I giorni più neri
nella casa del premier
di EUGENIO SCALFARI
GIORNATE dure per il centrodestra. Giornate nere come la pece. Follini va giù di piatto, prende atto (felice) che il partito unico non si farà, chiede le primarie per eleggere un nuovo leader della coalizione, condiziona la fiducia del suo partito al governo in carica al varo di una legge elettorale proporzionale, critica senza sconti quattro anni di politica economica fallimentare.
Il congresso applaude con entusiasmo, a cominciare da Salvatore Cuffaro, depositario dei voti siciliani che rappresentano più o meno la metà dell'Udc. Tabacci prosegue a ventiquattr'ore di distanza la "pars destruens" del segretario, la ricalca, l'inasprisce riscuotendo applausi da stadio. Oggi parlerà Casini da "padre nobile". Sarà certamente più cauto, più morbido verso il governo, ma senza cambiare la sostanza: l'Udc resta nella Casa delle libertà ma si posiziona per il dopo-elezioni; nel frattempo cercherà di intercettare i voti in deflusso da Forza Italia e, forse, da Alleanza nazionale.
Il partito di Fini invece versa in pessime condizioni.
Bisognerebbe chiamarlo l'ex partito di Fini perché l'assemblea convocata dal leader è percorsa da fremiti di cattivo auspicio. Ieri pomeriggio si è quasi arrivati alle mani tra i sostenitori del presidente (pochi) e gli avversari (molti). Alemanno è stato duro ma Storace ancor più di lui, minacciando di dimettersi da ministro della Sanità se a conclusione dell'assemblea le posizioni rispettive resteranno così distanti.
Quanto a Fini, nella sua relazione del mattino si era del tutto appiattito sulla linea di Berlusconi distaccandosi recisamente dalla posizione dell'Udc, ma aveva rivendicato il suo dissenso dal resto del partito nel referendum sulla procreazione assistita. "Noi siamo cattolici - ha detto - ma il nostro non è un partito cattolico". Di qui il valore della libertà di coscienza su materie che coinvolgono problemi di etica e di autonomia della società civile di fronte alle prescrizioni della gerarchia cattolica.
Questa posizione, oltre al tono di palese disprezzo da lui addirittura ostentato nei confronti delle correnti, ha provocato la reazione rabbiosa dei suoi avversari e la decisione di porre in votazione le mozioni dissenzienti se la notte non avrà recuperato qualche margine di mediazione.
La voglia di contarsi è ormai evidente e sulla carta i voti "correntizi" sommati insieme potrebbero perfino superare il 50 per cento con prospettive a questo punto imprevedibili. La probabile conclusione di questa partita sarà la permanenza di Fini alla testa d'un partito senza più né capo né coda, un generale cui soldati e ufficiali rifiutano di obbedire, di credere, di combattere. Il progetto di trasformare il ranocchio post-missino in un principe azzurro è fallito e con esso la carriera politica di chi l'aveva tenacemente coltivato.
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Berlusconi intanto si è ritirato ad Arcore per smaltire la rabbia e le preoccupazioni. Aveva appena proclamato la sua insostituibilità alla testa della coalizione e la sua fiducia nella vittoria ma è arrivata la smentita: uno dei suoi compagni di cordata silura la sua candidatura, l'altro è azzoppato ai bordi del campo. Ma queste disavventure politiche sarebbero ancora superabili. Il peggio viene dall'economia: sperava di avere finalmente intravisto una luce in fondo al tunnel e invece è ancora buio pesto malgrado la benevolenza di Bruxelles e le capacità diplomatiche del suo ministro del Tesoro.
La Commissione europea, dopo aver minacciato un'amarissima medicina per risanare il dissesto della finanza italiana, ha prescritto una terapia blanda: anzitutto un anno di franchigia (il 2005) e poi un aggiustamento di 20 miliardi di euro ripartiti in due esercizi (2006-2007) con la probabilità di allungare il periodo di cura fino al 2008.
Ciò consentirebbe di scavalcare con un sacrificio relativo le elezioni del prossimo maggio, visto che solo una parte della manovra anti-deficit dovrebbe essere realizzata prima del prossimo appuntamento elettorale.
Più di questo Siniscalco non poteva portare a casa e più di questo la Commissione di Bruxelles e l'Ecofin non potevano concedere. Ma purtroppo neanche questa tolleranza ultra-amichevole è riuscita ad alleviare i guai. Ed ecco perché.
Anzitutto la blanda terapia dei 20 miliardi di recupero anti-deficit diventeranno a dir poco 30 se alla manovra si aggiungono i 10 miliardi necessari a finanziare il promesso taglio dell'Irap o altre equivalenti misure di sostegno del potere d'acquisto. Basteranno? E' molto dubbio. Venti miliardi di euro in due anni per rilanciare un'economia stagnante ormai da molto tempo, con una bassa competitività, bassi consumi, bassi investimenti, basse esportazioni, sono poco più che una goccia nel mare.
Ci vorrebbe molto di più. Ma quattro anni di malgoverno hanno rovinato un'economia che già soffriva di mali antichi. Come non bastasse, le cifre di bilancio sulla base delle quali la Commissione di Bruxelles ha istruito il dossier Italia non corrispondono alla realtà. A formare quelle cifre concorrono infatti 5,8 miliardi di euro previsti come minore spesa derivante dal tetto del 2 per cento imposto alle uscite statali, nonché 4 miliardi di maggiori entrate provenienti dalla revisione degli studi di settore sugli imponibili concordati con le categorie del lavoro autonomo.
