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    Predefinito Dialogo Vaticano - Cina

    CINA-VATICANO

    Cina, ordinato primo vescovo congiunto da governo e Santa Sede



    Shanghai (AsiaNews) – Mons. Giuseppe Xing Wenzhi, 42 anni, è stato ordinato oggi vescovo ausiliare di Shanghai: il prelato ha detto pubblicamente di aver ricevuto la nomina dalla S. Sede. In futuro il prelato potrà prendere il posto di mons. Aloysius Jin Luxian, oramai quasi 90enne e molto malato. Mons. Xing ha compiuto gli studi negli Stati Uniti, e fino ad oggi ha ricoperto il ruolo di vicario generale della diocesi.

    Con questo gesto il governo cinese spera di trovare un risanamento alla spaccatura esistente fra Chiesa sotterranea – non ufficiale – e Chiesa ufficiale, cioè riconosciuta e registrata dal governo.

    Per il governo cinese accettare un vescovo riconosciuto dalla S. Sede, significa mettere un unico punto di riferimento per le comunità ufficiali e sotterranee.

    L’accettazione di un vescovo nominato dalla S. Sede rappresenta un guadagno anche per il Vaticano, perché Pechino riconosce che il rapporto del Vaticano con un vescovo non rappresenta un’intromissione indebita negli affari interni della Cina e non mina la sicurezza dello Stato.

    La nomina congiunta è una vittoria per i cattolici cinesi: negli ultimi anni i vescovi nominati dal governo ma non dalla S. Sede sono stati sempre più emarginati e persino derisi dalle comunità cristiane, che rifiutavano di partecipare alle loro cerimonie e perfino ai loro funerali.

    Il problema della libertà religiosa in Cina rimane comunque aperto per tutta la Chiesa cattolica ed in particolare per la diocesi di Shanghai. Non si sa ancora quanta libertà il governo potrà offrire al nuovo vescovo: se avrà libertà di guidare la pastorale e l’evangelizzazione; se al seminario di Shanghai sarà possibile invitare professori stranieri e quanti; se il vescovo avrà la possibilità di un libero rapporto con il pontefice e con la Chiesa Universale; se l’attuale vescovo sotterraneo di Shangai mons. Giuseppe Joseph Fan Zhongliang, avrà anch’egli libertà totale di incontrare i suoi fedeli (mons. Fan è infatti da anni controllato nella sua casa).

    Fonti di AsiaNews a Shanghai affermano che una parte dei fedeli è molto contenta per la nomina, che potrebbe finalmente sanare i rapporti fra Chiesa e governo. Altri avanzano dubbi sulla personalità di mons. Xing, ritenuto troppo debole per resistere a pressioni e controlli del governo.


    asianews.it

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    22 Agosto 2005

    Da Colonia speranze di unità per la Chiesa in Cina
    di Gao Qingnian

    La presenza del papa e lo stare insieme di cristiani ufficiali e sotterranei spinge alla testimonianza comune oltre la Gmg. “Perdono anche al governo che ci soffoca”.

    Colonia (AsiaNews) - Dongyan (“rondine dell’Oriente”) è una donna cinese di 30 anni, che ha partecipato alla Gmg di Colonia. In passato è stata in prigione, e per il governo non avrebbe diritto a passaporto e visto per la Germania. Usando un nome falso, è riuscita da sola a raggiungere Colonia e ha partecipato alle catechesi e agli incontri con Papa Ratzinger.

    “Era la prima volta che andavo fuori della Cina”, racconta ad AsiaNews. “Quando mi sono trovata con persone di diverse razze e lingue, tutti insieme a pregare ed ascoltare, ho proprio capito che la Chiesa cattolica è un’unica famiglia”.

    Dongyan è andata alle catechesi tenute a St Augustin e alla chiesa dei verbiti. Lì vi erano persone della Chiesa sotterranea, come lei, e persone della Chiesa ufficiale. Erano presenti anche cattolici di Taiwan, di Hong Kong e Macao: in tutto circa 500 persone. “Da questa esperienza ho capito che noi cattolici cinesi dobbiamo vivere di più l’unità. Siamo un’unica Chiesa. Forse questo è il dono che mi porto in Cina: accettarsi vicendevolmente fra cristiani ufficiali e non ufficiali per essere uniti nella testimonianza cristiana”.

