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    Antonio Rosmini: sempre attuale a 150 anni dalla morte.

    ANNIVERSARIO
    Teologo e filosofo, senza contraddizioni. E sempre più attuale a 150 anni dalla morte. Parla lo studioso Giuseppe Lorizio

    Le due anime di Rosmini

    «La sua teoria è feconda oggi nel nesso cristologico tra verità e carità. L’amore non toglie nulla all’essere e anzi
    ce lo fa pensare in una luce nuova»


    Di Fabrizio Mastrofini

    «Con la pubblicazione della "Nota" della Congregazione della Dottrina della Fede del 1° luglio 2001, a firma dell'allora card. Joseph Ratzinger e dell'allora arcivescovo Tarcisio Bertone, penso possiamo considerare ormai alle nostre spalle le condanne e i sospetti di eterodossia rivolti al pensiero filosofico e teologico di Antonio Rosmini». Lo spiega monsignor Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale e preside dell'Istituto Ecclesia Mater dell'Università Lateranense, che alla ricostruzione del pensiero e della vicenda di Rosmini ha dedicato il volume semplicemente intitolato Antonio Rosmini Serbati, pubblicato in nuova edizione dalla Lateran University Press (450 pagine, 26 euro) proprio nell'anno in cui cade l'anniversario della morte del teologo e filosofo, spentosi il 1° luglio 1855.
    «La beatificazione - precisa monsignor Lorizio - riabiliterebbe in pieno il Roveretano sul piano ecclesiale; la "Nota" lo ha già ampiamente riabilitato sotto il profilo dottrinale», anche se è un peccato che «nell'attuale dibattito filosofico-teologico il suo pensiero sia sistematicamente ignorato».
    Quali sono le linee del suo pensiero feconde oggi?
    «Penso soprattutto al nesso tra Verità e Carità. Lo ha richiamato anche il nuovo Papa nella omelia della messa pro eligendo Pontifice: "In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono". In questo senso mi sembra di poter dire che la dottrina rosminiana si può compendiare nell'espressione "metafisica della carità" o "metafisica agapica": l'amore non toglie nulla all'essere, anzi ce lo fa pensare in una luce del tutto nuova e diversa rispetto alle acquisizioni del pensiero pagano. Questo compito che Rosmini ha attuato nel suo tempo, penso vada urgentemente ripreso oggi.»
    La sua ricerca teologica non era tomista. Precorre il pluralismo in teologia?
    «Non si tratta propriamente di "pluralismo", ma di legittima "pluralità di scuole" di pe nsiero filosofico teologico. Questa esperienza di una compresenza di "scuole" diverse appartiene alla storia del Cristianesimo fin dall'età patristica e medievale. Il tentativo di omologare il pensiero in un'unica prospettiva scolastica (o neo scolastica), per quanto utile nell'epoca della contrapposizione fra fede cattolica e pensiero moderno, sembra del tutto fuori luogo oggi, come rilevò lo stesso cardinale Ratzinger nel 1996. Rosmini può aiutarci a non ripetere gli stessi errori e il dialogo fra prospettive teoretiche diverse, pur nello stesso orizzonte di fede, risulta condizione imprescindibile per un approfondimento speculativo adeguato del mistero (ad intra) e per un corretto rapporto con le altre religioni e le altre appartenenze culturali.»
    Rosmini era teologo e filosofo, alla pari - per così dire. È possibile anche oggi?
    «L'idea rosminiana di costruire un'enciclopedia cristiana, da contrapporre a quella illuministica è oggi di difficile assunzione, anche se contiene un'intuizione perennemente valida: quella dell'unità del sapere. Oggi abbiamo bisogno di superare la "frammentazione" del sapere, e dobbiamo farlo soprattutto attraverso un costante lavoro interdisciplinare, anche fra teologia e filosofia, senza confondere gli ambiti scientifici, ma dialogando sulle grandi questioni del senso e del fondamento, come ci invita a fare l'enclica Fides et ratio».
    Cosa consiglia a chi volesse avvicinarsi al Rosmini pensatore?
    «Il tentativo di questo mio profilo vuol offrire una sorta di "iniziazione" al pensiero filosofico e teologico di Rosmini. Mi sembra tuttavia importante ribadire il fatto che il "sistema" rosminiano, non si lascia catturare o annettere ad alcun modello di pensiero filosofico o teologico sia ad esso contemporaneo, sia successivo e a noi più vicino. Rosmini va spiegato con se stesso e non in riferimento ad altri autori o ad altre appartenenze. Ma non sempre, anche oggi e in ambito teologico, si riescono a mettere in campo interpretazioni coe renti con questa indicazione ermeneutica, che è possibile solo attraverso una metodologia di approccio genetica e diacronica a quel grande cantiere aperto che è l'universo rosminiano.»



    Avvenire - 30 giugno 2005

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  2. #2
    torquemada
    Ospite

    Predefinito "Delle cinque piaghe della santa Chiesa"

    Sintesi e commento

    "Delle cinque piaghe della santa Chiesa"


    --------------------------------------------------------------------------------
    Libro scritto nel 1832 e pubblicato nel 1848 da Rosmini. Testo messo all'Indice dalla curia romana nel 1849. Edito recentemente dalla Rizzoli. Attualmente si sta svolgendo il processo di canonizzazione del medesimo autore.

    Antonio Rosmini. nasce a Rovereto nel 1797 e diventa prete nel 1821. Fu amico di Manzoni. Alcuni suoi testi furono messi all'Indice. Fu riabilitato solo nel 1854, un anno prima di morire. Una congregazione da lui fondata è tuttora operante. In questa pagina i passi del testo di Rosmini sono solo quelli riportati in corsivo. Ho cercato di fare una sintesi del testo suddetto ed in alcuni casi mi sono permesso, insieme ad alcune spiegazioni, di aggiungere delle attualizzazioni. Mi pare che profeti come quest'uomo siano necessari oggi come ai suoi tempi e penso che le sue parole in diversi casi mettano allo scoperto "piaghe" ancora lontane dall'essere curate.


    --------------------------------------------------------------------------------

    Trovandomi in una villa del padovano, io mi posi a scrivere questo libro, a sfogo del mio animo addolorato; e fors'anco a conforto altrui.

    Così inizia il libro di Rosmini. Un libro sicuramente scritto per migliorare dall'interno quella Chiesa che egli amava e non certo per deriderla o infamarla con faciloneria dall'esterno. Un libro pieno di scrupoli, di attenzioni a non offendere, a non voler passare avanti a nessuno, e nello stesso tempo deciso e chiaro nella denuncia di quei mali che, a detta dell'autore non era certo bene ignorare. Egli ripercorre in ogni capitolo la storia della chiesa esaltando l'opera dei primi secoli e mostrando come poi la perdita della propria identità e tante distorsioni siano entrate in essa a causa dei suoi rapporti sempre più compromettenti con il potere temporale. La Chiesa, dice Rosmini, deve mantenersi libera da tutto ciò che può appesantirla e allontanarla dallo scopo per cui è stata istituita da Gesù Cristo.

    ...senza libertà la Chiesa non esiste meglio che l'uomo senz'aria di cui respiri.

    Nel testo, l'autore delinea cinque grossi temi che raffigura come piaghe per il "corpo" della chiesa dei suoi tempi, assimilata così al corpo sanguinante del Signore Gesù Cristo sulla croce (prima piaga=mano sinistra; seconda piaga mano=destra; terza piaga=costato; quarta piaga=piede destro; quinta piaga=piede sinistro). Questi cinque temi sono

    la divisione del popolo dal clero nel culto pubblico
    l'insufficiente formazione del clero
    la disunione dei Vescovi
    la nomina dei Vescovi abbandonata nelle mani del potere politico
    l'asservimento dei beni della Chiesa al potere politico
    Già la sola enunciazione dei temi può dare l'idea del clima ecclesiale e politico di quei tempi. Penso sia importante conoscere questo testo perché è stato una spinta notevole per il cambiamento della Chiesa dell'ultimo secolo ed i suoi influssi si sono fatti sentire anche nel Concilio Vaticano II. Riporto alcuni passi che mi pare possano sintetizzare il pensiero dell'autore per ogni singola "piaga".

