l'influsso dell'ispirazione.

L'agiografo, quando giunge al punto di concepire e di comprendere il suo libro, vi approda con l'atteggiamento di chi occupa un posto particolare nella storia della salvezza. Il suo ruolo è attivo, dinamico e non passivo. L'esempio che potrebbe illuminare è quello dell'acido usato per incidere delle lettere o dei disegni sul metallo. L'acido è solo uno strumento nelle mani dell'artista ma non è uno strumento passivo, non è cioè inerte ma costituisce una realtà dinamica. E' questa nozione di strumentalità dinamica che dobbiamo tenere presente. L'agiografo è uno strumento nelle mani di Dio ma con le sue particolarità: è lui che pensa, che immagina, che compone. Nell'ispirazione le sue attività sono certamente sotto l'influsso di Dio. Resta da definire il tipo di influsso esercitato da Dio. Leone XIII ha dichiarato che l'influsso dell'ispirazione si estende all'intelletto, alla volontà e alle altre facoltà implicate nella progettazione e nella stesura di un libro. Dobbiamo allora distinguere tra Ispirazione e Rivelazione, dato che per molti secoli c'è stata questa confusione. In un secondo momento questi concetti si sono separati, affermando che l'Ispirazione è un carisma divino di ordine intellettuale, ossia consiste in una illuminazione divina per giudicare i contenuti da tradurre per iscritto. La Rivelazione invece sarebbe la luce divina per comunicare verità nuove. Oggi, noi manteniamo distinti i due carismi, ma si tende a dimostrare che sono intimamente connessi. Non a caso sono opere dello stesso Dio e sia l'Ispirazione che la Rivelazione non riguardano soltanto l'ambito intellettuale. Ad ogni modo, se l'Ispirazione e la Rivelazione non sono identiche, neanche si può dire che entrino in conflitto. Né possiamo dire che l'Ispirazione segue la Rivelazione (sempre in senso cronologico). Esse operano simultaneamente e in armonia. Poiché l'Ispirazione influisce su tutte le capacità dello scrittore che sono implicate nella composizione di un libro, dovremmo affermare che influisce sia sull'intelletto speculativo sia su quello pratico, ossia sia sui contenuti sia sul modo di comunicarli. L'Ispirazione influisce sull'intelletto speculativo dello scrittore sacro offrendogli una illuminazione soggettiva che non è altro se non una percezione di dati da comunicare per iscritto. L'ispirazione influisce poi sull'intelletto pratico, dirigendo tutte le decisioni su come il messaggio deve essere comunicato. Dio dirige l'agiografo anche per far scegliere a questi le parole adatte. Non possiamo però dire in che modo dirige l'agiografo; l'influsso di Dio non è solo di tipo interiore. Come nella cura provvidenziale dell'ordine della natura e della Salvezza Dio si serve ordinariamente di altre creature (la Madonna ad esempio), così pure si serve di realtà esterne allo scrittore (persone, luoghi, circostanze, cose) per guidare e per dirigere il suo intelletto. Infine è da rilevare che la psicologia dello scrittore umano sotto l'influsso dell'Ispirazione ci sfugge (non potremo mai capirla a pieno). Qualunque sia la nostra ricerca su questo influsso divino sulla Scrittura dobbiamo tenere ferma una cosa: gli scrittori sono stati squisitamente e creativamente attivi e tuttavia in ogni attività del loro intelletto sotto l'influsso dell'Ispirazione. Una ultima considerazione per quanto riguarda l'influsso della Ispirazione sull'intelletto dell'autore umano: se l'autore sia stato consapevole di essere ispirato da Dio mentre scrive.