    Dongyan dice che talvolta in Cina, fra un ramo e l’altro della Chiesa ci sono attriti e pregiudizi: i cristiani sotterranei sono bollati come fanatici; un vescovo sotterraneo che accoglie un sacerdote della chiesa ufficiale come amico, rischia di passare come traditore della fede. “È giunto il tempo di una maggiore unità. E il Papa è il centro, il segno di questa unità. A Colonia, essere tutti insieme attorno a lui, mi ha commosso e mi fa sperare per l’unità della Chiesa cinese. È tempo che in Cina anche fra noi cristiani ci accettiamo e ci perdoniamo a vicenda”.

    La società cinese, in preda ai cambiamenti sociali ed economici, “ha bisogno della nostra testimonianza”, afferma Dongyan. Sempre di più le persone cercano Dio. “Una mia amica, di 28 anni, era stata abbandonata dal marito. Stava per suicidarsi. I suicidi sono sempre più comuni in Cina. Io ho cercato di farle compagnia, leggevamo insieme il Vangelo e da un anno è stata battezzata. Poi si è battezzata anche sua madre. In Cina c’è una povertà spirituale che richiede la testimonianza dei cristiani”.

    Dongyan è cristiana fin dalla nascita. Nella sua famiglia vi sono molti martiri. Il fratello di suo nonno, un prete, è stato ucciso durante la Rivoluzione Culturale. Lei stessa ha avuto problemi con la polizia. Oltre alla prigione, ha subito perquisizioni e sequestri di materiale religioso.

    “A Colonia ho anche capito che devo trasmettere la misericordia che il Signore mi ha donato. Voglio perdonare anche al governo, che continua a soffocarci con la mancanza di libertà, con la prigionia senza motivo, con i trattamenti ingiusti. Dio cambierà la Cina secondo i suoi tempi, ma la cambierà se noi cambiamo”.

    Dongyan sogna che in un prossimo futuro Benedetto XVI possa andare in Cina. “Sarebbe bello una Gmg a Pechino, con la veglia e la messa sull’altare del Tempio del Cielo, dove pregavano gli antichi imperatori”.

    tratto da asianews.it

  3. #3
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    Anche a Shanghai c'è qualcosa di nuovo

    Viaggio tra i cristiani della città simbolo della nuova Cina, tra la memoria di chi testimoniò la fede nella persecuzione e l’inerme nuovo inizio di chi diventa cristiano oggi. Mentre il nuovo vescovo ausiliare nominato dal Papa viene ordinato con l’approvazione del governo…
    di Gianni Valente


    Il vescovo Aloysius Jin Luxian impone il Vangelo sulla testa di Giuseppe Xing Wenzhi durante la sua ordinazione episcopale avvenuta lo scorso 28 giugno

    <<Il nuovo vescovo Giuseppe ha la faccia da bravo ragazzo e si muove intorno all’altare portando il suo zucchetto viola coi passi timidi del principiante, quasi chiedendo permesso. Alle sette del mattino, i ventilatori che vorticano appesi al soffitto della Cattedrale di Sant’Ignazio già non riescono più a muovere l’aria pesante e umida dell’estate di Shanghai. Prima della messa, tutti in ginocchio, hanno recitato il Rosario e la Via Crucis. Qualcuno si attarda all’ingresso, davanti al banchetto dei libri con le storie dei santi su cui si accampa un pannello con il megaposter di papa Benedetto. Nella cappella dietro l’altare c’è sempre la fila di chi accende candele e si inginocchia davanti al ritratto di Wojtyla. E questa domenica Gesù nel Vangelo racconta e spiega la parabola del seminatore. Il seme che cade nel terreno sassoso è come l’uomo che ascolta la parola e l’accoglie con gioia, ma «appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola egli ne resta scandalizzato». Quello seminato tra le spine «è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto». Quello seminato nella terra buona è «colui che ascolta la parola e la comprende, questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».
    La mattina del 28 giugno, in questa stessa Cattedrale – e quel giorno faceva ancora più caldo, tanto che per dar refrigerio alla moltitudine di tremila persone accorse avevano disseminato lungo le navate anche enormi blocchi di ghiaccio secco – Giuseppe Xing Wenzhi è diventato il primo cinese ordinato vescovo sotto il nuovo pontificato di papa Ratzinger. Lo ha nominato papa Giovanni Paolo, prima di morire. Poi, lo ha «votato» la maggioranza dei rappresentanti diocesani – preti, suore, laici della diocesi di Shanghai. A seguire, lo ha «approvato» il governo di Pechino. Infine, il suo vescovo novantenne Aloysius Jin Luxian, dall’88 a capo della diocesi di Shanghai con il riconoscimento del governo ma – finora – senza l’approvazione della Santa Sede, lo ha reso successore degli Apostoli imponendogli le mani nella liturgia di ordinazione episcopale. È lui il grande “regista” della sua complicata successione, dove si rimescolano e giungono a un punto di svolta tutte le controverse e anomale vicende vissute dalla Chiesa di Cina negli ultimi 55 anni. Perché Shanghai, per fare il vescovo, non è certo un posto come gli altri.

