LA PARTITA DELLA VITA


Ratzinger e Kafka


In Europa si gioca il confronto sul senso dell’esistenza tra lo scrittore e Benedetto


Davide Rondoni

Ci sono persone che diventano un aggettivo. È una strana sorte. Capita in genere a personalità famose. Che so, Veltroni a furia di fare il kennediano sta diventando anche lui un aggettivo: veltroniano. Berlusconi è un aggettivo già da un pezzo, e si indicano come berlusconiane un sacco di cose, tra il guascone, il kitch e il temerario. Anche nel campo della cultura molti grandi nomi sono diventati aggettivi, da secoli. Così si trovano nelle cronaca molti personaggi definiti dostoevskiani, o imprese omeriche, inferni danteschi, etc. Uno degli scrittori più usati come aggettivo è Kafka. Anzi, è diventato per molti l’aggettivo più adeguato a descrivere la vita intera: kafkiana. Cioè assurda, fatta di luoghi ingannevoli, di tribunali senza fondamento, di strane metamorfosi.
La nostra epoca porta scritto in fronte: aveva ragione Kafka. Lo porta inciso nei mille luoghi della sua confusione, delle sue contraddizioni. E nella penombra dell’animo dei più giovani. Viviamo come se fossimo in un racconto kafkiano. Si sta in una sorta di delirio, più o meno acceso, di sospensione, di annullamento di qualsiasi certezza a riguardo di qualsiasi situazione o persona. Tutto può svelarsi un’illusione.
Il grande scrittore praghese, morto nel 1924 a circa cinquant’anni dopo una lunga tubercolosi, ci ha lasciato un’immagine del mondo come dominato dall’ansia. Un’ansia dovuta all’accorgersi che c’è una certezza sola nella vita: ossia che non v’è nulla di certo. Un paradosso, appunto. E a vivere nei paradossi si diventa ansiosi. Si diventa tristi. E anche se a volte una sorta di ironia o di allegra nonchalance sembra coprire quel crudo senso di inconsistenza, in fondo c’è un nodo. Non viviamo forse l’epoca dell’ansiolitico? Al segno di Kafka sembra non esserci alternativa per quest’epoca. Dalla stessa terra di mezza Europa viene papa Benedetto. Ma l’Europa prima di essere kafkiana è stata anche benedettina, visto l’influsso sulla vita e sulla speranza svolto dal grande santo di Norcia. Papa Ratzinger sa che la partita con Kafka non si gioca rimpiangendo il passato. Sa che il confronto tra il significato kafkiano dell’esistenza e quello benedettino si gioca nell’esistenza reale degli uomini di oggi, non nelle teoresi. E ha fatto lui la prima mossa, sorprendendo tutti. Nessuno qualche tempo fa si aspettava che un Papa, il rappresentante della più antica istituzione ancora vigente in Europa, il più deriso dagli intellettuali, colui che da secoli danno per defunto, sapesse riaprire il discorso. Sapesse dialogare al livello giusto con Kafka, cioè con l’inquietudine dell’epoca. La prima mossa è stata di prendere sul serio il suo interlocutore. Ha scritto Kafka nei suoi diari: «Non bisogna buttarsi via; anche se la salvezza non viene, voglio esserne degno ogni momento». Il Papa ha preso sul serio queste parole, che vivono simili nel cuore di tanti che oggi non credono. Uomini che non vogliono "buttarsi via" nei tanti modi che oggi vengono offerti per farlo, magari camuffati da atteggiamenti scientifici o morali. E che anche se non credono nella salvezza, vivono con una tensione di attesa. Perché la vita è un grande spettacolo, tremendo e dolcissimo. Non può chiudersi con una lagna, solo con un mesto spegnimento. Papa Benedetto ha deciso di prenderli sul serio. Di non recitare la parte di quello che è a posto perché "tanto c’è Dio". Si è fatto vicino nell’inquietudine per tutto ciò che di kafkiano c’è nel mondo e in noi. E ha proposto di provare a vivere come se Dio ci fosse, come se la salvezza un giorno dovesse arrivare. Ha detto a Kakfa e al mondo kafkiano: non buttiamoci via. È lo stesso accento di Gesù, quando alla vedova di Naim che viveva la tremenda situazione, l’incubo kafkiano di sopravvivere ai suoi cari, ha detto innanzitutto: «Non piangere».


Avvenire - 2 luglio 2005