Fino a qualche anno fa alcuni studiosi (tra cui Saurez) erano dell'avviso che l'agiografo fosse cosciente dell'Ispirazione. L'origine di questa convinzione sembra risalire ad una reazione contro la teoria mantica dell'Ispirazione (l'autore perdeva le sue conoscenze assorbito dalle cose di Dio). Le scarse informazioni però le abbiamo dagli stessi scrittori sacri circa la loro coscienza di essere ispirati. Pertanto sembra più sicuro affermare che gli scrittori umani non fossero coscienti dell'Ispirazione, anche se non c'è motivo di negare, in un dato caso, che tale coscienza possa esservi stata, come sottolinea il testo della Dei Verbum. Anche la volontà è sotto l'influsso dell'Ispirazione. La decisione di comporre il libro e la decisione di completare il documento sono sotto l'impulso dello Spirito Santo. Sia la decisione sia la risolutezza è sotto l'impulso di Dio che spinge l'agiografo a scrivere e lo invita efficacemente. Ciò nonostante, l'agiografo scrive per libera decisione personale, cosa questa che, a partire da Origene (III secolo d. C.), la corrente principale del pensiero cristiano ha ribadito con insistenza. Questo impulso divino coesiste alla volontà umana e alla sua libertà e resta ed è forse per sempre un problema ed un mistero. Ma l'influsso dell'Ispirazione interessa e guida anche tutte le facoltà dello scrittore che sono interessate alla progettazione e alla composizione del libro. Queste attività vengono in genere classificate sotto la definizione di "facoltà esecutive", ma è una definizione infelice perché implica che una opera sia dovuta solo all'intelletto e alla volontà, mentre in realtà quando uno scrittore compone è coinvolta anche la parte affettiva, le facoltà sensitive. Tra queste facoltà esecutive è soprattutto l'immaginazione che viene influenzata dall'influsso divino, in quanto essa è quella energia della psiche umana che, insieme con l'intelletto e la volontà, maggiormente contribuisce alla produzione di un'opera letteraria. Ma anche le altre facoltà dello scrittore umano cadono ovviamente sotto l'influsso dell'Ispirazione divina. L'agiografo seleziona e sceglie le parole, adopera delle analogie, utilizza immagini, ma tutto sotto l'impulso della fonte della Scrittura, l'Ispirazione. E' nello Spirito che lo scrittore sacro, con le sue facoltà, concepisce, progetta e compone il documento.



1.7. L'ESTENSIONE DELL'ISPIRAZIONE dagli Autori alle traduzioni

Dietro molti libri biblici c'è una lunga storia tradizioni orali e scritte. Ci dobbiamo chiedere allora se l'Ispirazione ha influito su tutte le persone che hanno parlato o hanno scritto (ossia sulle persone che compaiono nelle tradizioni). In altre parole, nella lunga genesi di molti libri biblici, quali dei vari collaboratori sono caduti sotto l'influsso dell'Ispirazione divina? L'unica risposta sembra ammettere che l'influsso dell'Ispirazione divina è stata percepita da tutti coloro che hanno contribuito positivamente e creativamente al disegno ed al contenuto dell'opera che è risultata alla fine (in soldoni: tutti coloro che hanno dato un contributo positivo all'opera, sono stati sotto l'influsso dello Spirito Santo). Ma questa affermazione ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Dobbiamo distinguere due tipi di contributo che si possono portare alla progettazione ed alla stesura di un opera:

-a) contributo materiale

-b) contributo al disegno dell'opera.


-a) Il primo è un contributo materiale e non creativo. In pratica può essere il fornire i materiali allo scrittore (un pezzo di marmo allo scultore e via dicendo).

-b) Il secondo invece, aggiunge all'opera qualcosa (il pittore ad esempio che completa un quadro di un altro pittore dà un contributo al disegno dell'opera).