    Zikawei, 8 settembre ’55
    I terreni intorno alla Cattedrale, adesso coltivati a grattacieli e megastore elettronici, il mandarino Xu Guangqi, amico potente del gesuita Matteo Ricci, li aveva donati alla Chiesa fin dagli inizi del Seicento, dopo aver ricevuto il battesimo. Ancora oggi il quartiere Xujiahui – Zikawei in dialetto shanghaiese – prende il nome dalla famiglia di Xu. Qui i gesuiti fin dalla metà dell’Ottocento avevano tirato su la loro cittadella cristiana nei sobborghi di quella che già allora era una grande metropoli cosmopolita. Con la Cattedrale, i seminari, l’osservatorio astronomico. Quella che allora era la residenza dei padri adesso è la biblioteca Zikawei, e l’antico refettorio serve da sala-lettura. Quella che allora era la casa delle suore, adesso ospita un ristorante per ricchi, dall’altra parte della Puxi Road. Qui a Zikawei, come rettore del Collegio Sant’Ignazio, lavorava padre Zhang Boda, il primo martire gesuita morto come prigioniero controrivoluzionario nelle carceri di Mao già nel novembre del ’51. Qui a Zikawei la strategia maoista per annientare la Chiesa cinese separandola dalla comunione visibile col successore di Pietro mise a segno uno dei suoi colpi più clamorosi. Perché la diocesi di Shanghai e il suo vescovo Ignazio Gong Pinmei erano un simbolo per tutto l’immenso Paese, la roccaforte della resistenza cattolica al progetto del Partito comunista di creare una Chiesa nazionale di regime che rinnegasse ogni vincolo con la Sede Apostolica, identificata con la «centrale imperialista» vaticana. Anche il laico Simone He, che adesso ha 71 anni e allora aveva appena concluso le scuole medie, quella notte dell’8 settembre ’55 non l’ha potuta dimenticare: «La polizia circondò tutti gli edifici religiosi. Il rastrellamento durò tutta la notte e il giorno dopo. Arrestarono più di quattrocento persone, tutte quelle più in vista della diocesi: il vescovo Gong, tutti i preti suoi collaboratori più stretti, e quasi tutti i laici iscritti alla Legione di Maria, con l’accusa che fosse un gruppo paramilitare al soldo delle potenze capitaliste. Altri mille li radunarono al seminario minore, e per tre anni li lavorarono, con sessioni di lavaggio del cervello sul socialismo e contro il Vaticano imperialista». Decapitata dei suoi vertici e di buona parte dei suoi pastori, la Chiesa di Shanghai visse per anni in un limbo di incertezza. Fino a quando, a metà degli anni Sessanta, calò anche qui come in tutta la Cina la notte oscura della Rivoluzione culturale. «Il seminario» ricorda Simone «divenne un ospedale. Le suore divennero operaie nella loro ex casa trasformata in una fabbrica di ombrelli. Requisirono o chiusero tutte le chiese. Noi continuammo a pregare, chiudendoci in casa. Anche la Cattedrale di Zikawei andò in malora. Le Guardie rosse infransero le vetrate, danneggiarono il tetto e le guglie. Ma il resto rimase in piedi».