    Carattere della Chiesa Piaga
    Causa
    Rimedio



    Unità
    1
    divisione del popolo dal clero nel pubblico culto
    Mancata istruzione liturgica dei fedeli e cessazione dell'uso del latino come lingua viva
    Diffusione dello studio del latino e di traduzioni dei libri liturgici



    Verità
    2
    insufficiente formazione
    del clero
    abdicazione dei vescovi
    dall'ufficio di maestri
    azione riformatrice ed educatrice del clero da parte dell'episcopato



    Carità
    3
    disunione dei vescovi tra
    loro e col Papa
    attaccamento dei vescovi
    al proprio potere ed ambizione personale
    Rinuncia dei vescovi
    ai loro privilegi e ritorno
    agli uffici meramente pastorali



    Libertà
    4
    vescovi burocrati
    nomina dei vescovi
    abbandonata al potere
    statale
    Riunione del Collegio episcopale col Papa e ripristino delle nomine episcopali da
    parte della S. Sede senza intrusioni di sorta

    Povertà
    5
    ricchezza ovvero servitù
    dei beni ecclesiastici
    Feudalesimo
    Distacco dai beni temporali




    la divisione del popolo dal clero nel culto pubblico
    Egli è dunque necessario, o almeno è grandemente utile e conveniente, che il popolo possa intendere le voci della chiesa nel culto pubblico, che sia istruito di ciò che si dice e si fa nel santo sacrificio, nell'amministrazione de' sacramenti, e in tutte le ecclesiastiche funzioni: e però l'essere il popolo pressochè diviso e separato d'intelligenza dalla chiesa nel culto è la prima delle piaghe aperte e sparte che grondano vivo sangue nel mistico corpo di Gesù Cristo.

    Il popolo secondo l'autore è ridotto a semplice spettatore di sacra rappresentazione. Abbondavano catechismi ma scarseggiavano i "maestri" della fede. Il risultato è una "mezza ignoranza" accompagnata da libri che "contengono le formole dogmatiche". Il problema dunque non è solamente l'inattualità della lingua latina, ma anche la carenza di un insegnamento vitale; di maestri veri, appunto. Con tutto il rispetto e la reverenza ossequiosa per tali formule, espressione di un'eredità preziosissima, l'autore commenta:

    L'essere la dottrina abbreviata, l'essere le espressioni, di cui essa si è vestita, condotte a perfezione e all'ultima esattezza dogmatica, e soprattutto l'essere immobilmente fisse e rese per così dire, uniche; ha egli forse cagionato che sieno rese alla comune intelligenza anche più accessibili? (...)

    ...E' ancora da dubitarsi assai se il fanciullo, il quale pronuncia a memoria le parole del catechismo, conosca di que' misteri un tantino più dell'altro che mai non le ha udite.



    l'insufficiente formazione del clero
    Per formare il popolo occorrono dei "formatori", ma ecco che Rosmini intravede, collegandosi a quanto appena detto, la seconda piaga: il clero, che è il responsabile della formazione cristiana del popolo, non è all'altezza di tale compito. Rosmini, uomo di grande fede non può negare la realtà dei fatti, e siccome crede fermamente nella "dignità" sacerdotale denuncia un modo di essere preti per nulla evangelico.

    Essi non ebbero forse mai un sentimento della propria dignità di membri della Chiesa(...) E molti hanno fors'anco considerato sempre il clero come una parte privilegiata ed invidiabile, perché vive dei proventi dell'altare, come un ceto di superiori non diversi da ogni superiorità laicale, un tutto a sè, e non la porzione più nobile del corpo della Chiesa...

    ...non sanno che cosa vogliano volendo essere Sacerdoti.

    Dopo aver indicato il primo grande nodo nel rapporto fra popolo e preti, ecco ora il secondo nodo: il rapporto tra preti ed i loro superiori, coloro che li formano. Anche qui, non si tratta semplicemente di avere i testi giusti o le dottrine chiare. Accanto al problema linguistico c'è quello ben più importante del rapporto vitale tra maestro e discepolo. Rosmini cita un racconto di Ireneo (II secolo) che con ardore tramanda il metodo usato ai suoi tempi dal suo maestro Policarpo per formare i futuri sacerdoti. Racconta Ireneo

    "Io mi sovvengo di quanto è avvenuto allora, meglio di tutto ciò che è accaduto di poi; le cose che si sono apprese nell'infanzia, nutricandosi, per così dire, e crescendo nello spirito con l'età, non si dimenticano più mai; di guisa io potrei indicare ancora il luogo ove stava seduto il Beato Policarpo quando predicava la parola di Dio. Io ho ancora vivo e presente nel mio spirito con che gravità egli entrava ed usciva dappertutto ove che egli se ne andasse; quale era la santità in tutta la condotta della sua vita; quale la maestà che gli splendeva nel volto ed in tutta la composizione esteriore del suo corpo; quali erano le tante esortazioni onde pasceva il suo popolo. E parmi di udirlo ancora raccontare in che egli aveva conversato con san Giovanni e con più altri che avevano veduto Gesù Cristo, le parole che egli aveva raccolte dalle loro bocche ed i particolari che gli erano stati narrati dal divino Salvatore... Io ascoltavo tutte queste cose con istudio e con ardore, e le scolpivo non sulle tavolette, ma sì nel più profondo del mio cuore; e Dio mi ha fatto sempre grazia di ricordarmele, e di riandarle nell'animo mio".

    Così ci si tramandava la passione per il vangelo nei primi secoli del cristianesimo. Ma poi, racconta Rosmini, la Chiesa si ingrandì, aumentarono le sue responsabilità e dopo le invasioni barbariche e la conseguente fine dell'impero Romano essa si ritrovò ad avere tra le mani anche le questioni "temporali", religione e stato persero la chiarezza dei rispettivi confini e se da una parte questo inaugurò l'inizio del Medioevo come "era cristiana", dall'altra modificò quel "metodo" che aveva caratterizzato l'evangelizzazione dei primi secoli.

    Nel X secolo i vescovi istituirono le parrocchie delegando al "basso clero" l'evangelizzazione. Da allora furono i parroci i responsabili diretti della catechesi.

    Le abitazioni vescovili, cessando d'essere accademie floride di sapienza ecclesiastica e di santità per giovani alunni crescenti alle speranze della Chiesa, si convertirono in altrettante corti principesche rigurgitanti di militari e di cortigiani; e non più lo zelo ardente ed apostolico, e la meditazione profonda o l'esposizione degli eloqui divini formò il decoro di quelle case...

    Rosmini procede la sua sintesi storica fino ad arrivare all'istituzione dei seminari, con il concilio di Trento. In tutta la sua descrizione dei fatti traspare il rimpianto di non vedere più, nella storia della chiesa, il ritorno alle origini. E anche l'istituzione dei seminari, che partiva da una giusta preoccupazione, non era una soluzione ottimale per la formazione dei sacerdoti.

    Furono inventati i seminari per provvedere alla decaduta educazione del clero, come furono inventati i catechismi per provvedere alla decaduta istruzione del popolo. Non si ebbe coraggio di ritornare allo stile antico, che il vescovo personalmente formasse il suo popolo ed il suo clero.

    Ci fu un recupero nei costumi e nella pratica cristiana, ma resta il fatto che "solo i grandi uomini valgono a formare uomini grandi" e questa carenza è rimasta. Una testimonianza di questo è nei testi adottati. Grandi uomini, dice Rosmini, scrivono grandi libri. Piccoli uomini, piccoli libri. Ed è molto feroce la sua critica nei confronti di tutti quei libruncoli che al suo tempo sostituiscono le letture dei Padri e della Sacra Scrittura.