Una distinzione analoga possiamo fare anche per i vari elementi che ritroviamo nei libri biblici. Le tradizioni etiche, pagane, riportate in Gen 1 -11 sono contributi materiali, mentre il documento Jahvista (J) ha offerto un contributo creativo al disegno dell'opera. L'attuale Pentateuco è costituito da quattro tradizioni, una ragnatela di testi che il grande biblista R. de Vaux ha definito "i fili d'oro" della Legge:

a) JAHVISTA (X sec. a. C) (J)

b) ELOHISTA (IX-VIII sec. a. C.) (E)

c) JEHOVISTA (722-622 a. C.= fusione di J+E)

d) SACERDOTALE (P)

e) DEUTORONOMISTA (D)

Possiamo proporre il seguente principio: i contributi puramente materiali ai libri biblici non sono stati sotto l'influsso dell'Ispirazione anche se, senza dubbio, hanno beneficiato della generale cura provvidenziale di Dio. I contributi creativi sono stati invece sotto l'impulso dell'ispirazione, anche se sono esistiti molto tempo prima della stesura finale del libro al quale hanno contribuito, o molto tempo dopo il completamento di un libro che in seguito è stato ritoccato in modo creativo da redattori posteriori. Ovviamente se in un caso concreto può essere difficile stabilire se un contributo è materiale o creativo, tuttavia questa distinzione, in se stessa, sembra generalmente valida.



1.8. CONTENUTI DELL'ISPIRAZIONE

L'Ispirazione si estende a tutti i libri biblici canonici e ai loro contenuti. Infatti, anche dopo che il canone delle Scritture era già stato accettato nella Chiesa, ci sono stati dei teologi che hanno tentato di limitare l'estensione dell'Ispirazione solo ad alcune parti dei libri canonici. Alla base delle posizioni di questi teologi c'era il desiderio di risolvere le difficoltà connesse con l'idea della inerranza della Scrittura, ossia col fatto che la Scrittura non può insegnare cose errate.

Nel XVIII° secolo, un certo Holden ha ristretto il concetto dell'Ispirazione soltanto agli argomenti dottrinali, mentre nel nostro secolo Rohling ha applicato l'ispirazione a materie di fede e di morale. Il cardinale Newmann riteneva che l'Ispirazione non si estendesse al materiale obiter dicta, ossia al materiale di scarsa importanza, privo di comunione con la materia di fede e di morale. Ma i documenti ecclesiastici si sono risolutamente opposti a questa restrizione dell'influsso dell'Ispirazione sui testi canonici.

Il Concilio di Trento, ripreso in seguito dal Vaticano I, ha decretato che i libri della Bibbia vanno ritenuti sacri e canonici in tutte le loro parti e quindi tutto è ispirato. Le parti a cui fa riferimento il documento conciliare sono i passi sul tipo della pericope finale del Vangelo secondo Marco (Mc 16, 8-20). Questo testo di Marco oggi si è visto che non è stato scritto dall'evangelista, ma è considerato canonico dai cattolici in seguito al decreto del Concilio di Trento. L'intenzione del Concilio non va al di là di queste parti e il suo decreto non può essere esteso ad ogni "detto di passaggio" -obiter dictum- della Scrittura. L'intenzione della Ispirazione a tutte le Scritture è stata ratificata dalla "Provvidentissimus Deus", nella quale Leone XIII afferma con insistenza che è erroneo restringere l'ispirazione solo al materiale di fede e di morale. In conclusione, possiamo ritenere che l'estensione dell'Ispirazione all'intero contenuto della Scrittura è accettata oggi nella Chiesa cattolica come un articolo della dottrina della sua fede.



1.9. LE PAROLE

Le singole espressioni verbali sono state sotto l'influsso della ispirazione, oppure sono frutto di una libera determinazione dell'agiografo? Il cardinale Franzelin ha sostenuto che la scelta di parole è stata lasciata alla iniziativa personale dello scrittore, dato che il ruolo di Dio è stato limitato ad una assistenza negativa, diretta ad impedire che qualche errore si insinuasse nella Bibbia. Anche se la posizione di Franzelin non è mai stata respinta ufficialmente, è stata però sempre "allontanata" sia dai teologi che dai biblisti. Nella produzione di un'opera letteraria, pensiero e parole sono così intimamente connessi, che sembra artifizio separare questi elementi così nettamente. L'Ispirazione si estende allora non solo ai contenuti ma anche alle parole della Bibbia. Con questo però non si vuol dire che Dio ha dettato le parole allo scrittore, ma che la scelta delle parole da parte dell'agiografo è stata certamente sotto la guida e la direzione della forza divina.