    «Non c’È piÙ bisogno di fare gli eroi»
    Da allora tutto sembra cambiato. Chi oggi entra a Zikawei trova una chiesa come tutte le altre, frequentata in piena libertà da cristiani che non hanno più bisogno di nascondersi per recitare preghiere e fare la comunione. Di fianco alla Cattedrale hanno anche inaugurato da poco il nuovo palazzo episcopale e la residenza per sacerdoti alta dieci piani, su cui svettano le statue di marmo dei quattro evangelisti. Eppure, sotto l’apparenza di ordinaria vita ecclesiale, gli anni della grande tribolazione hanno lasciato nell’intimo della Chiesa di Shanghai ferite ancora aperte.
    Cinquant’anni fa, il giovane gesuita Aloysius Jin e il suo confratello Giuseppe Fan Zhongliang erano tra i collaboratori più stretti del vescovo Gong Pinmei, arrestati anche loro la notte della grande retata. Il loro vescovo si fidava di entrambi: il primo lo aveva fatto rettore del seminario maggiore, al secondo aveva dato in cura quello minore. Nel 1954, sentendo avvicinarsi l’uragano, anche loro due, insieme a tutti i preti di Shanghai, erano saliti col loro vescovo al santuario di Nostra Signora di Sheshan per giurare che non avrebbero tradito la fede, con l’aiuto della Vergine. Passati gli anni terribili della Rivoluzione culturale, dopo quasi cinque lustri di prigione e di confino, anche Jin e Fan vennero liberati, come capitava in quello stesso periodo, nei primi anni Ottanta, a migliaia di sacerdoti, religiosi e fedeli. La Cina di Deng Xiaoping riapriva le chiese, invitava preti, suore e vescovi a riprendere ognuno il proprio lavoro, sia pur in regime di stretta sorveglianza politica. Fu allora che le strade dei due gesuiti si divisero.
    Jin accettò di diventare rettore del seminario, nell’85 fu ordinato vescovo ausiliare di Shanghai, con il permesso del governo di Pechino ma senza quello del Papa di Roma, e nell’88 assunse addirittura la guida della diocesi, mentre il vecchio Gong Pinmei, legittimo titolare della sede episcopale, rimaneva in regime di libertà vigilata (a maggio di quell’anno sarebbe iniziato il suo esilio nel Connecticut). Fan, invece, rifiutò ogni collaborazione con le associazioni “patriottiche” che il regime imponeva come strumenti di controllo della vita della Chiesa. Nell’85 anche lui era stato ordinato vescovo clandestinamente, e il Vaticano lo riconobbe come unico legittimo successore di Gong Pinmei, scomparso nel 2000. Le comunità dei fedeli “sotterranei” che continuavano a dire rosari e a celebrar messa chiusi nelle case private, tenendosi alla larga dalle chiese che riaprivano a una a una sotto il controllo del governo, si strinsero intorno a Fan, sentendosi confermati da Roma nella loro scelta di inflessibile resistenza. Erano loro la “Chiesa fedele”, quelli che in nome della piena fedeltà al successore di Pietro avevano respinto ogni compromesso con la linea separatista che il regime voleva imporre ai cattolici cinesi. Jin, la sua curia e i suoi preti erano traditori, usurpatori, burattini nelle mani del regime. Erano loro la zizzania del campo del Signore.
    Adesso, il vescovo Fan è malato d’alzheimer, trascorre i suoi giorni senza memoria nell’appartamento dove per vent’anni il regime ha tollerato le sue attività “illegali”, controllandolo a vista e limitandone la libertà di movimento. Alle comunità underground è stata comunicata la notizia: la Santa Sede non riconoscerà nessun altro vescovo clandestino per la Chiesa di Shanghai. Quando Jin Luxian andrà in pensione, l’unico legittimo pastore da seguire per tutti i cattolici di Shanghai anche per loro sarà il suo successore Giuseppe Xing, riconosciuto dal governo di Pechino.
    Sembrerebbe un paradosso dell’ingratitudine ecclesiastica. La Curia romana che volta le spalle a chi ha pagato di più per la sua fedeltà al papa e stringe accordi con chi ha scelto il compromesso coi persecutori. In realtà, proprio l’ordinazione episcopale di Shanghai chiarisce i contorni reali delle intricate vicende della cristianità cinese negli ultimi cinquant’anni. E falsifica per sempre le fuorvianti teorie secondo cui in Cina ci sarebbero due Chiese, una fedele al papa e l’altra al partito.
    Negli ultimi anni anche a Roma hanno capito che nemmeno Jin aveva tradito il giuramento fatto nel ’54, davanti a Nostra Signora di Sheshan. L’azzardo canonico con cui ha accettato di diventar vescovo senza il permesso del Papa lo ha esposto per anni all’accusa di essere uno scismatico. Ma il tempo ha svelato che anche lui, come la gran parte dei vescovi ordinati illecitamente in quegli anni in Cina, alla Chiesa nazionale “autarchica” vagheggiata dalla propaganda di regime non ci pensavano proprio. All’ombra di quegli slogan, si trattava di approfittare delle labili aperture concesse dal regime alla ripresa della vita ecclesiale. E favorire la continuità delle istituzioni ecclesiali e dell’amministrazione dei sacramenti necessari alla vita dei fedeli, alla luce del sole. Per questo, già dai primi anni Ottanta, la gran parte di loro inviava alla Sede Apostolica per vie riservate la richiesta di essere riconosciuti come vescovi legittimi per regolarizzare la propria condizione dal punto di vista canonico.
    A Shanghai, anche i frutti raccolti in questi anni di vita “normale” dalla diocesi – nuove chiese costruite in tutta la città, seminario all’avanguardia, tipografia che stampa Vangeli per tutta la Cina, scuole professionali, rilancio dell’associazione degli intellettuali cattolici, collegamenti con università e istituzioni cattoliche di tutto il mondo – parlano da soli. «Ecclesia catholica una est, anche in Cina» dice sorridendo padre Giuseppe Lu, che ha studiato negli Usa, guida due parrocchie in centro e adesso ha chiesto il visto per venire in Europa e magari fare un salto a Colonia, guarda caso intorno al 20 di agosto, quando ci sarà anche il Papa. «Noi e i clandestini siamo due facce della stessa medaglia. Prima qualche fratello delle comunità “sotterranee” diceva che noi delle chiese “aperte” saremmo andati all’inferno. Ma da tempo non mi capita più di sentire cose del genere. Ci vorrà del tempo. Ma seguendo lo stesso pastore, prima o poi arriverà la riconciliazione. E saranno loro a venire allo scoperto e a frequentare le chiese aperte. A questo punto, non possiamo mica diventare clandestini noi! Anche perché non ce n’è più bisogno. Se ci sono le chiese aperte, perché nascondersi in casa a dire la messa? Almeno qui a Shanghai, non è più tempo di fare gli eroi».