    Cotesta magrezza e vanezza de' libri usati nelle scuole è appunto (una) cagione dell'insufficienza di loro educazione.

    Il Vescovo formava, un tempo, il suo popolo ed i suoi preti. Perchè questo non accade più? Perchè i vescovi non scrivono più testi come quelli dei padri, comunicando anche la vita e la santità oltre che la scienza e la dottrina? Qui il discorso procede inoltrandosi nella denuncia della terza piaga: appunto quella dei vescovi; una piaga che Rosmini vede come peggiore della prima e della seconda.



    la disunione dei Vescovi
    Ancora una volta si parte con l'elogio delle origini. Nei primi secoli i vescovi si conoscevano, erano amici, si scrivevano. Era molto chiara l'importanza della figura del vescovo e umilmente nessuno chiedeva di diventarlo, tanto che la Chiesa poteva così scegliere i candidati tra i più santi e acclamati dal popolo. Ma appunto, i tempi cambiarono, la corsa all'episcopato divenne una corsa al potere e poter parlare con il proprio vescovo divenne sempre più cosa per pochi eletti.

    Ove questi furono circondati e quasi vallati del potere temporale, il loro accesso divenne difficile; l'ambizione secolaresca inventò de' titoli fissi, e determinò un cerimoniale materiale, esigendo dagli uomini, in prezzo del poter trattare con i loro prelati, de' generosi sacrificj di amor proprio, però bene e spesso un tributo di avvilimento, perché di finzione e di vergogna. Per queste sempre crescenti esigenze si pervenne al punto che i soli preliminari del trattare de'cristiani co' principi della Chiesa si resero implicati di cavillose quistioni sopra formalità, e ben sovente tali che non ammettevano una possibile, cioè una ragionevole soluzione; e il pensiero del pastore della greggia di Cristo, degno d'essere riserbato a meditare le sublimi verità, a trovare i prudenti consigli, si trovò esaurito nello studio e nella tutela di questi nuovi diritti della Chiesa, nascenti dal nuovo Codice di cerimonia. Quindi il carattere si rese diffidente, serio, cauto ed ingannatore per prevenzione e per ricriminazione.

    La naturale conseguenza di tale involuzione fu un' atmosfera ripulsiva, che allontanò col tempo, i vescovi tra di loro, oltre che dal popolo. Addirittura l'autore racconta che nella repubblica veneta degli ultimi tempi

    ...i vescovi erano tutti cadetti delle case patrizie, ebbero per avventura vocazione all'episcopato prima di nascere; cioè che prima di nascere furono condannati all'episcopato da uomini ingordi, crudeli, prosontuosi; i quali a compenso di quella condannazione dispensavano poi il pastore della Chiesa di Gesù Cristo da' suoi sacri doveri e di buon grado gli consentivano di condurre in una oziosa ignavia, una vita dissipata.

    I vescovi si legarono più alla propria nazione che alla propria fede comune e spesso si ritrovarono inimicati tra loro. Alla base degli scismi con gli ortodossi e con i protestanti stanno questi vescovi, questa Chiesa e quella "prostituzione del vangelo" che Rosmini non maschera certo con mezzi termini. In alcune nazioni i vescovi, in cambio di "donazioni" dovettero promettere di non appellarsi al papa senza il permesso del proprio Re.

    Forse che in certe nazioni si sarebbe salvato il Cattolicesimo dal suo naufragio, sgravandolo a quel modo che si alleggerisce una nave in furiosa tempesta, col gitto in mare delle cose anche più preziose e più care, acciocchè si salvi il legno colle vite de' naviganti.

    Forse che abbandonando in tempo opportuno ad un Gustavo Vasa, ad un Federico I, e ad un Arrigo VIII le immense ricchezze che la Chiesa possedeva in Isvezia, in Danimarca ed in Inghilterra o parte di esse; il clero povero di quelle nazioni le avrebbe salvate salvando sè stesso, ed avrebbe risuscitata la fede con que' mezzi, appunto co' quali gli Apostoli l'aveano piantata!

    O la Chiesa è libera, oppure non ha nulla di diverso da una qualsiasi altra congregazione umana. Ma una Chiesa libera in simili tempi altro non può diventare che una Chiesa "francescana", povera, capace di ritornare alle sue radici.

    Ma in che parte troveremo un clero immensamente ricco, che abbia il coraggio di farsi povero? O che pur solo abbia il lume dell'intelletto non appannato a vedere che è scoccata l'ora in cui l'impoverire la Chiesa è un salvarla?



    la nomina dei Vescovi abbandonata nelle mani del potere politico
    Rosmini continua la sua riflessione andando ora "oltre" il rapporto tra i vescovi. In questo procedimento a gradini egli trova "piaghe" sempre più in alto. Dopo aver espresso il suo rammarico per la disunione dei vescovi così tanto legati ad interessi terreni, egli si chiede: chi ci ha dato questi vescovi? E la quarta piaga è intitolata proprio "la nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale".

    Questa sezione è sviluppata in modo molto ampio, più che non le precedenti perché evidentemente la posta in gioco era alta e l'argomento grave ed attuale. Attraverso un abbondante documentazione storica l'autore sostanzialmente dice che

    ... la Chiesa di Gesù Cristo non può cedere in altrui mano il proprio governo, non può vendere nè alienare in alcun modo a chicchessia la elezione de' propri governatori, perché non può distruggere sé medesima.

    Una Chiesa che in molte occasioni ha perso il rapporto con il popolo per un più meschino rapporto con la convenienza, con il potente di turno, una Chiesa disunita e "venduta" non può pretendere dal popolo una "irragionevole obbedienza", e anzi, presto o tardi dovrà accorgersi che tale popolo cristiano ha "assopito i suoi interessi religiosi" ed è diventato indifferente all'azione di siffatta Chiesa. Una Chiesa che prende ordini dai re, che ordina preti e vescovi i candidati avanzati dalla corte regale, è una Chiesa che ha smarrito "il modo antico di eleggere i Vescovi co' voti del clero e del popolo".

    Ecco il progresso delle usurpazioni: 1° il potere laico impedisce alla Chiesa di fare le elezioni senza averne ottenuto da lui il permesso; 2° poi questo permesso diventa una pura grazia sovrana che si nega o si concede ad arbitrio; 3° questa grazia non la si vuol piùà dare gratuitamente, ma si fa pagare da chicchessia; 4° finalmente questa grazia sovrana venduta, colla quale si permette di fare l'elezione, si accorda colla condizione di eleggersi però quel soggetto che vuole il re!

    Pratiche simoniache, insomma, vecchie come il vangelo, zizzania sempre pronta ad intrufolarsi nella casa di Dio. Un problema scottante per un uomo che in fondo è vissuto solo un secolo e mezzo fa e che non poteva tollerare oltre perché

    il clero in tale oppressione ogni giorno più perdea la coscienza della sua dignità, della sua libertà; e si stimava compensato di tali perdite, di cui non conosceva più il prezzo, coll' aumento delle ricchezze e del potere temporale.

    Su questo lungo capitolo non aggiungo altro anche perché mi pare che la Chiesa su questo abbia camminato parecchio. Oggi è sicuramente meno compromessa e più libera, super partes, di quanto non lo sia stata in passato. Voglio solo fare un'annotazione. Se da una parte la Chiesa oggi non accetta più influenze nella scelta dei suoi ministri dal potere politico vigente è pure vero che non accetta più consigli neppure al suo interno! E' così indipendente che pare decidano tutto pochi prelati del vaticano. Rosmini stesso che in un passaggio aveva indicato la strada antica nell'eleggere i vescovi "co' voti del clero e del popolo" oggi probabilmente avrebbe qualcosa da ribattere sulla scarsa partecipazione "del popolo" in tali scelte. In una nota insiste nuovamente

    Quanta importanza non pose la Chiesa dai primi fino ai moderni secoli in mantenere inviolabilmente il metodo delle elezioni vescovili, consistente nel consenso di tutti e nel giudizio del clero!

