Con ogni probabilità, l’idea davvero balzana del ministro inglese Geoff Hoon è destinata a restare, per i sudditi di Sua Maestà, una boutade di mezz’estate. È poco credibile che in Inghilterra si possa davvero arrivare ad trasformare il voto in un dovere e, magari, ad accompagnarlo con sanzioni. È vero che leggi di questo tipo già esistono in Belgio e in Australia, ma la civiltà giuridica del Regno Unito è comunque tale da poter scongiurare il varo di una norma siffatta.
Perché il collaboratore di Tony Blair abbia deciso di proporre tale legge è facile da capirsi: e subito i mezzi d’informazione hanno ampiamente spiegato per quale ragione il Labour Party non vedrebbe male la trasformazione del voto da “diritto” in “obbligo”.
Nella società britannica, l’elettorato è caratterizzato da differenze di classe che, in larga misura, condizionano la scelta del voto. E in quell’Inghilterra tanto aristocratica quando è aristocratica, ma anche così intensamente proletaria quando è proletaria, sono i ceti più deboli quelli in cui si concentra la percentuale maggiore dei non votanti. Con ogni probabilità, obbligare questa gente a recarsi alle urne potrebbe rappresentare un consistente vantaggio per la sinistra.
Ma ben oltre questi pretesti, va detto che la proposta formulata dall’inglese Hoon interpreta elementi profondi della democrazia moderna.
Basta leggere Jean-Jacques Rousseau per avvertire come la partecipazione alla vita politica della comunità fin dall’inizio sia concepita non come un diritto, ma come qualcosa di più. Se votare fosse semplicemente un diritto, l’elettore potrebbe non solo rivendicare la facoltà ad astenersi, ma potrebbe pure chiedere di non partecipare alla comunità, sfuggendo alle decisioni “collettive” e agli obblighi derivanti.
Il voto può essere considerato un diritto quando si aderisce liberamente ad un’associazione: ma non è questa la situazione del singolo di fronte allo Stato.
Con la sua uscita certo maldestra, il ministro inglese ci aiuta quindi a capire come la democrazia rappresentativa sia oggi soprattutto un’ideologia posta a tutela del potere statale. È il dominio che i politici esercitano sulla società che esige quei grigi rituali fatti di comizi, manifesti elettorali e schede da compilare. E si tratta di cerimonie unificanti che ritroviamo nel mondo interno, poiché questa è una delle pochissime cose condivise da americani ed indiani, russi ed iraniani, brasiliani ed israeliani.
La liturgia del voto a questo o quel capo è il surrogato del consenso. Poiché amministrano istituzioni che non godono di una vera adesione volontaria, gli uomini politici di ogni latitudine impongono regole a partire dalle quali c’è chiesto di scegliere a quale gruppo dobbiamo consegnare (per un dato numero di anni) il diritto di disporre dei nostri soldi e delle nostre libertà. Ma è necessario che il numero dei votanti sia alto perché si possa credibilmente spacciare la tesi che un simile sistema è apprezzato, gradito, scelto liberamente.
In questo senso, è senza dubbio vero che il gesto politicamente più “sovversivo” consiste oggi nell’astenersi. La recente polemica scatenata dal referendum sugli embrioni è stata a tale proposito assai eloquente, dato che i giacobini di ogni colore erano anche pronti ad accettare una legge posta a difesa del diritto dei “non nati”, ma mai avrebbero potuto accogliere la tesi che rifiutare l’obbligo domenicale a recarsi ai seggi possa avere un valore morale.
Non è caso che i paesi di più radicata libertà sono quelli in cui la partecipazione elettorale è minore. Ed era perfettamente consapevole di tutto questo lo stesso Ronald Reagan, quando dopo un’elezione alla presidenza sottolineò che ciò che vi era di più straordinario in quel giorno era che la maggior parte delle cose importanti della vita degli americani non veniva minimamente toccata.
La presenza di un’ampia area di “agnostici elettorali” e di non credenti nelle virtù della democrazia elettorale può essere indice di varie cose. Può essere effetto di una diffusa convinzione che nessuna delle forze in campo è destinata a risolvere i problemi, distruggere la società, salvare il mondo. Chi non vota è spesso persuaso – a ragione – che “la vita è altrove”.
Il “non voto” contraddistingue le società in cui è diffusa l’idea di un primato della società sullo Stato, e la convinzione che non si può identificare la prima ed il secondo.
Gli uomini politici ci vogliono docili contribuenti, cittadini obbedienti e – certamente – anche elettori assidui ed entusiasti. Ma solo il nostro scetticismo può costringerli a contenere i loro peggiori istinti.
da L'Indipendente, 6 luglio 2005
di Carlo Lottieri


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erche non sei andato a votare?

