Napolitano: «I Cpt non sono lager Chiuderli? E’ da irresponsabili»
Ai governatori di centrosinistra: più equilibrio sull’immigrazione
ROMA - E’ «irresponsabile» chiedere la chiusura dei Cpt. «Non c’è alcuna alternativa» a essi. Si può discutere su come vengono gestiti e chiedere maggiori garanzie, ma senza «demagogia». A entrare in rotta di collisione con la linea dura scelta da Nichi Vendola e dai governatori di centrosinistra delle zone di frontiera, non è un esponente della Cdl, ma Giorgio Napolitano: figura storica dell’ex pci, già presidente della Camera, ora membro della direzione ds, che da ministro dell’Interno firmò assieme a Livia Turco la legge sull’immigrazione, cancellata dalla Bossi-Fini. Nella fresca sincerità dei suoi ottant’anni Napolitano va dritto al punto. Presidente, allora i cpt non vanno chiusi?
«E’ stata la legge presentata dal governo Prodi con mia firma a istituire i centri di permanenza temporanea al fine di identificare gli stranieri che arrivano in Italia senza titolo per soggiornarvi e senza documenti. Si può discutere sul modo in cui vengono gestiti, ma altro è chiederne la chiusura».
Lei li ha istituiti, ma secondo esponenti dell’Unione, la cdl ne ha fatto dei lager.
«Se qualcuno li chiama lager credo che insulti la memoria delle vittime dello sterminio nazista. Non c’è alcuna alternativa a uno strumento del genere tant’è che non c’è alcuna proposta, se non quella irresponsabile di chiuderli senza sostituirli con nulla».
Amnesty International ha denunciato maltrattamenti, eccesso di uso di sedativi, condizioni igieniche disastrose.
«Occorre esercitare, soprattutto da parte dei parlamentari, il massimo del controllo, formulando le contestazioni che si vuole. Credo sia essenziale assicurare nei centri il rispetto dei diritti delle persone. A partire dalla libertà di comunicazione con l’esterno. Per telefono. O per lettera. Ma attenzione: la libertà di comunicazione non può essere libertà di fuga. I Cpt non sono prigioni, ma nemmeno camping».
I sindacati di polizia lamentano un «problema estremo di sovraffollamento».
«Se esistono, come a Lampedusa, situazioni o rischi di insopportabile sovraffollamento non si può pensare di chiudere i centri. Piuttosto bisogna aprirne altri».
L’identificazione va spesso per le lunghe.
«La Bossi-Fini ha raddoppiato il periodo di trattenimento. Nella mia legge erano 20 giorni, prorogabili al massimo in 30, ora sono 60. Ma se non ci si muove in modo adeguato, con accordi con i Paesi di provenienza, in teoria questo limite potrebbe prorogarsi fino a chissà quando. Credo che 20-30 giorni siano un limite sufficiente. Io l’ho rispettato di fronte all’ondata di sbarchi dal Nordafrica del ’98: collaborando con le autorità tunisine e marocchine abbiamo concluso in alcune settimane i controlli sulla provenienza, sulla nazionalità e le conseguenti operazioni di respingimento».
Dunque, nessun pentimento?
«No. Se non avessimo istituito i Cpt l’Italia non sarebbe stata accolta nel sistema di Schengen. Non sarebbero cadute le barriere tra il nostro e i Paesi confinanti. E agli italiani non sarebbe stata riconosciuta la libertà di circolazione di cui godevano già i cittadini appartenenti a Schengen».
Cosa suggerisce?
«Condivido il recente annuncio del ministro Pisanu di associare strettamente alla gestione dei centri l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e il Consiglio Italiano per i Rifugiati».
Queste organizzazioni denunciano la mancanza di una legge sull’asilo che affolla i Cpt anche di rifugiati.
«E’ vero. Il governo Prodi riuscì in un anno a far approvare dal Parlamento un complesso ddl sull’immigrazione. Presentammo anche un ddl sull’asilo che però rimase a lungo al Senato e poi si arenò alla Camera. Ma sono passati 4 anni e la legge non ha visto luce. E’ grave perché l’Italia ha riconosciuto diritto di asilo a un numero di persone scampate alle guerre o alle persecuzioni etniche, enormemente inferiore a quanti hanno trovato rifugio in Paesi europei come la Germania. Ma a tutt’oggi da noi non c’è garanzia di trattamento adeguato per i richiedenti asilo, né di esame rapido delle domande, né di conclusione in tempi brevi del procedimento».
Regioni ed enti locali rivendicano un maggiore coinvolgimento.
« Possono fare molto, con risorse che deve attribuire il governo, soprattutto per l’integrazione degli immigrati regolari nella vita sociale, culturale e scolastica. E’ l’unico capitolo della mia legge non cancellato, ma completamente inattuato dalla Bossi-Fini».
Nichi Vendola chiede frontiere aperte.
«La politica dell’immigrazione richiede uno straordinario sforzo di equilibrio. Ci vuole l’accoglienza e la valorizzazione dell’immigrazione legale entro limiti sopportabili, definiti attraverso quote annuali di ingresso (e anche su questo il governo di centrodestra è stato inadempiente). Ma occorre anche contrastare l’immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani. E su questo punto la sinistra dovrebbe essere rigorosa».
Invece?
«Bisogna esigere le necessarie garanzie a tutela dei diritti anche dei clandestini, ma senza fare concessioni alla demagogia del lasciare entrare tutti. Per poi, magari, abbandonarli in condizioni disumane alla mercé di organizzazioni criminali».
Virginia Piccolillo




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