    Si consideri l'elezione de' primi diaconi: gli apostoli convocano la moltitudine de' discepoli, e le parlan così: "Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque fratelli, tra di voi, sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico". Lasciano che la moltitudine li scelga, secondo il suo buon giudizio: a sé stessi non riserbano che la conferma e l'ordinazione. Era un usare il meno possibile della pienezza della potestà che avean da Cristo. Qual divina prudenza! Tale dovrebbe esser la norma di tutti i prelati.

    A questo riguardo si può notare come questo pensiero ritorni anche in seguito, nella seconda massima della quinta ed ultima piaga.



    La servitù de’ beni ecclesiastici.

    La Chiesa primitiva era povera, ma libera.

    Si nota nel tono e nelle parole di Rosmini il rimpianto di quei tempi in cui ciò che contava era invisibile agli occhi, la povertà era una conseguenza della carità cristiana e insieme la miglior garanzia di libertà e di onestà che la Chiesa potesse dare al popolo. In quest'ultimo capitolo vengono elencate sette "massime" antiche che dovrebbero guidare la gestione dei beni temporali.

    1. l’oblazione deve essere spontanea. "In qualunque casa entrerete, prima dite, pace a questa casa. E nella stessa casa rimanetevi mangiando e bevendo le cose che si trovano presso di quelli; poiché l’operaio è degno della sua mercede". Luca 10, 5-7




    La Chiesa deve organizzarsi, vivere, adoperare ciò che le serve per l'evangelizzazione, non è pensabile una Chiesa assolutamente povera e senza nulla. Però non è neppure giusto che la gestione dei beni occupi tutte le energie di essa perché questi non sono il fine, ma semplici "mezzi" per giungere a ben altro obbiettivo. Il primo criterio "cristiano" per trovare un'equilibrio tra queste due esagerazioni va preso, secondo l'autore, proprio nel vangelo. Esso, nel passo citato, raccomanda ai discepoli un certo disinteresse verso i beni. Usarli, sì, ma vivendo un pò alla giornata, fidandosi di quel Dio che nulla farà mancare a coloro che porteranno avanti l'opera da Lui iniziata. Mangiare e bere quello che ci viene offerto, significa proprio questo; fidarsi di Dio, non preoccuparsi di accumulare per rendere sicuro anche il pasto di domani, e lasciare che ognuno contribuisca al sostegno della Chiesa come più ritiene giusto.

    L’esser precetto non toglie la spontaneità dell’azione, commenta Rosmini puntando il dito proprio contro quelle leggi che invece, col passare del tempo hanno reso obbligatorio un contributo, una decima, una tassa da pagare al clero. Il buon Rosmini avrebbe ancor oggi qualcosa da dire sull'attuale sistema di auto finanziamento della Chiesa Cattolica con il sistema dell'8 x 1000. Dove sta in questo sistema la "spontaneità" dell'azione visto e considerato che circa il 56% dell'incasso totale non proviene da alcuna scelta, ma è il frutto della divisione dei proventi di coloro che non hanno indicato alcuna preferenza in proporzione alle scelte espresse. Mi spiego: tutti coloro che non indicano alcuna preferenza nell'assegnare l'8x1000 vedranno dividere il proprio contributo per tutte le opzioni espresse, ma non in parti uguali, prende di più chi è stato esplicitamente sostenuto di più, per cui buona parte di tali contributi anonimi va alla Chiesa Cattolica, che è la più gettonata tra le candidate a riscuotere l'obolo dell'8x1000. (concretamente: sui 1326,7 miliardi ricevuti nel '98 ben 743 provengono da questa non casuale disposizione della legge n. 222 del '85).

    2. La seconda massima che proteggeva la Chiesa dalla corruzione che da sé arrecar possono i beni terreni si era che si possedessero, si amministrassero, e dispensassero in comune.

    Dal medioevo in avanti i vescovi persero il valore di questa massima e svilupparono invece il concetto della loro "individualità". Ogni vescovo si sentiva più legato al proprio feudo che agli altri vescovi.

    Disposero delle ecclesiastiche proprietà come se fosser lor proprie: dimentichi che eran comuni, le alienarono, le infeudarono, le permutarono, le donarono agli stessi laici, le spesero negli sfarzi, ne' lussi, nelle delizie, nelle milizie, nelle violenze: a cui pare s' oppose la Chiesa con innumerevoli canoni e decreti...

    Mi chiedo a che punto siamo oggi. Mi chiedo se quell' "amministrare in comune" di apostolica origine sia un sogno irrealizzabile o qualcosa che è alla portata della Chiesa di oggi.

    3. Una terza e preziosa massima dell'antichità si era che il clero non usasse de' beni ecclesiastici se non il puro bisognevole al proprio sostentamento, impegnando il di più in opere pie, specialmente in sollievo degl' indigenti.

    Si insiste su un concetto in parte già detto, ma con maggior forza.

    Ciò che ha la Chiesa, ella lo ha comune con tutti coloro che nulla hanno: e però non dee dar nulla a quelli che hanno già il sufficiente del proprio: poichè dare a quelli che hanno già, egli non è che un gittare...

    Il vescovo, nei primi tempi era la testimonianza vivente di questo tipo di condivisione. Non era un buon capo che "da" semplicemente ai poveri il necessario per vivere, ma era povero coi poveri.

    Così il vescovo era il primo tra i poveri, e dispensandosi ai poveri quegli averi, era giusto che allo stesso titolo ne dispensasse una parte a sè stesso e a chierici inferiori.

    4. La quarta massima dice che affinchè s'allontanasse nella loro dispensazione ( dei beni ) l'arbitrio e la cupidigia, fossero altresì compartiti ad usi fissi e determinati.

    Questa era una buona regola per una Chiesa di grandi dimensioni, in cui gli abusi erano possibili nonostante le più buone intenzioni. Se è già prestabilito l'uso delle entrate è più difficile fare i propri interessi, ma purtroppo l'antica massima naufragò nella pratica, e con essa il suo spirito.

    5. Lo spirito di generosità, la facilità in dare, la difficoltà in ricevere, era la quinta massima

    I problemi, a questo proposito, sono due. Da una parte è proprio difficile in sè dare con abbondanza ed essere più restii a ricevere, dall'altra va aggiunto che qualora la Chiesa si lasci immischiare in questioni economiche, in prestiti, e promesse a lungo termine, diventa poi ancor più difficile rispettare la massima, anche se all'improvviso ci si adoperasse tutti insieme in tal senso. Non c'è spazio per la generosità quando qualcuno ha degli obblighi nei confronti di chi lo ha riempito di regali, terre e poteri.

    la massima... diventa impossibile a praticarsi, quando i suoi beni non sono più liberi in sue mani, ma servi del laicale potere.

    6. Amare che la dispensazione de' suoi beni apparisse agli occhi del pubblico, è la sesta massima che Ella poneva in atto ne' primi tempi. Abbiam veduto che gli antichi vescovi conferivano ogni cosa con il loro popolo, e col loro clero, questa facevano anche per ciò che riguardava i beni temporali...

    A volte sembra che valori universali come la chiarezza, la democrazia, la partecipazione effettiva, siano una conquista dell'età moderna, ed invece leggendo questi testi sembra quasi che si tratti di tesori che erano andati perduti, e che sarebbe ora di recuperare. Il Vescovo, dice Rosmini, è colui che decide, ma solo dopo aver davvero consultato il popolo ed il clero. E la sua decisione nulla deve nascondere oppure omettere. Non ci sono scelte così scandalose o particolari che non vanno dette per il bene del popolo. Il popolo è maturo, è parte attiva, non va ingannato.