    Il cuore dimentica
    La Shanghai senza più eroi è quella decadente e liberty che dà ancora bella mostra di sé al Bund, lungo la riva sinistra dello Huangpu, dove i palazzi di pietra in stile europeo adesso ospitano ristoranti di prestigio e sedi di rappresentanza dei colossi finanziari cinesi. È quella intellettuale e gaudente che passa le sue serate euforizzanti al New Heaven and Earth, il quartiere posticcio con gli edifici ricostruiti come le case dei primi del Novecento, tra ristoranti italiani, spogliarelliste francesi, musica latinoamericana, birre tedesche e laboratori di design della nuova arte shanghaiese. Ma è soprattutto il cuore finanziario della megalopoli che oggi batte con ritmi tachicardici a Pudong, al di là del fiume. L’area sterminata dove il capitalismo estremo che dà le convulsioni alla Cina postcomunista si è incarnato in un progetto urbanistico ciclopico. Lì, alla periferia del cuore finanziario di tutta l’Asia, la povera Chiesa di Gesù Cristo sono padre Giovanni Gong e i suoi mille parrocchiani dell’Immacolata, la nuova chiesa inaugurata a maggio. Un seme inerme, sperduto tra i grattacieli di vetrocemento e i complessi residenziali superprotetti per i nuovi ricchi. Dove, davanti ai tempi nuovi, non è raro che affiori un filo di inconfessata nostalgia per l’epoca di eroica testimonianza cristiana ormai dietro le spalle.
    Anche padre Giovanni, che ogni mattina qui legge il breviario e poi celebra l’eucaristia per i suoi cinquanta fedeli da messa quotidiana, era tra i giovani seminaristi che dopo la retata del ’55 dovettero sorbirsi tre anni di lezioni “rieducative” sul socialismo e sulle congiure vaticane impartite dai maoisti nel seminario di Zikawei. Poi, per trent’anni, ha atteso che la bufera passasse, rimanendo fedele alla promessa della gioventù. Non si è sposato, nell’87 è rientrato al seminario di Sheshan, il primo a riaprire negli anni dell’apertura denchista. È diventato prete solo nel ’90, alla bella età di 52 anni. Ma adesso che già vede la Cina di domani dall’osservatorio privilegiato di Pudong, i conti non gli tornano. «Quando stava per arrivare la persecuzione, il vescovo Gong Pinmei ci avvertì di tenerci pronti. Pregate il Signore, ci disse, che vi aiuti a conservare la fede, che è l’unico tesoro. Oggi mi sembra che di questo tesoro non si accorge più nessuno. Pensano tutti a far soldi, lavorano anche dodici ore al giorno. Per i giovani, anche quelli delle famiglie cristiane, le storie di chi ha conservato la fede in quegli anni difficili sono roba passata. Il cuore degli uomini può dimenticare anche il passato più grande».