1.10. LE TRADUZIONI

Non siamo in possesso del testo autografo, l'unico ad essere ispirato per quanto riguarda i contenuti e le parole, ma possediamo degli apografi; essi sono ispirati equivalentemente dei testi autografi nel contenuto e nella forma quando riproducono fedelmente l'autografo. Le traduzioni invece, quando riproducono il contenuto dell'autografo sono ispirate equivalentemente solo nel contenuto. La Traduzione della Settanta (LXX): molti studiosi attualmente hanno ripreso l'idea tradizionale che troviamo in molti scrittori e cioè di una ispirazione diretta dei settanta non solo nella forma ma anche per quanto concerne i contenuti. Le ragioni che vengono avanzate per l'estensione dell'Ispirazione alla Settanta possono essere ridotte a cinque:

-1) Si tratta del primo tentativo di tradurre il testo ebraico in lingua greca (che era la lingua con cui poi verrà composto il NT);

-2) La Settanta non è una semplice traduzione ma rappresenta un progresso ed una evoluzione nei confronti delle idee del testo ebraico;

-3) Nel NT la Settanta è frequentemente citata (Gesù di Nazareth cita secondo la Settanta), e a volte in appoggio a dottrine fondamentalmente cristiane;

-4) Tutta la Chiesa dei primi secoli ha accettato la Settanta come opera ispirata. In Occidente, solo San Girolamo ha respinto la traduzione della Settanta.

-5) La dottrina della Ispirazione della Settanta è professata ancora oggi nelle Chiese orientali.



1.11. L'EFFETTO DELL'ISPIRAZIONE

L'effetto dell'Ispirazione è uno solo: la Bibbia.

Gli aspetti di questo unico effetto sono cinque:

-a) Rivelazione

-b) completezza

-c) unità

-d) sacramentalità

-e) inerranza.

La Rivelazione qui è l'aprirsi di Dio a quanti prendono la Scrittura e la leggono. Dal punto di vista dell'effetto prodotto la Bibbia è Rivelazione. Va osservato però che la Rivelazione non è comunicazione di un complesso di dottrina, ma piuttosto l'auto-manifestazione di Dio.

La Bibbia è unita e non semplicemente una collezione di scritti, in quanto la causa principale è unica: Dio stesso. Ma è unita anche perché è incentrata attorno a Cristo e al suo mistero, nascosto in Dio fin dall'eternità, preparato nella storia del popolo d'Israele e manifestato nella pienezza dei tempi (Eb 1,2).

La completezza: la Bibbia è una unità che è completa, non manca alcun elemento. Intendiamo dire che il grado di auto-rivelazione che Dio ha stabilito di comunicare nella Bibbia, è stato completamente realizzato. In definitiva, nonostante tutti i limiti degli agiografi, Dio è riuscito a completare l'esatta delineazione di sé e di Cristo così come Egli la desiderava.

Tutto ciò porta alla sacramentalità della Scrittura: anche la Bibbia offre all'uomo la possibilità di incontrare Dio nel volto di Cristo.

L'ultima conseguenza è la verità della Scrittura (ossia l'inerranza), la qualità grazie alla quale la Bibbia è immune dall'errore. La Scrittura non inganna perché è parola di Dio e questo è sottinteso nel dogma della Chiesa sull'Ispirazione. Il termine inerranza, sia nella sua forma latina che italiana è una parola moderna, deriva dal latino "inerrans", che significa "che non vaga" (anche se il termine si applicherebbe meglio ad una mente che ad un libro). Inoltre, mentre il pensiero patristico lo riferisce ad esclusione di "inganno" dei libri sacri, i teologi medioevali preferiscono questo concetto alla esclusione di "errore". Sulla scia del Vaticano II, sembra meglio usare il termine positivo di "verità biblica" (o divina) piuttosto che quello di inerranza, anche se questo secondo termine ormai fa parte del vocabolario teologico ed è usato comunemente. Per comodità, possiamo dire che nessun altro concetto relativo all'Ispirazione ha causato tanti problemi quanto questo dell'inerranza:

-1) "auto-contraddizioni" della Bibbia (Cfr. Gn 7,19). Troviamo espressioni contraddittorie.