    7. Finalmente accennerò una settima ed ultima massima: che i beni della Chiesa vengano da lei stessa amministrati con ogni vigilanza

    Però, aggiunge l'autore, questa vigilanza non deve essere il compito principale della Chiesa che curerebbe così prima di tutto sè stessa. Occorre vigilare, controllare, decidere insieme, ma poi non bisogna scandalizzarsi troppo del peccato umano e ricordare la vera missione per cui il Signore ci ha fatto "Chiesa".

    ...me ne persuade l'esempio di Cristo, che si contentò d'avere un amministratore infedele fra' suoi stessi apostoli, acciocché parmi, servisse di documento che niente dovea distrarli dallo spirituale regime, nè pure il pericolo di temporali detrimenti.

  3. #3
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    Antonio Rosmini, sacerdote e filosofo



    © Il Timone - n. 12 Marzo/Aprile 2001



    Filosofo e apologeta, uno dei "maestri del pensare cristiano" (Giovanni Paolo II), sacerdote cattolico obbediente alla gerarchia, apostolo della carità intellettuale. Scrisse di logica, metafisica, pedagogia, diritto, politica, teologia e ascetica. Per rigettare l'errore e proporre la verità.


    di Maurizio Schoepflin





    Annoverato da Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et ratio tra i "maestri del pensare cristiano", Antonio Rosmini è certamente una delle più grandi e più belle figure della cultura cattolica italiana di tutti i tempi.

    Nato a Rovereto, in una nobile famiglia, il 24 marzo del 1797, Rosmini diventa prete nel 1821, e nel 1823 è lo stesso papa Pio VII a incoraggiarlo a continuare con impegno gli studi di filosofia per i quali mostra una straordinaria inclinazione. Tale incoraggiamento verrà confermato qualche anno più tardi dal nuovo pontefice Pio VIII, che ne approva pure la volontà di dar vita a un Istituto religioso maschile. Nel frattempo, Rosmini compone molte opere che destano l'ammirazione di uomini del calibro di Galluppi, Tommaseo, Gioberti e Manzoni, ai quali fu legato da una sincera amicizia. Nel 1838 vengono approvate le Costituzioni dell'Istituto della Carità, la nuova famiglia religiosa da lui voluta con ardore profondo. Nel 1841 è fatto oggetto di aspre critiche: è l'inizio di una polemica che durerà molto a lungo (addirittura fin dopo la sua morte) e che condizionerà pesantemente una corretta e serena ricezione delle idee rosminiane. Nel 1848, Pio IX intende farlo cardinale e nominarlo Segretario di Stato, ma la cosa non si realizza; anzi, poco tempo dopo, il suo celebre scritto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa viene condannato. Rosmini si sottomette e si ritira a Stresa, ove continua a impegnarsi assiduamente nello studio e nella preghiera fino al 1º luglio 1855, quando, nelle prime ore del giorno, muore.

    Uomo dalla cultura amplissima e poliedrica, Rosmini scrisse molto. spaziando nei campi più diversi: si occupò, infatti, di logica, metafisica, etica, pedagogia, diritto, politica, teologia e ascetica.

    La prima e principale preoccupazione che muove Rosmini è di carattere apologetico: egli è convinto che la filosofia moderna può recare gravi danni alla verità cattolica, soprattutto a motivo del fatto che essa è tutta impregnata di quel soggettivismo che non è possibile conciliare con la più genuina tradizione religiosa. Movendosi su questa linea, egli individua nell'idea dell'essere il fondamento e il presupposto di ogni conoscenza umana: tale idea, a suo giudizio, è innata e non deriva dall'esperienza; essa è il lume stesso della ragione. connaturato all'uomo per volere di Dio. In tal modo. Rosmini ritiene di aver trovato quell'elemento universale, comune a tutti gli uomini, che mette a riparo la conoscenza dal rischio del soggettivismo e che permette di elaborare una filosofia non più invischiata nell'empirismo e nel sensismo, che avevano finito per condurla lontano dalla verità che ha il suo culmine nel Cristianesimo. Su questa base. Rosmini costruisce il suo edificio speculativo, sottolineando in modo particolare l'inalienabile valore della persona umana, detentrice di due fondamentali diritti, quello alla libertà e quello alla proprietà, che implicano il netto rifiuto di qualsiasi teoria politica che pone l'individuo in secondo piano rispetto allo Stato. Il pensatore roveretano fu pure. come si è detto, teologo e asceta, e nei suoi scritti è rintracciabile anche una profonda e suggestiva riflessione sul tema dell'amore che merita di essere conosciuta e che testimonia una sicura fedeltà all'ispirazione evangelica, la quale, peraltro, anima tutto il sistema rosminiano. Per Rosmini l'amore di Dio e per Dio è il cuore della fede cristiana e a esso egli riconosce un primato assoluto: è dall'amore di Dio che scaturisce l'amore del prossimo ed è ancora l'amore a fungere da fondamento di tutta l'etica. Sulla scorta del messaggio evangelico e della grande tradizione del pensiero di ispirazione cristiana, Rosmini identifica l'amore con l'essere e ravvisa in esso la realtà sulla quale si fonda la persona umana. Secondo il filosofo di Rovereto, il Dio di Gesù Cristo è soprattutto un Dio amante, e sceglie di rivelarsi all'uomo proprio come amore: fede e carità, dunque, si uniscono intimamente sino a fondersi, così che, come Gesù ha testimoniato in modo perfetto, l'amore che da Dio proviene a Dio ritorna. A questo proposito, Rosmini ripete spesso che l'amore ama l'amore, dando vita a un costante scambio di ruoli tra l'amante e l'amato. Rosmini suggerisce pure alcune modalità concrete secondo cui attuare questo amore caritativo: tra queste, egli attribuisce un valore del tutto particolare alla carità intellettuale, che si realizza attraverso l'impegno della mente e attraverso lo stesso filosofare che prevede due momenti ugualmente importanti: la rinuncia e il rigetto dell'errore e la proposta della verità, nella certezza che non v'è carità più bella di quella che svela la verità, di quella che fa un tutt'uno con la verità. È la carità che ha per unico scopo Dio e che a Lui vuole indirizzare gli uomini.

    Non meraviglia che il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel messaggio inviato al Rettore dell'Università Cattolica nel marzo dello scorso anno, abbia scritto le seguenti parole: "Nulla è tanto devastante nella cultura contemporanea quanto la diffusa convinzione che la possibilità dì raggiungere la verità sia un'illusione della metafisica tradizionale. È allora più che mai necessaria un'azione a vantaggio della cultura, che potrebbe essere chiamata 'opera di carità intellettuale', secondo una pregnante espressione del Rosmini".

    Ricorda

    "Antonio Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità, approvato dalla Santa Sede nel 1839, nelle sue opere ascetiche rade via ogni traccia di soggettivismo dalla virtù di obbedienza e la riduce alla sua nuda essenza. L'obbedienza consiste nell'abdicare liberamente semel pro sempre la volontà propria nella volontà del Superiore e quindi rinunziare all'esame del comando. Certo l'obbedienza è atto sommamente razionale, perché è fondato sopra una persuasione ragionata, non però sulla persuasione che la particolare opera comandata sia buona (questa era la dottrina di Lamennais), ma nella persuasione che il Superiore ha autorità legittima per comandare".

    (Romano Ameno, Iota unum, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1985, pp. 291-292).


    Bibliografia

    G. Beschin [a cura di], Filosofia e ascesi nel pensiero di Antonio Rosmini, Morcelliana, Brescia 1991.

    Antonio Rosmini teologo e filosofo europeo, numero 41 (set-dic 1997) della Rivista "Per la filosofia", organo dell'Associazione Docenti italiani di Filosofìa.

    U. Muratore, Conoscere Rosmini, Edizioni Rosminiane, Stresa (VB) 1999.

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    Predefinito Antonio Rosmini

    Ricevo ed inoltro.