La stima di queste minori spese e maggiori entrate è prevista nei saldi di bilancio del 2006 e seguenti.
Siniscalco, prudentemente, non le ha indicate se non nell'aggregato delle entrate e delle spese, ma la loro specifica valutazione la si trova nelle analisi del bilancio contenute nella relazione della Banca d'Italia del 31 maggio scorso.
Non so dire se la Commissione europea abbia valutato questa rischiosissima situazione o si sia limitata a prender per buone le cifre esibite dal nostro ministro del Tesoro.
Inclinerei verso questa seconda ipotesi poiché se Almunia e Barroso fossero consapevoli d'un ulteriore ammanco di 10 miliardi di euro per il flop del tetto del 2 per cento e per la mancata revisione degli studi di settore, allora la loro tolleranza diventerebbe complicità di falso in bilancio e sarebbe gravissima. Ma c'è ancora un'altra questione estremamente preoccupante e viene dalla dinamica del debito pubblico che, allo stato dei fatti, continua ad aumentare.
Per contenerne l'accrescimento il Tesoro fa conto sui 4 miliardi in arrivo dalla vendita delle centrali Enel, ma si tratta d'un cespite disponibile solo dopo esser transitato nel bilancio di quella società. Nel frattempo le uscite di cassa producono, nonostante che il tetto del 2 per cento riguardi anche i pagamenti del Tesoro, nuove necessità. Salvo quelle "dovute" e quelle degli enti locali.
I calcoli più attendibili prevedono che il rapporto debito pubblico/Pil nel 2006 arriverà al 109 per cento. Come reagiranno i mercati ad una dinamica di questo genere?
Quando la parola passa dalle istituzioni al mercato non è più questione di tolleranza politica, si arriva in poche settimane alla tolleranza zero.
Ricapitolo. I 20 miliardi di contenimento del deficit sono in realtà 30 se si considera il taglio dell'Irap. Ma i 30 salgono in realtà a 40 se si valuta il flop del tetto del 2 per cento sulle spese comprimibili e la tacita rinuncia del governo a rivedere gli studi di settore. Infine, il finanziamento del fabbisogno comporta aumento del ricorso del Tesoro al mercato, con quel che ne segue. Ed ecco spiegate le dimensioni del disastro finanziario e del declino dell'economia reale.
Aggiungo che da questi conteggi stanno fuori le richieste delle parti sociali per quanto riguarda gli ammortizzatori e la tassazione del costo del lavoro, che è ormai decisamente insopportabile. Sta in sostanza fuori da ogni conteggio una diminuzione ormai imprescindibile del cosiddetto cuneo contributivo che, per produrre effetti di rilievo, dovrebbe essere a dir poco della misura di altri 10 miliardi di euro.
Aggiungo ancora che perfino le decisioni dell'altro ieri sulla previdenza integrativa debbono avere una copertura a titolo di indennizzo per le imprese. A spanne si tratta di almeno 600 milioni di euro che dovranno essere trovati nella finanziaria 2006. Auguri di buon lavoro, ministro Siniscalco.
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Con queste spiegazioni, che il ministro del Tesoro si guarda bene dal fornire al Parlamento, alla pubblica opinione e perfino ai suoi colleghi di governo, si capisce perché il taglio dell'Irap è stato rinviato al 2007 e perché la presentazione del Dpef continua a slittare. Doveva esser presentata entro il 30 giugno. Poi c'è stato uno slittamento "tecnico" al 4 luglio. Ora si parla del 15. Il Dpef sta diventando un'"araba fenice".
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Berlusconi ha deciso pochi giorni fa che nessuno potrà sostituirlo alla guida della coalizione: lui e lui soltanto sarà il leader delle elezioni nel prossimo maggio e sarà suo il nome del candidato alla "premiership". Molti osservatori, pur prendendo atto di questa dichiarazione berlusconiana, non escludono tuttavia che a gennaio il Cavaliere possa cambiare per l'ennesima volta le carte in tavola. Lui stesso del resto, proprio l'altro ieri, ha detto: "Sarò io il candidato ma se dovessi cambiare idea al mio posto non ci saranno né Fini né Casini ma Gianni Letta".
Siamo dunque ancora a questo gioco a rimpiattino? Ho avuto occasione di incontrare per puro caso in un ristorante romano Marco Follini proprio il giorno della sua relazione al congresso dell'Udc e a lui ho posto la domanda.
Trascrivo letteralmente la risposta: "I sondaggi ci danno ancora in partita. Fino a quando sarà questa la sensazione, Berlusconi non rinuncerà in nessun caso a candidarsi perché si considera un valore aggiunto che può consentire la vittoria. Passerebbe la mano solo se alla fine dell'anno avesse la quasi certezza della sconfitta. Ma a quel punto nessun uomo politico accetterebbe di bruciarsi al suo posto. Perciò dovrebbe ricorrere ad un non politico, ad un uomo di servizio". Gianni Letta, ho chiesto io. "Buon pranzo" ha risposto lui.
Mi pare che le cose stiano esattamente così.
(3 luglio 2005)




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