-2) "errori nelle scienze naturali" (ad esempio l'universo avvolto da una barriera a forma di "campana" chiamato firmamento ecc.). Resta celebre il cosiddetto "caso Galilei".

-3) "errori storici" (Dn 5)

-4) "errori a livello morale": ad es. hèrem : la totale distruzione di un popolo nemico considerata come esecuzione della volontà di Jahve' (Cfr. Giosuè 6, la distruzione di Gerico).

L'apologetica cattolica si difese ricorrendo al concordismo: dimostrare che la Scrittura è vera perché tutti i suoi dati si possono accordare con i dati della scienza (ad es.: 6 giorni della creazione= 6 periodi geologici della scienza moderna). Nel campo della scienza storica la questione diventò spinosa: con il progresso della conoscenza della storia dell'Antico Oriente, molti dati della Scrittura si dichiararono inesatti. Nasceva così la "questione biblica". Ma se la Bibbia contiene affermazioni che in altri documenti sarebbero considerate "sballate", perché solo nella Bibbia sono considerate vere? Il problema si è già avvertito nel mondo giudaico. La tradizione rabbinica attestava che la venuta di Elia avrebbe risolto queste controversie e tutti i punti oscuri della Scrittura.

Queste discordanze della Bibbia, sono state uno dei motivi per cui i primi scrittori cristiani hanno fatto ricorso alle allegorie per l'interpretazione di alcuni passi biblici, viste come l'unico modo per ritrovare quella verità divina che altrimenti sarebbe stata compromessa. Ciò valeva per l'AT ma anche per il NT, soprattutto per le discordanze concernenti i Sinottici e Giovanni e nell'ambito stesso dei Sinottici (Mt-Mc-Lc). Le difficoltà connesse all'inerranza della Bibbia non hanno mai dato adito a dubbi che la Bibbia non contiene errori. Infatti questo è un elemento costante della tradizione cristiana (che cioè la Scrittura non possa sbagliare), ad esempio San Giustino nel suo dialogo con Trifone afferma che la Sacra Scrittura non si può contraddire e Ireneo attesta che la presenza nella Bibbia di cose che non possiamo capire non deve portarci a respingere la Bibbia, in quanto le Scritture sono perfette. Nel medioevo gli scolastici affermano che è eretico dire che nella Scrittura possa esserci qualcosa di errato. La prima e vera contestazione alla verità della Bibbia è avvenuta in epoca moderna, con il Caso Galilei, anche se il problema è diventato più acuto nel secolo scorso in coincidenza col progresso della scienza e in particolare di quella storica. Con i progressi dell'archeologia e di quelli delle letterature extra-bibliche, la conoscenza dell'antico vicino Oriente e delle sue storie è diventata più precisa e sembrava contestare quello che era il valore della Bibbia come fonte di informazione storica. Inizialmente le risposte in campo cattolico si sono orientate ad una limitazione dell'ambito dell'inerranza della Sacra Scrittura. Ad esempio il cardinale Newman escludeva che l'ispirazione e quindi l'inerranza si potesse estendere ai detti di passaggio (obiter dicta) cioè al materiale di scarsa importanza e puramente aneddotico (ad esempio negli Atti quando si ricorda che coloro che lapidarono Stefano consegnano i loro mantelli a Saulo), priva di quella connessione che egli chiama materia di fede e di morale. In altre parole la Bibbia non sbaglia solo nelle materie di fede e di morale. E' la cosiddetta "limitazione materiale". La condanna della limitazione non poteva non venire dalla Provvidentissimus Deus di Leone XIII, ripetuta dall'enciclica Pascendi (di Pio X) e dalla Divino Afflante Spiritu (di Pio XII).