    ***

    Antonio Rosmini 150 dalla morte

    Tra i filosofi che hanno certamente avuto una grande importanza nell’ambito vicentino nell’Ottocento è senza dubbio da annoverare il roveretano Antonio Rosmini di cui ricorre il 1° luglio, il centocinquantesimo dalla morte. Rosmini conosceva la città e i suoi dintorni. Nel 1825 era stato a Recoaro per curare i postumi di un’infiammazione. Intrattenne rapporti con il vescovo Gio. Giuseppe Cappellari (1832-1860) che era stato suo insegnante di morale e diritto all’Università di Padova. Nel centro cultura più importante di allora, il Seminario, il pensiero di Rosmini fu accolto e studiato, suoi studiosi furono Giuseppe Fogazzaro, Giuseppe Rossi e Giacomo Zanella. Nel clima del risorgimento italiano la visione di una patria comune degli italiani del filosofo ebbe un’importante eco. Fu proprio Giuseppe Fogazzaro, professore di dogmatica al Seminario diocesano, ad introdurre il pensiero di Rosmini, che verrà considerato punto di riferimento per la gioventù che vi studiava fino al 1850 e la cui influenza decadde in parte solo dopo i moti del 1848 e la condanna d’alcuni suoi scritti subita dal filosofo stesso. Rifacendosi ai suoi scritti in ogni modo a Vicenza maturò, dopo la repressione dei moti risorgimentali, una prospettiva di liberalismo moderato, che si richiamava al filosofo sia in ambito clericale sia laico, tanto che Antonio Fogazzaro contribuì a far considerare Rosmini come il padre spirituale. G. Mantese nel suo Rosmini nell’ambiente clerico liberale e liberale moderato dell’‘800 vicentino, ben individua come il filosofo abbia esercitato un preciso influsso nella cultura politica di Vicenza, perché la riflessione rosminiana sosteneva che il ruolo della religione non è quello d’essere strumento del potere, ma una via per bene dirigere la ricerca del bene civile, in altre parole la politica intesa come servizio alla società e alle persone. Proprio quest’attenzione alla persona umana è uno dei pilastri della filosofia di Rosmini, essa non è un singolo abbandonato a se stesso che deve contrattare la relazione con altri singoli, egli è parte di un insieme vitale – la società- nella quale svolge la sua attività globalmente, ossia in tutte le prospettive che interessano l’uomo. Questo è il punto per pensare alla dignità dell’uomo, ossia l’essere umano non è una delle possibili realtà del mondo materiale e non è riducibile a questa. La sua peculiarità è ontologia, cioè quella d’essere capace di partecipare all’eterno, all’assoluto. Per questo possiamo affermare che mai l’essere umano possa essere usato per raggiungere un fine, perché ogni azione ha come fine l’affermazione della dignità umana. L’uomo stesso come persona è principio attivo che riflette su se stessa e sulle proprie azioni. Non si tratta di stabilire, come spesso accade oggi, la quantità, ma quella che è la qualità del soggetto, il suo valore di là dalle sole condizioni fisiche. In questa prospettiva Rosmini sa coniugare l’intelligenza umana, la razionalità nella ricerca e la fede, le due ali della vita spirituale dell’uomo, per utilizzare la metafora di Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio.

    Questa centralità della persona conduce il filosofo a sostenere che è lo Stato al servizio della persona (cfr. Filosofia del diritto) e non viceversa come spesso nel secolo scorso è stato inteso il ruolo del cittadino. Dunque la persona e lo Stato non sono antitetici, ma se la prima è fallibile, il secondo non è mai perfetto. E’, infatti, illusione quella che sostiene in politica la possibilità di una perfezione, come se i governanti non fossero persone essi stessi, ma grandi Leviatani, capaci di determinare il destino della società senza fallire mai. Questa logica è quella dei totalitarismi, che non sa ascoltare la persona, ma la considera come un numero da utilizzare per un fine che, come ha dimostrato la storia, è profondamente antiumano. Proprio l’antistatalismo di Rosmini precisa come solo con una difesa precisa della libertà e della dignità della persona umana sia la chiave di volta del vivere associato e di una legge che disponga della persona con grande riverenza, innalzandolo come nobile fine, anche contro le pretese delle scienze che preoccupate della dimensione fisica, dimenticano che l’uomo non è mai solo un agglomerato di cellule. Da ciò l’importanza del filosofo anche in questioni recente, in quelle della bioetica, perché le scienze descrivono ed operano sul corpo, ma l’uomo non è riducibile solo a questo. La ricerca è veramente orientata al bene dell’uomo quando sa cogliere la forza della vita umana nella sua complessità e globalità. Come non ricordare la parole che Fedele Lampertico pronunciò nel 1897 in occasione del centenario della nascita del grande roveretano: “La filosofia ha ripreso col Rosmini il carattere d’universalità che le attribuivano gli antichi: è ad un tempo scienza e sapienza, essa comanda alle nostre azione come ai nostri pensieri.” Tanto che “ Il Rosmini non fu solo uno scrittore e un pensatore, fu uomo d’azione e di carattere; non fu solo un filosofo, fu un Apostolo che vuole rigenerare la Chiesa colla Chiesa”. Infatti “ la scienza e la sapienza d’A. Rosmini sarà compresa, come la dottrina evangelica, allora quando avranno ispirato la vita privata e pubblica.

    I.F.B.

    ***

  6. #6
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    Predefinito Antonio Rosmini

    Accendete un cero per Rosmini liberale profeta della sussidiarietà

    150 anni fa moriva

    di Alberto Mingardi


    Il primo luglio di centocinquanta anni fa, all'alba, moriva a Stresa Antonio Rosmini. Ad Alessandro Manzoni, nell'intreccio dei tre verbi «adorare, tacere, godere» lasciava «la più compiuta sintesi della sua illuminata ed illuminante esperienza spirituale» (secondo Paolo VI). In quest'ultimo respiro regalato al Manzoni si riflette un'amicizia antica, solida, scolpita in un epistolario monumentale ma soprattutto in un gioco di reciproche influenze ancor oggi appassionante e evidente.

    Rosmini non è presente solo nel dialogo «Dell'invenzione», lo ritroviamo in penombra in altri scritti manzoniani. E' lui, per esempio, che consiglia ad Alessandro di scegliere le acque dell'Arno per immergervi il suo capolavoro. Questo formidabile incontro di geni, diversissimi eppure così uniti, non deve occultare, al cospetto del padre del nostro «italiano», Rosmini. Poco accessibile, a differenza del Manzoni dei Promessi sposi, prosatore opaco se non oscuro, egli però è l'eccezione alla regola per cui lo stile è il pensatore: se si ha la pazienza di districare i grovigli di parole in cui si è asserragliato, si resta abbagliati dalla chiarezza delle idee.

    Giovanni Paolo II lo ha annoverato, nella Fides et ratio, fra i «maestri del pensare cristiano». Filosofo e apologeta, scrisse di logica, metafisica, pedagogia, diritto, politica, teologia e ascetica. La sua opera omnia, ancora in corso di ripubblicazione organica, consterà di un centinaio di tomi: la mole spezza il respiro, tenendo presente che si tratta del frutto di cinquantotto anni di vita, ma ancora più impressionante è la varietà dei temi che seppe frequentare. Se mai dell'uomo Rosmini si perdesse la memoria, chi dovesse confrontarsi coi suoi scritti sarà tentato di indovinarci uno pseudonimo, dietro al quale si avvicendavano decine e decine di studiosi diversi.