    Uno ad uno
    In Occidente giornalisti dalla spiccata fantasia pronosticano un’imminente esplosione di spiritualità cristiana nella Cina, come corollario religioso dei dilaganti processi di omologazione consumista in atto nell’universo cinese. Se è così, nulla lo lascia ancora intravedere nelle facce appagate e curiose delle moltitudini che a Shanghai sciamano senza sosta, travolte nelle sfiancanti liturgie neoconsumiste della megalopoli che non conosce riposo. Magari portano la croce al collo per imitare qualche rapper locale. Ma di certo non sanno nulla delle giaculatorie in latino cantate nei lager, dell’Associazione patriottica, del governo che spia, tanto meno dei vent’anni di fraterni rancori tra i cristiani “clandestini” e quelli delle chiese “aperte”.
    Neanche Teresa ne sapeva nulla. Quando era bambina a Pechino, i suoi genitori funzionari comunisti non gliene avevano certo parlato. Anche perché non c’erano mai, presi com’erano dalla loro carriera politica in Mongolia. Poi lei incontrò un’amica cristiana, cominciò a frequentare le chiese, ricevette il battesimo a venticinque anni. Racconta che quando le chiesero quale nome cristiano avrebbe scelto, rispose che voleva quello della santa più carina. «La madrina mi guardò storto, ma poi mi regalò un libro con la vita di Teresa di Lisieux… Quando andai all’estero, un prete straniero mi domandò se facevo parte della Chiesa “sotterranea”. Io non capivo di cosa parlava. Risposi che in Cina di chiese costruite sottoterra non ne conoscevo, nelle stazioni della metropolitana non ne avevo mai viste…». Adesso si muove con leggerezza nei ritmi neoedonisti di Shanghai. Le piace tirar tardi, negli atelier degli artisti, o scoprire nuovi ristoranti per poi portarci gli amici. Ma è proprio lei che sta disegnando le scene del Vangelo e i simboli cinesi sulle vetrate della Cattedrale di Zikawei. Le stesse un tempo distrutte a sassi dalle Guardie rosse.
    Anche i seminaristi, i giovani preti e le suore che nella parrocchia di San Pietro si incontrano prima di sparpagliarsi per tutta Shanghai a tenere i corsi estivi di catechismo, non sembrano curarsi troppo di immaginarie conquiste cristiane che dovrebbero trovare campo libero nel deserto spirituale delle megalopoli cinesi. Ma nemmeno imprecano sul consumismo sazio e per niente disperato dei loro contemporanei. «Questo è il tempo che ci tocca» dice allargando le braccia Antonio Zhao, che sta finendo teologia al seminario di Sheshan e ha seguito anche lui all’inizio di luglio il ritiro di quattro giorni organizzato dalla diocesi per studiare i metodi «su come comunicare in maniera attraente la fede ai ragazzi, ai giovani e agli adulti a cui andremo a fare catechismo». Sapendo bene che, come accadde già ai poveri cristi che testimoniarono Gesù Cristo nei campi di lavoro, non saranno i buoni propositi e i calibrati accorgimenti umani a far fiorire l’inizio della fede, o a custodirne la perseveranza. Che in Cina, come dovunque, anche oggi il piccolo resto di chi porta il nome di Cristo è un’inermità custodita da un Altro.
    Questa forse è anche la consolazione del nuovo vescovo Giuseppe Xing quando immagina gli anni avventurosi che l’aspettano: non saranno le sue bravure e le sue adeguatezze ma nemmeno i suoi errori e i suoi limiti a decidere se e come il seme di letizia cristiana sparso nella terra cinese, dopo aver dato frutto perfino nelle bufere della persecuzione, seccherà oppure potrà miracolosamente attecchire, uno ad uno, nei cuori indaffarati di uomini e donne della sua immensa città piena di luci.


    Il nuovo vescovo ausiliare Giuseppe Xing rivolge all’assemblea alcune parole di saluto dopo la sua ordinazione episcopale

    tratto da 30Giorni

 

 

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