MINORI A RISCHIO
Convegno della Cei a Grosseto. Chiamata a raccolta di parrocchie, scuola e famiglie per aiutare i giovani a sviluppare un livello di responsabilità maggiore verso di sé e verso gli altri

Adolescenti senza identità
Una rete per l’educazione


Dal Nostro Inviato A Grosseto Pino Ciociola

www.avvenire.it

Serve «un contropotere». E serve a giovani e giovanissimi. Dovrebbe esserlo la scuola, ma proprio non le riesce più da un pezzo. Potrebbero allora esserlo le parrocchie, magari costruendo una bella «rete» proprio con la stessa scuola e le famiglie. Per questo da ieri parte una sorta di «chiamata a raccolta». Un appello vero.

Forte.

Dall'Ufficio per l'educazione, la scuola e l'università della Cei, che sale dal primo dei quattro giorni di convegno su «L'adolescente e la costruzione dell'identità» (al quale partecipano quasi trecento delegati diocesani e di associazioni e movimenti da tutta Italia).

Tira un'ariaccia per chi ha intorno a dodici, tredici anni fino (almeno) a una ventina. Fanno sempre più fatica a costruirsi un'identità. E intorno a loro, gli adulti - madri e padri compresi, anzi per primi - troppo spesso sono in crisi e non sanno rendersi punti di riferimento, la scuola se ne lava sempre più le mani e il mondo cattolico non sembra capace di raccontare bene i suoi valori.

Risultato? I modelli mediatici plagiano a piacere adolescenti e preadolescenti e li gonfiano di vuoti masochistici: con tanti cari saluti a chi non regge la pressione o le competizioni o, peggio, non rientra nei parametri imposti.

Esempio facile facile. «Le manipolazioni della corporeità naturale delle ultime generazioni hanno acquistato una violenza particolare», si legge nel Dossier su «La costruzione dell'identità» presentato ieri al convegno: anoressia e bulimia, doping, culturismo, droghe prestazionali, «la nuova usanza di non lavorare più sulla felpa o sui jeans, ma direttamente sulla pelle, infilandovi sotto inchiostro di china per lasciarvi segni indelebili e perforandola per infilare monili». Piercing e tatuaggi, insomma, «manomettono in modo indelebile la pelle, mirando a personalizzare e «firmare» il corpo».

Si punta forte sui «look esasperati», dunque. E nel frattempo si registra anche un forte incremento di suicidi (e tentati suicidi) «come manifestazione atroce di un corp o inventato come persecutore».



Altro? «Se è vero - si legge nel Dossier - che gli adolescenti di oggi sono figli di una famiglia affettiva, e non più di una famiglia etica, tale famiglia per tenere basso il livello del conflitto rischia di separare le regole familiari dai valori, perché ha bisogno di regole reversibili e che non prevedono castighi solenni, mentre se una regola è saldata al principio, al valore, per forza di cose il conflitto tende a innalzarsi».

Non si tratta di condannare, ci mancherebbe.

Il punto è decisamente altro. Come pure «gli episodi più tragici», pure enfatizzati da stampa e tivù, «non devono farci cadere nella tentazione di considerarli come emblematici o addirittura unici elementi della situazione attuale», perché sono piuttosto «sintomatici», quindi «preoccupano e meritano una riflessione».

Bisogna cioè fare in modo che «scuola, famiglia, associazionismo - spiega don Bruno Stenco, direttore dell'Ufficio per l'educazione, la scuola e l'università della Cei - riescano a sottoscrivere un nuovo patto orientato a fare in modo che i ragazzi sviluppino un livello di responsabilità assai maggiore prima di tutto nei confronti del sè, del corpo, come premessa per assumere responsabilità nei confronti dell'altro, del bene condiviso della comunità sociale», creando - in una parola - «un contropotere».

Da ieri a sabato si cerca di mettere a fuoco, bene, come realizzarlo.