    Sacerdote e filosofo, seminò su tanti terreni perché egli, come ha scritto quell'innamorato custode del suo pensiero che è Umberto Muratore, condusse «il discorso sull'uomo con tutti i mezzi a disposizione e in tutte le direzioni possibili». Nato a Rovereto il 24 marzo 1797, diventato prete nel 1821, Rosmini assecondò sin da giovanissimo la sua vocazione filosofica. Fu vicinissimo al cuore della Chiesa, Pio IX pensò addirittura di onorarlo con la porpora (a Stresa è conservata intatta la veste cardinalizia, mai indossata), proposito sventato dal cardinale Antonelli. Sempre Pio IX l'avrebbe voluto segretario di Stato, dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi: ma è paradossalmente proprio nei giorni dell'esilio a Gaeta, in cui pure seguì il Pontefice, che la fortuna parve voltare le spalle al Roveretano. Il suo scritto più celebre è l'opuscolo «Delle cinque piaghe della Santa Chiesa», subito messo all'indice e certo il più noto oggetto del contendere in una controversia chiusasi solo nel 2001 da una «Nota» della Congregazione per la dottrina della fede. Agli occhi dei laici, ha osservato ironicamente Francesco Cossiga, è stata la condanna delle «quaranta proposizioni» a cucire un'aureola attorno al capo di Rosmini.

    Oggi, per fortuna, conta di nuovo la limpidezza della biografia, conta lo spessore del sentimento religioso. E dovrebbe contare, sia per i cattolici sia per chi non crede, il pensiero politico - che pure non lascia nemmeno intravedere una riflessione ben più ampia, e figuriamoci se la esaurisce. Di recente, i rosminiani hanno dato alle stampe, a cura di Mario d'Addio, la preziosissima «Politica prima». In precedenza, avevano ripubblicato la «Costituzione secondo la giustizia sociale», scritta per rispondere alla statolatria delle «costituzioni di stampo francese». Testo breve ma capace di coagulare tutti i capisaldi della filosofia politica rosminiana, avrà presto anche un'edizione in inglese, per Lexington Books, con prefazione di Robert Sirico, fondatore e presidente dell'Acton Institute. A tentare la missione impossibile di dare a Rosmini passo divulgativo è stato Dario Antiseri, che ne ha assemblato un'antologia veloce e bella per Rubbettino.

    Rosmini non è stato solo «cattolico-liberale», cioè intellettuale preoccupato del rinnovamento della Chiesa, ma è stato soprattutto «cattolico e liberale». Lettore appassionato di Tocqueville, di Smith, dei fisiocratici, studioso e scrittore di economia egli stesso, nella sua riflessione politica ha importanza fondamentale il tema della proprietà. Essa, scrive nella «Filosofia del diritto» ma tornando su pensieri ed immagini accarezzati dalla giovinezza, «è il principio della derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro; nella qual sfera niun altro può entrare».

    Come ha evidenziato Pietro Piovani, in un saggio magistrale quale è «La teodicea sociale di Rosmini», non stiamo parlando di una proprietà ipotetica, che si presenti «come giusta perché voluta in una ideale divisione dei beni». Anzi, «la giustificazione rosminiana non riguarda la proprietà come dovrebbe essere, ma come è». «La legge viola la proprietà ogni qualvolta ella mette la mano nella proprietà private»: così Rosmini, che del resto era a favore di un suffragio proporzionale, ovvero che desse voce, all'interno della cosa pubblica, anzitutto ai proprietari. Seguendo così in modo esemplare il tentativo liberale di ancorare la tassazione al consenso dei tassati: non era saggio, si pensava, consentire a chiunque di votare come spendere i soldi altrui.

    La libertà del commercio e dell'industria sono, si legge nella «Costituzione secondo la giustizia sociale», «principi fondamentali del diritto economico dello Stato». Al quale è lasciato solo il dovere di rispettarli. Nella «Filosofia politica», questa preferenza per il governo limitato assume la forma di una premonizione del «principio di sussidiarietà»: «il governo civile opera contro il suo mandato, quand'egli si mette in concorrenza con i cittadini, o colla società ch'essi stringono insieme per ottenere qualche utilità speciale; molto più quando, vietando tali imprese agli individui e alle loro società, ne riserva a sé il monopolio». In breve: lo Stato «faccia solo quello che i cittadini non possono fare».

    Spietato demolitore delle teorie contrattualistiche, nemico del monopolio statale sull'istruzione, studioso ammirato delle virtù della concorrenza, Rosmini mostra tutti i pregi di un liberalismo improntato a un'antropologia realista. Fu il primo «anti-perfettista», e denunciò con passione la hybris del socialismo e del comunismo, intuendone l'esito. Né risparmio quell'idea di carità coatta che è alla radice dei sistemi assistenziali: «La beneficenza governativa può riuscire, anziché di vantaggio, di grave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficare. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata».

    I liberali, cattolici e no, oggi gli accendano un cero.

    Da Il Riformista, 1 luglio 2005

  7. #7
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    Predefinito IV Simposio Rosminiano

    Dal 24 al 27 agosto si terrà a Stresa il IV Simposio Rosminiano

    DIBATTITO SU «ETICA CONTEMPORANEA E SANTITÀ»


    Centro studi di Stresa
    Dal 24 al 27 agosto si terrà a Stresa il IV Simposio su «Etica contemporanea e santità» in omaggio ad Antonio Rosmini nel 150° anniversario della sua morte. I “Simposi Rosminiani” sono nati nel 2000 in continuità della “Cattedra Rosmini” fondata da Michele Federico Sciacca nel 1967. Lo scopo è sempre quello di riportare la voce di Rosmini nel dialogo intellettuale del pensiero contemporaneo. I Simposi si propongono di passare ad una nuova fase, cioè di offrire a quelli che Rosmini chiama “ amici della verità” e promotori di “carità intellettuale” un luogo in cui poter approfondire la soluzione dei problemi urgenti che si affacciano sul terzo millennio. Il tema di quest’anno intende offrire possibilità concrete aperte all’uomo d’oggi per raggiungere la sua vocazione fondamentale alla santità, cioè all’unione con Dio.

    Il corso prevede relazioni e dibattiti. Mercoledì 24 agosto interverranno: Adriano Fabris, «Testimonianza, santità ed essere morale nel pensiero di Antonio Rosmini»; Nigel Cave, «Presentazione del nuovo Archivio Rosminiano». Giovedì 25: Ignazio Sanna, «La dimensione antropologica della santità nella teologia contemporanea»; Angela Ales Bello, «Edith Stein: i gradi dello spirito»; Cataldo Naro, «Angelina Lanza: una mistica siciliana»; Antonio De Logu, «Etica e santità in Simone Weil»; Mario D’Addio, «Il principio di passività in Rosmini e Giuseppe Capograssi». Venerdì 26: Giuseppe Lorizio, «Carità, verità e santità nell’orizzonte della metafisica agapica»; Giuseppe Goisis, «Rosmini e Bergson: slancio della vita e riconoscimento dell’essere»; Claudio Leonardi, «La santità come pellegrinaggio interiore»; Nora Possenti Ghiglia, «Raissa Maritain: una contemplativa sulle strade della poesia e del mondo»; Gaspara Mura, «L’icona e la bellezza: Pavel Florenskii». Sabato 27: Markus Krienke, «Rosmini e l’urgenza della carità intellettuale oggi» e Gaetano Messina, «Presentazione edizione critica del Nuovo Saggio».

    Per informazioni: Segreteria “Simposi Rosminiai”, tel. 0323.30091 oppure [email protected].
    Gilbert

  8. #8
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    Intervista ad Alberto Mingardi


    Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), sacerdote virtuoso e di grande spessore culturale, nonché Fondatore dell’Istituto della Carità e delle Suore della Provvidenza, dedicò la sua intera vita a riconciliare l’insegnamento della Chiesa romano-cattolica con il pensiero filosofico e politico moderno.

    Grande e fedele amico del Pontefice Pio IX, Rosmini poneva fermamente alla base della legge e della politica la dignità della persona umana, da cui, a suo avviso, traevano origine come necessarie conseguenze la libertà e la proprietà privata.