Altre risposte inadeguate sono state date successivamente all'intervento di Leone XIII, come la teoria della "verità relativa" che ammetteva errori nella Bibbia per le cose scientifiche e storiche, ma anche questa teoria è stata condannata da Pio X nella Pascendi. A questa teoria seguì quella delle "apparenze storiche", formulata da Lagrange, secondo il quale l'agiografo esporrebbe non la realtà oggettiva dei fatti, ma i fatti come sono presentati dalla narrazione popolare, teoria respinta fermamente da Benedetto XV nella Spiritus Paraclitus. E' la Divino Afflante Spiritu ad aprire una strada nuova per il problema della verità biblica, riconoscendo nella Bibbia una varietà nel genere letterario storico. L'enciclica ricorda che gli antichi scrittori esponevano i fatti con una tecnica diversa dalla nostra. Il salto si ebbe col Vaticano II che sancì la questione ponendo delle valide soluzioni. Il testo della Dei Verbum n. 11 si esprime chiaramente. Il Concilio ha assunto un atteggiamento positivo sul problema: l'angolazione dalla quale vanno considerate tutte le affermazioni contenute nella Bibbia è il progetto salvifico di Dio perché tutte le Scritture devono servire alla nostra salvezza. Con questo criterio devono risolversi tutte le controversie della Bibbia. La Bibbia è il libro che ci deve portare alla salvezza. Per risolvere questi ed altri problemi (si consideri ad es. la comprensione della Scrittura anche nel vasto mondo culturale; a questo proposito emblematico quel passo dell'autobiografia di B. Russel Perché non sono cristiano, dove il filosofo rimane bloccato dalla impossibilità di capire la maledizione di Gesù al fico sterile e si domanda: "Che colpa aveva il fico se non era la sua stagione?" e simili esempi), va affermato il principio teologico del carattere rivelatorio-salvifico della verità biblica. Ma questo non basta. Non dobbiamo dimenticare un principio di critica letteraria, confermato dalla Dei Verbum al n. 12 (la Bibbia è scritta in un certo modo, dobbiamo individuare i generi letterari): "Per ricavare l'intenzione degli agiografi si deve tenere conto tra l'altro anche dei generi letterari". Tuttavia si deve tenere presente il carattere progressivo della rivelazione biblica, da cui derivano serie conseguenze da un punto di vista dogmatico e morale.

Nessun testo dell'AT o del NT, presenta una dottrina completa su di un qualsiasi punto della fede: è necessario rileggere tutti i libri, proiettando su tutti i 74 testi la luce di Cristo, per comprenderne l'esatta portata. La stessa Dei Verbum al n. 15, sottolinea a più riprese ed in vari modi il carattere progressivo della Rivelazione e non ha paura di riconoscere che i libri dell'Antico Testamento "contengono cose imperfette e temporanee" (non errori però, ma "imperfette", perché saranno poi perfezionate con la venuta di Cristo). C'è un quarto principio: "Per ricavare il senso dei sacri testi si deve badare al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura". Bisogna quindi leggere l'Antico Testamento alla luce del Nuovo Testamento. Ora non ci resta che applicare queste norme agli argomenti scientifici. Se nella Bibbia noi cerchiamo la verità scientifica non la troviamo, dobbiamo tenere presente la frase di S. Agostino "Dio voleva farci cristiani, non scienziati". La Scrittura descrive l'apparenza eterna dei fenomeni scientifici (i giudizi in se stessi sono veri: per gli ebrei, per gli agiografi era così, riproducevano la conoscenza scientifica dei tempi). Le "Sacre Pagine" non insegnano l'errore, erra l'uomo a considerare la Bibbia in modo non vero. Anche nel campo pratico, la Scrittura non può insegnare il falso. I testi biblici narrano, e quindi capita che vengano descritti fatti amorali, ma è chiaro che non li insegna né li propone a credere. A volte vengono presentati racconti di crudeltà, ma si deve capire che vengono descritti solo fatti che sono accaduti, sicuramente non per attribuirli ad un volere di Dio.


Gerardo Picardo