    Nel corso del tempo il suo pensiero è stato al centro di diverse interpretazioni. Nel 1849 due sue opere vennero messe all’indice mentre nel 1887 vennero condannate con il Decreto dottrinale “Post obitum” quaranta sue proposizioni, tratte da opere prevalentemente postume e da altre opere edite in vita.

    Bisognerà arrivare al primo luglio del 2001, quando una nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, firmata dall’allora Cardinale Jospeh Ratzinger, giunse a chiarire l’equivoco. Successivamente, il 3 luglio del 2001 la Congregazione della Cause dei Santi ha rilasciato al postulatore il NIHIL OBSTARE per l’ulteriore proseguo della sua Causa di Beatificazione.

    A 150 anni dalla morte, lo scorso 19 settembre l'Istituto Bruno Leoni ( www.brunoleoni.it) ha organizzato insieme con l'Istituto Adam Smith di Verona un incontro tenutosi in questa stessa città sulla figura ed i contributi filosofici e civili del Servo di Dio di Rovereto.

    Nel corso del convegno Alberto Mingardi, Direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, che per la Lexington Books ha appena finito di tradurre in inglese un libro di Rosmini dal titolo "La costituzione secondo la giustizia sociale", ha affermato che "a dispetto dell'indifferenza e dell'intolleranza di laici e laicisti, questo sacerdote cattolico è stato il più grande liberale italiano dell'Ottocento, e forse di sempre".

    Per saperne di più ZENIT lo ha intervistato.


    Perché lei e l'Istituto Leoni nutrite un così grande interesse per il sacerdote di Rovereto?

    Mingardi: La grandezza di Rosmini come filosofo è un fatto percepibile da chiunque si confronti, ma persino si limiti a "misurare" le sue opere. Per le opere complete, in cantiere grazie ai rosminiani di Stresa, si parla di un centinaio di volumi. Sui temi più diversi: metafisica, teologia, filosofia politica e del diritto, opuscoli "da battaglia".

    Quando si parla di Rosmini si ha a che fare con un peso massimo della storia della filosofia. Il pensiero politico è parte di un tutto più vasto: ma a me pare sia esemplarmente liberale, soprattutto per la comprensione profonda della centralità della proprietà privata per la protezione della libertà individuali, fatto costantemente sottolineato in tutti i suoi lavori. Secondo me, Rosmini è davvero "filosofo della proprietà": la mette al centro della propria teorizzazione politica, e legge e misura attraverso essa ogni altro diritto.

    Il suo liberalismo non nasce solo dalla consuetudine con Smith, Thierry, Say, o Tocqueville: ma dall'individuazione per la proprietà di una fortissima funzione morale. Per questo, per la chiarezza e la forza della sua proposta liberale, egli non può che rientrare nel pantheon di figure di riferimento dell'Istituto Bruno Leoni - che si richiama, sin dal nome, ad un altro grande protagonista dimenticato (ma in via di opportuna riscoperta) della più autentica tradizione liberale.

    Quali sono secondo lei le virtù di Antonio Rosmini? E che cosa potrebbe dire al mondo di oggi?

    Mingardi: Come dicevo, la vastità della produzione di Rosmini è tale che questa domanda si rivela un interrogativo difficilissimo. Credo che Rosmini possa dire moltissimo, per la sua lucidità di comprensione in ogni campo. Ma, limitandoci al suo pensiero politico, Rosmini può dare tantissimo sia ai cattolici che ai laici che abbiano la pazienza di leggerlo, superando la barriera del suo italiano di difficile penetrazione per il lettore moderno.

    Ai cattolici, Rosmini può insegnare a superare quei pregiudizi che purtroppo condizionano molti interpreti della Dottrina Sociale della Chiesa. In particolare, il suo pensiero è illuminante sui temi incrociati della diseguaglianza e della proprietà: la sua "Teodicea" è il testo più rilevante e bello in questo frangente, ed è stato mirabilmente illuminato dall'intelligenza di Pietro Piovani nel suo "La teodicea sociale di Rosmini".

    Ai laici, Rosmini può insegnare una cosa che difficilmente essi digeriscono: come sia debole un'idea di libertà che pretende di essere svincolata da una comprensione profonda di che cos'è la persona umana. La persona per Rosmini è "diritto sussistente", non è oggetto ma protagonista assoluto dell'ampia intelaiatura dei rapporti giuridici che contrassegna le società umane. La sua difesa della proprietà è difesa della persona, e la difesa della persona è il riflesso di una prospettiva religiosa.

    In che senso Rosmini è stato indicato come un sacerdote liberale? E in che cosa il suo liberalismo si differenzia dal pensiero laicista?

    Mingardi: Una cosa è Rosmini sacerdote, fondatore di ordini, uomo di assoluta e dolce santità, l'altra è il pensatore politico, sia chiaro. L'una cosa e l'altra s'incontrano nella stessa persona, sono il riflesso della stessa grande generosità delle opere e del pensiero, ma coesistono senza sovrapporsi. Rosmini è stato un grande sacerdote: le sue opere lo testimoniano. Ed è stato un grande liberale: le sue opere testimoniano anche questo.

    Se come liberale non è stato capito, ed è stato talvolta usato solo strumentalmente dai cosiddetti "liberali" italiani come "cattolico buono" da giocare contro gli oscurantisti, è per due motivi. Da una parte, la sua non contrarietà alla prospettiva di un'unificazione italiana: questo però ovviamente non significa per nulla che avrebbe apprezzato il modo in cui, ben dopo la sua morte, l'unità venne costruita con l'annessione del resto della penisola al Piemonte. Dall'altra, il fatto che il liberalismo in Italia paga un peccato originale: da noi, lo Stato nasce "liberale", costruito cioè da uomini come Cavour. Il fatto che lo Stato nasca "liberale" unisce ciò che dovrebbe naturalmente esser diviso: il liberalismo è una teoria della limitazione del potere pubblico, non una sua geografia. E Rosmini è esemplarmente liberale proprio da questo punto di vista: si attiene rigorosamente a ciò che verrà chiamato principio di sussidiarietà, difende la persona in primo luogo e le associazioni spontanee di persone subito dopo.

    E' antistatalista: non crede che lo Stato possa distribuire o creare diritto. E' nemico dello Stato sociale, della redistribuzione, della tassazione progressiva e predatoria: egli dichiara "sacra" la proprietà. Demolisce il "perfettismo" utopico dell'ideologia. E' dalla parte degli individui singoli e reali contro le astrazioni del governo e di chi ricama sulla "ragion di Stato". Per questi motivi, è infinitamente più liberale di quell'ideologia "meticcia" che in Italia ama farsi chiamare liberale, ma in realtà è solo giacobina.

    Quali sono i fondamenti del liberalismo cattolico?

    Mingardi: Non credo esista un "liberalismo cattolico", e non mi piace neppure l'espressione "cattolicesimo liberale", che si attaglia bene solo a determinati frangenti storici. Credo però che si possa essere liberali, ovvero credere nella sovranità dell'individuo e rifiutare le logiche liberticide e assassine dello statalismo, e assieme cattolici. Non è un'associazione automatica: ci sono cattolici sinceri che sono tutto fuorché liberali, e liberali adamantini che non digeriscono il cattolicesimo.

    La cosa importante da ricordare è che non esistono incompatibilità, anzi. I due casi esemplari di Frédéric Bastiat e Antonio Rosmini, che sono giganti del pensiero liberale, dimostrano che una fede sincera e vissuta compiutamente si può accompagnare ad una grande coerenza e forza nel sostenere le idee di libertà.

    Anche Alcide De Gasperi si definiva un cattolico liberale, era forse un seguace di Rosmini?

    Mingardi: Mi preme sottolineare una cosa soltanto. Se il profilo di statista di De Gasperi non è in discussione (ma sulla bontà di certe decisioni di politica economica, sue e dei suoi allievi, il dibattito è apertissimo), con Rosmini siamo su tutt'altro piano. Lo si può paragonare a Hegel, a Kant, a Locke. Il metro è quello.

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